Urgent: House vote soon.

Novembre 6, 2009

storyFriend -
The House’s first full vote on health reform legislation may come as early as this week. It’ll be
the first time in more than 60 years that the full body votes on comprehensive reform, and we
expect it to be very close.
But with just a few days before the vote, the insurance industry and their allies are putting
extraordinary pressure on every representative to defeat it. We know that their expensive
lobbyists will be dashing to each congressional office, attempting to twist arms. The only
question is whether the phones will be ringing off the hook with constituents supporting
reform while that happens.

Click here to call your representative right now and tell them to vote in favor of
real health insurance reform.

The House bill incorporates the best ideas from Democrats and Republicans to guarantee
security and stability for those with insurance, provide affordable options for those without
— including the choice of a public insurance option — and reduce costs for families and
small businesses, all while decreasing the deficit.
Many representatives are standing with the President and fighting hard for reform.
They need to know that they have our thanks and our support.
And we need to remind the rest of Congress that Americans need them to rise above
partisan divides and stand up to the special interests. Please call:

http://my.barackobama.com/HouseVote

It’s down to the wire. Your hard work helped bring us to this historic moment. Now let’s
bring it home.

Thanks,

Mitch – Mitch Stewart – Director Organizing for America

La Casa Bianca tramite il suo Director Organizing for America, ci informa che ormai le votazioni sulla grande riforma sanitaria sono arrivate alle fasi conclusive e per questo si spera di essere molto vicini alla vittoria, in modo da offrire a tutti gli americani ed alle piccole aziende la possibilità di avere finalmente una Sanità Pubblica usufruibile da tutti, che secondo il disegno di legge House incorpora le migliori idee dei democratici e repubblicani per garantire stabilità e sicurezza nelle prestazioni. Questa della sanità è una dura lotta contro tutte quelle lobby che hanno interessi personali diversi, ma a questo punto è importante ricordare al resto del Congresso, che gli americani hanno bisogno di superare le parti che difendono, appunto, gli interessi particolari. Per tutto ciò si è invitati a ricordare al proprio rappresentante politico che è necessario che passi la nuova proposta Riforma Sanitaria nell’interesse dell’America e degli americani.


LA SENTENZA DELLA CORTE EUROPEA DI STRASBURGO: UNA GUERRA ICONOCLASTA LONTANA DALLA GENTE.

Novembre 5, 2009

Comunicato n ° 43/2009
Roma, 5 novembre 2009

LA SENTENZA DELLA CORTE EUROPEA DI STRASBURGO: UNA GUERRA ICONOCLASTA LONTANA DALLA GENTE

imagesCAEXCE4PIn merito alla recente sentenza della Corte Europea di  Strasburgo che considera il crocifisso nelle aule una violazione alla libertà di religione degli alunni, il Responsabile dell’Osservatorio per la Tutela e lo Sviluppo dei Diritti dell’Associazione “Giuseppe Dossetti: i Valori” (www.dossetti.it) Corrado Stillo ha dichiarato:

“Per miliardi di uomini il Crocifisso rappresenta più di un simbolo religioso che nulla, ma proprio nulla , toglie agli appartenenti alle altre religioni o a coloro che non aderiscono ad alcuna fede.

Nelle corsie degli ospedali, nelle carceri, nei luoghi di dolore il crocifisso è, per credenti e non credenti, simbolo di liberazione e di consolazione.

In un momento in cui le giovani generazioni non hanno più punti di riferimento ideali se non droga ed alcool in continuo aumento, una Croce di legno appesa in un’aula indica una millenaria civiltà, simbolo di solidarietà, accoglienza, tolleranza.

La Corte Europea di Strasburgo, espressione di quella elitè radical – shic sensibile soltanto agli aspetti economico-finanziari, è quanto mai lontana dal sentire dei popoli e dagli umori dell’uomo comune , avendo l’obiettivo di appiattire tutto in vista dell’ unico bene supremo:il mercato”

Contatto per i giornalisti:
Corrado Stillo Cell. 340 2191692 Tel. 06 3389120

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Intervento di Mons. Gianfranco Bottoni a nome dell’arcivescovo della Diocesi di Milano

La memoria dei morti qui, al Campo della Gloria, esige che ci interroghiamo sempre su come abbiamo raccolto l’eredità spirituale che Caduti e Combattenti per la Liberazione ci hanno lasciato. Rispetto a questo interrogativo mai, finora, ci siamo ritrovati con animo così turbato come oggi. Siamo di fronte, nel nostro paese, ad una caduta senza precedenti della democrazia e dell’etica pubblica. Non è per me facile prendere la parola e dare voce al sentimento di chi nella propria coscienza intende coniugare fede e impegno civile. Preferirei tacere, ma è l’evangelo che chiede di vigilare e di non perdere la speranza.
È giusto riconoscere che la nostra carenza del senso delle istituzioni pubbliche e della loro etica viene da lontano. Affonda le sue radici nella storia di un’Italia frammentata tra signorie e dominazioni, divisa tra guelfi e ghibellini. In essa tentativi di riforma spirituale non hanno potuto imprimere, come invece in altri paesi europei, un alto senso dello stato e della moralità pubblica. Infine, in questi ultimi 150 anni di storia della sua unità, l’Italia si è sempre ritrovata con la “questione democratica” aperta e irrisolta, anche se solo con il fascismo l’involuzione giunse alla morte della democrazia. La Liberazione e l’avvento della Costituzione repubblicana hanno invece fatto rinascere un’Italia democratica, che, per quanto segnata dal noto limite politico di una “democrazia bloccata” (come fu definito), è stata comunque democrazia a sovranità popolare.
La caduta del muro di Berlino aveva creato condizioni favorevoli per superare questo limite posto alla nostra sovranità popolare fin dai tempi di “Yalta”. Infatti la normale fisiologia di una libera democrazia comporta la reale possibilità di alternanze politiche nel governo della cosa pubblica. Ma proprio questo risulta sgradito a poteri che, già prima e ancora oggi, sottopongono a continui contraccolpi le istituzioni democratiche. L’elenco dei fatti che l’attestano sarebbe lungo ma è noto. Tutti comunque riconosciamo che ad indebolire la tenuta democratica del paese possono, ad esempio, contribuire:  campagne di discredito della cultura politica dei partiti; illecite operazioni dei poteri occulti; monopolizzazioni private dei mezzi di comunicazione sociale; mancanza di rigorose norme per sancire incompatibilità e regolare i cosiddetti conflitti di interesse; alleanze segrete con le potenti mafie in cambio della loro sempre più capillare e garantita penetrazione economica e sociale; mito della governabilità a scapito della funzione parlamentare della rappresentanza; progressiva riduzione dello stato di diritto a favore dello stato padrone a conduzione tendenzialmente personale; sconfinamenti di potere dalle proprie competenze da parte di organi statali e conseguenti scontri tra istituzioni; tentativi di imbavagliare la giustizia e di piegarla a interessi privati; devastazione del costume sociale e dell’etica pubblica attraverso corruzioni, legittimazioni dell’illecito, spettacolari esibizioni della trasgressione quale liberatoria opportunità per tutti di dare stura ai più diversi appetiti…
Di questo degrado che indebolisce la democrazia dobbiamo sentirci tutti corresponsabili; nessuno è esente da colpe, neppure le istituzioni religiose. Differente invece resta la valutazione politica se oggi in Italia possiamo ancora, o non più, dire di essere in una reale democrazia. È una valutazione che non compete a questo mio intervento, che intende restare estraneo alla dialettica delle parti e delle opinioni. Al di là delle diverse e opinabili diagnosi, c’è il fatto che oggi molti, forse i più, non si accorgono del processo, comunque in atto, di morte lenta e indolore della democrazia, del processo che potremmo definire di progressiva “eutanasia” della Repubblica nata dalla Resistenza antifascista.
Fascismo di ieri e populismo di oggi sono fenomeni storicamente differenti, ma hanno in comune la necessità di disfarsi di tutto ciò che è democratico, ritenuto ingombro inutile e avverso. Allo scopo può persino servire la ridicola volgarità dell’ignoranza o della malafede di chi pensa di liquidare come “comunista” o “cattocomunista” ogni forma di difesa dei principi e delle regole della democrazia, ogni denuncia dei soprusi che sono sotto gli occhi di chiunque non sia affetto da miopia e che, non a caso, preoccupano la stampa democratica mondiale.
Il senso della realtà deve però condurci a prendere atto che non serve restare ancorati ad atteggiamenti nostalgici e recriminatori, ignorando i cambiamenti irreversibili avvenuti negli ultimi decenni. Servono invece proposte positivamente innovative e democraticamente qualificate, capaci di rispondere ai reali problemi, alle giuste attese della gente e, negli attuali tempi di crisi, ai sempre più gravi e urgenti bisogni del paese. Perché finisca la deriva dell’antipolitica e della sua abile strumentalizzazione è necessaria una politica nuova e intelligente.
Ci attendiamo non una politica che dica “cose nuove ma non giuste”, secondo la prassi oggi dominante. Neppure ci può bastare la retorica petulante che ripete “cose giuste ma non nuove”. È invece indispensabile che “giusto e nuovo” stiano insieme. Urge perciò progettualità politica, capacità di dire parole e realizzare fatti che sappiano coniugare novità e rettitudine, etica e cultura, unità nazionale e pluralismi, ecc. nel costruire libertà e democrazia, giustizia e pace.
Solo così, nella vita civile, può rinascere la speranza. Certamente la speranza cristiana guarda oltre le contingenza della città terrena. E desidero dirlo proprio pensando ai morti che ricordiamo in questi giorni. La fede ne attende la risurrezione dei corpi alla pienezza della vita e dello shalom biblico. Ma questa grande attesa alimenta anche la speranza umana per l’oggi della storia e per il suo prossimo futuro. Pertanto, perché questa speranza resti accesa, vorrei che idealmente qui, dal Campo della Gloria, si levasse come un appello a tutte le donne e gli uomini di buona volontà.
Vorrei che l’appello si rivolgesse in particolare a coloro che, nell’una e nell’altra parte dei diversi e opposti schieramenti politici, dentro la maggioranza e l’opposizione, si richiamano ai principi della libertà e della democrazia e non hanno del tutto perso il senso delle istituzioni e dell’etica pubblica. A voi diciamo che dinanzi alla storia – e, per chi crede, dinanzi a Dio – avete la responsabilità di fermare l’eutanasia della Repubblica democratica. L’appello è invito a dialogare al di là della dialettica e conflittualità politica, a unirvi nel difendere e rilanciare la democrazia nei suoi fondamenti costituzionali. Non è tempo di contrapposizioni propagandistiche, né di beghe di basso profilo.
L’attuale emergenza e la memoria di chi ha combattuto per la Liberazione vi chiedono di cercare politicamente insieme come uscire, prima che sia troppo tardi, dal rischio di una possibile deriva delle istituzioni repubblicane. Prima delle giuste e necessarie battaglie politiche, ci sta a cuore la salute costituzionale della Repubblica, il bene supremo di un’Italia unitaria e pluralista, che insieme vogliamo “libera e democratica”.

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Noi Siamo Chiesa sulla sentenza della Corte europea di Strasburgo

NOI SIAMO CHIESA
Via N.Benino 3 00122 Roma
Via Bagutta 12  20122 Milano
Tel. .3331309765
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E-mail vi.bel@iol.it
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COMUNICATO STAMPA 
La fede la si vive nelle coscienze e la si pratica nelle opere. I simboli, come il crocefisso, servono agli atei devoti e ai fondamentalisti che hanno nostalgia della società cristiana, non ai credenti nell’Evangelo
Il portavoce nazionale di “Noi Siamo Chiesa” Vittorio Bellavite ha rilasciato la seguente dichiarazione:
“Anche sulla questione del crocefisso nelle scuole e negli edifici pubblici esiste una chiara differenza di posizioni all’interno della Chiesa cattolica, anche se i punti di vista diversi da quelli ufficiali fanno fatica a farsi conoscere.
Di fronte alla secolarizzazione e ai problemi pastorali che essa pone a chi vuole proporre il Vangelo all’uomo di oggi, l’atteggiamento di troppe strutture ecclesiastiche è quello di scegliere una scorciatoia; essa consiste in “campagne” per la difesa di simboli, per cercare di ottenere strumenti legislativi a favore delle proprie posizioni o delle proprie strutture, per ottenere un’affermazione formale e pubblica delle tradizioni e delle radici cristiane dell’Europa, per difendere ogni privilegio concordatario dove esiste e per ricercarlo nelle situazioni nuove (paesi dell’Est). Non ci si rassegna al superamento di una cultura della cristianità. L’ostilità alla sentenza della Corte di Strasburgo è la conseguenza di questo atteggiamento generale.
Ma esiste un altro punto di vista. Esso, di fronte alla necessità  di una nuova e credibile evangelizzazione, pensa che si debba puntare soprattutto alla crescita della vita di fede nella coscienza dei credenti e nella vita delle comunità cristiane e alle “opere” di cui parla il Vangelo. Esse consistono oggi nell’impegno per il cambiamento, nella vita democratica, nei rapporti sociali, nei rapporti tra Nord e Sud del mondo e nella pace fondata sulla giustizia e il disarmo. Così il Vangelo può diventare più credibile agli occhi dell’uomo di buona volontà e in ricerca, usando povertà di mezzi materiali (Matteo 10,9).   Questa posizione si richiama al Concilio Vaticano II ed al suo spirito, è proiettata in una prospettiva ecumenica, crede nella fratellanza tra tutte le religioni, senza alcuna bandiera o simbolo, per affrontare i problemi dell’umanità all’inizio del terzo millennio.
Perché non avere un atteggiamento positivo nei confronti della domanda di laicità e di parità del ruolo di ogni religione? Perché non prendere atto che la storia dell’Europa è stata molto segnata dal cristianesimo, con grandi luci e con grandi ombre, ma anche da altre culture (per esempio l’illuminismo, il liberalismo, il socialismo…) ? E’ una questione di onestà intellettuale, non ci sono primi della classe.
Il crocefisso è un simbolo religioso, su cui meditare nel raccoglimento della propria preghiera personale e comunitaria. Come simbolo (improprio) dell’identità e della cultura nazionale esso viene usato strumentalmente da tutta la destra miscredente (quella degli atei devoti e di quelli che adorano il Dio Po)e da quella cristiana fondamentalista. Il Vaticano e la CEI non vogliono e non riescono ad avere una posizione più equilibrata e attenta a tutte le sensibilità presenti nella Chiesa ma, anzi, contribuiscono ad alimentare rivendicazioni e acide polemiche.”
Roma, 4 novembre 2009
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Crocifisso cdb 2009

Riteniamo un traguardo di civiltà, laicità, tolleranza, libertà e pacificazione religiosa la sentenza della Corte Europea dei diritti dell’uomo che ha detto «no» all’esibizione del crocifisso nelle scuole pubbliche, pronunciandosi sul ricorso di una cittadina italiana. Finalmente una buona notizia dagli Organismi della Unione Europea che restituisce, in parte, quella realtà istituzionale alla democrazia ed ai diritti di cittadinanza.
Questa nostra valutazione è coerente con tutta la storia delle comunità di base che si sono sempre impegnate per l’affermazione di una laicità positiva in ogni ambito di vita, “nella società, nello stato, nella chiesa” come recita il titolo di un importante Convegno che le stesse comunità base tennero a Firenze già nel 1987.
Sappiamo di essere controcorrente perché la maturazione della società, della realtà religiosa e della politica sul tema della laicità è un percorso lungo e conflittuale. Ma non siamo affatto soli.
“Meno croce e più Vangelo” valeva nella scuola di Barbiana da dove don Milani aveva tolto il crocifisso. Meno croce e più Vangelo valeva per un cattolico come Mario Gozzini, il senatore della legge sulla umanizzazione del carcere, il quale nel 1988 scrisse sull’Unità due forti articoli di critica verso i difensori dell’ostensione pubblica della croce. Egli da fine politico e da buon legislatore fa la proposta di “uno strumento che impegni il presidente del Consiglio a studiare e compiere i passi opportuni per ottenere, dalla Conferenza episcopale, l’assenso a togliere di mezzo un segno diventato, quantomeno, equivoco … Ci vorrà tempo e pazienza – conclude Gozzini – ma ho speranza che alla fine la ragione e l’autentica coscienza cristiana, quella che bada a Cristo più che ai patrimoni storici, avranno la meglio”.
La speranza di Gozzini è sempre più la speranza nostra, di tanti laici ma anche di tante realtà cattoliche.
Le comunità cristiane di base italiane
Roma 4 novembre 2009


Esther Mahlangu.

Novembre 5, 2009

eemmSpesso, acceso il pc, dopo una navigazione fra i blogs che preferisco, seleziono la mappa Google dell’Africa e così inizio a viaggiare con lo sguardo su questo ampio continente, ancora pieno di segreti, di povertà, di guerre, di ingiustizie, di enormi ricchezze naturali, di tanti popoli e costumi simili ma tanto diversi, di colori, di riserve naturali piene di una varietà di animali unici, di varie caratteristiche tradizioni, di uomini e donne forti a cui la vita ha donato poco, di certamente grandi intelligenze ancora non totalmente utilizzate e messe al servizio del benessere pubblico, di probabili talenti ancora celati da un’organizzazione sociale molto arretrata e qualche volta anche tribale, di ricchezza ancora non bene distribuita e in mano a poche persone, di artisti rimasti purtroppo ancora poco conosciuti nel resto del mondo, di grandi personalità politiche fra le quali spicca Rolihlahla Dalibhunga meglio conosciuto come Nelson Mandela quale eroe della resistenza sud africana contro l’apartheid e primo presidente del Sudafrica insignito del Premio Nobel per la Pace nello scorso 1993.
Nel mio curiosare ho scoperto che questo misterioso continente ha dato i natali anche a ormai noti artisti delle arti figurative, come la settantenne signora Esther Mahlangu, nativa dello Zimbawe nella tribù Ndebele. Questa singolare artista è purtroppo una delle poche pittrici del Sudafrica, si racconta che malgrado il suo aspetto esprima una singolare empatia è invece una persona silenziosa, di poche parole, ma sempre attenta alla sua arte pittorica che svolge sin dalla sua infanzia con dedizione e ispirata fantasia. Le sue opere sono vivacemente colorate in complesse composizioni geometriche, quasi sempre prodotte con costante simmetria delle linee e delle figure, che portano un esperto osservatore a riconoscere in quei tratti una mantenuta tradizione locale.
Negli anni la produzione artistica di questa pittrice si è arricchita, oltre alle tele, di sculture, di ceramiche, di supporti singolari come le automobili ed aerei proponendo così al resto del mondo artistico e non la sua “Art Car”. Ormai è una pittrice nota in tutto il mondo e per questo suo indiscusso talento ha avuto la fortuna di collaborare con famosi artisti come il notissimo statunitense Andy Warhol, quest’ultimo purtroppo scomparso una ventina di anni fa. A favore dell’artista Mahlangu sono state stampate relazioni, pubblicazioni con le raffigurazioni delle sue opere ed un catalogo della sua mostra “Why Africa” svolatasi a Torino appena due anni fa.
Finalmente ed era ora che questo Continente iniziasse a disvelare le sue energie migliori, in modo che venga conosciuto si per la sua meravigliosa natura e per l’eccellenza umana. Basta parlare e ricordare l’Africa come terra di conquista e di sfruttamento, come è stato nel periodo colonialista, che ancora oggi però mostra dei silenziosi colpi di coda.

bengu01annn


Abbiamo perso la primavera.

Novembre 5, 2009

asciugarePremier super o inter pares? Questo è il dilemma, un pò sciocco, che il governo dovrà risolversi , altro dilemma culturale è quello che qualcuno già annuncia la sua volontà di far votare direttamente dal popolo il leader ovvero il presidente del consiglio. . . ma questa figura istituzionale non dover riferirsi al popolo bensì alle altre istituzioni, quindi questa proposta sa di strane adunanze da piazza Venezia ed è ben lontana dalla nostra cultura democratica quanto lontana dall’attuale Costituzione Repubblicana, già faticosamente redatta dai nostri padri fondatori con un mirabile equilibrio fra pesi e contrappesi istituzionali, comunque già compromessi per la continua inopportuna voglia di cambiamento sempre verso il peggio. Francamente comincio ad irritarmi per questo continuo carosello perpetuato da apparati vocali naturalmente impiantati, sin dalla nascita, su corpi di quel confuso popolo politico, parte del quale sembra non interessarsi alla nostra storia ed alla nostra cultura democratica, conquistata nel tempo con il sacrificio di molti nostri connazionali che non dovremmo mai far uscire dalla memoria. L’attuale maniera di far politica mi fa ricordare la figura del capo classe zelantemente impegnato a redigere gli elenchi di buoni e cattivi sulla grande lavagna a disposizione nell’aula. Così almeno sino ad ora s’è comportato gran parte del popolo della politica, di destra e di manca. Da non poco tempo siamo assaliti da lodi, scandali, gossip e da una caduta morale veramente senza precedenti, mentre per noi poveri mortali rimangono irrisolti gran parte dei problemi connessi alla famiglia, al lavoro, alla sicurezza, alla stabilità ed alle aziende. Oggi su molti media si filosofeggia sul gossip politico considerandolo fatto pubblico, politico, ma non rilevante politicamente. . . può darsi ma questo continuo chiacchiericcio, queste continue scoperte di onerose abitudini hard fanno pensare e temere che qualcuno di fatto è sin troppo distratto dalle proprie attività private, così molte riforme urgenti tardano ad essere esaminate e varate come quella della necessaria estensione della c.i.g. per non lasciare alcuna famiglia senza il minimo necessario reddito per il suo naturale bisogno di sostentamento. Oggi assistiamo ad una generosa produzione di notizie scritte in prime pagina di molti quotidiani con titoli sempre a caratteri cubitali in modo da non poter rischiare di passare inosservate nel loro scalettato e continuo attacco contro una continua varietà di personaggi. Un’accesa guerra a suon di parole, più o meno offensive, contro vari esponenti politici di ogni estrazione partitica, un toto accusa giornaliero, un eccessivo antagonismo che brucia del tempo da poter utilizzare in modo migliore come quello di varare azioni di contenimento degli effetti negativi della crisi nella reale quotidianità e nell’analisi delle troppe alternative che di fatto mancano nella nostra attuale società liberista. Chi vive nel disagio, continuerà ad essere sempre nel disagio, questa di fatto è la grande contraddizione dei nostri tempi, la moderna utopia che è il necessario carburante per spingere inutilmente i giovani ad assumere un portamento aggressivo e competitivo in un emisfero che tende a creare tante comunità frequentate da eremiti sociali. Mentre i ricchi e gli arricchiti non rischiano nulla in questo deserto umano, gli basta aprire un cassetto affondarne la mano per trarre fuori ciò che gli necessita per continuare a vivere divertiti nella loro lobby.
Da noi è stato impostato un particolare liberismo, che di fatto da noi crea continue diseguaglianze e sempre meno opportunità di farcela, come si dice correntemente, quando non si possiede il supporto di qualche amichevole indicazione, ovvero raccomandazione. In questo particolare periodo l’informazione assume un ruolo strategico per la democrazia a patto però che le notizie diffuse riportino fatti veri ed importanti per tutti, quindi sarebbe ora che si cessasse di scrivere per descrivere il colore delle mutande di tutti.
Nell’animo generale stanno sfumando quei sentimenti che la primavera di solito personifica come l’ottimismo e la serenità della ragione. Anche la natura, ormai con il quasi solo inverno ed estate, ci nasconde lo spettacolo di vedere, appunto in primavera, nuovi fiori germogliati nelle fessure delle case o negli spazi fra i sampietrini di qualche strada e l’assurdo di questo è che se perdurasse questo fantastico germoglio noi lo calpesteremmo distruggendolo sotto le scarpe e sotto le gomme delle macchine della nostra società da corsa fra soli. Forse cambierà qualcosa quando si comprenderà che la politica è un’attività molto importante per un popolo democratico, ma la si deve svolgere con i sentimenti e non con i risentimenti, sempre strillati ed usati come arma contundente contro la parte avversaria. Sarebbe ora che qualcuno si riprenda per dare modo alla politica di continuare ad essere da esempio e di essere ancora interessante e giustamente propositiva per una comunità positiva e democratica.


Prede e predatori, crudele simbiosi.

Novembre 4, 2009

chagallNon ho alcuna intenzione di motivare il titolo di questo post con facili parallelismi o con immaginabili accostamenti a fatti recensiti dalla cronaca o da qualsiasi media, ma il mio unico scopo è quello di avere avuto purtroppo ancora conferma dell’esistenza di una razza di vampiri, che ancora non si fanno scrupolo di sfruttare alcune debolezze e criticità esistenziali di indigenti sfortunate persone succhiandone energie, anestetizzandone valori, forza morale e personali desideri di realizzare normali desideri di vivere un’esistenza meno sofferta dalle privazioni che impongono crudelmente l’assenza di lavoro e di un pur modesto reddito.
Il programma che avevo scalettato per la giornata di ieri era quello di scendere in prima ora in città per recarmi nella sede di un ente per consegnare un documento riferito alla mia persona e per principalmente riuscire a parlare con qualcuno presente nell’organigramma di vertice e nella responsabilità della sua gestione. Proprio per realizzare quest’ultimo importante proposito, avevo convenuto l’incontro in sede con un consigliere, ma questo, per motivi di salute, disertò l’appuntamento, ma questa improvvisa assenza non mi fece recedere dal programma, e poi dopo tutta quell’acqua che mi ero preso nei tratti percorsi a piedi non potevo certo rinunciare a quell’importante colloquio che mi ero prefisso di affrontare per capire il vero stato di salute dell’ente in parola. Così appena consegnato il mio documento, mi avventurai per il lungo e sinuoso corridoio del maestoso palazzo del ‘500 alla ricerca di un ufficio occupato, appunto, da un primario responsabile di quell’ente. Dopo qualche passo giunsi davanti all’ufficio del presidente, ma questi era assente, così mi rivolsi alla sua segretaria per convenirne un appuntamento. Dopo qualche tentativo di vanificare la mia priorità, riuscì a far ben comprendere a quella impiegata che ero ben determinato a voler colloquiare con il presidente e così rimasi d’accordo che appena fosse stata stabilita la disponibilità del mio futuro interlocutore sarei stato avvisato preventivamente per telefono. Mi allontanai da quell’ufficio con l’animo molto contrariato, comprendevo che si voleva evitare qualsiasi colloquio con qualsiasi socio ordinario a causa della pessima condizione di quell’ente. Nervosamente avevo iniziato a rigirarmi nella tasca il badge d’accesso, quando intravidi alla sinistra di quell’ampio e lungo passaggio la fisionomia del direttore. Allungai il passo di quel tanto per non dare troppo all’occhio circa la nuova direzione intrapresa, così giunsi in un minuto davanti al funzionario con il quale optai di parlare. Lo colsi in maniche di camicia sulla soglia del suo ufficio, mi presentai e chiesi qualche minuto di disponibilità, mi fu gentilmente accordata ed io, dopo qualche inutile amenità, entrai immediatamente nell’argomento che mi stava tanto a cuore e che mi preoccupava da non poco tempo. Purtroppo i miei timori risultarono tutti fondati, al che lo invitai a cercare qualche plausibile soluzione per evitare che venissero sacrificati altri posti di lavoro ed a questo proposito fui chiaro e diretto nel suggerire la soluzione di fare assumere le sfortunate future vittime nella grande azienda della quale bene o male questo ente dipendeva. Ci salutammo dopo aver ricevuto un impegno a tentare di realizzare il mio suggerimento, così usci da quell’enorme monumento reso cupo per la presenza di quell’insensibile organigramma, ancora troppo preso
dal diktat apparentemente non negoziabile di una grande azienda del terziario, che quasi certamente ha solamente brillato per una non sempre condivisibile gestione, così come le parti sociali non sembrano aver seriamente ostacolato alcune impopolari iniziative aziendali.
Comunque sono intenzionato a percorrere anche scelte difficili per avere ragione di quanto sarebbe giusto aspettarsi da un’azienda già largamente gratificata dai pubblici aiuti, dalla serietà ed impegno dei propri dipendenti, le cui fila sono state già pesantemente falcidiate da una sequela di operazioni che hanno creato molte migliaia di esuberi e forse né sta ancora programmando.
Comunque abbandonai con passo lungo quella fabbrica di malumore, l’orologio mi rivelò che s’era fatto più tardi del previsto, così con una nuvola di non buoni proponimenti mi avviai verso una birreria, un pab per mangiare qualcosa e per dar tempo al mio umore di tornare razionale per così riprendere a ragionare su quello che mi sarebbe utile decidere in un prossimo futuro. Entrai in una storica antica birerria, nota come frequente ritrovo di turisti, di cittadini, di giovani e di persone che volevano rilassarsi, ridere, bere e ben mangiare in un ambiente che dipana gli affanni e che sostiene gli sguardi fra i disegni rimasti sempre uguali nel corso di quasi un secolo. Un posto ben indicato per rivisitare i ricordi di un tempo ormai trascorso ed avere la possibilità di rivolgere l’attenzione su ciò che oggi è presente, come i sempre numerosi avventori, seduti davanti al gran numero di tavoli di colore marrone, mentre un gran numero di camerieri e cameriere sfrecciano sostenendo enormi boccali di birra e piatti con una varietà di saporite vivande. A colpo d’occhio non mi sembrava ci fosse posto anche per me, per questo feci lentamente la spola nelle tre sale e non scorsi alcun tavolino libero, stavo dirigendomi all’uscita per aspettare o per andarmene di nuovo verso casa, quando scorsi un braccio agitarsi come se qualcuno volesse farsi notare, girai lo sguardo verso una giovane donna, che, con il solo movimento della mano, mi invitava ad avvicinarmi. Cosa che feci e con sorpresa fui invitato a prendere posto nel suo stesso tavolo, intanto era sola e di spazio ce n’era. Il suo sguardo simpatico mi convinse di accettare, così mi accomodai proprio di fronte a lei allungando contemporaneamente il mio braccio per stringerle la mano come ringraziamento per la cortesia e per presentarci, il suo nome era Maria, avrà avuto una trentina d’anni con un fisico snello e ben proporzionato con un viso appena truccato e ben incorniciato da lucenti capelli di colore biondo un po’ mesciato e con l’espressione accesa da due meravigliosi occhi chiari,venati di verde, ma di questo non né sono certo in quanto mi era impossibile avvicinarmi di più e poi non mi sarei azzardato a tanto. Le nostre prime comunicazioni presero la via della simpatia e della spontaneità, fermammo al volo una gentile cameriera per ordinare due arrosti misti, come per dire un’insieme di salciccie – wurstel – pancetta – patate fritte – olive ascolane e crauti, da bere due birre chiare medie. . . . roba da svenire per il colesterolo e per la pressione. Ma iniziavo a rilassarmi e quella inaspettata compagnia mi stava facendo dimenticare tutti i neri pensieri di quella mattinata. Parlammo del più e del meno, le raccontai qualcosa di me e lei con un’inaspettabile spontaneità iniziò a parlarmi di sé, ma il tono con cui iniziò le sue confidenze mi rivoluzionò l’umore ed una punta di tristezza stava montando dentro di me, ma non gli permisi di straripare oltre i miei occhi.
Maria era originaria di un piccolo comune della Basilicata. Con la sua famiglia abitava in un piccolo casolare, poco distante dalla zona più abitata, il padre aveva delle pecore e si arrangiava anche a vendere rottami di ferro, la madre era la classica lucana che si occupava della casa e dava una mano con le bestie. Il fratello, più grande di lei di appena due anni, dopo le scuole elementari imparò a fare lo “scarparo” in una bottega del vicino comune, mentre lei riuscì a frequentare sino alla terza media dopo di che riuscì a farsi prendere in una azienda di abbigliamento ed insieme agli altri “sartori” imparò a cucire ed a rifinire i tessuti prodotti.
Avrebbe di certo voluto frequentare le magistrali per terminare il corso scolastico, ma la famiglia non le permise di recarsi in città dove c’erano appunto le magistrali. Verso i 16/17 anni arrivò in questa città, la ospitava una zia per darle modo di migliorare le sue condizioni. Così, con un pizzico di fortuna, riusci ad essere assunta come aiutante sarta in un atelier, in una di allora nota casa di moda. Le parve subito di essere entrata in un mondo magico, un meraviglioso continuo scenario di toni caldi, accesi e dorati, un’atmosfera fuori dall’ordinario pieno di lusso vero, ma qualche volta fittizio, come scoprì molto tempo dopo. Trovò il tempo e la costanza per diplomarsi in una scuola serale, poco distante dalla sartoria. Tutto sembrava che procedesse verso un roseo avvenire, almeno verso un futuro senza grandi preoccupazioni.
Purtroppo le cose non andarono sempre così bene, infatti dopo qualche anno la sartoria dove lavorava cessò l’attività e nel contempo sua zia si ammalò gravemente, a tal punto da lasciarla sola dopo appena sei mesi di malattia. Riuscì a mala pena a mantenersi la piccola casa in affitto con un nuovo contratto a suo nome e ricostituendo il deposito di garanzia con gli ultimi risparmi. In due anni cambiò molti lavori, da commessa a fioraia, da riparatrice di abiti a donna di pulizie, da venditrice di articoli da cucina a barista. Per quanto girasse non riusciva più a trovare un lavoro fisso regolare, non aveva raccomandazioni così si occupò sempre a nero sin quando fece amicizia con una ragazza quasi sua coetanea, durante una festa a cui era stata invitata da comuni conoscenze.
A questo punto del racconto di Maria, iniziai ad immaginarne la parte finale, rimasi impassibile, ma dentro di me certo si affacciava l’amarezza per qualcuno che sospettavo non c’è l’aveva fatta e per questo s’era dovuta ripiegare su se stessa e su quanto forse credeva fermamente. Intanto avevamo entrambi finito di mangiare e così per rubare un altro po’ di tempo alla compagnia ordinammo due amari e lei riprese a raccontare, ma con meno vivacità.
La festa si svolgeva in una bella grande villa a tre piani, nel sotto livello la sala giochi con annesso tinello, al livello un grande salone con un enorme camino in pietra e tanto lussuoso arredo al cui centro ‘era un ampio divano circolare in pelle, al piano superiore le stanze da notte. A Maria la festa sembrò subito un po’ fuori dal comune per il fatto che loro ragazze erano tutte giovani, mentre gli uomini erano certamente di mezz’età, ma non diede importanza a questa particolarità perché aveva voglia di svagarsi e di allontanare per qualche ora le sue preoccupazioni pratiche. La festa era magnifica, la gente apparentemente tutta simpatica ed alla mano e sprizzavano gentilezza. Sia al bordo piscina che dentro casa tutti stavano consumando tartine e mignon bevendo colmi flute di spumante. Da un enorme e complicato apparecchio veniva diffusa una gradevole musica di sottofondo, mentre gli attempati ed eleganti cavalieri iniziarono ad invitare qualche ragazza a ballare, cingendole alla vita con determinazione, come a provare un discreto desiderio maschile. Ma Maria a questo non ci pensò molto, considerò di aver avuto un attimo di smarrimento e di facile fantasie.
L’intrattenimento continuò con la una particolare cena servita a mò di buffet a base di cozze, caviale, crostacei, contorni vari ed il tutto innaffiato da abbondante altro spumante.
Insomma Maria mi fece chiaramente capire che a furia di bere spumante lei arrivò ad essere molto su di giri e l’aria calda dell’interno le faceva girare un pò la testa. A quel punto molte persone si dispersero per la villa e Maria rimase in compagnia di un signore molto elegante, sempre sulla cinquantina di anni, che durante tutto il pomeriggio l’aveva corteggiata con delicata fermezza. Fu invitata a sedersi accanto a lui sul grande divano circolare, accettò e tranquillamente gli si accomodò vicino. Le fu domandata l’età e qui Maria rispose con sincerità e, presa da un improvvisa voglia di affetto e comprensione, iniziò a raccontare le sue ultime disavventure e l’impellente necessità di trovare un vero lavoro e poi chissà, forse la fortuna si sarebbe accorta anche di lei. A questo punto il suo compagno di divano le mostrò comprensione e si sincerò che era proprio sola in questa città, così iniziò ad aggirarla psicologicamente con affettuosi suggerimenti del tipo – non puoi stare sempre sola, dovresti trovare un uomo maturo che ti sappia proteggere -. Ha ragione, rispose Maria, ma oggi non è facile e così parlando seguitava a bere lo spumante che le veniva offerto, mentre il cinquantenne iniziò a carezzarle i capelli e questo a lei piacque, finalmente una carezza, pensò.
Sai Maria, proseguì l’attempato signore, io conosco tanta gente e fra queste persone riuscirò a trovarti un buon lavoro con un congruo stipendio, non ti preoccupare e a questo punto alle carezze si aggiunsero dei teneri bacetti sulla testa e sulle guance, ormai tutte rosse e brucianti per la situazione che si stava annunciando ed un po’ per la grande quantità di spumante bevuto. Riuscì a balbettare un “grazie”, ma non riuscì ad aggiungere altro perché quel signore di mezz’età la sollevò e si diresse al pino superiore.
Così Maria, terminando la sua lunga confidenza, mi confermò che da quel momento il suo lavoro fu quello di essere sempre accondiscendente con le persone che le venivano presentate dal suo orco. Tentò di ribellarsi per tornare alla sua normalità ma non ci riuscì mai ed oggi effettivamente si ritrovava economicamente tranquilla e piena di importanti conoscenze, tanto da trovare ormai difficoltà nel voler cambiare tutto radicalmente. Quello che mi manca e che non sono mai riuscita ad avere, aggiunse, è un amore sincero, personale, una famiglia e dei figli amati dai nonni, ma anche questi ultimi non ci sono più ed io rimarrò sempre così costretta alla solitudine affettiva.
Dopo aver terminato l’amaro, ci salutammo sulla porta della birreria. . . forse ci incontreremo di nuovo quando tornerai in città. Con un largo gesto del il braccio, mi salutò e si allontanò.
Forse sono ancora dalla compassione facile, ma ho creduto di aver salutato una persona in difficoltà, che mi ha offerto un posto al suo tavolo per mangiare, solo per riuscire a parlare con una persona, che data la mia età, poteva forse assomigliare a suo padre.


Stato di allarme nelle carceri italiane.

Novembre 2, 2009

Comunicato n ° 42/2009 imagesCA6YW7A6

Roma, 2 novembre 2009

Occorre un difesa civica dei diritti nelle carceri italiane

In relazione alle recenti tragiche morti dei detenuti romani, Diana Blefari e Stefano Cucchi, il Responsabile dell’Osservatorio per la Tutela e lo Sviluppo dei Diritti dell’Associazione “Giuseppe Dossetti: i Valori – Sviluppo e Tutela dei Diritti” (www.dossetti.it) Corrado Stillo ha dichiarato:

“Si assiste sempre più spesso ad un degrado quasi inarrestabile della vita negli istituti penitenziari italiani. Suicidi, violenze, sovraffollamenti, fanno delle carceri italiane delle palestre di illegalità quotidiana, dove il compito di rieducazione, di reinserimento, di avvio al lavoro, di formazione del personale viene meno a causa di restrizioni finanziarie che si riversano, inevitabilmente, sui più deboli.

Alle eclatanti promesse del Governo che poco tempo fa affermava l’imminente avvio dei lavori per la costruzione di nuove carceri per 20.000 posti noi, come Associazione per la tutela dei Diritti, invitiamo il Ministro Alfano a fare meno provvedimenti ad personam, sconfessati poi dalla Corte Costituzionale, e ad occuparsi seriamente delle condizioni da terzo mondo in cui si svolge la vita carceraria italiana.

Invitiamo anche le Regioni a nominare, sulla base delle competenze, veri Difensori Civici nelle carceri in tutto il territorio nazionale, per garantire il rispetto della Legge e dei diritti costituzionali e per evitare il ripetersi di fatti come quelli degli ultimi giorni, che offendono la reputazione dell’Italia in campo internazionale”.
Contatto per i giornalisti:
Corrado Stillo Cell. 340 2191692 Tel. 06 3389120


La speranza è la chiave per esaudire i desideri.

Novembre 2, 2009

Un incubo o un presagio? imagesCASDPAOK

Mi piace ricordare un sogno, un’emozione vissuta ad occhi chiusi, uno spavento nel sentire il rumore del cuore, il dolore dei crampi ed un senso di dolorosa immobilità. Una bufera, un tornado, una gigantesca tromba d’aria che mi ghermisce e mi lancia verso l’alto, non mi posso fermare e non riesco ad aggrapparmi ad una nuvola che mi sfiora, è troppo veloce e si disfa e si ricompone continuamente. Sembra assumere mille forme, mille sembianze sotto la spinta di un vento così impetuoso e spesso da quasi credere di riuscire a vederlo fendere e sfrecciare fra le nere e dense nubi. Le gambe e le braccia, prima raccolte sul corpo per i crampi, ora venivano scosse sgarbatamente in ogni direzione dal forte vento, che mi investiva da ogni direzione come se fossi nel mezzo di tanti uragani, di tanti tifoni. I miei occhi semichiusi cominciavano ad essere abbagliati ed accecati da un’infinità di lampi, i tuoni ed il cupo ululato del vento facevano crescere un’improvvisa mostruosa angoscia, il mio petto era compresso ed il respiro iniziava ad essere affannato, faticavo ad inspirare l’aria. Venivo sbattuto nell’aria mentre il cuore mi martellava sempre più violentemente. A questa terribile baraonda, come da tante piccole esplosioni, sono schizzate fuori dalla mente un’infinità di immagini, tutte offuscate dalla nebbia dei pensieri, delle paure, delle minacce di brutti presagi che pian piano affioravano nel mezzo di tanta confusione. Serrai forte gli occhi e mi sforzai di pensare, cosa stava accadendo? Non riuscivo a capire, forse il demonio, ben consapevole della mia altalenante fede, stava tentando di terrorizzarmi per trascinarmi nello sconcerto più profondo dell’anima. Il futuro mi sembrava compromesso da una forza avversa, le mie poche certezze e speranze mi stavano per essere strappate di mano, che terribile sensazione questa di sentirsi assaliti dal male. Mentre la forza del tornado continuava a rigirami sballottato nel nulla, riusci ad emettere un urlo di aiuto così forte, che sembrava prodotto dall’ampia gola di un gigante. Quell’incubo mi stava inconsciamente portando alla disperazione, sin quando una grande fiammata squarciò il denso strato nuvoloso ed una sottile, ma grande, mano scura si proiettò verso me e mi afferrò per la camicia, poco sotto il mento. Con un violento strappo mi trascinò ben sopra le nuvole ed io, come una marionetta di legno, non riuscì ad opporre resistenza. Una voce bassa ma sottile mi si rivolse ferma facendomi così rabbrividire per una sequela di indescrivibili sensazioni al punto da vedere le sue parole trasformarsi in tante immagini di cose e persone. Mi sentivo ancor più spaventato e al centro di quelle fantastiche visioni. Allora la voce si fece più decisa e imperiosamente mi ordinò di non scoraggiarmi, di non perdere la pazienza per ciò che da sveglio mi angosciava, prima o poi tutto si sarebbe ricomposto, perché chi anticamente aveva sbagliato avrebbe in un certo modo fatto ammenda con il semplice riavvicinamento. Tu, mi fu detto come un tuono, devi dimenticare buona parte del passato, solo una persona deve rimanere ferma nel tuo animo e tu sai chi è, quindi abbandona ogni malumore, ogni rancore e pensa seriamente che ormai sei in procinto di lasciare la dimensione umana, quindi preoccupati di completare quanto di buono hai cercato di compiere con non troppo successo. In questo magico lasso di tempo, oltre a sentire quello che mi veniva detto ho sempre avuto la sensazione di riuscire a rispondere, a parlare, ma le mie parole uscivano dalla bocca senza suono, ma chi mi stava parlando sembrava riuscisse ad ascoltarle.
Quell’ombra terminò il colloquio letteralmente strillandomi “Tu hai una grande colpa. . . da molti anni hai perso gran parte della tua speranza, recuperala quanto prima, perché solo la speranza ti dà la chiave per esaudire i giusti desideri”.
Così detto mi lasciò la presa alla camicia ed io iniziai a precipitare a vite nel vuoto fino ad una esplosione di buio nerissimo. . . . spalancai gli occhi. . . mi svegliai e mi ritrovai di traverso sul letto, ero confuso. . . . mi sono alzato, sono andato in cucina, ho acceso il televisore, mi sono seduto sulla prima sedia. Questa mattina mi sono svegliato di soprassalto, ero ancora seduto in cucina, non mi ricordavo se la sera precedente mi ero messo a letto od ero rimasto in cucina cedendo ad un colpo di sonno. . . sino a quel momento. Per il sogno, per l’incubo. . . .ci devo ragionare.

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