Per questo oggi, sempre di più, è necessario seguire ed interessarsi di tutte competizioni elettorali di altre nazioni per tentare di ostacolare di fare attribuire la responsabilità istituzionale a persone senza coscienza e buon senso, che possano rubarci il futuro con i loro progetti e con la loro indole belligerante.
Con questo scopo, desidero condividere il lavoro di Alan D.Altieri per ricordare una buona parte dei conflitti che da molti anni hanno messo in ginocchio le speranze di molte, troppe popolazioni e mentre ci si augura che cessi questa crudele oscenità già nel Caucaso si stanno verificando operazioni militari fra Russia e Georgia con distruzione, con morti e con un’infinità di feriti e fuggitivi. Questa volta per mitigare la ferocia della parola guerra viene asserito che si è iniziato a combattere per <<costringere la parte georgiana alla pace>>.
Quindi rinfreschiamo la nostra memoria ed auguriamoci che il prossimo Presidente degli Stati Uniti d’America sia finalmente un personaggio dotato di alte capacità diplomatiche, di grande carisma politico e di tantissimo buon senso. . . . . .così si può sperare di un cambiamento per il “meglio” che tutti desideriamo.
Un’analisi “in situ” di quello che potrebbe portare al declino terminale dell’ultima superpotenza.
di Alan D. Altieri
Gli Stati Uniti d’America – ultima superpotenza democratica, gendarme del mondo libero – sono una nazione determinata a usare la guerra solo e solamente quale estrema risorsa per difendere le vite dei propri cittadini e l’integrità del proprio territorio.
Giusto?
Sbagliato.
In realtà, da lungo, lunghissimo tempo, la guerra (leggi: “continuazione della politica con altri mezzi”, von Clausewitz) È parte integrante della politica estera americana.
In questa direzione, anche la teoria e pratica della “guerra preventiva” – famoso e famigerato asse portante della “guerra al terrore”, tuttora fondamento propagandistico, economico e strategico dell’amministrazione Bush II – È parte integrante della politica estera americana attuale. Di conseguenza è parimenti parte integrante degli equilibri attuali (leggi: squilibri in crescita esponenziale) del consorzio mondiale. O qualsivoglia imitazione del medesimo.
Molti storici datano l’inizio dell’uso politico della guerra, o della minaccia della guerra, da parte degli Stati Uniti alla data del 14 luglio, A.D. 1853. In quella fausta occasione, il Commodoro Matthew C. Perry minacciò di aprire il fuoco contro la città di Tokyo, capitale dell’Impero del Sol Levante, qualora l’Imperatore si fosse rifiutato di concedere il permesso di approdo e/o sbarco alla flotta degli Stati Uniti. L’Imperatore cedette e gli americani sbarcarono, barbari gai-jin con il loro sbracato atteggiamento da cow-boys del mare, il loro bieco tanfo corporeo occidentale e le loro superarmi che fanno bum. You got it, man: the ugly Americans are coming.
Quel fatidico evento del 1853 segnò la fine degli oltre due secoli e mezzo di ferreo isolamento nipponico dal mondo esterno, isolamento iniziato con la Battaglia di Sekigahara (ottobre 1600), il fondamentale scontro che concluse secoli di guerre feudali, consolidando il potere della monarchia imperiale che tuttora regge il Giappone. Se per il Giappone l’evento del 1853 significò una nuova apertura al mondo, per gli Stati Uniti significò la chiara apertura della celeberrima Gunboats Politics. Nota anche come: Politica delle Cannoniere.
In sostanza: Do what I say, sucker, and do it NOW. Otherwise I’m gonna blow your stinking brains out (fa’ quello che ti dico, scemo, e fallo ADESSO. O io ti faccio saltare le tue fetenti cervella). Non esattamente un manifesto di eccelse pubbliche relazioni, ma comunque una metodologia di una certa efficacia.
Ma non bisogna trascurare quanto potrebbe essere grosso il cannone della controparte. Difficilmente la Politica delle Cannoniere funzionerebbe oggi con la Russia attuale, o con la Cina attuale, o con l’India attuale, o anche con il Pakistan attuale. Perché i cannoni (leggi: testate nucleari) adesso le hanno anche loro.
Tornando al passato, la Politica delle Cannoniere finisce però con il trascurare inevitabili effetti collaterali, molti dei quali generalmente imprevedibili a lungo termine. Nel caso specifico dell’inaugurazione nipponica da parte del Commodoro Perry, la Politica delle Cannoniere finisce con il produrre svariati effetti collaterali quanto meno sgradevoli:
- il massiccio riarmo del Giappone per l’intera durata secolo successivo;
- il crescere del Giappone a primaria potenza egemonica asiatica. Potenza culminata con:
- l’attacco dal Giappone a Pearl Harbor, 6 dicembre 1941 (4.000 caduti militari americani);
- l’intero fronte del Pacifico della Seconda Guerra Mondiale (106.000 caduti americani, 1.700.000 caduti giapponesi);
quanto sopra risolto con la versione riveduta e corretta della Politica delle Cannoniere medesima:
- i bombardamenti nucleari americani su Hiroshima e Nagasaki, 6 & 9 agosto, 1945 (300.000 caduti civili giapponesi).
Quindi, Ammiraglio Perry, in retrospettiva, valeva proprio la pena di puntarli, i tuoi cannoni su Tokyo?
Look, man, let’s just not get so damn picky here, oKKKeY?
Un secolo e mezzo dopo quel teso luglio 1853 – e a dispetto di quanto paradossalmente anti-storico possa suonare – la Politica delle Cannoniere rimane ancora la ruota dentata primaria dell’uso politico della guerra da parte degli Stati Uniti.
Per inevitabili ragioni di compressione espositiva – e considerando che sull’argomento esistono molte centinaia di dotti testi di storia e di saggistica – lo scrivente si limiterà a esplorare in che termini la Politica delle Cannoniere è stata condotta degli Stati Uniti dalla Seconda Guerra Mondiale in avanti.
In tempi recenti, la suddetta politica e’ stata a sua volta informata da due principi/dottrine ascrivibili a due importanti Presidenti.
1. Principio del Domino
Presidente in carica: Dwight D. Eisenhower
Anno di enunciazione: 1954.
In un’estesa intervista, il Presidente Eisenhower dichiara che: «il flagello del Comunismo [guidato da Unione Sovietica e Repubblica Popolare Cinese, N.d.A.] dilagherà fatalmente sul mondo libero. Tale dilagare sarà orchestrato da parte comunista prima destabilizzando e poi invadendo una democrazia dopo l’altra in una progressione simile al collasso delle tessere di un domino. Tale dilagante progressione va quindi combattuta in ogni luogo e con ogni mezzo.»
2. Dottrina della Pisciata
Presidente in carica: Lyndon B. Johnson
Anno di enunciazione: 1964 (circa)
Al giornalista che pone la seguente scomoda domanda: «Signor Presidente, per quale motivo gli Stati Uniti – che si suppone dovrebbero dare al mondo ogni esempio di pace, libertà, democrazia, diritti umani, etc. etc. etc. – sostengono e finanziano i più infami e sanguinari dittatori dell’America Latina, dell’Africa Sub-Sahariana e dell’Asia?», il Presidente Johnson risponde (quasi testualmente): «Noi lo sappiamo benissimo che quelli sono dei figli di puttana, ma il comunismo è e resterà una minaccia agli interessi americani. Quei figli di puttana sono pronti a vendersi al miglior offerente. Lei cosa preferirebbe: averli dentro la nostra tenda che pisciano fuori, o tenerli fuori la nostra tenda che pisciano dentro?”
Man, does THAT sound putrid, or what?
Per quanto ormai vecchi rispettivamente di cinquantaquattro e quarantaquattro anni, Principio del Domino e Dottrina della Pisciata rimangono ancora il fulcro dell’egemonia americana ottenuta attraverso la Politica delle Cannoniere.
Si può contro-argomentare la parzialità e faziosità della prospettiva di cui sopra. Si può infatti contro-argomentare che “tutte le nazioni con pretese egemoniche si comportano come gli Stati Uniti”, cioè minacciando, ingerendo, provocando, bombardando, attaccando, invadendo, assassinando, imprigionando, torturando, stuprando, etc. etc. etc.
Entrambi questi contro-argomenti hanno validità.
A tutti gli effetti, l’Unione Sovietica (almeno fino al collasso del 1991) ha una lunga storia di guerre, ingerenze, destabilizzazioni, invasioni, repressioni, etc. etc. etc. Lo stesso vale per la Francia nel continente africano, per la Cina nel quadrante centro-asiatico, per il Giappone nel settore estremo-asiatico, per l’India nel circuito Deccan/Bengala, per il Pakistan nei confronti del Medio Oriente, per il… Okay, pal, we got it.
Tornando quindi agli Stati Uniti, il problema non e’ il metodo. Il problema e’ la dimensione del metodo stesso.
In termini strettamente numerici e/o statistici, dalla Seconda Guerra Mondiale in avanti, nessun’altra nazione al mondo è stata coinvolta così spesso in così tanti conflitti in così tanti luoghi lontani dai propri confini nazionali come gli Stati Uniti. La ragione? La più semplice, basilare e ancestrale:
Direttiva del Profitto
In sostanza, le guerre americane si combattono – e continuano a essere combattute – per la ricchezza iperbolica di pochi, pochissimi, costruita sul premeditato sterminio di molti, moltissimi.
Come on, dude, that sounds pretty damn deliberate!
Di nuovo in termini strettamente numerici e/o statistici:
- in nessun’altra nazione al mondo il
“bilancio della difesa” (leggi: soldi spesi per gli armamenti dal contribuente) ha la dimensione pantagruelica che ha negli Stati Uniti d’America;
- in nessun’altra nazione al mondo l’interconnessione tra industria bellica e politica bellica è così stretta come per gli Stati Uniti d’America;
- in nessun’altra nazione al mondo, i weaponry special interest groups (leggi: fabbricanti di cannoni) esercitano verso la politica un potere e un’ingerenza così profonda come negli Stati Uniti d’America.
Lo stesso Presidente Einsehower – addirittura in controtendenza rispetto del suo Principio del Domino – denunciò questa perversa penetrazione, stigmatizzando come, all’indomani di un conflitto come la Seconda Guerra Mondiale, si sarebbe dovuto impedire che «troppi soldati americani venissero mandati a morire per riempire i portafogli di troppo pochi civili americani.» Appello, c’insegna la storia degli ultimi sessant’anni, caduto miseramente nel vuoto.
Il grafico seguente illustra l’andamento e la vastità del bilancio della difesa degli Stati Uniti dal 1946 a 2009
:
In generale, il bilancio della difesa degli Stati Uniti rimane pari a 2,5 volte il bilancio della difesa di tutte le altre nazioni del mondo COMBINATE.
Hey, what’s the big deal, anyway? It’s only money…
Ciò specificato, e seguendo il basilare trittico Domino/Pisciata/Profitto, lo scrivente si limiterà a citare alcune delle nazioni in cui – sia prima che dopo il collasso dell’Unione Sovietica – gli Stati Uniti sono e/o sono stati coinvolti sotto forma di azioni militari vere e proprie e/o forme di destabilizzazione politica e/o economica etc. etc. etc.
Nel novero di tali nazioni (ma non limitatamente alla lista seguente) possono essere citate:
Afghanistan, Albania, Arabia Saudita, Argentina, Bolivia, Cambogia, Cecoslovacchia, Cile, Colombia, Congo, Costa d’Avorio, Costa Rica, Dubai, Egitto, Emirati Arabi Uniti, Equador, Eritrea, Estonia, Finlandia, Georgia, Germania Ovest, Guatemala, Filippine, Finlandia, Honduras, Indonesia, Iraq, Iran, Israele, Italia, Kazakhstan, Kenya, Kuwait, Laos, Lettonia, Libano, Lituania, Libia, Messico, Montenegro, Niger, Nigeria, Pakistan, Panama, Paraguay, Polonia, Salvador, Serbia, Slovacchia, Slovenia, Sierra Leone, Somalia, Sud Africa, Sudan, Tajikistan, Thailandia, Turchia, Turkmenistan, Uruguay, Vietnam (Sud & Nord), Yemen (Sud & Nord), Zimbawbe.
So what? We like touring the world, don’t you?
Lo scrivente lascia al lettore i vari ed eventuali approfondimenti del coinvolgimento diretto e/o indiretto degli Stati Uniti in ciascuna delle succitate nazioni.
È essenziale rilevare che – in caso di impegno bellico diretto – neppure la strategia degli Stati Uniti è mai cambiata dalla Seconda Guerra Mondiale in avanti. Detta strategia può essere articolata nei seguenti punti fondamentali, non necessariamente in quest’ordine e non necessariamente attuati tutti:
- in applicazione al Principio del Domino, invio di “consiglieri politici” (leggi: agenti della CIA) e di “consiglieri militari” (leggi: addestratori delle Forze Speciali) volto al contenimento della minaccia alla “struttura democratica”, o qualsivoglia imitazione della medesima, della nazione in oggetto;
- in applicazione alla Teoria della Pisciata, istituzione di un “nuovo governo” (leggi: governo fantoccio composto dalla peggiore feccia criminale della nazione medesima) che garantisca pace, libertà, democrazia, diritti umani, etc. etc. etc.;
- in una quantità di casi, il suddetto “nuovo governo” fallisce e la nazione sprofonda in una situazione di guerra civile. In questo scenario, gli Stati Uniti provvedono a fornire:
- in applicazione alla Dottrina del Profitto, ulteriore appoggio logistico e militare al “nuovo governo” (leggi: finanziamenti e armi per squadroni della morte, esecuzioni sommarie, sequestro, stupro, assassinio, etc. etc. etc.), tutto questo volto alla repressione della guerra civile medesima;
- in una quantità di casi, il suddetto appoggio parimenti fallisce e la guerra civile non solo continua ma si inasprisce. La prossima fase è quindi una:
- massiccia campagna di bombardamenti aerei e/o missilistici, sulla parte avversaria. Si inizia con l’annientamento di “obbiettivi militari”, volti alla distruzione della “struttura di comando & controllo” dell’avversario. Progressivamente, si procede poi all’annientamento di tutto il resto (leggi: escalation dei bombardamenti): ponti, strade, dighe, stazioni radio/TV, ospedali, città, etc. etc. etc.
È importante osservare che – rimanendo in materia di immutabilità di strategie – quanto sopra non è nulla di diverso da quello che gli Stati Uniti fecero alle città di Germania e Giappone durante la Seconda Guerra Mondiale. Altamente chiarificatore su questo punto è il documentario/ intervista
The Fog of War (La Nebbia della Guerra), diretto da Errol Morris focalizzato sulle esperienze di Robert McNamara, Segretario alla Difesa degli Stati Uniti all’epoca della Guerra del Vietnam.






