Vita da cani. . . . nella crisi.

Ottobre 30, 2009

mal-di-schiena-vignettaNon voglio pensare a scenari apocalittici/drammatici per il nostro futuro ed in particolare per tute quelle persone che con il loro lavoro riescono a condurre un’esistenza appena dignitosa, la crisi non ha ancora allentato la morsa e oltre ogni inutile mucchio di parole l’unica cosa certa è la diminuzione del fatturato di molte nostre aziende, determinando così un tale esubero di personale da impensierirci seriamente. Per fortuna la maggior parte dell’eccedenza di mano d’opera non è stata certificata dalle aziende medio piccole, mentre quelle di maggiori dimensioni, delle quali molte già destinatarie di pubblici aiuti, si sono già affrettate a chiedere l’intervento della cig o di altre forme di agevolazioni pubbliche come le famose rottamazioni od altre forme varie di pubblico aiuto per evitare che queste procedessero in drastici ridimensionamenti della loro forza lavoro. A dire il vero l’uomo comune, quello della strada, non conosce bene il vero stato attuale della crisi, c’è chi autorevolmente vuole lasciare intendere che il peggio è finito, e di contro c’è qualcun altro che sempre autorevolmente afferma che non è così tanto da paventare un futuro molto difficile per l’occupazione a causa dell’allungamento dei tempi di recupero delle nostre aziende. Intanto da più parti della politica si spinge per effettuare delle ampie riforme nel welfare per recuperare fondi da utilizzare nei comparti più critici. Quest’ultimo fatto preoccupa un po’ tutti perché se analizziamo, per esempio, lo statuto della pensione, questa negli anni ha già perso significatamente valore e potere d’acquisto, quindi come si può riformare questo comparto senza immaginare una futura pensione ancora più bassa nel suo attuale importo, tanto da obbligare parte dei lavoratori, almeno quella in grado di togliere una parte del proprio stipendio per pagarsi un piano di pensione complementare, con la speranza di andare in quiescenza con un reddito che gli permette di vivere.
Mentre le meningi di molti cominciano a fumare, continua il gioco al massacro su escort – trans – ricatti e quant’altro con dosi abbondanti di richiamo sulle classe dirigente che dovrebbe avere e sentire una maggiore responsabilità nel loro comportamento. Ma tutto ciò non interessa più alla gente che è presa da grandi preoccupazioni per il lavoro minacciato dalla scarsa domanda dei nostri prodotti. Poi, tanto per gradire, si viene a sapere che la massa dei derivati trattati in borsa è in assoluto aumento. . . . bene così ci avviamo verso una seconda crisi finanziaria che come la prima dilanierà l’economia reale, possibile che alle banche è ancora permesso di trattare questi “particolari titoli” che alimentano solo speculazioni. Qui la politica deve diventare seria e pragmatica in modo da studiare pacchetti di intervento per attenuare la grande sofferenza sociale. Si ha notizia che gli Usa sono tornati in attivo con un Pil al 3,50%, grazie ai suoi immensi interventi verso la popolazione e verso tutti nodi critici del loro Paese. Da noi poco se non una grande abbondanza di sorrisi, di buoni auspici con altrettanti abbondanti messaggi spot coniugati all’infinito futuro, mentre nel nostro quotidiano sembra essere tornati indietro di almeno quarant’anni. La politica deve imparare ad ascoltare la legittima protesta di chi ha perso il lavoro e di chi esasperato, pur lavorando ancora, teme per il futuro della propria famiglia. Allora si dia inizio ad una politica economica contro gli sprechi, contro gli spendaccioni e contro le note eccessive diversità di reddito ancora presenti nel nostro Paese, così reso medievale. Se è vero che la spesa pubblica in Italia ammonta a circa 812 Miliardi di euro, bisogna trovare ragionevolmente la maniera di risparmiare almeno il 10-15% di questo mare magnum e dedicare questi 80-120 Miliardi risparmiati alle famiglie, al lavoro ed alle imprese. Così si deve procedere quando c’è un’emergenza nazionale, è imperativo agire verso gli interessi di tutti i 7 milioni di cittadini e non verso qualche migliaio di persone già arricchite e ben coperte da invidiabili benefici.
Il nostro Ministro dell’economia e delle finanze fa bene a vigilare sul nostro straripante debito pubblico in modo che non aumenti, egli è come la vestale del nostro equilibrio finanziario , quindi è ovvio, che se mancano coperture finanziarie, per intervenire in un comparto o più comparti critici è necessario ricorrere allo spostamento delle risorse, dal risparmio della spesa pubblica all’occorrendo, non c’è altra soluzione possibile e veloce. Inoltre va anche compreso, che in un periodo di così coperta corta, è necessario intervenire per rendere lo Stato più snello per attuare eventuali interventi di salvataggio prima che si generi una maggiore massa di disoccupati e di perdere altre aziende che non riescono ad aumentare le loro commesse. Un intervento che forse non è altro che un placebo è la diminuzione dell’Irap, che secondo quanto si è appreso costerebbe allo Stato circa 4 miliardi di euro contro un risparmio medio pro-azienda di circa 2000/3000 euro. Questo, se il calcolo è giusto, sembra un’inezia al confronto di quello cui necessita la media impresa e cioè di stabili linee di fido, di credito bancario. Cosa che non avviene perché sembra che gli istituti di credito tendano a chiedere il rientro degli affidamenti e, se questi non avvengono, girano la posizione ad incagli e sofferenza, creando anche per loro qualche difficoltà in più. Quindi le nostre banche private sono solo tese a migliorare i loro risultati economici e non sono quindi molto interessate a sostenere le aziende, allora è d’obbligo pensare alla creazione di una banca pubblica, che tramite la cassa DD.PP. curi e conceda il credito alle nostre imprese in difficoltà, secondo le modalità stabilite dal Governo. Per questo motivo sono anche favorevole ad una banca nuova per il meridione pubblica.
Per concludere questo breve ragionamento si deve ricordare che tutti i cittadini, che pagano le tasse, pagano ben l’80% della così detta Bolletta Italia mantenendo l’esoso Carrozzone Pubblico. . . . allora ( piedi a terra e basta con inutili chiacchiere ) è necessario che chi decide per questo Paese deve mettersi una mano sulla coscienza e porre, quindi, l’altra mano in tasca a chi prende evidentemente troppo per razionalizzare i compensi, come si fa in un’azienda con contratto di solidarietà. Oltre a tutto ciò sarebbe anche opportuno sospendere inutili spese militari come quelle previste per la fornitura di 130 caccia bombardieri (a che ci servono?) , come ha fatto Obama per il suo super elicottero.
Per completare il tutto e in conseguenza di assenza di nuovi investimenti esteri nel nostro Paese, sarebbe opportuno dare il via ad una campagna promozionale al riguardo con soluzioni ed incentivi affinché questo avvenga, ma c’è ancora qualcuno che progetta dismissioni senza ancora comunicare quale responsabilità si è assunta sulla sorte lavoratori.
Interveniamo in tempo perché niente sarà più come prima.


La perdita del lavoro per i non tutelati: riflessione sull’allarme di Draghi

Giugno 9, 2009

       Precari1

Precari e atipici: i disoccupati invisibili

Ma cosa ha osato dire stavolta Mario Draghi, trattato da qualche tempo dal governo come un “pericoloso eversore”?

Nell’austero salone della Banca d’Italia, con lo stile asciutto e diretto a cui ci ha abituato, ha detto quello che tutti sanno: politici dell’opposizione, economisti,

giornalisti, funzionari della CEE e soprattutto il sindacato, in particolare la CGIL che ha fatto della battaglia verso le insufficienti misure pubbliche contro la crisi il motivo dominante della sua opposizione sociale.

Ha detto che:

La Cassa integrazione, che ha raggiunto i livelli massimi del 1992, ha una copertura potenziale limitata ad un terzo dell’occupazione dipendente privata e fornisce al lavoratore un’indennità massima inferiore, in un mese, alla metà

della retribuzione lorda media nell’industria.

Due quinti delle imprese industriali e dei servizi con 20 e più addetti ridimensioneranno il personale quest’anno e la riduzione sarà probabilmente maggiore nelle imprese più piccole.

Per oltre 2 milioni di lavoratori temporanei il contratto giunge a termine nel corso di quest’anno; più del 40% è nei servizi privati, quasi il 20% nel settore pubblico; il 38% è nel Mezzogiorno.

I lavoratori in Cassa integrazione e coloro che cercano un’occupazione sono già oggi intorno all’8,5 per cento della forza lavoro, una quota che potrebbe salire oltre il 10: proseguirebbe la decurtazione del reddito disponibile delle

famiglie e dei loro consumi, nonostante la forte riduzione dell’inflazione.

Ha anche aggiunto che:

Gli interventi governativi a supporto delle famiglie meno abbienti e gli incentivi all’acquisto di beni durevoli stanno fornendo un ausilio temporaneo.

Un primo rischio per la fase ciclica che attraversiamo è una forte riduzione dei consumi interni, a cui le imprese potrebbero reagire restringendo ancora i loro acquisti di beni capitali e di input produttivi.

All’uscita tutti – industriali, banchieri e sindacalisti – sono d’accordo: ma che bella relazione! Come al solito il Governatore ha centrato l’analisi…

Solo poche ore dopo, però, il Premier attacca Draghi nel 2° parlamento, cioè a Porta a Porta di Vespa, sostenendo un’ipotesi grottesca e cioè che ai precari spetta “la cassa integrazione”. E quando di grazia? Ma nessuno ovviamente lo chiede.

Il giorno dopo dai microfoni di Radio Anch’io nuovo attacco, stavolta niente voli pindarici tra le leggi, Berlusconi dice semplicemente che le cifre non sono

vere, cioè si dà del bugiardo a Draghi e degli incompetenti ai funzionari della Banca D’Italia: “E’ un’informazione che non corrisponde alle cose che emergono dalla nostra conoscenza della realtà italiana”.

Ma via Nazionale conferma le proprie analisi. Pur tentando di tenersi fuori dal dibattito politico alla vigilia del voto, la Banca d’Italia difende i suoi calcoli e rimanda a quelle pagine delle Considerazioni Finali e della Relazione tecnica

dedicate all’occupazione, dove c’è scritto che “si stima che 1,6 milioni di persone, tutti lavoratori dipendenti e parasubordinati non abbiano diritto ad alcun sostegno in caso di licenziamento”.

Dalle tabelle elaborate da Bankitalia su dati Istat emerge che in caso di sospensione del lavoro tra quelli a restare senza copertura ci sono: 80mila lavoratori autonomi parasubordinati (diversi dai collaboratori), la grande

maggioranza dei circa 450mila collaboratori e quasi 700mila lavoratori a tempo determinato e interinali. La perdita del lavoro, segnala poi la relazione, comporta costi elevati per il singolo lavoratore anche in caso si trovi un nuovo

lavoro. Secondo i tecnici di Palazzo Koch dai dati Inps emerge che: nella transizione tra impiego perso e nuovo lavoro un lavoratore subisce in genere una netta riduzione del salario, che aumenta in base alla durata del rapporto di

lavoro interrotto.

Ma prima il Premier e subito dopo i suoi ministri, i suoi capigruppo, i “suoi giornalisti” lo negano, negano tutto: è una tecnica sperimentata: quello che dà fastidio non è vero!

Chissà cosa ne pensano gli oltre 300mila lavoratori a progetto e flessibili che hanno perso il lavoro già nel 2008, e il milione e seicentomila, che lo perderanno nel 2009? A loro, solo per una piccola parte del totale, viene riconosciuto niente meno che il 20 per cento della retribuzione come tutela sociale; si può vivere con

un’indennità di disoccupazione che per questi lavoratori significa mediamente 170 euro mensili per qualche mese?

I lavoratori parasubordinati, i non dipendenti “con partita iva” perdono semplicemente il finto appalto, la finta commessa, la finta consulenza: cioè restano senza lavoro e senza reddito; ma anche quando gli ammortizzatori

sociali ci sono, la cassa integrazione e la mobilità, la riduzione del livello di vita diventa spesso insostenibile.

Il dramma che si consuma in molte famiglie italiane, con la perdita del lavoro di precari ed atipici, con la riduzione del reddito per l’utilizzo degli ammortizzatori riguarda tutti noi.

 

Anche se il nostro posto di lavoro, per adesso, non è a rischio, sono i nostri figli, i nostri parenti, i nostri vicini, quelli che vediamo lavorare accanto a noi

ogni giorno a precipitare nella miseria.

I precari, i parasubordinati, le finte partite iva sono come invisibili: sono milioni, ma è come se non ci fossero. Per licenziarli basta lasciarli a casa, Non hanno sostegni pubblici e fanno la fame, ma sono fantasmi, illusioni secondo il Governo.


Variata la soglia dell’Usura. . . .aggiorniamoci.

Maggio 14, 2009

AI2TIRFCAXWV7CHCAU1MGU4CAD1TDK5CAPTY2KSCA745WPZCAML1ZJ2CACS3J8DCALPYO5CCAOP27MUCA21STVTCAC7VSD5CA7BD4XLCAII9CQOCARA84FWCA057T7MCA9AVM9NCAOWASAKCAD7KW44La Banca d’Italia modifica i parametri di calcolo del “valore soglia”

Quando e come si applicano alle banche le norme antiusura

                                                                                                                                           AI2TIRFCAXWV7CHCAU1MGU4CAD1TDK5CAPTY2KSCA745WPZCAML1ZJ2CACS3J8DCALPYO5CCAOP27MUCA21STVTCAC7VSD5CA7BD4XLCAII9CQOCARA84FWCA057T7MCA9AVM9NCAOWASAKCAD7KW44

In una recente circolare la Banca d’Italia propone modifiche ai parametri del calcolo del Tasso Soglia Usura, che è variabile nel tempo e dipendente dagli elementi che si aggiungono al semplice tasso di interesse.

Cosa cambia e perché?

 

Un po’ di storia

 

La legge 108 del 7 marzo 1996 disciplina la fattispecie dell’usura: la sua entrata in vigore ha apportato notevoli modifiche alla normativa antecedente, affiancando ai parametri puramente soggettivi, previsti dalla vecchia formulazione, nuovi parametri c.d. “oggettivi” di

determinazione del tasso di usura. Questo intervento del legislatore ha contribuito ad ampliare, in maniera notevole, l’ambito di applicazione del reato di usura e, conseguentemente, l’area di tutela offerta dalla norma, che non è più relegata ad operare esclusivamente nei casi in cui sussista lo “stato di bisogno” del debitore del quale chi presta

danaro abbia “approfittato” conseguendo vantaggi per sé o per altri, ma opera automaticamente ogni qual volta il limite (c.d. Tasso Soglia Usura) posto dall’ Art. 2 L. 108/96 venga superato, fermo restando l’aggravante dello stato di bisogno del soggetto che utilizza il credito.

Nella legge sono previsti i principi necessari all’applicazione anche in materia Creditizia, per sanzionare la condotta di chi, banche ed operatori finanziari, a fronte di operazioni di erogazione di credito, applichi “commissioni, remunerazioni a qualsiasi titolo e spese,

escluse quelle per le imposte e tasse, collegate alla erogazione del credito” superiori al limite de c.d. Tasso Soglia Usura (art 2) .

In sostanza oltre agli “Interessi” comunemente intesi quale remunerazione del capitale, si deve far riferimento, più in generale, al costo del denaro goduto. Il principale ambito di operatività della disciplina è costituito dai Conti Corrente e dai Mutui.

Riassumendo:

Le innovazioni di maggior rilievo dell’art. 644 c.p. introdotte dalla legge 108- 96, sono:

il venir meno dello stato di bisogno della parte offesa dal reato, di modo che il reato medesimo si configura a fronte della semplice dazione o promessa di interessi usurari

lo stato di bisogno rileva solo come circostanza aggravante l’introduzione del concetto per cui gli interessi sono sempre usurari allorché superino il limite stabilito dalla legge.

In seguito alla riforma ed all’abbattimento dei tassi d’interesse negli anni successivi, i mutui contratti prima del 1996 avrebbero superato il tasso soglia usura, e conseguentemente il mutuatario avrebbe potuto invocare, secondo le norme in vigore, la nullità delle condizioni

del contratto e la ripetizione di quanto versato in eccedenza.

 

Per evitare gravi ripercussioni nel sistema bancario e creditizio, si ritenne opportuno varare il D.L. n. 394/2000, successivamente convertito nella legge n. 24/2001, noto come Decreto Salva Banche, che definisce “usurari gli interessi che superano il limite stabilito dalla legge

nel momento in cui essi sono promessi o comunque convenuti, a qualunque titolo, indipendentemente dal momento del loro pagamento.”

 

Come si calcola il tasso soglia?

 

Il costo del denaro deve essere contenuto entro il limite del Tasso Soglia Usura, determinato dal Legislatore con il TEG (Tasso Effettivo Globale) rilevato trimestralmente dalla Banca D’Italia.

La legge non definisce il TEG in termini matematici, in quanto tale valore fornisce elementi utili ad accertare se le condizioni di costo (spese, interessi e oneri di varia natura) delle operazioni creditizie praticate dalle banche e dagli intermediari finanziari presentano

carattere usurario. Le operazioni creditizie sono a tal fine ripartite in categorie omogenee (le categorie di credito al consumo – credito finalizzato, credito a rotazione o revolving, prestiti personali, cessione del quinto dello stipendio o anche altre categorie di rapporti creditizi), e

all’interno delle singole categorie omogenee, suddivise per classi di importo.

Il Tasso Soglia di Usura viene rilevato trimestralmente dalla Banca d’Italia sulla base dei dati medi che impone comunque un tetto invalicabile. In pratica la Banca d’Italia rileva i tassi medi delle banche/finanziarie (diversi a seconda sia degli istituti che della categoria di prestito) e stabilisce che il tasso usura è considerato tale quando supera della metà la media dei tassi rilevati.

Riepilogando:

 

il TAN (Tasso Annuale Nominale) è il tasso puro di interesse calcolato su base annuale

il TAEG (Tasso Annuo Effettivo Globale) è il tasso che comprende interessi, spese bancarie e spese assicurative, sempre calcolato su base annuale

il TEG (Tasso Effettivo Globale) è il tasso che comprende interessi e le spese bancarie di istruzione pratica, calcolato su base annuale. La legge non lo definisce in termini matematici.

Il TEGM (Tasso Effettivo Globale Medio) indica il valore medio del tasso effettivamente applicato dalle banche e da società finanziarie a categorie simili di operazioni creditizie (ad esempio: aperture di credito in c/c, crediti personali, leasing, factoring, mutui, ecc.) nel secondo trimestre precedente alla rilevazione.

Il tasso effettivo globale medio risultante dall’ultima rilevazione relativamente alla categoria di operazioni in cui il credito è compreso, aumentato della metà, determina la soglia oltre la quale gli interessi sono sempre usurari sulla base

della legge n. 108/96. Le banche e gli intermediari finanziari sono tenuti a pubblicizzare nei locali aperti al pubblico il TEGM.

 

Le tabelle dei tassi medi vengono pubblicate trimestralmente nella Gazzetta Ufficiale con decreto dello stesso Ministro e sono disponibili sul sito della Banca d’Italia. Attualmente sono in vigore i tassi applicabili dal 1° aprile al 30 giugno 2009.

La Banca d’Italia definisce i parametri necessari al calcolo di TEG e TEGM attraverso le “Istruzioni per la rilevazione del tasso effettivo globale medio ai sensi della legge sull’usura”. Le disposizioni attualmente vigenti risalgono al 4 maggio 2006, ma sono oggetto di modifica, proprio per ridefinire gli elementi che entrano a far parte del calcolo del tasso usurario:

 

definire i parametri di calcolo significa individuare elementi anche sociali nella ripartizione degli oneri pagati agli intermediari creditizi.

 

Percentuali che, nel caso di superamento dei limiti, configurano il reato di usura. Ad esempio, attualmente, per i mutui con garanzia ipotecaria la soglia massima consentita per i prestiti a tasso fisso e’ pari al 4,42%, mentre per il tasso variabile ammonta a 4,58%. Ma questi limiti variano e sono specificati per ogni tipo di finanziamento: anticipi, sconti

commerciali e altri finanziamenti a imprese effettuati da banche, leasing, crediti personali e altri finanziamenti effettuati alle famiglie, prestiti contro cessione del quinto dello stipendio e credito finalizzato all’acquisto rateale e credito revolving.

 

Le modifiche introdotte dalla Banca d’Italia

 

La critica principale alla definizione del Tasso Usurario sta proprio nella individuazione dei parametri che entrano, o non entrano, nel calcolo del TEG: inserire o meno un determinato costo accessorio, determina un notevole effetto dilatatorio sul tasso di interesse reale.

Pensiamo ad esempio agli effetti distorsivi avuti dall’anatocismo1, o ancora mantenuti dalla commissione di massimo scoperto, dalle valute differite su assegni, bonifici, effetti di pagamento in genere, dalle commissioni applicate a vario titolo come spese di chiusura

trimestre, di tenuta fido, costi di operazione, etc.

Questa prassi messa in atto dalle banche fa sì che il Tasso Effettivo Globale (T.E.G.) pagato dal cliente è ben più alto rispetto a quello convenuto.

La Banca d’Italia ha deciso di rivedere le Istruzioni per la rilevazioni dei tassi effettivi globali medi con l’intento dichiarato di adeguare le modalità di calcolo dei tassi antiusura alle disposizioni della legge 2/2009 e di migliorare la significatività della rilevazione

La nuova definizione della base di calcolo prevede:

l’inclusione della commissione di massimo scoperto (vale a dire la percentuale che la banca applica sul massimo saldo negativo registrato durante il trimestre se il cliente è andato in rosso per un solo giorno, nei limiti definiti dalla legge stessa2

 

1 E’ il calcolo degli interessi sugli interessi ( ovviamente debitori)

2 Art. 2-bis Legge 28 gennaio 2009, n. 2 Ulteriori disposizioni concernenti contratti bancari

1. Sono nulle le clausole contrattuali aventi ad oggetto la commissione di massimo scoperto se il saldo del cliente risulti a debito per un periodo continuativo inferiore a trenta giorni ovvero a fronte di utilizzi in assenza di fido. Sono altresì nulle le clausole, comunque denominate, che prevedono una remunerazione accordata alla banca per la messa a disposizione di fondi

a favore del cliente titolare di conto corrente indipendentemente dall’effettivo prelevamento della somma, ovvero che prevedono una remunerazione accordata alla banca indipendentemente dall’effettiva durata dell’utilizzazione dei fondi da parte del cliente, salvo che il corrispettivo per il servizio di messa a disposizione delle somme sia predeterminato, unitamente al tasso debitore per le somme effettivamente utilizzate, con patto scritto non rinnovabile tacitamente, in misura

onnicomprensiva e proporzionale all’importo e alla durata dell’affidamento richiesto dal cliente e sia specificatamente evidenziato e rendicontato al cliente con cadenza massima annuale con l’indicazione dell’effettivo utilizzo avvenuto nello stesso periodo, fatta salva comunque la facoltà’ di recesso del cliente in ogni momento .2. Gli interessi, le commissioni e le provvigioni derivanti dalle clausole, comunque denominate, che prevedono una remunerazione, a favore della banca, dipendente dall’effettiva durata dell’utilizzazione dei fondi da parte del cliente, dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto, sono comunque rilevanti ai fini dell’applicazione dell’articolo 1815 del codice civile, dell’articolo 644 del codice penale e degli articoli 2 e 3 della legge 7 marzo 1996, n. 108.

Il Ministro dell’economia e delle finanze, sentita la Banca d’Italia, emana disposizioni transitorie in relazione all’applicazione dell’articolo 2 della legge 7 marzo 1996, n. 108, per stabilire che il limite previsto dal terzo comma dell’articolo 644 del codice penale, oltre il quale gli interessi sono usurari, resta regolato dalla disciplina vigente alla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto fino a che la rilevazione del tasso effettivo globale medio non verra’ effettuata tenendo conto delle nuove disposizioni.

3. I contratti in corso alla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto sono adeguati alle disposizioni del presente articolo entro centocinquanta giorni dalla medesima data. Tale obbligo di adeguamento costituisce giustificato motivo agli effetti dell’articolo 118, comma 1, del testo unico delle leggi in materia bancaria e creditizia, di cui al decreto legislativo 1° settembre 1993, n. 385, e successive modificazioni.

 

l’inclusione nel calcolo del tasso di tutti gli oneri connessi con l’erogazione del credito, per uniformare, ove possibile, la base di calcolo del TEG (Tasso effettivo globale) a quella del TAEG (Tasso annuo effettivo globale) previsto dalla Direttiva sul credito al consumo l’inclusione nel calcolo del tasso dei compensi di mediazione, a prescindere dalla forma tecnica di finanziamento;

la rilevazione separata dei costi di mediazione, incluse le spese sostenute dal creditore, con lo scopo di condurre specifiche verifiche sull’entità di tali compensi. I compensi di mediazione pagati dal cliente sono conteggiati nel calcolo del TEG, a prescindere dalla forma tecnica del finanziamento.

l’ampliamento delle categorie di finanziamento per le quali vengono definiti i tassi usurari

la modifica delle classi di durata, di importo e della segmentazione tra famiglie ed imprese nello Schema segnaletico.

le modifiche introdotte nello schema segnaletico tengono conto delle convenzioni stabilite per le statistiche armonizzate europee (classe di durata sino a 12 mesi anziché 18) e della scarsa significatività di alcune classi di importo (operazioni inferiori a 1.500 euro) e delle diverse condizioni applicate a famiglie ed imprese (con un maggiore dettaglio per i mutui).

La formula di calcolo del TEG viene modificata nei criteri di rilevazione della componente “oneri”: allo scopo di ottenere un tasso indicativo degli oneri complessivi annui, è stata modificata la seconda parte della formula includendo tutte le spese sostenute nei 12 mesi precedenti la fine del trimestre di rilevazione (ad es. canoni periodici).


Nulla cambia per davvero.

Aprile 30, 2009

awlt4vkcahkvtlnca0prwaucahaw2m9caqvsprtca1xfc0scatm8u02ca8hefnncahy8g61ca1a0fe6cacvs705cahc2nyfca3wv8bxcavb2nzgcain1rg9caluead1cazuqzvbca84boegcaq7i3ejPRIVATIZZARE PER NAZIONALIZZARE Il Ministro Tremonti e l’uso “creativo” della Cassa Depositi e Prestiti.                                                                                                                                                                                                                È curioso come un’istituzione pubblica rimasta immobile per 150 anni perché funzionante sia stata modificata nella sua veste giuridica e nella sua operatività per ben due volte dallo stesso Ministro in due legislature diverse. Nel 2003 Tremonti decise di “privatizzare” in parte la CDP vendendo il 30% della stessa alle Fondazioni bancarie. Una privatizzazione “sui generis”, data la natura pubblica delle Fondazioni, di fatto uno strumento di politica fiscale con l’unico difetto di essere un ente il cui bilancio era parte di quello dello Stato. L’utilizzo delle Fondazioni per privatizzare la CDP, d’altro canto, appare la risposta più logica a chi si chiedeva come Tremonti considerasse tali istituti: istituti di diritto pubblico e non collegati alle banche quando si trattava di investire i loro ingenti patrimoni; istituti privati quando si trattava di collaborare all’alleggerimento del debito pubblico con la privatizzazione di CDP. In realtà si trattava solo di uno scherzo contabile: le fondazioni diventavano azioniste di risparmio per 1 Mld di euro con facoltà di recesso entro il 2010 e rendimento garantito dell’investimento. Lo scopo della burla era chiaro: “favorire il restyling dei conti dello Stato attraverso false privatizzazioni consistenti in cartolarizzazioni di immobili statali ed esternalizzazioni della gestione di servizi pubblici a proprietà pubblica a società private”. La gestione “ordinaria” della nuova CDP S.p.a. avrebbe prestato soldi a queste società private tramite strumenti finanziari non garantiti, mentre la “gestione separata” avrebbe continuato, con la garanzia dello Stato, a finanziare a tasso agevolato gli enti pubblici proprietari delle aziende di servizio pubblico. Nel dicembre del 2008 il Ministro dell’Economia, tornato a governare, ha deciso di rispolverare il vecchio bancomat CDP S.p.A. per cercare di andare incontro alle richieste della Confindustria e rimettere in moto l’economia senza impegni di spesa “reali” che impattassero sui conti pubblici. La Marcegaglia chiede il pagamento alle aziende degli arretrati delle P.A. (70 mld circa)? Presto fatto: Tremonti incarica CDP S.p.A. di accendere mutui a tasso agevolato finanziati con i soldi dei risparmiatori di Poste Italiane. La Marcegaglia si lamenta perché vuole soldi veri? Presto fatto: il fondo rotativo per le PMI viene rimpinguato da una gestione separata 2, modificando, con decreto autorizzativo di Tremonti, lo statuto di CDP per permettere a questa nuova gestione di erogare prestiti alle imprese tramite il canale bancario garantiti dai depositi postali (fine marzo 2009). Rimane tutto da stabilire a chi rimanga (CDP o Banca) l’eventuale rischio di default. Lo Stato ha bisogno di soldi per finanziare le opere pubbliche volano della ripresa economica? Presto fatto: Tremonti si inventa la joint-venture privati-CDP S.p.A. per costruire queste opere servendosi dei 190 mld di risparmio postale che il Sole 24 Ore del 06/03/2009 sottolinea essere “interamente garantiti dallo Stato”. Tutto bene se non fosse che i decreti che stabiliscono la tipologia di operatori privati che vi partecipano devono essere emanati dal Ministro dell’Economia dopo attenta analisi del merito di credito dell’azienda e dell’operazione. L’AD di CDP – fido delfino di Tremonti – conferma che le opere da finanziare saranno scelte – dal Ministro – solo sulla base di “progetti economicamente solidi, finanziariamente sostenibili, con la promessa di un ritorno interessante”. Ci troviamo,quindi, a fare crediti con soldi pubblici, garantiti dai depositi postali, che miracolosamente non rientrano nel bilancio dello Stato, la cui destinazione è decisa da Tremonti per finanziare opere di interesse pubblico mentre vi è un Presidente del Consiglio il quale, anche in coincidenza del terremoto a L’Aquila, non vede l’ora di costruire new towns. Naturalmente l’housing sociale è previsto dal nuovo statuto 2009 CDP S.p.A con uno stanziamento di 15 mld di Euro. Costruire new towns nell’ambito del Piano Casa è anzi una delle finalità di CDP S.p.A. tramite una SGR immobiliare alla quale partecipa l’ABI (1 mld di euro). La famosa frase mutuata dalla Bibbia e poi diventata avviso rivolto alle Fondazioni (“avete i talenti ed il talento per usare i vostri talenti”) rappresenta l’essenza del comandamento di Tremonti per i nuovi naviganti: decido io cosa CDP possa stanziare ed a chi. Lapidario il commento di Vito Gamberale su Repubblica del 23/03/09 : “Se si voleva un cambiamento [...], eccolo servito: la CDP somiglia sempre più non solo a un figaro factotum, ma a un Moloch pubblico in grado di intervenire ed influenzare la vita di Comuni, enti locali, PMI, costruttori”. Ora la nuova CDP, in formato IRI, non ha più ostacoli: grazie alla variazione dell’art. 107 del TUB che aumenta il limite di partecipazione di banche al capitale sociale delle aziende industriali, la Cassa potrà progressivamente aumentare le proprie quote nel capitale di Eni ed Enel. Così alla fine Tremonti, al contrario di tanti che ci hanno provato prima di lui, ce l’ha fatta a realizzare il famoso ossimoro: privatizzare per nazionalizzare


La Prima Grande Crisi del XXI Secolo.

Febbraio 13, 2009

amitgp9calrqw49ca345rofca5wbyp5ca2sjx3lcat1rxvocah9neumcacootsqca3co69ocazurxnecad8ibnicaofhq1rcaepqr99caqgvr5wcasit0mlca5gv259ca0dr8ddcah127hycae848hbdi Antonino Andreotti

 

Questo articolo si rivolge a tutti coloro che stanno cercando di capire che bestia sia questa crisi che ci è caduta addosso senza preavviso.

È un tema che non si può approfondire in un breve articolo e allora proverò almeno a scrivere le cose essenziali e a dire pane al pane e vino al vino.

Primo. Questa terribile crisi non è una calamità naturale e non nasce ieri.

È esplosa alla fine dell’estate scorsa ma viene da lontano.

È la crisi del debito, della finanza; della crescita senza qualità ambientale; della compressione del lavoro, della disuguaglianza; della deregulation e delle privatizzazioni fatte non per modernizzare la società ma per arricchire pochi; della politica al servizio di ristrette élite non della collettività.

Come ha spiegato Federico Rampini su la Repubblica, sono almeno tre le crisi che si sovrappongono, alimentandosi a vicenda in una spirale che si avvita su se stessa. La prima in ordine di importanza assoluta è la crisi del credito [ … ] La seconda crisi – che acquisterà maggior peso nei prossimi mesi – è una recessione dell’economia reale destinata a stremare l’Occidente intero per un periodo non breve. La terza è quella che fa più notizia, cioè il tracollo delle Borse.

 

Secondo. Non è figlia di ignoti.

È l’esito della gestione economica, sociale e politica di una classe dirigente – finanzieri, manager imprenditori, politici, burocrati, professionisti e rampanti vari – fattasi casta e capeggiata da George W. Bush. Una casta che, per usare le parole di Giorgio Ruffolo, ha smarrito il senso del limite.

È stato Bush a spingere gli americani a vivere al di sopra delle loro possibilità, a indebitarsi per acquistare abitazioni che non potevano permettersi e per consumare sempre di più;.

È stato Bush a far correre il deficit commerciale; ad appesantire il debito pubblico con la guerra e con il taglio delle tasse ai ricchi, mentre le classi medie s’impoverivano e 45 milioni di persone erano prive di assistenza sanitaria, portando così le disuguaglianze al livello degli anni Venti.

Sono stati Bush e la sua cupola multinazionale a negare l’evidenza dei danni ambientali causati dal nostro modo di vivere e di produrre, per difendere interessi e privilegi di gruppi di potere che hanno perpetrato imbrogli colossali, su scala globale, che fanno impallidire perfino tangentopoli.

 

Terzo. Non è vero che noi stiamo meglio degli altri. È vero il contrario.

La crisi sta ora travolgendo tutto il mondo, incluso ovviamente il nostro paese che – si dice, a mezza bocca però – sarebbe meno esposto a catastrofici tracolli finanziari.

Chissà, ho seri dubbi.

Il nostro reddito nazionale sta subendo un pesante calo; cosa che sembra preoccupare poco Berlusconi e Tremonti, ma che significa voragine nei conti pubblici, disoccupazione e meno soldi. E inoltre,rispetto agli altri paesi sviluppati abbiamo storici handicap: enorme debito pubblico, crescita lenta, maggiore esposizione alla concorrenza dei paesi emergenti, domanda interna debole.

 

Quarto. La recessione sarà grave, lunga e pericolosa. I palliativi non bastano e non ci piacciono.

Bene le opere pubbliche, a condizione di non finanziare la criminalità organizzata; il sostegno alle banche è necessario e forse anche quello alle imprese, ma con giudizio e con irrinunciabili contropartite: innovazioni di prodotto e di processo, risparmio energetico, tecnologie pulite, meno precarietà, stop alle faraoniche retribuzioni dei manager, immorali ed economicamente ingiustificate.

Il duo Berlusconi-Tremonti promette, ma i soldi stanziati non bastano a potenziare la rete di protezione sociale e a reintegrare il potere d’acquisto delle famiglie, come sarebbe invece necessario.

Servirebbe un rilevante sgravio fiscale per i ceti medi e medio – bassi.

Un leggero abbattimento fiscale non sarebbe infatti sufficiente: per rinvigorire il potere d’acquisto delle famiglie, servono salari e stipendi decenti, meno precarietà del lavoro, mutui più leggeri, sostegno ai disoccupati, prezzi e tariffe abbordabili.

Ma dove si trovano i soldi in un bilancio statale in rosso, impoverito dall’abolizione dell’Ici e gravato del fallimento Alitalia?

Su questi fronti non c’è, per altro, solo il governo e inoltre non è giusto scaricare tutto su noi contribuenti.

Imprese, banche, associazioni di categoria devono assumersi le loro responsabilità.

 

Quinto. Coordinare le azioni con l’Europa e oltre.

Il coordinamento europeo è debole.

Si deve fare di più e occorre estenderlo anche agli USA, almeno.

Una risposta globale a questi terribili guasti prodotti dalla globalizzazione liberista andrà elaborata dalle Istituzioni multilaterali, per scrivere nuove regole e potenziare i controlli; ma nessun progresso sarà reale e duraturo se il mondo continuerà a essere guidato da questa casta rapace.

Si parla tanto di nuovi piani Marshall, e non sempre a proposito.

Possiamo tuttavia trovare la giusta ispirazione nelle semplici e limpide parole impiegate da Gorge C. Marshall per illustrare l’autentico fine di quella missione: against hunger, poverty, desperation and chaos (contro la fame, la povertà, la disperazione e il caos).

Parole piene di significato anche nei nostri tempi moderni.


Licenziamenti. . . . . .che preoccupazione!Quali soluzioni!

Febbraio 12, 2009

 

Epifani, “il malessere è tanto e può anche esplodere”

C.R., 11 febbraio 2009, 15:50 from: http://www.aprileonline.info/print_article.php?id=10963

“E’ ora di finirla con la polizia che carica gli operai che occupano le fabbriche”. Il segretario generale della Cgil, durante un’intervista a Radio 3, traccia un quadro della crisi economica, che avrà il picco “più devastante” tra marzo e giugno  e impone a tutti di tenere i “nervi saldi”; torna a puntare l’indice sul governo che ha “sottovalutato e non si è dotato di un’idea con cui affrontare la crisi”  e chiede al Partito democratico “di avere le sue radici nel mondo del lavoro”

Veltroni scrive ad Epifani: “Necessaria una grande mobilitazione unitaria e di massa  Lo abbiamo già fatto una volta, il nostro paese è uscito da una crisi gravissima come quella del ‘92 dandosi delle regole condivise da tutti. E’ solo cercando e costruendo l’unità tra le tutte le forze sociali e mettendo subito in atto una serie di azioni consistenti a sostegno dei lavoratori, delle imprese e delle famiglie che si potrà evitare al paese un periodo di drammatiche difficoltà”

La crisi e gli aiuti all’auto, l’accordo separato sui contratti e il ruolo del Pd, lo sciopero di venerdì di Fiom e Fp Cgil. Dai microfoni di “Faccia a faccia” su Radio tre, il leader della Cgil Guglielmo Epifani è tornato sui temi caldi del paese ribadendo punto per punto le idee e le scelte della confederazione che – secondo il numero uno di corso Italia – sono alla base della mobilitazione del 13 febbraio.

“In assenza di risposte la crisi vivrà un picco devastante tra maggio e giugno”, ha spiegato Epifani, “c’è tanto malessere che può anche esplodere”. E il monito ha radici profonde: in una settimana ben due cariche della politica contro gli operai che chiedono solo di lavorare: è successo alla Fiat di somigliano, è successo all’alba di ieri alla Innse di Milano.
Ma il governo “non si è dotato di un’idea su come fronteggiarla” visto che “ha sottovalutato la crisi” e infatti “ha varato solo una manovra supplementare di 7 miliardi di euro – ha continuato il segretario generale della Cgil – la più bassa in assoluto rispetto agli altri paesi”.

In particolare sul settore auto “il governo ha detto per mesi che non c’era bisogno di intervenire, mentre gli altri paesi costruivano risposte: Usa, Spagna, Inghilterra, Francia e Germania, praticamente tutti – ha sottolineato Epifani – Noi invece fino a 10 giorni fa non abbiamo fatto nulla, con il risultato che in altri paesi riprendeva la domanda mentre da noi era paralizzata dal fatto che i consumatori restavano fermi in attesa di provvedimenti”. Provvedimenti che sono arrivati la settimana scorsa ma “è ancora poco”, ha osservato il numero uno della Cgil, “il governo ha fatto una parte soltanto, e non quella fondamentale: legare cioè gli aiuti a un accordo esplicito a non delocalizzare, a non chiudere le fabbriche e a difendere l’occupazione, cosa che gli altri governi hanno fatto con le loro industrie automobilistiche”.

Per esempio “le dimensioni dell’intervento francese sono impressionanti – ha detto Epifani – Sarkozy si è mosso con l’idea di salvaguardare dei settori industriali fondamentali per il futuro della Francia e noi avremmo dovuto fare la stessa cosa”. Però è anche vero che “non va bene che ogni paese fa come vuole – ha puntualizzato il dirigente sindacale – Ci vuole un coordinamento delle politiche a livello europeo”. Per tutti questi motivi “è molto importante” lo sciopero di venerdì organizzato dalle categorie di Fiom e Fp così come la “grande manifestazione” della Cgil in calendario per il prossimo 4 aprile: “Chiederemo un piano vero di politica industriale – ha commentato Epifani – un piano per gli ammortizzatori sociali, di cui non c’è ancora traccia, e chiederemo anche la difesa dei principi della Carta Costituzionale”.

Ma le critiche di Epifani non si sono indirizzate solo al governo, il numero della Cgil ha lanciato un messaggio molto chiaro al leader del Partito democratico Walter Veltroni: “Su alcune grandi scelte deve avere una voce chiara”. Come sulla riforma dei contratti siglata da imprese, Cisl, Uil, Ugl e rigettata da corso Italia. “Chiedo al Pd di avere le sue radici nel mondo del lavoro, di recuperare la sua capacità di lettura dei processi che riguardano la condizione dei giovani, dei precari, degli anziani, perché solo di fronte a uno schema così possiamo avere la capacità di confrontarci nel merito delle questioni. Su alcune grandi scelte deve avere una voce chiara” e in particolare “di fronte a un accordo separato – ha insistito Epifani – deve dire con forza quello che ha detto Ciampi e cioè che non si possono fare accordi separati senza la Cgil e, aggiungo, senza la Cisl e senza la Uil”.
In più il Pd deve avere “un’idea compiuta di come regolare il rapporto tra le organizzazioni sindacali e i lavoratori, che richiama il grande problema – ha concluso il numero uno della confederazione – di come la democrazia ritorna a essere un punto fondamentale per tutti e non solo per la Cgil”.

Milano, cariche contro gli operai

C.R., 10 febbraio 2009, 14:17

from aprile-online.info

La settimana scorsa è successo a Pomigliano, stamani alla Innse di Milano, dove gli operai lottano da oltre 9 mesi per salvaguardare la continuità produttiva. Nel disinteresse di comune, regione e governo. Se agli operai che chiedono il pane vengono date manganellate, alla crisi della fabbrica si aggiunge quella della democrazia

Lo avevamo annunciato. È accaduto. Stamani intorno alle 5.40 i carabinieri in tenuta antisommossa si sono presentati ai cancelli della Innse, alla testa del gruppo Silvano Genta, il proprietario dell’azienda milanese che un anno fa ha chiuso la propria produzione licenziando 50 operai, in coda la polizia. Da oltre 9 mesi gli operai della fabbrica metalmeccanica resistono allo sgombero dei macchinari per salvaguardare un posto di lavoro reale, la continuità produttiva, il rifiuto della chiusura della fabbrica che ha un indotto e che, in questa crisi economica italiana e mondiale, vale più dell’oro. Chiedono di lavorare, ottengono cariche e manganellate. C’è davvero di che preoccuparsi, se sono queste le misure che il centrodestra al governo a Roma e a Milano ha deciso di mettere in campo di fronte al precipitare della crisi economica e delle sue gravi conseguenze sull’occupazione e sulla vita di milioni di lavoratori.
Eppure l’azienda è sanissima, come tutti sanno benissimo perché gli operai lo hanno spiegato e dimostrato durante la loro lunga lotta esemplare. Si era fatto avanti anche un compratore, (
l’imprenditore Ormi, da Brescia, con un pacchetto di commesse per i prossimi due o tre anni, ndr) ma si vuole chiudere l’attività per finalità puramente speculative (*).

Questa della Innse, infatti, è una storia di speculazione, di crisi economica e di una mutata strategia politica. La Innse non ha i conti in rosso, non è stretta dai creditori. È solo che il suo padrone, Genta appunto, ha deciso semplicemente di smantellare la produzione. Eppure la fabbrichetta lui l’ha pagata solo 750 mila euro, quanto un appartamento in centro città. L’ha comprata nel 2006 a prezzi stracciati, grazie alla procedura di amministrazione straordinaria, ma anche con l’impegno di rilanciare l’azienda. Da mesi non paga l’affitto dei terreni, di proprietà di un’altra società sull’orlo del fallimento. L’affare economico è allettante: c’è l’Expo che incalza. Ed è pronta una speculazione immobiliare. A giugno dello scorso anno Genta decide di licenziare gli operai con un telegramma. Le porte della fabbrica vengono chiuse con i lucchetti si avvia la cassa integrazione. Che dura fino a settembre. I lavoratori hanno sempre continuato a lavorare in autogestione fino a quando hanno messo sotto sequestro l’area ad ottobre, momento in cui hanno iniziato il presidio. Senza stipendio i 50 operai hanno chiesto alle istituzioni locali la cessione dell’azienda. Gli imprenditori c’erano, non la volontà.

L’intervento degli agenti era previsto fin da ieri, malgrado il tentativo di alcuni importanti esponenti della Cgil che aveva cercato di intavolare una mediazione con la Prefettura del capoluogo lombardo.
Così, alle prime luci dell’alba, una ruspa seguita da un ingente schieramento di carabinieri ha rimosso una barricata costruita nella notte dagli operai con pezzi di risulta dei cantieri per ostruire uno degli ingressi posteriori dell’area in fondo a via Caduti di Marcinelle e quando i manifestanti sono accorsi, sono stati bloccati dai cordoni delle forze delle ordine. I diversi tentativi, fino alle 6.15, di sfondare il blocco da parte dei dimostranti, che hanno lanciato dei bulloni e dei petardi, sono stati respinti dagli agenti che sono ricorsi ai manganelli. Diversi gli operai contusi, tra cui il consigliere regionale del Prc Luciano Muhlbauer che ha riportato un taglio sulla fronte e un operaio con il naso rotto. Due carabinieri si sono fatti visitare sul posto dai sanitari di un’autoambulanza.

Verso le 7.40 si è registrato l’ultimo momento di tensione con l’ennesimo fronteggiamento e qualche spintone, conclusosi quando i funzionari della polizia, dopo una lunga trattativa, hanno permesso l’ingresso nei capannoni di un lavoratore delle Rsu della Innse e di un funzionario della Fiom, che hanno potuto assistere alle prime operazioni di sgombero. Infatti poco prima un camion scoperto e due grossi furgoni con una decina di operai a bordo, mandati dalla proprietà, sono entrati nell’area da un ulteriore ingresso, e qui hanno smontato un quadro elettrico, i bilanciamenti di una pressa e portato via del legname.

Intorno alle 9 il grosso dei manifestanti ha lasciato alla spicciolata il presidio degli operai Innse, che prosegue in maniera pacifica non essendo stato sciolto dalle forze dell’ordine.
Al presidio di fronte ai cancelli tenuto da mesi dagli operai dell’azienda, si erano aggiunti dalle 5 di questa mattina diversi delegati di altre realtà lavorative milanesi e della Fiom, studenti dell’Onda, militanti dei centri sociali, e diversi esponenti politici lombardi del Pdci, di Sinistra critica e del Prc, tra cui l’europarlmaentare Vittorio Agnoletto e gli assessori provinciali Sandro Barzaghi e Bruno Casati.

La carica al presidio che da settembre controllava i capannoni per impedire lo smantellamento dei macchinari viene duramente condannata dall’Istituzione proviciale e dai sindacati: “Pensiamo – ha detto l’assessore Giansandro Barzaghi – che il ruolo delle Istituzioni sia fondamentale e stamattina non abbiamo visto le altre. E’ molto grave. Dobbiamo denunciare che queste Istituzioni si sono prostrate ad uno squallido e selvaggio speculatore. Se Regione e Comune si sono limitate a registrare una volontà politica noi abbiamo il dovere di denunciarlo. E’ così che si pensa di risolvere la crisi? Con la polizia e lottando contro i lavoratori?”. Gli ha fatto eco il collega, titolare dell’assessorato al Lavoro, Bruno Casati, che ha parlato di “fatto grave e negativo”.
“Se il lavoro nel 2009 – ha detto – si inaugura con questi fatti e quelli di Pomigliano di pochi giorni fa, non si comincia bene. Se agli operai che chiedono il pane vengono date legnate, alla crisi della fabbrica si aggiunge quella della democrazia. La critica – ha precisato Casati – è rivolta all’imprenditore (Genta, ndr) che è uno speculatore e alle Istituzioni che tranne la Provincia si sono defilate. Il Comune di Milano deve assumersi le sue responsabilità perché non c’è soltanto l’Expo”.
Duri anche i rappresentanti sindacali: “Siamo arrivati al punto che gli operai per difendere il loro diritto a lavorare prendono sprangate dalla polizia – ha sottolineato Sergio, Rsu Fiom -. La cosa che traspare è che il nostro problema è Aedes (
proprietario dell’area su cui sorge la fabbrica, che reclama il mancato pagamento da parte dell’imprenditore -speculatore Genta di svariate mensilità relative all’affitto del terreno, ndr). Si chiude una fabbrica per sanare i suoi debiti”. “Siamo preoccupati per come si sta gestendo questa crisi – ha aggiunto Roberto Giudici della Fiom-. Chi la sta pagando sono i lavoratori. Con i tavoli non si risolve niente perché non ne sono stati aperti per trovare una soluzione al problema, ma soltanto per tamponare una situazione”. Esprimendo “solidarietà e sostegno alla lotta delle lavoratrici e dei lavoratori dell’Innse”, la Segreteria nazionale della Fiom spiega che “il moltiplicarsi di interventi delle forze dell’ordine contro lavoratrici e lavoratori non può che alimentare una tensione sociale diffusa al Nord come al Sud; tensione la cui totale responsabilità ricade sul Governo”.

“Le forze dell’ordine che picchiano degli operai per permettere al proprietario dell’azienda di portar via dei macchinari lasciando così senza lavoro 49 famiglie: questo è quello che ho visto stamattina all’alba di fronte alla Innse” ha dichiarato l’eurodeputato di Rifondazione, Vittorio Agnoletto, presente questa mattina al presidio degli operai, che ha aggiunto “non volevo credere ai miei occhi, queste scene pensavo appartenessero ormai ad un lontano passato o ai documentari cinematografici, una vergogna per uno Stato fondato sul lavoro come recita la nostra Costituzione”.

“Chiedo al prefetto e al questore di Milano se è questa la ricetta con la quale intendono combattere la disoccupazione nella nostra città – si domanda Agnoletto – e se nelle prossime ore i tanti lavoratori che nella provincia di Milano stanno difendendo il posto di lavoro dovranno anch’essi aspettarsi manganellate da poliziotti e carabinieri”.

Il consigliere regionale del Prc Luciano Muhlbauer parla di “una carica dei carabinieri assolutamente indiscriminata durante la quale sono stati presi a manganellate sulla testa gli operai, un sindacalista della Fiom e anche il sottoscritto, nonostante la sua qualifica di Consigliere regionale fosse conosciuta dai responsabili di piazza”.
Muhlbauer prevede che il proprietario della Innse Silvano Genta e la polizia “si ripresenteranno ai cancelli per finire il lavoro, riempiendo nuovamente di botte gli operai: questa è anzi una certezza, a meno che le istituzioni non facciano quello che finora non hanno fatto, cioè promuovere un tavolo negoziale serio, che non si limiti semplicemente a fotografare le difficoltà della situazione”.

(*) http://www.aprileonline.info/notizia.php?id=10928


Un recente articolo di Eugenio Scalfari. . . .che mi fa pensare. . .

Gennaio 27, 2009

nklj1oca4f1y8ncakqxxwwcapq5wu5ca5mj49ycagql5sncacoa4dpcar86o3ccagmqpmqcaduus35cay59pb0cav8qjbsca5l0mexcazku6zfcaeajoz7cafxh35pca96064pcae9xgjzcarc1ndgIL COMMENTO (da Repubblica del 25 gen 2009)
Federalismo e contratti due scatole vuote
di
EUGENIO SCALFARI

SIAMO ormai entrati in piena recessione economica e i nodi stanno venendo al pettine tutti insieme, ma la vera ondata di piena arriverà tra marzo e maggio come tutte le previsioni annunciano. Intanto non cessano e anzi aumentano le turbolenze provenienti dalla crisi finanziaria e bancaria.
Si pensava e si sperava che questo secondo fronte si fosse placato, invece non è così. Dopo la Banca di Scozia la tempesta ha ripreso la sua virulenza sulle “majors” americane: la Bank of America, la JpMorgan-Chase, la Citigroup.
L’industria automobilistica dal canto suo non si regge più sulle sue gambe e interventi pubblici sono dovunque invocati e in molti paesi hanno già avuto attuazione.
In questo quadro recessivo mondiale che ormai comprende anche la Cina e le altre potenze emergenti, si stagliano per quanto riguarda l’Italia alcuni problemi specifici con caratteristiche proprie ai quali il calendario politico ha impresso nei giorni scorsi una forte accelerazione: il federalismo fiscale, la riforma contrattuale, i provvedimenti anticrisi, la ricerca delle risorse necessarie per farvi fronte e gli strumenti più appropriati da usare.
Di questi problemi intendo oggi occuparmi ma non voglio esimermi da un cenno preliminare che riguarda le prime iniziative del nuovo presidente degli Stati Uniti.
Ha preso tempo fino a febbraio per presentare un piano anticrisi di 825 miliardi di dollari cui seguiranno – ha annunciato – altri stanziamenti con l’obiettivo di creare nuovi posti di lavoro e un consistente sostegno dei redditi falcidiati dalla crisi. Nel frattempo ha marcato con provvedimenti immediati una profonda discontinuità rispetto alla politica del suo predecessore.


In politica estera ha messo al primo posto in agenda il tema del Medio Oriente chiamando a raccolta i protagonisti: Israele, Palestinesi, Paesi Arabi, Iran. Ha teso la mano all’Iran. Ha ribadito la lotta al terrorismo e l’importanza del fronte afgano. Ha dato inizio alla procedura per il ritiro delle truppe dall’Iraq.
Fin dal primo giorno ha abolito la tortura praticata in molte carceri speciali gestite dalla Cia. In tema di diritti ha ripreso i finanziamenti per la ricerca sulle cellule staminali ricavate dagli embrioni ed ha riconosciuto alle donne la responsabilità primaria di decidere sul proprio aborto.
Barack Obama è profondamente religioso ma la sua fede non gli ha impedito di iniziare una politica dei diritti profondamente laica. L’uomo di fede si raccoglie spesso in preghiera nella sua chiesa, ma il presidente degli Stati Uniti tutela i diritti fondamentali come prescrive la Costituzione del suo Paese alla quale ha giurato fedeltà.
Ecco un esempio che ci viene da una grande democrazia e che ci auguriamo serva da punto di riferimento per tutti.


La legge sul federalismo fiscale è stata approvata in Senato con il voto compatto del centro-destra, l’astensione del centro-sinistra e il voto contrario dell’Udc di Casini.
Bossi ha dato atto all’opposizione d’aver scelto un atteggiamento di saggezza che ha reso possibile un passo avanti di una riforma che la Lega ritiene essenziale. I commenti dei “media” hanno accolto con favore (e alcuni con moltissimo favore) questa novità parlamentare definendola “storica” e auspicando che possa estendersi ad altri temi sul tappeto a cominciare dalla riforma della giustizia. Si è parlato addirittura di un asse Veltroni-Bossi con ricadute importanti sul quadro politico italiano. E’ stata notata una palese irritazione di Berlusconi.
E’ questa la realtà di quanto è accaduto? Oppure si tratta di una rappresentazione che contiene alcuni elementi di verità ed altri di falsità? Un elemento di verità riguarda i contatti tra il Partito democratico e la Lega. Sono stati frequenti e hanno dato luogo ad una riscrittura di alcune parti importanti della legge. Sulla valutazione delle differenze esistenti tra regioni povere e regioni ricche in materia di evasione fiscale, di efficienza organizzativa e di tempistica necessaria per rendere omogenei questi parametri.

Sull’istituzione di una Commissione che emetta i pareri richiesti per l’emanazione dei regolamenti attuativi della legge-delega. Sulla necessità di indicare i tributi propri delle Regioni e dei Comuni. Sulla parità dei diritti riconosciuti agli utenti di pubblici servizi (sanità, giustizia, trasporti, assistenza) sulla base di identici standard in tutto il territorio nazionale.
Il “modello lombardo” che inizialmente fu la posizione della Lega e di tutto il centro-destra è stato abbandonato nel corso d’una trattativa durata molti mesi i cui risultati finali sono maturati nel lavoro in commissione parlamentare e infine approvati in aula.
Ma i risultati negativi non mancano e sono tutt’altro che marginali. Il primo riguarda lo squilibrio di fondo tra il Nord e il Sud, che la riforma così come è stata concepita aggraverà. Per limitare quest’aggravamento sarà inevitabile procedere con due diverse velocità. Il Nord potrà attuare la normativa via via che i regolamenti attuativi saranno emanati (con l’indispensabile accordo della conferenza Stato-Regioni); il Sud chiederà più tempo e continuerà a pesare sulla fiscalità generale.
Il secondo elemento negativo riguarda la completa assenza di stime circa il costo immediato della riforma e il costo di quando sarà a regime. Il ministro Tremonti, appositamente convocato in Parlamento per dare delucidazioni in proposito, ha dichiarato che era impossibile indicare cifre: mancano studi e criteri omogenei di valutazione. In queste condizioni nessuno può azzardare un pronostico, sarebbe come giocare alla lotteria specie in una fase terremotata dell’economia mondiale.
Tremonti ha indubbiamente ragione: il costo del federalismo fiscale così come è configurato nella legge-delega che è un manifesto ideologico più che una legge vera e propria, non è prevedibile. In realtà la legge-delega è uno scatolone vuoto, un indirizzo politico, non ci sono misure attuative, non esiste una carta delle autonomie locali che indichi chi fa che cosa; è aperta la questione delle provincie e delle aree metropolitane; è apertissimo il rapporto tra Regioni e Comuni; non è risolto il tema essenziale dei tributi propri.
In realtà questa non doveva essere una legge-delega ma semplicemente una legge di indirizzo alla quale doveva seguire una legge-delega ancorata ad una normativa concreta che sarebbe servita al Parlamento per controllare l’aderenza dei decreti delegati alla normativa indicata. In mancanza di criteri si tratta dunque di una delega in bianco, il classico caso del budino il cui gradimento si può misurare soltanto quando sarà stato mangiato. Si può approvare una riforma di questo tipo? Che di fatto instaura una “secessione fiscale” della Padania dal resto del paese? Senza conoscerne gli effetti sulle finanze dello Stato? Ha scritto Luca Ricolfi sulla “Stampa” che la legge-delega dovrebbe almeno prevedere degli anticorpi, cioè impedire fin d’ora sconfinamenti di deriva macro-economica riportando in capo allo Stato il potere di modificare la legge quando i suoi esiti mettessero a repentaglio i parametri di stabilità nazionali e internazionali. Ricolfi ha ragione, ma questi anticorpi mancano purtroppo del tutto.
Dunque la legge-delega così come è uscita dall’aula del Senato a mio avviso non può essere approvata dal centro – sinistra alla Camera se almeno quegli anticorpi non saranno inseriti. Il voto al Senato ha avuto il pregio di riconoscere i miglioramenti ottenuti e di dimostrare che il federalismo fiscale è obiettivo condiviso. Ma qui dovrebbe finire la condivisione su una delega impropria e non cifrata, priva di clausole di salvaguardia chiare e imperative.
Del resto l’astensione al Senato ha valore di voto contrario. La traduzione letterale sulla base del regolamento della Camera è il voto negativo. I “nordisti” del Pd fanno bene a voler competere con la Lega ma debbono farlo su un terreno appropriato alla vocazione di un partito nazionale quale è e vuole essere il Pd. Lo slogan di trattenere sul posto le entrate e destinarle alle spese di quel posto è il mantello d’Arlecchino e non può essere una visione nazionale del bene comune. Voglio sperare che i piemontesi, i lombardi, i veneti del Partito democratico non dimentichino la storia del nostro paese e il contenuto che i loro avi dettero alla sua unità.

 

Nella stessa settimana del voto al Senato sul federalismo fiscale il governo aveva convocato le parti sociali e le Regioni per discutere le misure anticrisi.
Questo e solo questo era l’ordine del giorno per il meeting a Palazzo Chigi di venerdì 23 gennaio.
La discussione è durata pochi minuti. Infatti le misure anticrisi ruotavano soprattutto sul finanziamento degli ammortizzatori sociali (cioè sulla Cassa integrazione e altri analoghi istituti) che Tremonti vuole effettuare “senza oneri per il bilancio”. Il solo modo per realizzare quell’obiettivo è di cercare i soldi necessari fuori dal bilancio, ma dove? Togliendoli alle Regioni e agli impieghi da esse previsti. Il “tesoretto” desiderato da Tremonti per finanziare gli ammortizzatori ammonta a 8 miliardi di euro da prelevare a carico dei fondi europei erogati alle Regioni per far fronte alla formazione dei lavoratori, che è un’altra forma di sostegno del reddito e di preparazione professionale.
Le Regioni presenti al meeting di venerdì hanno obiettato al ministro dell’Economia che non avrebbero accolto le sue richieste se prima egli non avesse indicato quali erano le risorse che lo Stato metterà sul tavolo da parte sua e tutto è stato rinviato a giovedì prossimo.
A questo punto Epifani si è alzato ritenendo che la riunione fosse terminata ma ha constatato con stupore che tutti gli altri rappresentanti delle parti sociali (sindacati, commercianti, banchieri, cooperative, Confindustria) restavano seduti. Ha chiesto se c’erano altre questioni da esaminare. “Visto che siamo qui tutti” ha risposto Gianni Letta “utilizziamo l’incontro per discutere la riforma contrattuale”.
La signora Marcegaglia a quel punto ha distribuito un documento sulla contrattazione privata e il ministro Brunetta ha distribuito un altro documento sulla contrattazione del pubblico impiego. Epifani ha chiesto 24 ore di tempo per l’esame dei due testi, preliminare alla discussione che ne sarebbe seguita.
Silenzio assoluto. “Debbo dedurre che i testi non sono emendabili?”, ha domandato il segretario della Cgil. Ancora silenzio. A questo punto Epifani ha preso la via dell’uscio senza che alcuno lo trattenesse.
Mi spiace di non aver letto questo racconto sui giornali di ieri, eppure esso fa parte integrante dello “storico” incontro sulla riforma dei contratti ed è – diciamolo – abbastanza stupefacente.

 

Ma andiamo al merito di questa riforma che il maggior sindacato italiano non ha firmato.
E’ vero che essa diminuisce l’importanza del contratto nazionale e rivaluta il contratto di secondo livello agganciandolo alla produttività. Ed è vero (come ha ricordato Enrico Letta sul “Corriere della Sera” di ieri) che questa rivalutazione é suggerita dalle mutazioni dell’economia post-industriale ed era già stata proposta dal governo Prodi. Quante buone cose aveva avviato il governo Prodi, vengono fuori un po’ per volta e una ogni giorno; alla fine i suoi truci nemici di ieri gli faranno costruire un monumento in vita, magari a cavallo della sua bicicletta.
Basta. E’ anche vero che la riforma prevede un’inflazione al tasso adottato dalla contabilità dell’Eurostat al netto delle importazioni di beni energetici. Questo punto di riferimento è probabilmente migliore dell’inflazione programmata usata finora nei contratti. Ma qui cessano le virtù della riforma. Vediamone i difetti.
1. Riformare i contratti e agganciarli alla produttività in una fase di recessione, licenziamenti, diminuzione produttiva è come costruire caloriferi all’Equatore e frigoriferi ai Poli. Ma, si obietta, almeno la riforma sarà già pronta quando la crescita riprenderà.
2. L’accordo firmato venerdì non è un vero accordo sindacale e infatti si chiama “linee guida”. Documento di indirizzo. Dopo la sua approvazione saranno discusse le linee guida di area e infine si arriverà ai contratti nazionali di categoria veri e propri. Diciamo che la costruzione è alquanto barocca, le linee guida sono più o meno un altro scatolone come la legge delega sul federalismo. Ma da dove viene l’urgenza? zbe3zyca9ptkizcavere1fcaaau5yjcajx1fp8caxfdb34ca0hcpmccad16svyca6mhod7cauctl48camue5d5caxh08mlcanxtudica40nnjgcan4fpzwcajwvie8ca0h8z65ca6pdp7rcawej0uq
3. L’urgenza viene dal fatto che Confindustria e sindacati (assente la Cgil) avevano stabilito il valore del “punto” retributivo al quale applicare il tasso d’inflazione Eurostat per determinare l’ammontare dei contratti di categoria. Il valore di quel “punto” è inferiore a quello attualmente vigente e sul quale sono stati costruiti i contratti fino a questo momento: inferiore di un 15 per cento nella migliore delle ipotesi. Non so se Enrico Letta fosse al corrente di questo piccolo dettaglio. Forse non guarderebbe con tanto ottimismo all’accordo di venerdì scorso.
In sostanza l’operazione prevede una piattaforma al ribasso dei contratti nazionali, da recuperare nei contratti di secondo livello che saranno stipulati azienda per azienda, con esplicita esclusione di contratti di “filiera” riguardanti aziende di analoga struttura e produzione.
Poiché il 95 per cento delle imprese italiane sono di piccolissime dimensioni, ciò significa che per una moltitudine di lavoratori il contratto di secondo livello non ci sarà mentre il contratto nazionale di base partirà con una decurtazione notevole.
E’ così che stanno le cose? Lo domando alla signora Marcegaglia e a Bonanni e Angeletti. Sarò lieto di essere smentito sulla base di fatti provati, ma se così è, a me sembra scandaloso.

(….)
(25 gennaio 2009) http://www.repubblica.it/2008/04/sezioni/politica/scalfari-fondi-2/scalfari-25gennaio/scalfari-25gennaio.html