Etica e Laicità – Intervista a Massimo Cacciari

Giugno 4, 2009

cacciariAS 03 [2009] Forum/Dialoghi © fcsf – Aggiornamenti Sociali Etica e laicità Intervista a Massimo Cacciari Aggiornamenti Sociali Proseguendo il Forum sulla laicità, pubblichiamo un’intervista al prof. Massimo Cacciari in cui si affronta il rapporto tra etica e laicità con particolare riferimento alla prassi politica.                                                                                                                                                 Esiste un’etica «laica»? In caso affermativo, quali sono i principi e i valori a cui si ispira?                                                                                                                   Paradossalmente direi che l’etica è soltanto laica. Ma bisogna intendersi bene sui termini. Se andiamo all’etimologia della parola, ethos è quell’insieme di usi e costumi che sono condizionati culturalmente e dalle circostanze. Si potrebbe dire che, di per sé, l’etica non si differenzia per i valori universali (per esempio quello di non uccidere). Non si troverà mai un’etica che dice che è bene uccidere, le differenze emergeranno piuttosto circa le condizioni in cui è bene, o è possibile, uccidere. Allo stesso modo, non si troverà mai un’etica che affermi la bontà del suicidio; si troveranno invece etiche per le quali, in alcuni casi, il suicidio è bene e perciò l’uomo virtuoso si toglie la vita. È sulle circostanze condizionate culturalmente e storicamente che le distinzioni diventano significative. Quindi, se andiamo al di là delle affermazioni assolutamente astratte, ci accorgiamo che l’ethos ha a che fare con situazioni precise, storicamente determinate, che accomunano famiglie di uomini e attorno alle quali si organizzano tradizioni, società e culture e che durano per un certo tempo, un tempo determinato. Le politiche si trasformano, le forme del fare si trasformano, anche l’ethos cambia, ma i suoi sono tempi lunghi; si muove su onde lunghe. Nella nostra vita ci sono tanti tempi che corrono insieme, ognuno con i suoi ritmi, e sono completamente diversi fra loro. È uno dei problemi che constatiamo oggi. Il ritmo della rivoluzione tecnologica corre con una velocità incomparabile rispetto alla trasformazione dell’ethos e ciò crea delle schizofrenie. Ma non bisogna meravigliarsi: questi tempi sono sempre stati diversi. Il tempo dell’ethos nell’ordine storico, sociale, mondano, secolare è il più lungo, analogo a quello della trasformazione dei linguaggi. I tempi del fare, della politica sono più rapidi e quelli legati alle tecniche lo sono ancora di più. Sono tempi sfasati l’uno dall’altro. Il tempo dell’ethos, proprio perché di lunga durata, ci accompagna più a lungo e su di esso ci fondiamo maggiormente. E quando uno dei tempi importanti della società civile corre di più rispetto a quello dell’ethos — per esempio quello economico e tecnico — è come se ci mancasse la terra sotto i piedi. La dimensione religiosa è un’altra cosa. È quella in cui c’è una dimensione valoriale, che è incontrovertibile, eterna, divina. Tutto ciò non ha niente a che fare con l’ethos. Ridurre il cristianesimo a etica è un peccato mortale. Io sono perfettamente d’accordo con Kierkegaard 1 non per ragioni esistenziali, ma per ragioni logiche. Il cristianesimo non ha nulla a che vedere con l’etica, nel senso di ethos che dicevo sopra. E quando si corre sui binari della storia, si alza lo sguardo e si hanno valori ideali, ecco scaturire il dramma cristiano: vivere cioè lo sconfinato abisso tra l’orizzonte valoriale eterno, divino, e l’ethos che, per quanto duri, eterno non è. Il cristiano vive, però, in questa città degli uomini con quella carica valoriale in cui crede fermamente. Quale sarebbe, allora, in questo vivere nella città degli uomini, il ruolo di un cristiano? Il cristiano ha un compito «pericoloso» perché mette costantemente in crisi l’ethos. In virtù della sua fede, infatti, agisce da fermento all’interno dell’ethos. Pensiamo a quanto il cristianesimo ha fatto nella storia, riuscendo a scalzare l’ethos classico: ha compiuto un’operazione di portata rivoluzionaria. Cosa che, per esempio, non ha fatto l’Islam, il quale custodisce l’ethos classico molto più del cristianesimo, anche se può non sembrare così. Ha, infatti, un aspetto di religio civilis 2 come aveva l’ethos classico; non chiede all’uomo la «sovraumanità» di rapportarsi costantemente con l’autenticità della propria interiorità, ma chiede un culto, proprio come facevano i romani. Nella Roma classica non si esigeva tanto di credere alla divinità dell’imperatore, ma di riservare a lui un culto. Forse che Plotino credeva alla divinità dell’imperatore? Nessuno più vi credeva! Avevano ragione i Padri della Chiesa quando affermavano che i romani non credevano più a nulla; erano tutti atei. I romani chiedevano culti e i cristiani furono perseguitati per motivi politici, perché si rifiutavano di riservare questi culti all’imperatore. Ancor più l’Islam, in maniera più esplicita, richiede un culto, nel senso che si richiamava sopra, cioè un’obbedienza assoluta. Ma qui il discorso si complica e non è possibile affrontare in poche pagine la questione senza cadere in semplificazioni monolitiche e in letture statiche di questa religione. La prospettiva cristiana è, invece, completamente diversa, proprio perché scombina il rapporto lineare tra etica e fede: lo sconquassa, oserei dire. Certo, se il cristianesimo non si fosse poi incarnato in culti e obbedienze non sarebbe durato come invece dura; sarebbe divenuto una gnosi, come peraltro rischiò di fare tra il primo e secondo secolo 3. Ma il suo nucleo vivificante è altro, è quello della fede, che ha fatto in modo che non si incarnasse e inaridisse mai in nessun ethos. E cosa vuole dire Sant’Agostino quando afferma che questa religione non tiene conto di costumi, di lingua, di niente, trascendendo in qualche modo tutto questo? 4. La forza del cristianesimo è questa; se lo si derubrica a etica occorre chiedersi quale etica. E se lo si «settorializza», facendolo divenire settarismo, perde la caratteristica fondamentale che è la cattolicità, cioè il suo essere universale. La cattolicità del cristianesimo sta in piedi nella misura in cui si tiene viva la distinzione tra dimensione etica e dimensione di fede. Una distinzione che non può mai essere separatezza. Questa è la difficoltà del concetto e anche dell’esperienza storica del cristiano. Riuscire a tenere unito e distinguere; più tieni unito e più distingui, e più distingui e più tieni unito, questa è la difficoltà dell’analogia 5 che il teologo Karl Barth non ha capito perché lui utilizza il mio stesso discorso circa etica e fede ma come separazione e poi lo attenua 6. È l’analogia che manca in Barth, che manca nella teologia dialettica. Il presidente francese Nicolas Sarkozy, durante l’ultimo viaggio del Papa in Francia, ha ribadito il concetto di laicità positiva 7 come invito al dialogo, alla tolleranza e al rispetto; come possibilità di scambiare opinioni, al di là delle credenze e dei riti. Cosa ne pensa? Per comprendere cosa si intende per «laicità positiva» credo basti, ancora una volta, andare all’etimologia della parola laico, da làos (popolo). Si tratta di quello spazio sano, positivo e propositivo di confronto, dialogo, ambito in cui affrontare i conflitti. La città dell’uomo è laica, governata dal popolo. L’ambito della fede è un altro. Dopotutto, chi ha detto che il suo regno non è di questo mondo? Più laico di così! E dire che è l’ambito della fede è un altro significa dire che è distinto, ma non separato. E la Chiesa dovrebbe — lei per prima — difendere questa posizione che fa parte integrante del cristianesimo stesso, ne è la sua radice più autentica. Ma credo sia sempre in agguato la grande tentazione, quella del potere terreno. Laico non è chi nega la trascendenza, ma chi ritiene trascendente il suo stesso esistere; cioè, in qualche modo, il laico non credente è colui che rende immanente la stessa trascendenza. Si può, allora, parlare di un ruolo pubblico della religione? Sì. E che le religioni avessero un ruolo pubblico ce lo dice la storia e lo riconosceva lo stesso Machiavelli. Questo, però, non vuol dire che la Chiesa debba confrontarsi sul piano politico. Se lo facesse, snaturerebbe il suo mandato: quello cioè di essere fermento, stimolo, di mostrare quali sono i confini della laicità. Si dovrebbe invece esaltare il momento in cui, sulla scena politica, nessuno è depositario del Valore 8. La grande tentazione della cattolicità è di voler dettare legge, cioè volere trasformare il Valore in legge dello Stato. Nella città degli uomini, invece, ci si confronta su valori diversi. L’ambito pubblico è complesso e in esso si decide qual è il valore relativo (non relativistico) da assumere con le procedure democratiche delle nostre società moderne. Tuttavia, è altrettanto vero che sarebbe esiziale per noi, oggi, vivere un atteggiamento di contrapposizione con la Chiesa, di contrapposizione sui valori. Occorre un atteggiamento rispettoso e attento, che richiede cioè la responsabilità di tutti. Io sono responsabile anche dei valori degli altri che non condivido, nel senso che devo fare in modo, io per primo, che il mio interlocutore abbia uno spazio e la possibilità di dialogare. Senza aggiungere, poi, che in società complesse come la nostra — in cui tentano di convivere tradizioni religiose diverse — il contributo di un cristiano, di un cattolico, è molto importante perché la sua sensibilità è maggiore su questi temi rispetto a quella di un laico non credente. Come e in che misura questo cammino verso la laicità positiva nella politica dei Paesi occidentali può beneficiare dell’elezione di Barack Obama? Spesso l’immagine che abbiamo degli Stati Uniti come terra della razionalizzazione, della secolarizzazione non corrisponde al vero 9. In realtà gli usa, e ce l’hanno insegnato i suoi grandi interpreti come Harold Bloom 10, possiedono una religio 11 molto simile alla religio civilis romana. Bush è riuscito a mobilitare, soprattutto dopo l’11 settembre, questa «religio americana», un misto tra fondamentalismo e «missionismo». Ha incarnato in sé, per un certo tempo, la visione di coloro che volevano essere rassicurati e cercavano certezze. Credo allora che l’elezione di Barack Obama sia venuta in un certo senso a rompere questa situazione idolatrica (cioè questo utilizzo della religione come strumento di potere) che si era tentato di stabilire con l’amministrazione Bush. A onor del vero bisogna sostenere, tuttavia, che la Chiesa ha resistito a questo tentativo di strumentalizzazione soprattutto con prese di posizione chiare contro la guerra. Per quella che è la sua esperienza politica, vede un difetto di laicità nel sistema politico italiano? Certamente sì, rispetto a quanto detto fino a qui. Da una parte, vuoi per un tardo positivismo, vuoi per ripetizione di un tardo illuminismo volterriano filtrato attraverso lo scientismo positivista, c’è un laicismo — chiamiamolo così per usare un termine di moda — che ritiene un relitto la dimensione religiosa e di fede nell’epoca tecnologica. Malgrado tutte le smentite della storia, è una posizione che ricorre e purtroppo la storia è fatta di corsi e ricorsi; dobbiamo prenderne atto. Dall’altra ci sono tentazioni da parte della Chiesa che tradiscono non solo la sua ispirazione originaria ma anche quel rinnovamento continuo che la mantiene viva e vitale, ed è quel volersi derubricare a etica, quel volersi fare legge del secolo. E ciò, paradossalmente, arriva a combinarsi con le tendenze laiciste, formando una sorta di fraterna inimicizia che finisce per schiacciare le posizioni che non si identificano con le loro, come quella che sto cercando di esporre. C’è poi un atteggiamento strumentale nei confronti della religione che tenta di accaparrarsela, trasformandola in religio civilis; e questo in Italia ma non solo (pensiamo agli Stati Uniti, come abbiamo detto, ma in generale è una tentazione relativa a tutto il mondo occidentale). Si tratta di un atteggiamento ipocrita, ripugnante sotto certi aspetti quando attuato da personaggi che, privi di ogni autentica esperienza religiosa, tentano di accaparrarsi le tendenze meno laiche presenti nelle Chiese o nella Chiesa, per motivi puramente contingenti. Poi, fuori da questo «mercato», si levano alcune voci forti e autorevoli — per esempio, nella Chiesa, quelle del card. Martini e del card. Tettamanzi — che interloquiscono positivamente anche sulle tematiche qui affrontate, anche se a volte si ha l’impressione che siano voci isolate, se non veri e propri clamantes in deserto . C’è una via di uscita a tutto questo? Certo che vedo una via d’uscita. È anche vero, però, che siamo in un tempo di crisi, di difficoltà. E al di là delle possibili strumentalizzazioni, si vedono molti che vanno in cerca di una fede che li rassicuri e di una politica, basata su una fede rassicurante, che possa garantire anch’essa sicurezza. Questa «fame» di sicurezza è autentica e vale poco cercare di fornire spiegazioni e argomentazioni differenti. Tale atteggiamento c’è e si impone in modo prepotente, con tutte le derive che abbiamo cercato di delineare. Come negare tutto questo? Il mondo ha subito le sue catastrofi ecologiche e tecnologiche, e vive oggi un rimescolamento di popoli e culture; pensare di governare facilmente processi di questo tipo è un po’ utopistico. Tuttavia, credo che si possa perlomeno provare a gestire tale situazione, in parte attraverso politiche sagge, in parte attraverso discorsi saggi, in parte attraverso predicazioni sagge. Quindi ognuno facendo la propria parte. In duemila anni abbiamo attraversato tante crisi di tipo epocale e in qualche modo il fermento di questa «laicità positiva» in dialogo con un’esperienza di fede autentica non è mai mancato. Non sono emersi solo il riferimento alla religio civilis e alle derive accennate. Perché, allora, non pensare che tutto questo, con la responsabilità di tutti, possa riproporsi?                                                                                                                                    Note:                                                                                                                                        Massimo Cacciari, nato a Venezia nel 1944, si è laureato a Padova in Filosofia, con una tesi sulla Critica del Giudizio di Immanuel Kant. Professore ordinario di Estetica nell’Università di Venezia dal 1985, nel 2002 fonda la Facoltà di Filosofia dell’Università «Vita-Salute San Raffaele» (Milano) di cui è preside fino al 2005. È stato cofondatore e condirettore di alcune delle riviste che hanno segnato il dibattito culturale, politico e filosofico italiano degli ultimi decenni fra cui Angelus novus (1964/1971), Laboratorio politico (1981/1985) e Paradosso (1990/2000). Tra le sue numerose monografie si segnalano, in particolare, Krisis (del 1976), Pensiero negativo e razionalizzazione (1977), Icone della legge (1985), L’angelo necessario (1986), Dell’inizio (1990), Della cosa ultima (2004). Deputato al Parlamento italiano dal 1976 al 1983 nelle file del pci, è stato sindaco di Venezia dal 1993 al 2000, carica poi nuovamente assunta nel 2005. È stato deputato al Parlamento europeo dal 1999 al 2000, quando si dimise in quanto eletto consigliere regionale del Veneto (2000).                                                                          

1 Søren Kierkegaard (1813-1855), filosofo e teologo danese. [Questa nota e le seguenti sono a cura della Redazione] 2 «Religio civilis significa che tutti i cives, dalla cui concordia la civitas trae origine e su cui si fonda, debbono riconoscersi appunto come membri di tale comunità, appartenere al suo destino, affermare la potenza di Roma come il proprio bene supremo; ma in nessun modo è possibile equipararla a una “religione di Stato”»: Cacciari M., «Digressioni su Impero e tre Rome», in Micromega, 5 (2001) 49. 3 La gnosi non si pone né nel campo della filosofia, né in quello della fede. Intende appagare il bisogno religioso dell’uomo senza un vero cammino di conversione che faccia i conti con la realtà della creazione e della storia. I Padri della Chiesa hanno combattuto lo gnosticismo considerandolo una vera e propria eresia cristiana. Cfr Cattaneo E. – Dell’osso C. et al., Patres Ecclesiae. Un’introduzione alla teologia dei Padri della Chiesa, il Pozzo di Giacobbe, Trapani 2008. 4 Sant’Agostino, La città di Dio, XIX,17: «Dunque questa città del cielo, mentre è esule in cammino sulla terra, accoglie cittadini da tutti i popoli e aduna una società in cammino da tutte le lingue. Difatti non prende in considerazione ciò che è diverso nei costumi (moribus), leggi e istituzioni, con cui la pace terrena si ottiene o si mantiene, non invalida e non annulla alcuna loro parte, anzi conserva e rispetta ogni contenuto che, sebbene diverso nelle varie nazioni, è diretto tuttavia al solo e medesimo fine della pace terrena se non ostacola la religione, nella quale s’insegna che si deve adorare un solo sommo e vero Dio», in . 5 Non è possibile qui affrontare il difficile concetto dell’analogia che tanto spazio ha avuto nel dibattito filosofico e teologico. Rimandiamo, tuttavia, a un breve articolo che aiuta a problematizzare la questione: Cacciari M., «Il destino dell’analogia», in Humanitas, 3 (1999) 350 ss. 6 Rimandiamo qui alla riflessione del teologo riformato svizzero circa l’analogia entis e l’analogia fidei. 7 Cfr Benedetto XVI – Sarkozy N., «Viaggio apostolico del Papa in Francia», in Aggiornamenti Sociali, 11 (2008) 690-702. 8 Valore con la «V» maiuscola non si riferisce a un particolare valore, ma alla sua assolutizzazione, prescindendo dalla necessità, sul piano politico, di un confronto sulla pluralità dei valori. 9 Cfr Birnbaum N.,«Si possono redimere gli Stati Uniti?», in Aggiornamenti Sociali, 9-10 (2002) 653-664. Secondo l’autore le categorie portanti dell’autocoscienza politica degli Stati Uniti possono essere interpretate come una «religione secolarizzata», non priva di conflitti e «scismi» interni. 10 Cfr Bloom H., La religione Americana. L’avvento della nazione post-cristiana, Garzanti, Milano 1994 (ed. or. 1992). 11 Cfr Piana G., «Cristianesimo come “religione civile”?», in Aggiornamenti Sociali, 3 (2006) 223-234. Qui l’autore analizza, tra le altre cose, il fenomeno della religione civile in ambito americano.


”L’immoralita’ e’ insita nel nostro Paese” – Intervista a Bruno Tinti

Maggio 13, 2009

librodi Aaron Pettinari – 3 maggio 2009
Intervista a Bruno Tinti (http://www.antimafiaduemila.it/)
Dallo scorso dicembre si autodefinisce un “cantastorie”. Lasciare il proprio lavoro di magistrato dopo oltre 41 anni trascorsi ad occuparsi di diritto penale dell’economia, di falsi in bilancio, di frodi fiscali e reati finanziari sicuramente non è stata una decisione facile.
Non lo è mai quando si ha tanta passione.
“Lascio perché è sempre più difficile fare il magistrato. Sono allo studio riforme legislative che ridurranno i pm a puri dipendenti del ministero di Grazia e Giustizia. Ho sempre fatto il pubblico ministero in modo del tutto autonomo perché, a mio parere, non c’ è differenza tra pm e giudice. Come pm ho sempre fatto un lavoro imparziale. Il pm chiede la condanna di un colpevole, non di un imputato. Non credo che possa essere identificato esclusivamente con l’ accusa, preferisco definirlo come la parte pubblica che conduce l’ indagine cercando di appurare la verità. Questo però presto diventerà impossibile. E quindi io non voglio trovarmi in una magistratura che non è più quella che conosco…”.
Così aveva spiegato la propria decisione lo scorso novembre.
Noi lo abbiamo raggiunto alla presentazione del suo nuovo libro: “La questione immorale”, tenutasi a Porto Sant’Elpidio, in provincia di Ascoli Piceno.
Dottor Tinti, quando si può parlare di “questione immorale”? La classe politica spesso usa questi termini ma poi si perde nel significato della parola stessa con atteggiamenti tutt’altro che morali…
“Io non farei esempi di moralità o immoralità della nostra classe dirigente. Il discorso è molto più ampio. Basta guardare la nostra situazione e la nostra storia. La rappresentanza politica che è presente in Parlamento non è certo nata oggi. Se il Paese, da anni ormai, esprime la propria preferenza per questa classe dirigente evidentemente questo significa che noi cittadini vogliamo essere rappresentati da A4TUZF9CALIBJ7WCAETC5JBCAN2C3GYCA6D8MJRCAE0CNR5CAOB5Z49CAXG490SCA7YZTLSCANC8P4ICAE5EU3NCAZD8ODKCACZM8E4CAFD5FNDCAHYEF3WCAUHZV1TCAIPJPNTCA9AF447CA8NQGJRcerti soggetti, perché ci identifichiamo negli stessi. Poi va considerato che siamo in presenza di un circolo vizioso perché i cittadini non sono informati a causa di un tipo di informazione proprietaria che effettua un certo tipo di propaganda. Se il cittadino non viene informato, e non supera questo handicap tentando egli stesso di reperire informazioni tramite internet o quotidiani, ecco che i cittadini restano sudditi, continuando anche in futuro ad esprimere preferenze per leader che approfittano della situazione per proprio vantaggio. Ma la cosa ancora più preoccupante è che la nostra è una classe dirigente inquinata dal malaffare perché ad essere inquinato è il popolo italiano. E per dimostrare questo non serve fare grandi esempi, basta guardare alle piccole cose. Dalle auto parcheggiate in doppia fila, fino ai limiti di velocità mai rispettati. O ancora le leggi sulla parità di diritto tra uomini e donne sul lavoro o tra italiani e stranieri. Queste sono leggi che esistono ma che nel nostro Paese vengono raramente rispettate. E se si è così nel piccolo provate ad immaginare quando si ha tra le mani la gestione del potere”.
Come valuta il problema dell’informazione in Italia? Spesso si assiste alla scomparsa delle notizie. Per esempio in questi giorni Luigi De Magistris, dopo essere stato attaccato a reti unificate, è stato prosciolto da tutte le accuse che gli avevano addebitato. Sui giornali e in tv però nessuno o pochissimo risalto è stato dato a questa notizia, invece, importantissima.
Se ai tempi del terzo Reich, Goebbels avesse avuto un ministero della propaganda come quello che abbiamo noi oggi staremmo ancora con il braccio alzato: efficientissimo. Si è assistito e stiamo tutt’ora assistendo a una delegittimazione della magistratura anche a livello subliminale. Persino nelle fiction ad apparire come eroi sono i poliziotti e i carabinieri. Il giudice è quello che “rompe”, un imbecille che non lavora o arriva sempre in ritardo. Anche tramite questi mezzi si fa passare il messaggio che la magistratura è qualcosa che frena il Paese così come dice il nostro ineffabile presidente del consiglio. Quindi appare ovvio che l’informazione, al momento di dare notizie che contrastano tale progetto, preferisce tacere. Mi stupisco dei giornali indipendenti. Avrebbero dovuto dare la notizia.
Restando in tema di delegittimazione una vera e propria strategia è stata ordita ai danni del “consulente” Gioacchino Genchi. La sua opinione a riguardo?
Questo fa parte dell’attacco contro le intercettazioni e della delegittimazione della magistratura e dei suoi funzionari. Hanno fatto credere che esistesse un grande archivio di telefonate registrate facendo intendere ai cittadini che siamo tutti spiati. Un allarme assurdo che l’informazione proprietaria ha reso credibile dando spazio ad opinioni di politici che per cognizione di causa o per non conoscenza, hanno strumentalizzato tutto questo per raggiungere il loro principale obiettivo che è quello di eliminare la possibilità di essere intercettati. Per quanto riguarda l’archivio del dottor Genchi voglio precisare una cosa. Il consulente, per definizione, ha con se la documentazione processuale. La possiede legittimamente perché è il pm a dargliela. Se si vuole effettuare un incrocio sui tabulati telefonici è chiaro che questi finiranno nelle mani del consulente. Un soggetto che dovrà essere sentito poi anche nell’eventuale processo. E se dovrà essere sentito riguardo ad un’indagine da lui compiuta perché non dovrebbe avere copia dei documenti su cui ha lavorato? Come potrebbe rispondere correttamente se no?
Per quanto riguarda le intercettazioni le principali imprese specializzate nell’eseguirle hanno minacciato il governo sia di non accettare futuri incarichi che di interrompere quelli già avviati se non verrà saldato il debito. Quale sarebbe il danno se ciò accadesse?
Secondo me il governo sarà contentissimo di questa cosa. Da tempo sta cercando di bloccare le intercettazioni, e se vi riuscirà senza fare leggi vergogna, prenderà due piccioni con una fava, risparmiando anche un sacco di soldi. Il danno per la giustizia sarebbe incalcolabile perché senza intercettazioni non si potranno più garantire se non quei processi più semplici come omicidi o quegli atti criminali commessi in flagranza di reato. Alcuni reati si scoprono solo tramite indagini complesse, lunghe e le intercettazioni sono fondamentali proprio in questi casi. Che così scomparirebbero dall’ordine dei processi.
Oggi si parla molto di necessità di maggior “controllo della magistratura”. C’è chi vorrebbe che quella italiana si uniformasse a quella straniera, sul modello degli Stati Uniti o della Svizzera.
Si può spiegare in due parole perché in Italia non può funzionare un sistema come questi. Negli Usa giudici ed i procuratori vengono eletti e sono direttamente appoggiati ad un partito. Questo implica una serie di aspetti. E’ ovvio che alla fine del suo mandato il procuratore dovrà rendere conto al proprio elettorato. Dal suo agire può dipendere una rielezione o addirittura un avanzamento di carriera a sindaco o governatore. La domanda che subito sorge spontanea è “se può subire pressioni come può svolgere serenamente il proprio lavoro?”. Posso raccontare un episodio che ha coinvolto un collega svizzero. Svolgendo delle indagini su una banca questi era arrivato a scoprire delle movimentazioni con il ministero della giustizia, occupato da uno dei membri del partito che lo aveva eletto procuratore. Alle pressioni che arrivarono rispose con tono minacciando un coinvolgimento della stampa nel caso in cui non avesse più potuto porre a compimento l’indagine. Ecco perché in Italia questo sistema non potrebbe funzionare. Perché la stampa è fortemente intrecciata con la politica mentre all’estero no. A prescindere da questo poi credo che il sistema italiano sia migliore per un semplice motivo. Il giudice è un impiegato dello Stato. Non ci sono elezioni ma dei concorsi e la carriera è dettata dal merito. Ogni mese percepisce uno stipendio a prescindere da quello che sarà il suo giudizio ad un processo. Per questo potrà svolgere il lavoro con assoluta serenità. Certo è vero che può esserci il pm o il giudice corrotto con suoi progetti ed il suo santo protettore politico ma questi sono da considerare come una patologia, una malattia, e non rappresentano l’intera categoria.Vista la situazione generale quali possono essere gli anticorpi per far fronte al grave stato che ci ha descritto?
“Per prima cosa devo fare una considerazione. Io ho fatto l’impiegato tutta la vita. Io sono un tecnico, quando parlo di giustizia e di diritto; non mi sottraggo a queste domande anche se il mio giudizio vale come quello di qualunque altro. Detto ciò io ripeto ancora una volta che non posso pensare ad una Paese che esprime una classe dirigente diversa da ciò che il Paese stesso è. In un Paese sano non emerge una classe dirigente classe dirigente fondata sul malaffare. E’ impossibile. Magari ci sarà una quota fisiologica di politici disonesti ma nel complesso la classe dirigente è sana ed efficiente. In un paese in cui i cittadini per primi non rispettano le regole è ovvio che emerga una classe dirigente di questo tipo. Se questo è vero, e non ho l’autorità per dire se è così o no, allora è dura uscirne perché bisogna aspettare una generazione di cittadini diversa da quella attuale. E quando arriverà chi la educherà? Come? Quindi, purtroppo, c’è da essere pessimisti”.

 

 

 

 

 

 

 


ER BON GOVERNO

Luglio 30, 2008

ER BON GOVERNO

Un bon governo, fijji, nun è cquello
Che vv’abbotta l’orecchie in zempiterno
De visscere pietose e ccor paterno:
Puro er lupo s’ammaschera da aggnello.

Nun ve fate confonne: un bon governo
Se sta zzitto e ssoccorre er poverello.
Er restante, fijjoli, è ttutt’orpello
Pe accecà ll’occhi e ccomparì a l’isterno.

Er vino a bbommercato, er pane grosso,
Li pesi ggiusti, le piggione bbasse,
Bbona la robba che pportàmo addosso…

Ecco cos’ha da fà un governo bbono;
E nnò ppiàggneve er morto, eppoi maggnasse
Quant’avete, e llassavve in abbandono.

25 settembre 1836

by Gioachino Belli


“Adesso viene la notte”.

Febbraio 20, 2008

                                              9788804577904g.jpg                                    Non dico sempre, ma a volte prima di acquistare il quotidiano, che decido di leggere a casa in santa pace, dò una rapida scorsa alla prima pagina di molte testate, quindi, incuriosito da un ariticolo, decido e acquisto quel quotidiano. Nell’edicola-tabaccheria dove di solito mi reco di buon mattino, mi debbo limitare al solo acquisto delle sigarette (…purtroppo non riesco a togliermi questa insana abitudine..) perchè espongono solo pochi quotidiani, giusto quelli che di solito e quotidianamente riescono a vendere e nulla più. Così sono costretto a tirare dritto verso un’altra grande rivendita di giornali, in un altro comune, un pò più grande di quello in cui risiedo, distante circa cinque/sei chilometri, un’occasione per una buona e salutare passeggiata. Così qualche giorno fà, curiosando fra i titoli di molti quotidiani, sono stato catturato nell’attenzione da un articolo dell’Avvenire scritto da Alessandro Zaccuri e così titolato ” I 40 giorni di papa Montini”.

Il papa me lo ricordavo bene era Paolo VI ed era una figura simpatica, con lo sguardo intelligente, dai modi riservati e da un comportamento misurato conforme al ruolo di pontefice. Un papa apparentemente distaccato e con un fare da non permettere troppa vicinanza, mentre in effetti, nella mia giovanile osservazione, dal suo vivo sguardo, al quale sembrava che nessuno sfuggisse, captavo o meglio credevo di intravedere una voglia di dialogo non comune, ma inespresso nella realtà. Dalla sua figura, ricordo come se fosse ieri, traspariva una lucida e senz’altro profonda religiosità, della quale tutti ci beavamo durante le sue domenicali esposizioni sulla mastodontica sedia gestatoria. Una bella e delicata persona quasi sempre abbigliata con paramenti bianchi.

Quando, dalla finestra dei suoi appartamenti, recitava l’Angelus e qualche altra omelia alla folla sottostante, la sua voce la si percepiva calma e chiara, ogni parola era comprensibile così si riusciva a partecipare sincroni alla preghiera.

Ecco, forse, il perchè di quella mia curiosità verso quell’articolo così particolarmente congeniato e scritto, tanto da indurmi ad acquistare, qualche giorno seguente, il libro di cui il giornalista dell’Avvenire proponeva la recensione. “Viene la notte” questo è il titolo del testo in questione, ed è un racconto particolare nelle cui pagine si descrivono aspetti e riflessioni non conosciuti di papa Montini ed a questo proposito non desidero anticiparvi nulla, il libro è interessante e vi riporto l’intero articolo dell’Avvenire del 13 febbraio u.s. al fine di incrementare senz’altro la vostra curiosità.

<<I 40 giorni di Papa Montini

DI ALESSANDRO ZACCURI
N el Vangelo secondo Giovanni, poco prima di donare la vista al cieco nato, Gesù pronuncia una sentenza indecifrabile e allusiva.
Le opere del Padre, afferma, devono compiersi alla luce del giorno perché poi venit nox, viene la notte , e al sopraggiungere delle tenebre nessuno può più operare, neppure colui che pure si proclama «luce del mondo». Il Paolo VI che Ferruccio Parazzoli elegge a protagonista del suo
Adesso viene la notte (Mondadori, pagine 128, euro 13,00) è, al contrario, un Papa notturno, impegnato in lunghe veglie di preghiera, lettura, meditazione e lotta contro il Demonio. La prima scena del libro – che conserva ben riconoscibile l’impronta dell’originario e mancato progetto teatrale – descrive infatti l’appartamento privato del Pontefice a poche settimane dalla sua morte, con gli operai ancora indaffarati a rimuovere le tracce delle ripetute battaglie fra il Vicario di Cristo e l’Avversario del genere umano: pareti scurite dallo zolfo, pentacoli, sedie dalle gambe spezzate e, sotto il letto, un deposito innominabile di insetti soffocati. Lontanissimo dallo stereotipo dubbioso di «Amleto in Vaticano», il Paolo VI di Parazzoli è un santo dalle fede incrollabile, capace di sostenere senza tentennamenti le continue provocazioni del Tentatore. I due ormai si conoscono fin troppo bene. Il Papa sa già che Satana farà scendere un acquazzone sulla Via Crucis del Venerdì Santo, così come Satana è consapevole del fatto che il Papa non parla affatto per metafore quando denuncia l’ingresso del fumo diabolico nel tempio di Dio o quando, in modo ancora più esplicito, mette in guardia i fedeli sull’autentica natura del male: non soltanto un’agostiniana ‘deficienza’, ma anche e specialmente «un’efficienza, un essere vivo, spirituale, pervertito e pervertitore». Sono gli anni Settanta, si avvicina il momento di alzare il livello dello scontro e in questo Satana è maestro. Come ai tempi di Giobbe, si presenta al cospetto di Dio e gli propone la solita scommessa: lasciami mettere alla prova il tuo servo, vedrai come ti benedirà… Questa volta, però, il prologo non si svolge in cielo, come nel Faust di Goethe, ma sulla terra, per le strade e nei giardini della Roma pontificia, dove il Diavolo assume le fattezze di un teologo puntuto e il Padreterno sembra accontentarsi di vestire i panni di un prete qualunque, neanche troppo versato nelle raffinatezze dell’oratoria sacra. Paolo VI, il Papa, il Giusto per eccellenza, non verrà però toccato nella propria persona: a patire sarà invece, un amico personale del cardinal Montini, l’onorevole Aldo Moro, al quale è riservato lo strazio della strage, del rapimento, della solitudine e infine del martirio non invocato. I giorni della prigionia di Moro sono, per il Pontefice, costellati da apparizioni sempre più inquietanti e ravvicinate, in una ‘Rappresentazione’ continua e tutt’altro che sacra, di cui è regista lo stesso Demonio. All’apice della persecuzione, Paolo VI compone la celebre lettera agli uomini delle Brigate Rosse. Nel momento della Qui sopra Paolo VI affacciato su piazza San Pietro nei giorni del sequestro Moro. In alto: a sinistra il leader democristiano Aldo Moro prigioniero delle Brigate rosse; a destra Ferruccio Parazzoli.
sconfitta, dettando l’orazione funebre per lo statista assassinato, il Papa non esita a interrogarsi a voce alta sullo scandalo del silenzio di Dio: «Tu non hai esaudito la nostra supplica», ammette. Ma non per questo Satana può vantarsi di aver vinto la partita. Montini muore pochi mesi dopo, mormorando una frase misteriosamente simile a quella pronunciata da Gesù ai bordi della piscina di Siloe: «Adesso viene la notte », appunto.
Il tempo dell’attesa, non della sconfitta.
Compatto, innervato di continui riferimenti agli ultimi trent’anni di vita italiana, indefinibile nella sua struttura (non è un romanzo né un dramma, quanto piuttosto un récit che dal dramma e dal romanzo mutua ciò che gli occorre), Adesso viene la notte è un testo in cui Parazzoli mette allo scoperto le proprie inquietudini di credente, restituendo a Paolo VI una statura che va al di là della storia, perché punta a interpretare la storia umana alla luce di una diversa e superiore intelligenza spirituale. Tutto è in evidenza, come la copia dei
Fratelli Karamazov che, sulla scrivania del Papa, rimane spalancata al capitolo in cui Ivan viene visitato in sogno dal Diavolo. Ancora oggi, per il cristiano, la realtà è un libro aperto, non importa quanto sgradevole o insanguinato. L’importante è lasciarsi aprire gli occhi e trovare il coraggio per leggere.
Le insidie del maligno, e il momento in cui «viene la notte ». Un po’ dramma, un po’ romanzo: sullo sfondo le tragiche vicende della nostra storia recente.
Nello strano deserto di una società ferita dal terrorismo l’angoscia di un uomo santo cui l’uccisione dello statista Dc, suo amico, infligge l’ultima stazione di una particolare e profetica via crucis. >>


Million Dollar Baby

Febbraio 17, 2008

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Maggie…una ragazza forte e determinata, ma fragile alle delusioni della vita.

 

 

Ieri, dopo un bel pò di giorni, sono sceso in città per due ottimi motivi, il primo quello di andare a trovare due giovani persone alle quali voglio un mondo di bene ed il secondo quello di ritirare finalmente un saggio, che avevo ordinato da tempo in libreria e che non vedevo l’ora di leggerlo per verificare se alcune mie convinzioni fossero, bene o male, condivise dall’autore di quel testo.

Erano trascorse circa un paio d’ore da quando ero uscito da casa e già avevo ritirato il libro, che stavo suonando il citofono dei miei più cari ospiti. Hanno una bella piccola casa, arredata con gusto e colore da far immaginare facilmente il loro carattere allegro e positivo, tanto da sentirsi sinceramente felici della loro compagnia, sono giovani sposi che vivono senz’altro un forte legame affettivo, un’ intreccio di sicure belle emozioni e che nella loro apparente diverità si compensano e si completano come accade di rado osservare fra un uomo ed una donna. Due belle persone non c’è che dire, alle quali auguro ogni bene e tanta felicità nella loro vita.

Dopo le affettuodità iniziali e dopo qualche chiacchiera è arrivata l’ora del pranzo ed

il menù del giorno prevedeva la specialità della casa: lasagne. Che dire, ottime ce le siamo slurpate con gusto e voracità, io purtroppo mi sono dovuto fermare ad un solo piatto di quel ben di cucina…..ma tanta era la tentazione di un abbondante successivo bis. Sarà per la prossima volta, per la prossima lasagna.

Giunto il momento del commiato, ci salutammo ed io salito in macchina ripresi la strada del ritorno portandomi una busta con cinque films in dvd, che mi avevano prestato.

La sera, giunto casa, mi preparai la cena ed inserì nel lettore un dei cinque dvd prestatemi, quello del film Million Dollar Baby. Uno spettacolo sicuramente dedicato al mondo della boxe, con la variante novità di una donna boxer…..pensai mentre scorrevano le prime immagini, ma sbagliavo, era sì un racconto imperneato nel mondo della boxe, ma narrava una drammatica e coinvolgente storia di una ragazza, di Maggie.

La storia si svolge a Los Angeles, in California, città in cui ricchezza e povertà si fanno da naturale contrasto in un ambiente umano multiculturale come i grattaceli, che svettano sicuri verso il cielo, si contrastano con le misere costruzioni della povera periferia. E proprio in quella periferia, in una semplice e scarna palestra, Frankie Dunn (Clint Eastwood) svolge la sua attività di allenatore e prudente manager di pugili, tutti con il sogno di diventare, prima o poi, campioni. Questo un personaggio chiuso, introverso e  quindi di poche parole, segnato da una difficile storia familiare, sembra non avere un buon rapporto con la propria figlia, tanto che quest’ultima gli respinge ogni lettera. Frankie è aiutato nella conduzione e nel mantenimento della palestra da un vecchio signore di colore di nome Scrap, un ex pugile cieco di un’occhio, questo un personaggio con una spiccata e parlata umanità ottimamente interpretato da Morgan Freeman. Due personaggi egualmente appassionati della boxe, ma con caratteri che sanno arrivare alle stesse conclusioni, malgrado le loro spiccate diversità.

L’attività nella palestra procede sempre con gli stessi ritmi sino al momento in cui Frankie viene abbandonato dal suo migliore pugile, che gli preferisce un altro manager dotato degli agganci giusti per poter combattere in un incontro valido per il titolo di campione del mondo. Una circostanza che segna la già scarsa vita dell’allenatore-manager, acuendogli una certa strana frequentazione della fede ed implementando la sua singolare passione per la lingua irlandese.

A questo punto sembra che tutto sia destinato a procedere con la solita monotonia di una pigra palestra frequentata da ragazzi accesi verso irreali mete sportive nel difficile mondo della boxe, sin quando l’inaspettato arrivo di una ragazza fortemente intezionata a diventare una campionessa di boxe femminile, appunto Maggie (Hilary Swank), ridona interesse e motivazione a Frankie e a Scrap.

All’inizio Maggie viene fermamente scoraggiata dall’intraprendere quell’avventura sportiva, un pò per la sua non più giovane età e per l’assente disponibilità di Frankie nel volerla allenare, io non alleno ragazze così le ripeteva.

Con il passare dei giorni, l’ostinazione e la forte grinta della ragazza, unitamente all’interessamento del vecchio Scrap, convinsero Frankie ad aiutare Maggie a realizzare il suo desiderio di diventare una campionessa di boxe.

Nelle varie sequenze del film si comprende che anche la ragazza, occupata come cameriera in un modesto ristorante, desidera riscattare con la boxe la triste condizione economica e morale della sua famiglia e tanto forte divenne in lei questa priorità che riuscì ad impostarsi così bene e potentemente nel fisico che già dai suoi primi incontri riesce a battere pesantemente tutte le sue avversarie al primo round. Non c’è dolore fisico che la ferma e finalmente, dopo tante peripezie per proseguire i combattimenti, riesce finalmente sfidare la crudele, violenta ed imbattuta campionessa dei welter per il titolo mondiale.

Un continuo susseguirsi di episodi drammatici e commuoventi legati tutti all’esasperata necessità di partecipare ad un’esistenza fuori dalla propria miseria economica e priva di quei riferimenti affettivi, che si riescono a raggiungere non solo con una prepotente violenza, quale ultimo strumento di riscatto di un’angoscia esistenziale, che fa sbandare ogni fragile individuo dalla naturale sintonia della normale umanità ponendoci nell’errore di riuscire a curare l’egoismo, la cattiveria e la terribile crudeltà di altre persone. Considerasi esclusivi nella soluzione di situazioni e o di rapporti affettivi viziati dalla non buona fede è pericolosamente sbagliato, infatti dovremmo sempre valutare con estrema lucidità ogni attimo della vita che ci riguarda come per ogni tipo di relazione affettiva familiare per eventualmente prendere coscienza della inadeguatezza di questi non, però, per umiliare la nostra generosa sensibilità e per evitarsi inutili dolore delusioni.

Così infatti stava sbagliando Maggie,che per dotare generosamente la propria ingrata ed opportunistica famiglia d’origine di elementari conforts e sicurezze, procedeva verso questa ultima occasione con sprezzo della propria persona in un generoso, ma definitivo ed estremo, sacrificio.

Infatti nel film è accaduto questo, nell’incontro per il titolo mondiale dei welter femminili, la scorretta campionessa colpisce a tradimento, a gong suonato, Maggie che cade malamente urtando lo sgabello dei secondi del proprio angolo, spezzandosi la spina dorsale. Da quì il drammatico ricovero, l’intubazione della ragazza e più tardi l’amputazione della gamba sinistra e il grave tristissimo episodio dei familiari, che, consapevoli delle condizioni della propria congiunta, volevano sottrarle, ma invano, ogni suo bene faticosamente guadagnato sul ring. Da quì la grave capitolazione psicologica di Maggie, ormai ridotta ad una futura immobilità, che non riesce più a trovare il senso della sua futura esistenza tanto da chiedere ed ottenere dal proprio allenatore, Frankie, l’interruzione della sua vita con una discutibile sorte di eutanasia. Quando non si è più si smette di soffrire.

Un dramma nel dramma di una povera vita di una ragazza troppo sola, che lascia spazio a troppe riflessioni, prima di queste è quella di non permettere a nessuno di farci giungere alla fine della nostra resistenza fisica e psicologica.

Un film ideato, condotto e recitato in modo veramente significativo, tutti meritati i quattro oscar assegnati. Un lavoro di qualche anno fà, ma per certi versi tristemente attuale.


Umberto Galimberti “L’Ospite Inquietante – il nichilismo e i giovani”

Gennaio 18, 2008

Umberto Galimberti con il suo saggio  ci offre una interessante lettura ed una seria occasione di  riflessione.

 

Sono anni che cerco di non perdere occasione per conoscere il pensiero del professore Umbero Galimberti. I suoi lavori, i suoi libri ed i suoi molti articoli riportati su un quotidiano non sono di facile immediata comprensione e metabolizzazione, almeno per me, sono pubblicazioni di impegnativi punti di vista, elaborati ed analisi di fenomeni

che riguardano l’essere umano. Lavori che solo un attento e sensibile insegnante di filosofia sa presentare ed elaborare. Con questo non desidero affermare che sono interessato a tutta la filosofia, sono interessato e curioso come un’attento osservatore del suo calibro riesce a comprendere e valutare i nostri comportamenti in un mondo

continuamente in fermento con improvvisi e continui cambiamenti.

L’ospite inquietante è rappresentato dal nichilismo, dall’azzeramento di tutti i valori, che si stà diffondendo fra la gente ed in particolare fra i giovani confondendone i pensieri, soffocandone le passioni e quindi rendendoli inerti e con il mal di vivere.

Un mal di vivere non dovuto alle naturali passioni esistenziali presenti nei giovani, che di solito con il loro vulcanismo ed entusiasmo trovano i motivi per ribellarsi al conformismo degli adulti per dare corpo ai loro sogni,  vederli realizzati insieme alle loro speranze. Ma oggi ciò non avviene perchè l’attuale organizzazione sociale e politica, scrivo io, ha spento i loro sogni di fuoco ed ha sopito quel mondo emotivo rendendogli difficile di riconoscere i propri sentimenti. Le famiglie ormai quasi assenti sono allarmate per ciò che non viene più offerto ai propri giovani, come la scuola non più didatticamente adeguata, un assopimento delle reali prospettive ed interessi da far diventare il presente così importante tanto da viverlo con esasperata intensità, ma con l’angoscia di un futuro privo di ogni immagine.

Per lenire questo stato di angoscia una valanga di parole viene spesa per ridare colore e senso alla speranza, ma il tutto si esaurisce in un inutile insensato rumore. Insomma la nullità di ogni valore genera una sofferenza individuale causata da una generale implosione culturale, di cui le giovani generazioni nè sono le vittime. Forse l’avvio del tramonto della nostra cultura, “un segno ben più minaccioso dell’avanzare degli integralismi di altre culture, dell’efficientismo sfrenato di popoli che si affacciano nella nostra storia e con la nostra si coniugano, avendo rinunciato a tutti i valori che non si riducano al valore del denaro”.

Anche l’attuale cultura cristiana, non molto interessata al nuovo, è stata privata di quella verve, di quel dinamismo che potrebbe indurre nei giovani un gioioso sentimento di impegno e di curiosità per conoscere meglio sè stessi per approdare in una nuova realizzata potenza creativa, caratteristica principale della giovane età.

I giovani devono necessariamente svestirsi degli abiti di inconsapevoli vittime ed aggredire l’odierno nichilismo quale subdolo aggressore con una nuova cultura che valorizzi il proprio “io” e che valorizzi “l’arte del vivere” non sottovalutando, appunto, le proprie capacità, dopo essere riusciti a ricomporre i pezzi del puzzle dei normali comportamenti giovanili, con tutte le sue passioni.

Una egregia ed interessante lettura, che io applicherei ed estenderei anche al mondo degli adulti, questi ormai narcotizzati da un sistema socio-politico che si è dimenticato degli uomini e delle loro naturali aspirazioni, quale vivere la felicità, sentimenti ed emozioni. Il nuovo mercato ci ha condannato ad una vita vuota, senza tempo, senza futuro……siamo gli avatar di noi stessi in un’esistenza che non piace.

Un libro che ho letto con calma e nel quale ho vissuto le tante contraddizioni del mondo d’oggi.


APLOMB – essere sempre in linea nella postura fisica e nel comportamento.

Gennaio 18, 2008

Era un bel pò che sostavo davanti alla vetrina della libreria mentre i miei occhi scorrevano i vari volumi esposti. Lo sguardo si soffermò sulla foderina di un libro Il Nuovo Bon Ton” di Lina Sotis, non avevo mai letto un testo di galateo e la simpatica e semplice composione delle immagini grafiche della foderina elevò il tasso della mia curiosità così entrai nel negozio e mi diressi verso il tavolo dove erano riposti a pila molti libri. Individuai subito l’oggetto della mia curiosità, lo raccolsi ed iniziai a rigiralmelo fra le mani prima di aprirlo per leggerne qualche pagina.

La prima cosa che lessi fù la biografia dell’autrice, quasi mia coetanea, che mi rivelò essere una stimata giornalista di articoli di costume offrendo la sua collaborazione a note testate. Oltre a scrivere articoli e saggi sul nostro costume è anche autrice di qualche romanzo, per me è una sorpresa perchè il nome della signora Lina Sotis non mi è sconosciuto, però non ho mai avuto occasione di leggere un suo scritto e di ciò mi dolgo perchè in quella breve consultazione del “Il Nuovo Bon Ton” i contenuti mi scorrevano piacevolmente sotto gli occhi, come una favola, come la lettura di un bel romanzo, scorrevole nella forma ed interessante nel contenuto.

Non sembra e non è un rigido manuale di galateo, come forse si può temere leggendone il titolo, ma un’agile ed interessante annotazione del nostro costume sociale con chiari suggerimenti a come vivere ed a come comportarci nel nostro mondo attuale. Una simpatica, a volte ironica, narrata esposizione del rispetto e della dovuta attenzione che dobbiamo verso gli altri e verso noi stessi, con immancabile e necessario stile per calibrare nel giusto modo gesti, parole, sorrisi ed atteggiamenti, che dovrebbero essere e sono i dati caratterici della nostra persona. Una ricetta di buone maniere raccontata con spirito attuale, moderno come quando si esprime sulla diffusa moda dei piercing senza criticarli negativamente, ma, suggerisce, se non si portassero “sarebbe meglio”.

Mi ha fatto molto sorridere il consiglio della signora Sotis circa il ” non cercare marito “vestite da porno star”, perchè nella mia memoria visiva sono apparse le immagini di signore, molto note, che single e apparentemente snob tradiscono questo saggio suggerimento.

Insomma mi è parso un libro utile per quelle molte persone che desiderano essere quelle che purtroppo non sono e forse non saranno mai……anche in barba del loro ben vestire……prima o poi la loro vera natura verrà fuori da sola e sarà tradita da indiscutibili naturali atteggiamenti e gesti…pacchiani.

Ebbene, dopo una buona mezz’ora, sono uscito dal negozio con il libro in mano, con il desidero di rendere onore e soddisfazione a questo generoso lavoro.