Tutto nacque quando per caso questa estate decidemmo di andare a piedi verso un vicino comune, dove stavano preparando l’allestimento floreale in una strada in concomitanza del Corpus Domini, se non ricordo male. E’ vero che avevamo fatto un’abbondante colazione con dei pasticcioni molto sfiziosi, che prepara solo personalmente la brava pasticciera della piazza, ormai quasi tappa fissa settimanale, quando decido di farmi del male alla faccia di quel subdolo diabete, che vorrebbe privarmi di tali dolci golosità, ma il pensiero di dover percorre quasi quattro chilometri, sotto un lungo filare di alti pini, ci aveva messo addosso una strana allegria perché avevamo iniziato a fare un toto resistenza azzardando scherzosamente il nostro ordine di arrivo a fine passeggiata. Incrociammo veramente tante altre persone ed altrettante le vedevamo avanzare per la stessa nostra direzione, ma sull’opposto marciapiede, anch’esso ombreggiato da una sequela di alti pini. Un bella e salutare passeggiata interrotta davanti al bancone del bar, che all’incirca divideva a metà la lunghezza della strada da percorrere, per prenderci il secondo caffè del giorno e per fare quattro chiacchiere con il proprietario, una simpatica persona con una storia di emigrante in Svizzera, quindi rientrato dopo la drastica riduzione di personale praticata dall’azienda nella quale lavorava da oltre quindici anni. Ripreso il passo costeggiammo lentamente le reti dei campi da tennis, dove non mancano mai coraggiosi quanto poco pratici giocatori di quello bello sport, che faticano non poco a rimpallarsi la palla impugnando delle pregiatissime racchette degne di un Roland Garros. Giunti quasi in prossimità del Comune meta della breve trasferta, ci siamo inoltrati in una stretta viuzza che ci avrebbe fatto risparmiare un paio di cento metri di strada e ci avrebbe fatto arrivare a circa metà della via in allestimento. In quei piccoli marciapiedi si affacciavano una gran numero di piccole botteghe che vendevano di tutto e se i generi commercializzati erano alimentari si era spesso invitati all’assaggio. Avanzavamo quasi in fila indiana e contemporaneamente avevamo un bel da fare per non deludere i commercianti di vini e di dolciumi con il nostro proposito di evitare quegli inaspettati e gratuiti spuntini.
Improvvisamente, dopo aver percorso qualche passo fra variopinti caseggiati, sbucammo nella famosa strada, un carnevale di colori, tutti accesi e questi erano creati da un incalcolabile numero di fiori posati in terra da formare un’enorme tappeto floreale così bello da rimanerne incantati e quasi increduli. Percorremmo un buon tratto della stretta striscia per ammirare una maggiore estensione di quell’opera d’arte, parlammo con alcune persone che ci ragguagliarono sulla prossima festività e sulla bella processione serale organizzata dalla Chiesa in quella santa occasione, organizzata con un forte richiamo al vecchio noto e pomposo stile barocco. Una bella sorpresa, non avevo mai visto niente di simile.
Soddisfatti ed anche un po’ stanchi per la passeggiata svolta su un profilo stradale non proprio pianeggiante, ci siamo avviati, dopo aver attraversato una grande piazza, verso uno stretto dedalo di viuzze della parte più vecchia di quel comune per raggiungere lo studio di una disegnatrice che aveva riprodotto le immagini di una vecchia fotografia, di un nostro compagno di passeggiata, con colori ad olio su una superficie di compensato. Il nostro amico fece appena in tempo a ritrarre il dito dal campanello che la signora, l’artista, aprì un’anta della sua bassa porta di legno, tutta graffiata e con crepe così ampie e profonde da ingoiare 
l’intero contenuto di un barattolo di stucco. Scivolammo silenziosamente all’interno di quella casa e fummo introdotti in un ampia camera stracolma di cartoncini, tavole e quadri tutti disegnati, vicino alla finestra c’erano due grandi cavalletti anch’essi sormontati da tele dipinte ma non ultimate. Quella con il disegno più interpretabile mostrava un paesaggio marino, con dei gozzi arenati sul bagnasciuga, con delle reti arrampicate e stese su corti pali e poco distante, nella bella prospettiva di quel paesaggio, delle semplici case vivacemente colorate. Il cielo era invaso da una palla di fuoco, il sole che nel suo tramonto riverberava il bel paesaggio con inconsueti e suggestivi colori. Una profonda sensazione di pace, di semplice felicità, di spiritualità e le ombre sfumate di poche persone toglievano a quell’ambiente quel non so che di immacolato, di intonso e di quasi sacro. Ci persi gli occhi in quell’incompiuto disegno, la signora se ne accorse e dopo aver consegnato la piccola tavola di compensato al mio conoscente, mi si avvicinò e disse “sto disegnando l’amore, quello vero, quello che dura più della vita. L’amore è un sentimento superiore a qualsiasi cosa e non ha confronto con nessun’ altra facoltà è così grande che nasce nello spirito e poi riesce ad unire due persone nella vita, liberando emozioni, istinti e passionalità che certamente muteranno nel tempo, ma rimarranno sempre forti. Il vero amore fa vivere bene se vissuto con pazienza, senza superbia, senza inutili nervosismi e risentimenti, con giustizia, con verità e con sopportazione reciproca”. Vede, aggiunse indicandomi il paesaggio marino, qui ho descritto l’amore, ho messo tutti gli ingredienti della vita, il mare e la terra come fonte di cibo, le barche come strumenti di speranza per rendere fruttuoso il lavoro, la pesca, le persone come soggetti dell’amore con le loro semplici case ed il cielo fonte di calore, di luce e luogo dove riporre i nostri pensieri, le nostre ansie. Ero sinceramente incantato ed insieme a me gli altri, nessuno fino ad allora aveva saputo descrivere un così semplice paesaggio in una semplice analogia della vita umana. Dopo qualche attimo di silenzio il mio amico saldò la sua commessa e già ci stavamo accingendo a salutare la nostra ospite, quando questa ci mostrò il palmo della mano come per dire aspettate un momento e spostando nel mentre una lunga tenda rossa, tra il bordeaux ed il vinaccio, scoprendo un vecchio pianoforte verticale, sollevò il copri tasti, estrasse uno sgabello rotonda e ci si sedette, si volse verso noi e ci comunicò “adesso vi faccio ascoltare due belle canzoni, che accompagnano molti miei ricordi”. La prima che intonò è stata “amor amor amor”, la seconda “tu mirada”. Due belle melodie così romantiche e strappa lacrime, che per un miracolo riuscì a trattenere un moto di commozione e poi così cantata in messicano, in spagnolo non so, comunque quella lingua aggiungeva un qualcosa in più di commuovente. Fra lo stordimento e la commozione l’applaudimmo compostamente, lei ringraziò e ci disse di non meravigliarci per la sua passione per la musica, perché lei la considerava elemento basilare per la vita di ognuno di noi e l’amore è l’elemento più importante per la vita di tutti, tanto è forte questa convinzione, continuava la signora, che quando suono per me l’amore è come se fosse l’ottava nota presente nel pentagramma. La buona musica la si produce quando c’è sentimento, quando si ha amore e così nella vita, questa è più bella e vissuta più felicemente se c’è amore, quello vero, quello sentito dal proprio cuore.
Certo avevamo conosciuto una persona un po’ particolare, ma tutto sommato aveva ragione a sostenere l’amore e a considerarlo come l’ottava nota nella musica, come nello sconclusionato strimpellamento della vita di qualcuno di noi.
L’Ottava Nota.
Novembre 6, 2009La legge del tempo.
Novembre 6, 2009I
eri sera ho approfittato di un piccola tregua della pioggia per andare a trovare un vecchio conoscente, che non incontro più da molti giorni. E’ bello dialogare con questa persona, ti sorprende sempre con argomenti che non ti aspetteresti mai di affrontare, è un tipo riflessivo e socievole, ci si passa bene il tempo insieme. Così dopo aver superato un paio di scoscesi viottoli con tutti i sampietrini sconnessi, sono arrivato alla piccola fraschetta dove in genere si sofferma l’amico. Dopo aver sospinto la pesante porta di legno, appena illuminata da una piccola e nuda lampada ad incandescenza, ho superato la soglia ed eccolo lì seduto al suo solito posto, con le spalle appoggiate al muro grezzo, a consumare la cena che la signora della fraschetta è solita preparargli. Questa sera il piatto era ben ricolmo di polenta al sugo con pezzi di carne e gli doveva piacere molto, visto l’impegno con il quale inforcava la forchetta.
Qualche breve convenievole a mo’ di saluto e mi sedetti di fronte, Questa sera non era molto in vena, ma iniziò a parlare del tempo, degli anni che scorrevano veloci:
Non sono mai stato in guerra con il tempo, con la mia età, però adesso nella mia condizione di prossimo over-di un’abbondante età accuso una certa involuzione di alcune mie capacità. Nulla di strano e tanto meno di anormale, sto solamente invecchiando e questa circostanza non mi intristisce e né mi spaventa, però mi infastidisce quella sensazione di avere una non più ferma memoria di recenti elementi. Un tempo scrivevo veloce e le mie idee venivano altrettanto velocemente fermate dalle parole su foglio bianco, ora invece non ritrovo più quella scorrevolezza nel riportare i pensieri su un qualsiasi supporto, a volte mi sfuggono vocaboli che un’attimo prima mi accingevo a scrivere, così sono costretto a fermarmi per ripercorrere mnemonicamente il pensiero che mi apprestavo a scrivere e questo non mi facilita il mio migliore passatempo, quello, appunto di scrivere, di comunicare di assecondare la mia particolare estroversione. Un bel pensiero, ma una sicura occasione per riflettere su sé stessi, sul tempo vissuto, sul presente e sulla probabile durata del rimanente futuro. Un’odissea, per certi versi così movimentata e piena di belle e meno belle sorprese, come quella di Ulisse, ma con la differenza che per vivere quel marasma di avventure non è servito girare mezzo mondo a bordo di una vecchia imbarcazione di legno, fra ogni tipo di pericolo e di scampato agguato e non c’è ciclope Polifemo e né maga Circe con tutte le sirene a rendere la vita così difficile come i propri parenti, quelli stretti come alcune scarpe.
In questo pazzo e stupido mondo quello che conta veramente è la lealtà, l’amicizia e l’amore, ma spesso i numerosi seguaci del noto Giuda vanificano ogni benefico effetto di questa affettuosa compagnia.
Comunque per tornare agli effetti della terza età sulla memoria, bisogna ammettere che è una bella lotta combattuta con il carattere, l’allenamento all’osservazione, la lettura, la volontà al dialogo e la voluta smemoratezza circa i torti subiti per non appesantire l’umore di inutili e dannose delusioni, come scrivere di operare una personale amnistia. Un modo come un altro per dare quel minimo vigore al senso che io ho della famiglia, d’altronde per essere almeno un po’ felici bisogna credere in qualcosa, alla famiglia per esempio come una piccola fede. Poi per quanto riguarda il resto è opportuno accettare serenamente tutti i segni dell’invecchiamento, compreso l’inevitabile deterioramento mentale e del difetto della memoria nei riguardi di fatti recenti. Il ricordo del vissuto è più forte e difficilmente scalfibile dall’invecchiamento biologico e psichico, almeno conserverò il ricordo delle varie trascorse tappe della mia esistenza passata. Non che ci siano momenti epici, ma almeno avrò la possibilità di rivisitare qualche breve parentesi di serenità che mi sono trovato a vivere fortunosamente.
In tutti questi anni i miei circuiti neuronali hanno trasferito molti episodi nella mia memoria e per me questa è il mio vero residuo tesoro e questo si perderà in concomitanza con l’indifferibile termine del tempo concessomi, dopo di che, se alcune aspettative corrisponderanno al vero, mi dedicherò a ciò che ho sempre fatto, ma che nessuno è riuscito a capire per propria incapacità cognitiva.
Prede e predatori, crudele simbiosi.
Novembre 4, 2009
Non ho alcuna intenzione di motivare il titolo di questo post con facili parallelismi o con immaginabili accostamenti a fatti recensiti dalla cronaca o da qualsiasi media, ma il mio unico scopo è quello di avere avuto purtroppo ancora conferma dell’esistenza di una razza di vampiri, che ancora non si fanno scrupolo di sfruttare alcune debolezze e criticità esistenziali di indigenti sfortunate persone succhiandone energie, anestetizzandone valori, forza morale e personali desideri di realizzare normali desideri di vivere un’esistenza meno sofferta dalle privazioni che impongono crudelmente l’assenza di lavoro e di un pur modesto reddito.
Il programma che avevo scalettato per la giornata di ieri era quello di scendere in prima ora in città per recarmi nella sede di un ente per consegnare un documento riferito alla mia persona e per principalmente riuscire a parlare con qualcuno presente nell’organigramma di vertice e nella responsabilità della sua gestione. Proprio per realizzare quest’ultimo importante proposito, avevo convenuto l’incontro in sede con un consigliere, ma questo, per motivi di salute, disertò l’appuntamento, ma questa improvvisa assenza non mi fece recedere dal programma, e poi dopo tutta quell’acqua che mi ero preso nei tratti percorsi a piedi non potevo certo rinunciare a quell’importante colloquio che mi ero prefisso di affrontare per capire il vero stato di salute dell’ente in parola. Così appena consegnato il mio documento, mi avventurai per il lungo e sinuoso corridoio del maestoso palazzo del ‘500 alla ricerca di un ufficio occupato, appunto, da un primario responsabile di quell’ente. Dopo qualche passo giunsi davanti all’ufficio del presidente, ma questi era assente, così mi rivolsi alla sua segretaria per convenirne un appuntamento. Dopo qualche tentativo di vanificare la mia priorità, riuscì a far ben comprendere a quella impiegata che ero ben determinato a voler colloquiare con il presidente e così rimasi d’accordo che appena fosse stata stabilita la disponibilità del mio futuro interlocutore sarei stato avvisato preventivamente per telefono. Mi allontanai da quell’ufficio con l’animo molto contrariato, comprendevo che si voleva evitare qualsiasi colloquio con qualsiasi socio ordinario a causa della pessima condizione di quell’ente. Nervosamente avevo iniziato a rigirarmi nella tasca il badge d’accesso, quando intravidi alla sinistra di quell’ampio e lungo passaggio la fisionomia del direttore. Allungai il passo di quel tanto per non dare troppo all’occhio circa la nuova direzione intrapresa, così giunsi in un minuto davanti al funzionario con il quale optai di parlare. Lo colsi in maniche di camicia sulla soglia del suo ufficio, mi presentai e chiesi qualche minuto di disponibilità, mi fu gentilmente accordata ed io, dopo qualche inutile amenità, entrai immediatamente nell’argomento che mi stava tanto a cuore e che mi preoccupava da non poco tempo. Purtroppo i miei timori risultarono tutti fondati, al che lo invitai a cercare qualche plausibile soluzione per evitare che venissero sacrificati altri posti di lavoro ed a questo proposito fui chiaro e diretto nel suggerire la soluzione di fare assumere le sfortunate future vittime nella grande azienda della quale bene o male questo ente dipendeva. Ci salutammo dopo aver ricevuto un impegno a tentare di realizzare il mio suggerimento, così usci da quell’enorme monumento reso cupo per la presenza di quell’insensibile organigramma, ancora troppo preso
dal diktat apparentemente non negoziabile di una grande azienda del terziario, che quasi certamente ha solamente brillato per una non sempre condivisibile gestione, così come le parti sociali non sembrano aver seriamente ostacolato alcune impopolari iniziative aziendali.
Comunque sono intenzionato a percorrere anche scelte difficili per avere ragione di quanto sarebbe giusto aspettarsi da un’azienda già largamente gratificata dai pubblici aiuti, dalla serietà ed impegno dei propri dipendenti, le cui fila sono state già pesantemente falcidiate da una sequela di operazioni che hanno creato molte migliaia di esuberi e forse né sta ancora programmando.
Comunque abbandonai con passo lungo quella fabbrica di malumore, l’orologio mi rivelò che s’era fatto più tardi del previsto, così con una nuvola di non buoni proponimenti mi avviai verso una birreria, un pab per mangiare qualcosa e per dar tempo al mio umore di tornare razionale per così riprendere a ragionare su quello che mi sarebbe utile decidere in un prossimo futuro. Entrai in una storica antica birerria, nota come frequente ritrovo di turisti, di cittadini, di giovani e di persone che volevano rilassarsi, ridere, bere e ben mangiare in un ambiente che dipana gli affanni e che sostiene gli sguardi fra i disegni rimasti sempre uguali nel corso di quasi un secolo. Un posto ben indicato per rivisitare i ricordi di un tempo ormai trascorso ed avere la possibilità di rivolgere l’attenzione su ciò che oggi è presente, come i sempre numerosi avventori, seduti davanti al gran numero di tavoli di colore marrone, mentre un gran numero di camerieri e cameriere sfrecciano sostenendo enormi boccali di birra e piatti con una varietà di saporite vivande. A colpo d’occhio non mi sembrava ci fosse posto anche per me, per questo feci lentamente la spola nelle tre sale e non scorsi alcun tavolino libero, stavo dirigendomi all’uscita per aspettare o per andarmene di nuovo verso casa, quando scorsi un braccio agitarsi come se qualcuno volesse farsi notare, girai lo sguardo verso una giovane donna, che, con il solo movimento della mano, mi invitava ad avvicinarmi. Cosa che feci e con sorpresa fui invitato a prendere posto nel suo stesso tavolo, intanto era sola e di spazio ce n’era. Il suo sguardo simpatico mi convinse di accettare, così mi accomodai proprio di fronte a lei allungando contemporaneamente il mio braccio per stringerle la mano come ringraziamento per la cortesia e per presentarci, il suo nome era Maria, avrà avuto una trentina d’anni con un fisico snello e ben proporzionato con un viso appena truccato e ben incorniciato da lucenti capelli di colore biondo un po’ mesciato e con l’espressione accesa da due meravigliosi occhi chiari,venati di verde, ma di questo non né sono certo in quanto mi era impossibile avvicinarmi di più e poi non mi sarei azzardato a tanto. Le nostre prime comunicazioni presero la via della simpatia e della spontaneità, fermammo al volo una gentile cameriera per ordinare due arrosti misti, come per dire un’insieme di salciccie – wurstel – pancetta – patate fritte – olive ascolane e crauti, da bere due birre chiare medie. . . . roba da svenire per il colesterolo e per la pressione. Ma iniziavo a rilassarmi e quella inaspettata compagnia mi stava facendo dimenticare tutti i neri pensieri di quella mattinata. Parlammo del più e del meno, le raccontai qualcosa di me e lei con un’inaspettabile spontaneità iniziò a parlarmi di sé, ma il tono con cui iniziò le sue confidenze mi rivoluzionò l’umore ed una punta di tristezza stava montando dentro di me, ma non gli permisi di straripare oltre i miei occhi.
Maria era originaria di un piccolo comune della Basilicata. Con la sua famiglia abitava in un piccolo casolare, poco distante dalla zona più abitata, il padre aveva delle pecore e si arrangiava anche a vendere rottami di ferro, la madre era la classica lucana che si occupava della casa e dava una mano con le bestie. Il fratello, più grande di lei di appena due anni, dopo le scuole elementari imparò a fare lo “scarparo” in una bottega del vicino comune, mentre lei riuscì a frequentare sino alla terza media dopo di che riuscì a farsi prendere in una azienda di abbigliamento ed insieme agli altri “sartori” imparò a cucire ed a rifinire i tessuti prodotti.
Avrebbe di certo voluto frequentare le magistrali per terminare il corso scolastico, ma la famiglia non le permise di recarsi in città dove c’erano appunto le magistrali. Verso i 16/17 anni arrivò in questa città, la ospitava una zia per darle modo di migliorare le sue condizioni. Così, con un pizzico di fortuna, riusci ad essere assunta come aiutante sarta in un atelier, in una di allora nota casa di moda. Le parve subito di essere entrata in un mondo magico, un meraviglioso continuo scenario di toni caldi, accesi e dorati, un’atmosfera fuori dall’ordinario pieno di lusso vero, ma qualche volta fittizio, come scoprì molto tempo dopo. Trovò il tempo e la costanza per diplomarsi in una scuola serale, poco distante dalla sartoria. Tutto sembrava che procedesse verso un roseo avvenire, almeno verso un futuro senza grandi preoccupazioni.
Purtroppo le cose non andarono sempre così bene, infatti dopo qualche anno la sartoria dove lavorava cessò l’attività e nel contempo sua zia si ammalò gravemente, a tal punto da lasciarla sola dopo appena sei mesi di malattia. Riuscì a mala pena a mantenersi la piccola casa in affitto con un nuovo contratto a suo nome e ricostituendo il deposito di garanzia con gli ultimi risparmi. In due anni cambiò molti lavori, da commessa a fioraia, da riparatrice di abiti a donna di pulizie, da venditrice di articoli da cucina a barista. Per quanto girasse non riusciva più a trovare un lavoro fisso regolare, non aveva raccomandazioni così si occupò sempre a nero sin quando fece amicizia con una ragazza quasi sua coetanea, durante una festa a cui era stata invitata da comuni conoscenze.
A questo punto del racconto di Maria, iniziai ad immaginarne la parte finale, rimasi impassibile, ma dentro di me certo si affacciava l’amarezza per qualcuno che sospettavo non c’è l’aveva fatta e per questo s’era dovuta ripiegare su se stessa e su quanto forse credeva fermamente. Intanto avevamo entrambi finito di mangiare e così per rubare un altro po’ di tempo alla compagnia ordinammo due amari e lei riprese a raccontare, ma con meno vivacità.
La festa si svolgeva in una bella grande villa a tre piani, nel sotto livello la sala giochi con annesso tinello, al livello un grande salone con un enorme camino in pietra e tanto lussuoso arredo al cui centro ‘era un ampio divano circolare in pelle, al piano superiore le stanze da notte. A Maria la festa sembrò subito un po’ fuori dal comune per il fatto che loro ragazze erano tutte giovani, mentre gli uomini erano certamente di mezz’età, ma non diede importanza a questa particolarità perché aveva voglia di svagarsi e di allontanare per qualche ora le sue preoccupazioni pratiche. La festa era magnifica, la gente apparentemente tutta simpatica ed alla mano e sprizzavano gentilezza. Sia al bordo piscina che dentro casa tutti stavano consumando tartine e mignon bevendo colmi flute di spumante. Da un enorme e complicato apparecchio veniva diffusa una gradevole musica di sottofondo, mentre gli attempati ed eleganti cavalieri iniziarono ad invitare qualche ragazza a ballare, cingendole alla vita con determinazione, come a provare un discreto desiderio maschile. Ma Maria a questo non ci pensò molto, considerò di aver avuto un attimo di smarrimento e di facile fantasie.
L’intrattenimento continuò con la una particolare cena servita a mò di buffet a base di cozze, caviale, crostacei, contorni vari ed il tutto innaffiato da abbondante altro spumante.
Insomma Maria mi fece chiaramente capire che a furia di bere spumante lei arrivò ad essere molto su di giri e l’aria calda dell’interno le faceva girare un pò la testa. A quel punto molte persone si dispersero per la villa e Maria rimase in compagnia di un signore molto elegante, sempre sulla cinquantina di anni, che durante tutto il pomeriggio l’aveva corteggiata con delicata fermezza. Fu invitata a sedersi accanto a lui sul grande divano circolare, accettò e tranquillamente gli si accomodò vicino. Le fu domandata l’età e qui Maria rispose con sincerità e, presa da un improvvisa voglia di affetto e comprensione, iniziò a raccontare le sue ultime disavventure e l’impellente necessità di trovare un vero lavoro e poi chissà, forse la fortuna si sarebbe accorta anche di lei. A questo punto il suo compagno di divano le mostrò comprensione e si sincerò che era proprio sola in questa città, così iniziò ad aggirarla psicologicamente con affettuosi suggerimenti del tipo – non puoi stare sempre sola, dovresti trovare un uomo maturo che ti sappia proteggere -. Ha ragione, rispose Maria, ma oggi non è facile e così parlando seguitava a bere lo spumante che le veniva offerto, mentre il cinquantenne iniziò a carezzarle i capelli e questo a lei piacque, finalmente una carezza, pensò.
Sai Maria, proseguì l’attempato signore, io conosco tanta gente e fra queste persone riuscirò a trovarti un buon lavoro con un congruo stipendio, non ti preoccupare e a questo punto alle carezze si aggiunsero dei teneri bacetti sulla testa e sulle guance, ormai tutte rosse e brucianti per la situazione che si stava annunciando ed un po’ per la grande quantità di spumante bevuto. Riuscì a balbettare un “grazie”, ma non riuscì ad aggiungere altro perché quel signore di mezz’età la sollevò e si diresse al pino superiore.
Così Maria, terminando la sua lunga confidenza, mi confermò che da quel momento il suo lavoro fu quello di essere sempre accondiscendente con le persone che le venivano presentate dal suo orco. Tentò di ribellarsi per tornare alla sua normalità ma non ci riuscì mai ed oggi effettivamente si ritrovava economicamente tranquilla e piena di importanti conoscenze, tanto da trovare ormai difficoltà nel voler cambiare tutto radicalmente. Quello che mi manca e che non sono mai riuscita ad avere, aggiunse, è un amore sincero, personale, una famiglia e dei figli amati dai nonni, ma anche questi ultimi non ci sono più ed io rimarrò sempre così costretta alla solitudine affettiva.
Dopo aver terminato l’amaro, ci salutammo sulla porta della birreria. . . forse ci incontreremo di nuovo quando tornerai in città. Con un largo gesto del il braccio, mi salutò e si allontanò.
Forse sono ancora dalla compassione facile, ma ho creduto di aver salutato una persona in difficoltà, che mi ha offerto un posto al suo tavolo per mangiare, solo per riuscire a parlare con una persona, che data la mia età, poteva forse assomigliare a suo padre.
La speranza è la chiave per esaudire i desideri.
Novembre 2, 2009Un incubo o un presagio? 
Mi piace ricordare un sogno, un’emozione vissuta ad occhi chiusi, uno spavento nel sentire il rumore del cuore, il dolore dei crampi ed un senso di dolorosa immobilità. Una bufera, un tornado, una gigantesca tromba d’aria che mi ghermisce e mi lancia verso l’alto, non mi posso fermare e non riesco ad aggrapparmi ad una nuvola che mi sfiora, è troppo veloce e si disfa e si ricompone continuamente. Sembra assumere mille forme, mille sembianze sotto la spinta di un vento così impetuoso e spesso da quasi credere di riuscire a vederlo fendere e sfrecciare fra le nere e dense nubi. Le gambe e le braccia, prima raccolte sul corpo per i crampi, ora venivano scosse sgarbatamente in ogni direzione dal forte vento, che mi investiva da ogni direzione come se fossi nel mezzo di tanti uragani, di tanti tifoni. I miei occhi semichiusi cominciavano ad essere abbagliati ed accecati da un’infinità di lampi, i tuoni ed il cupo ululato del vento facevano crescere un’improvvisa mostruosa angoscia, il mio petto era compresso ed il respiro iniziava ad essere affannato, faticavo ad inspirare l’aria. Venivo sbattuto nell’aria mentre il cuore mi martellava sempre più violentemente. A questa terribile baraonda, come da tante piccole esplosioni, sono schizzate fuori dalla mente un’infinità di immagini, tutte offuscate dalla nebbia dei pensieri, delle paure, delle minacce di brutti presagi che pian piano affioravano nel mezzo di tanta confusione. Serrai forte gli occhi e mi sforzai di pensare, cosa stava accadendo? Non riuscivo a capire, forse il demonio, ben consapevole della mia altalenante fede, stava tentando di terrorizzarmi per trascinarmi nello sconcerto più profondo dell’anima. Il futuro mi sembrava compromesso da una forza avversa, le mie poche certezze e speranze mi stavano per essere strappate di mano, che terribile sensazione questa di sentirsi assaliti dal male. Mentre la forza del tornado continuava a rigirami sballottato nel nulla, riusci ad emettere un urlo di aiuto così forte, che sembrava prodotto dall’ampia gola di un gigante. Quell’incubo mi stava inconsciamente portando alla disperazione, sin quando una grande fiammata squarciò il denso strato nuvoloso ed una sottile, ma grande, mano scura si proiettò verso me e mi afferrò per la camicia, poco sotto il mento. Con un violento strappo mi trascinò ben sopra le nuvole ed io, come una marionetta di legno, non riuscì ad opporre resistenza. Una voce bassa ma sottile mi si rivolse ferma facendomi così rabbrividire per una sequela di indescrivibili sensazioni al punto da vedere le sue parole trasformarsi in tante immagini di cose e persone. Mi sentivo ancor più spaventato e al centro di quelle fantastiche visioni. Allora la voce si fece più decisa e imperiosamente mi ordinò di non scoraggiarmi, di non perdere la pazienza per ciò che da sveglio mi angosciava, prima o poi tutto si sarebbe ricomposto, perché chi anticamente aveva sbagliato avrebbe in un certo modo fatto ammenda con il semplice riavvicinamento. Tu, mi fu detto come un tuono, devi dimenticare buona parte del passato, solo una persona deve rimanere ferma nel tuo animo e tu sai chi è, quindi abbandona ogni malumore, ogni rancore e pensa seriamente che ormai sei in procinto di lasciare la dimensione umana, quindi preoccupati di completare quanto di buono hai cercato di compiere con non troppo successo. In questo magico lasso di tempo, oltre a sentire quello che mi veniva detto ho sempre avuto la sensazione di riuscire a rispondere, a parlare, ma le mie parole uscivano dalla bocca senza suono, ma chi mi stava parlando sembrava riuscisse ad ascoltarle.
Quell’ombra terminò il colloquio letteralmente strillandomi “Tu hai una grande colpa. . . da molti anni hai perso gran parte della tua speranza, recuperala quanto prima, perché solo la speranza ti dà la chiave per esaudire i giusti desideri”.
Così detto mi lasciò la presa alla camicia ed io iniziai a precipitare a vite nel vuoto fino ad una esplosione di buio nerissimo. . . . spalancai gli occhi. . . mi svegliai e mi ritrovai di traverso sul letto, ero confuso. . . . mi sono alzato, sono andato in cucina, ho acceso il televisore, mi sono seduto sulla prima sedia. Questa mattina mi sono svegliato di soprassalto, ero ancora seduto in cucina, non mi ricordavo se la sera precedente mi ero messo a letto od ero rimasto in cucina cedendo ad un colpo di sonno. . . sino a quel momento. Per il sogno, per l’incubo. . . .ci devo ragionare.

Corbellerie della mente. . . .forse?
Ottobre 29, 2009
La vita è bella perché c’è l’amore, perché a volte è cattiva e bugiarda perché non da quello che promette. . . poi perché si è un po’ masochisti ed infine perché ci si ritrova senza averlo mai chiesto. La vita va corteggiata con il sorriso, con l’ottimismo, con i pensieri, con le speranze, con l’osservazione della natura e tutto ciò che ci circonda, con la fantasia per creare se possibile quelle condizioni di buon animo, con la fantasia e con la forza dei propri progetti che con convinzione bisogna sempre tendere a realizzare.
Bisogna agire come se fossimo degli esploratori, avanzare si ma con prudenza, perché in questa forte avventura si può essere vittima di tranelli, di deludenti allucinazioni, di situazioni che sembrano proiettarci verso la vetta della personale immaginata felicità quando all’improvviso ci viene tolta la terra da sotto i piedi per farci precipitare angosciati verso l’inferno dell’anima. La vita é anche un viaggio nel tempo con tante situazioni imprevedibili, che siamo costretti ad affrontare rischiando di uscirne malconci. Se avessimo la dote della lucidità ed ogni tanto ci domandassimo a che punto siamo arrivati nel senso che se tutto dovesse terminare in questo momento avremmo vissuto come volevamo ed i ricordi del tratto passato sono belli o sono saturi di rimorsi. Un bel problema perché quando si è piccoli ci si immagina già grandi e catapultati in una realtà da sogno, da realizzati, ma c’è sempre stato qualcosa che ci ha portato lontano da ciò che avremmo voluto, così si riparte da zero, dai soli desideri. 
Ci si rende conto che c’è qualcosa che ci impedisce di vivere come vorremmo, così si decide di cercare ad una soluzione per riprendere la via verso una vita da realizzati. Il tempo scorre veloce ed accadano molte cose come quella di trovarci cresciuti per quindi poter scegliere di vivere da soli, per non essere più influenzati nelle nostre scelte dalle imposizioni degli altri.
La vita è bella anche perché, prima o poi, ti complica l’esistenza con la religione, che ti obbliga a valutare ed interpretare un sistema di vita nel culto di uno o più esseri trascendenti, comunque sacri a cui dedicare rispetto e venerazione per poter sperare, dopo l’exitus, nella salvezza della nostra anima. Ora si ama di più la vita, perché la religione ci insegna la Verità e per l’uomo questo è determinante, solo che per comprendere questa Verità bisogna impegnarsi in una ricerca e dedizione infinita, oltre la normale ragione, e questo è un guaio perché le nostre aspettative di vita sono inferiori all’infinito e la nostra ragione non riesce a capire come l’Amore permette di farci accadere fatti estremamente spiacevoli, a volte drammatici. Allora questa limitante rassegnazione giustificata complica le cose un po’ a tutti, costringendo molti a ragionare sul proprio divenire. Quando si riesce a vivere con serenità e con amore, succede sempre qualcosa che rovescia le aspettative; allora ci si volge verso la natura, verso gli amici animali. . . ma uscendo dal macellaio con un buon pollo ruspante, sette etti di bistecche di maiale ed altrettanti di spezzatino di manzo, forse ci accorgiamo di non essere i loro migliori amici.
Forse è arrivato il momento di cercare di avere tutti pezzi di questo misterioso puzzle, altrimenti si rischia di non capire appieno questo decantato eden.
L’incredibile racconto di Aliana.
Ottobre 14, 2009
Possibile che il Padreterno ama anche quel folto gruppo umano, che, con tutti i suoi difetti, risulta peggiore di quel che appare o si immagina.
In quel pomeriggio l’energia non mi mancava, ma le gambe sembravano volersi ribellare così ho rallentato il passo per raggiungere la sede cittadina dell’associazione alla quale volevo sottoporre la particolare pretesa dell’agenzia delle entrate di esigere per conto del comune di quella città una contravvenzione affibbiatami per una presunta infrazione risalente a circa nove anni addietro e mai ricevuta. Malgrado avessi deciso di muovermi con i mezzi pubblici, ero stranamente in largo anticipo, così decisi di farmi un panino imbottito e di prendere un barattolo con una bibita fresca. Avevo una fame da lupo ed una sete simile a quella di chi sotto al sole stava camminando in mezzo ad un deserto.
Dopo una decina di minuti riuscì ad uscire da pane-pasta con il frugale sostentamento, feci qualche passo, mi fermai poco dopo appoggiandomi alla gialla ringhiera metallica, che impediva l’attraversamento di quella strada. A quell’ora quel giallo ostacolo era usato da appoggio a numerose persone, impiegati in pausa pranzo, per mangiare sostenuti il loro panino. Un momento di relax.
Durante i primi morsi al panino non mi accorsi di essere curiosamente osservato da una ragazza, che mi stava quasi di fronte seduta nel profondo incavo di un’ampia finestra del vecchio palazzo dove risiedeva l’associazione, meta del mio lungo viaggio. Era una giovane donna di circa 25/30 anni circa con lunghi capelli biondi, raccolti con un fiocco verde, con una bella gonna di jeans sin sopra il ginocchio ed una maglietta di seta a tono, che faceva risaltare la sua esile figura. Ci sorridemmo quasi contemporaneamente a mo’ di saluto. Finito il panino, mi stavo avviando al bar per prendere un caffè, mi voltai verso la ragazza e vedendo che mi stava seguendo con gli occhi la invitai a prendere il caffè. Accettò, abbandonò quello scomodo sedile e mi affianco’.
Iniziammo subito una gradevole conversazione, le raccontai il motivo della mia attesa, anche lei si trovava in quella strada per recarsi nello stesso ufficio dove io avevo appuntamento. Seppi, dopo le presentazioni, che si chiamava Aliana e che era da poco riuscita ad ottenere un posto di lavoro, seppure a tempo determinato, in un ufficio pubblico poco distante da lì. Era diplomata da qualche anno, io invece riferì che ero un pensionato, così fra varie amenità mi congratulai per la fortuna che aveva avuto per essere riuscita a trovarsi un buon lavoro, anche se ancora non a tempo indeterminato. Qui Aliana mi rivolse uno sguardo severo, facendomi temere di aver detto qualcosa di inopportuno,ma per fortuna mi rassicurò subito e mi spiegò, con un rapido racconto della sua giovane vita, il motivo del suo cambiamento di umore.
Era nata e vissuta sino a qualche anno prima in una modestissima famiglia, padre-madre-fratello e lei. Il padre lavorava come portiere in uno stabile della città e la sua paga era di circa novecento euro mensili, per la casa bilocale che occupavano non pagavano l’affitto, ma tutte le bollette erano a loro carico, quindi nella sua famiglia si era sempre vissuti in un regime di grande economia, anche per i consumi primari. Per questo motivo sua madre iniziò ad un certo punto ad andare a servizio ad ore presso qualche famiglia lì vicino. Suo fratello, laureatosi con molti sacrifici, ancora non era riuscito a trovare un lavoro stabile con un reddito tale da garantirgli una pur minima tranquillità economica. Sergio, il fratello, si era dovuto anche trasferire in una città del sud dove l’impresa per la quale lavorava aveva aperto una sede per usufruire di alcune agevolazioni governative. Malgrado questa precaria situazione suo fratello aveva deciso di porre stop al suo fidanzamento sposandosi con, appunto, la sua fidanzata. . . . .oggi la sua vita si svolge fra un’immensità di difficoltà e numerosi sacrifici. Proseguendo nel suo racconto, Aliana mi fece capire che anche lei, dopo il diploma, non riusciva a trovare un lavoro che le consentisse di programmare la sua futura vita. Lavorò come commessa, baby sitter, contabile, barista, cameriera, risultò idonea a più di un concorse senza però riuscire ad entrare in graduatoria. Insomma non riusciva a trovare nulla di buono, nemmeno i numerosi tentati passaparola diedero buon esito. Le venne meno la convinzione di sapere chi fosse con la sua seria volontà di riuscire a fare qualcosa di buono nel suo futuro per lei stessa e per almeno alleggerire i suoi genitori dalla preoccupazione di vedere la loro figlia sistemata anche con un modesta ma seria occupazione. Avoglia a leggere annunci su annunci di offerte di lavoro.
Un giorno, quasi al culmine di una forte depressione, per una serie di circostanze mi sono trovata a parlare con una persona molto benestante ed importante, così gli ho raccontato tutte le mie disavventure vissute nella ricerca di una pur semplice occupazione.
Questa persona sembrava sempre attenta ai miei disperati discorsi, mi impegnò in più di un appuntamento, finché un giorno, di pomeriggio in un grande bar centrale, mi fece uno strano discorso, che lasciava pochi dubbi sul senso generale di quel che offriva e che chiedeva. Mi dette un giorno per riflettere e per decidere. Trascorsi quell’intervallo di tempo nella considerazione delle mie radicate convinzioni morali e religiose, ero ben consapevole di ciò che era giusto e/o sbagliato. Pensai anche alla tanto quanto vanamente evocata giustizia sociale. . . . tutto ciò contrastava con la realtà odierna dove di fatto non esiste una vera pari opportunità e in questa società, dove i verbi sono ormai coniugati solo in prima persona, i più deboli sono usati e sfruttati da qualche eventuale potente. In quel periodo ero vulnerabile per la mancanza di lavoro, per la povertà della mia famiglia e per il fondato timore che mio padre aveva perso la sua salute fisica. Certo mi dava fastidio aver ben compreso quello che mi era stato offerto e che pensavo di accettare, malgrado riconoscevo tutto questo in netto contrasto con quanto mi era stato insegnato nell’ambiente dove ero cresciuta e formata. Ma se fossi nata in un’altra parte del mondo dove valgono principi morali e filosofia di vita diversa se non in contrasto con la mia. . . avrei certamente trovato normale quanto mi stava capitando. Così giunse il giorno in cui dovevo comunicare la mia decisione. Il potente pigmalione mi raggiunse puntuale nel posto convenuto ed io senza inutili parole accettai la sua offerta, che mi avrebbe visto come sua segretaria, sempre carina nei suoi confronti e sempre disponibile a qualsiasi trasferta per seguirlo.
In quella circostanza mi rivelò la sua professione. . . .si era proprio una persona potente. . . . mi invitò a recarmi il giorno seguente a recarmi in un certo ufficio dove avrei dovuto firmare il mio contratto di lavoro e per farmi consegnare il mio personale pc portatile. Quindi, allungandomi una busta con mille euro, concluse l’incontro raccomandandomi di non intendere che trescare significava vivere male, anzi è una maniera di fare carriera, di realizzarsi, certo se si è d’accordo. Ai tuoi genitori dì che sei stata assunta come segretaria dell’ufficio che appare sul contratto di lavoro e fra le tue incombenze c’é anche quella di seguire il capo nelle sue trasferte.
Stai tranquilla starai bene, godrai un benessere economico invidiabile e di tante altre prerogative, ciao e a presto.
Rimasi sbigottito per questo assurda confidenza, ma non me né feci accorgere e lasciai che Aliana terminasse il suo personale racconto con l’ammissione che fu per molti anni più di una segretaria, che guadagnò molto denaro al punto da comprarsi una casa propria e di avere un buon risparmio in banca. Poi riuscì a pagare molte cure per suo padre, che purtroppo la lasciò per la gravità della sua patologia. Qualche tempo dopo il suo potente pigmalione riuscì a farla entrare nell’attuale posto di lavoro, sollevandola dai vecchi impegni, ma andando a trovarla di tanto in tanto senza più alcuna pretesa se non quella della sua compagnia in un ristorante di lusso.
Ci salutammo, era giunta l’ora dell’apertura dell’associazione, ci facemmo compagnia sino all’ingresso degli uffici poi con un sorriso ci dividemmo.
Certo quella ragazza mi aveva fatto partecipe della sua tragedia, delle sue delusioni e dei suoi cedimento per necessità, ma è giusto che una persona si senta così condizionata e tentata durante il proprio vulnerabile vissuto? Non so se é vero quello che mi fu raccontato dalla giovane Aliana, ma certo si viene assaliti da una grande tristezza anche durante una favola che narra di una giovane persona che vede cadere sotto il maglio di una certa realtà le favole, le storie, le illusioni, le speranze e le fantasie. Però qualche dubbio ci assale quando siamo destinatari di grandi parole da parte di tutti quei potenti onesti, che si commuovono sino a piangere, nell’ascoltare storie simili. . . .poi la loro generosità si esaurisce con qualche spicciolo tanto per tacitare la loro coscienza, mentre continuano a vivere nell’esagerata abbondanza e nello spreco.
Forse c’é da raccomandarsi affinché Dio veda e controlli tutti ed inizi a premiare anche sulla terra i giusti anche se poveri e sfortunati, mentre intervenga con punizioni verso i finti onesti, le carogne, i corruttori e gli ingiusti. In caso di giustizia continuamente disattesa, bisogna scoprire e conoscere altri luoghi dove si vivono altre convinzioni, altre fedi ed altre filosofie di vita.
CANNIBALI IN BANCA.
Ottobre 12, 2009
Cinque cannibali vengono assunti come impiegati in una banca. Durante la presentazione,
il Direttore Generale dice:
- Adesso siete parte del gruppo. Qui si guadagna bene, e se avete fame potete andare alla mensa aziendale.
Quindi non date noia agli altri impiegati!
I cannibali promettono di non disturbare gli altri. Quattro settimane dopo il D.G. torna e dice:
- State tutti lavorando bene, e sono molto soddisfatto di voi. Però da ieri sembra scomparsa una
delle ragazze delle pulizie e gli uffici sono tutti sporchi. Qualcuno di voi sa cosa è successo?
I cannibali dichiarano di non sapere niente della ragazza. Dopo che il direttore è uscito, il capo dei cannibali dice agli altri:
- Chi di voi idioti ha mangiato la ragazza?
Uno alza esitante la mano, ed il capo dei cannibali dice:
- Imbecille! Per quattro settimane abbiamo mangiato Responsabili Marketing, Capi Area, Dirigenti, Area Manager e Product Manager, in modo che nessuno si accorgesse di niente, e tu dovevi mangiarti proprio la ragazza delle pulizie?!?
(da e-mail)
Pubblicato da 45credocosi
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