Crepuscolo Americano – Le Guerre (2/2)

agosto 31, 2008
Dal momento però che “nessuna guerra viene mai vinta dall’aria” la fase successiva è:
– invasione e occupazione della nazione in oggetto, con tutti gli annessi e connessi del caso. La storia ci insegna che le occupazioni: a) non possono durare in eterno, b) si risolvono nei più osceni bagni di sangue. Invasioni e occupazioni da parte degli Stati Uniti – dal Sud-Vietnam all’Iraq – non sono mai sfuggite a questa logica.

Continuando quindi a seguire il trittico Domino/Pisciata/Profitto, le motivazioni primarie di tutti i coinvolgimenti e/o conflitti unitamente alla “difesa degli interessi degli Stati Uniti” (leggi: sterminio a scopo di rapina volto all’appropriazione di risorse e/o materie prime), lo scrivente ritiene inoltre opportuno elencare i principali impegni diretti bellici americani dalla Seconda Guerra Mondiale fino al settembre dell’A.D. 2001, data in cui ebbe luogo una ormai ben nota quanto brusca svolta storica.
In retrospettiva, l’esito di molti di questi conflitti e/od operazioni militari è ambiguo o incerto, i loro effetti a breve, medio e lungo termine sono tuttora oggetto di analisi e/o discussione, i contraccolpi sull’economia e sulla società americana coprono pressoché l’intero spettro delle reazioni umane, dal giubilo alla disperazione, dalla soddisfazione all’orrore.

Pertanto, tornando alle “guerre dell’America” in forma di schede, ya really gonna luv this! :

GUERRA DI COREA
Presidente US in carica: Harry S. Truman
Motivazione: Contenimento dell’egemonia comunista cinese e/o sovietica
Durata: 25 giugno 1950 – 27 luglio 1953
Nome codice: N/D – parte della Guerra Fredda
Esito: Vittoria mai riconosciuta da una parte o dall’altra.
Situazione attuale: regime comunista nord-coreano tuttora al potere, tregua armata, nessun trattato di pace, DMZ De-Militarized Zone (Zona De-Militarizzata) al 38° Parallelo
Perdite americane (militari): 35.000
Perdite americane (civili): 2.500
Feriti americani: 92.000
Dispersi americani: 16.000
Perdite sud-coreane (militari): 58.000
Perdite sud-coreane (civili): 1.200.000 (stima non-ufficiale)
Feriti sud-coreani: 175.000
Dispersi sud-coreani: 80.000
Perdite nord coreane (militari): 215.000
Perdite nord-coreane: (civili): 3.000.000 (stima non-ufficiale)
Feriti nord-coreani: 300.000
Dispersi nord-coreani: 120.000
Perdite altre nazioni (militari & civili): 1.600.000.
Commento: agli inizi della Guerra Fredda, la Guerra di Corea è il primo confronto diretto tra Stati Uniti e blocco comunista, con la Cina coinvolta in prima linea al prezzo di oltre trecentomila caduti.
Il Generale Douglas MacArthur, comandante in capo delle forze americane in Corea, preme per il bombardamento nucleare delle forze cinesi a nord del fiume Yalu. Viene immediatamente rimosso per ordine del Persidente Truman.

INVASIONE DELLA BAIA DEI PORCI (CUBA)
Presidente US in carica: John F. Kennedy
Motivazione: rovesciamento del regime comunista di Fidel Castro
Durata: 17/19 aprile 1961
Nome codice: N/D – Parte della Guerra Fredda
Esito: vittoria cubana
Situazione attuale: Regime cubano tuttora al potere, embargo commerciale contro Cuba americano tuttora in vigore
Perdite americane (militari & civili): sotto le 10 unità
Perdite cubane (militari & civili): 5.000
Commento: classica “stronzata” della CIA. Sulla base di informazioni incomplete e/o fasulle, si ritenne che l’opposizione interna al regime di Fidel Castro fosse molto più consistente di quanto non era in realtà.
Il disastro della Baia dei Porci (un nome una garanzia) rimane a tutt’oggi una delle macchie più infamanti dello spionaggio americano e della strategia bellica americana in generale.
Non è quindi un caso che il suo contraccolpo più diretto sia stato la crisi dei missili dell’ottobre di quel medesimo anno, che portò il mondo sul limite estremo dell’olocausto nucleare

GUERRA DEL VIETNAM
Presidente US in carica: John F. Kennedy, Lyndon B. Johnson, Richard M. Nixon
Motivazione: contenimento del comunismo nel Sud-Est Asiatico
Durata: 1956 – 30 aprile 1975 (caduta di Saigon)
Nome codice: N/D – Parte della Guerra Fredda
Esito: Vittoria del Nord-Vietnam
Situazione attuale: trattato di pace di Parigi, Vietnam unificato sotto il regime comunista
Perdite americane (militari): 58.000
Perdite americane (civili): 10.500
Feriti americani: 300.000
Dispersi americani: 2.400
Perdite altre nazioni (militari): 5.000
Perdite sud-vietnamite (militari): 250.000
Perdite sud-vietnamite (civili, incluse perdite laotiane e cambogiane): 1.740.000
Feriti sud-vietnamiti: 1.170.000
Dispersi sud-vietnamiti: N/D
Perdite nord vietnamite (militari): 560.000
Perdite nord-vietnamite (civili): 1.000.000
Feriti nord-vietnamiti: 600.000
Dispersi nord-vietnamiti: N/D
Commento: per definizione, la Guerra del Vietnam rimane LA “sporca guerra” dell’America”. È anche la guerra in cui “l’eroe americano” diviene il “cattivo”, il “mostro”.
E rimane (almeno per ora) anche la più grande sconfitta dell’America dalla Seconda Guerra Mondiale in avanti.
Ben tre diversi presidenti, due democratici e uno repubblicano – Kennedy, Johnson, Nixon – tentano di gestirla, uno in modo più fallimentare dell’altro.
In diciannove anni di guerra sempre più feroce, sempre più insensata, ben 2 milioni di militari americani prestano servizio nel remoto stato asiatico. Sia il Nord che il Sud dello stato medesimo ne escono rasi al suolo, inquinati, dilaniati.
Nella Guerra del Vietnam ogni crimine è perpetrato, ogni atrocità è commessa, ogni disastro è compiuto. Per gli Stati Uniti è la discesa al fondo del baratro di ogni infamia.
Passati trentatre anni dalla fine del conflitto – e a dispetto di altre “vittorie” dell’America – si parla ancora di “Sindrome del Vietnam” e/o di “Spettro del Vietnam”.
Uno degli effetti primari dello “Spettro del Vietnam” sulla politica interna americana è che ogni singolo caduto americano in una qualsiasi guerra estera diventa automaticamente un’insopportabile incudine politica (elettorale) per l’amministrazione in carica.

GUERRA DELLO YOM-KIPPUR
Presidente US in carica: Richard M. Nixon
Motivazione: intimidazione strategica verso l’Unione Sovietica, progetto di controllo delle risorse petrolifere del Medio Oriente
Durata: 19 ottobre 1973
Evento cruciale: DEF-CON 1, Stato di Massima Allerta Steategica Nucleare
Situazione attuale: belligeranza nella regione continua
Commento: al culmine dello Scandalo Watergate, con il Presidente Richard M. Nixon ormai prossimo all’impeachment, le sorti della nuova guerra arabo-israeliana sono estremamente incerte.
Per quanto gli Stati Uniti non fossero direttamente coinvolti nelle operazioni belliche, il loro appoggio a Israele rimane (tuttora) indiscutibile.
Israele perde il 90% della sua aviazione nella Valle della Bekaa (Libano), e le forze dei paesi arabi (Egitto, Siria, Giordania) premono da tutti i fronti. La sorte stessa di Israele sembra segnata.
Alla data del 19 ottobre 1973, il Presidente Nixon da ordine di mettere l’intero sistema strategico nucleare americano in condizione di massima allerta: DEF-CON 1 (Defense Condition 1, livello massimo di 5).
Le spiegazioni ufficiali di una decisione di simile gravità rimangono a tutt’oggi fumose.
Si parlò di contrastare un possibile intervento diretto dell’Unione Sovietica nel conflitto arabo-israeliano, ovviamente dalla parte degli arabi.
Si ipotizzò che la mossa fosse in realtà un deterrente CONTRO Israele stesso, le cui armi nucleari stavano già venendo collocate sui bombardieri.
A margine della decisione di passare in DEF-CON 1, un documento di 22 pagine della Intelligence britannica cita un piano americano per prendere il militarmente controllo dei giacimenti petroliferi dell’Arabia Saudita e dell’Iraq.
Ciò, alla fine, non accadde. L’allerta strategica venne annullata. Ma per 48 ore il mondo fu sul baratro di un conflitto termonucleare totale.

GUERRA CIVILE DEL LIBANO
Presidente US in carica: Ronald W. Reagan
Motivazione: forza di interposizione tra Israele ed Hezbollah
Durata: 23 ottobre 1983
Nome codice: N/D – parte del conflitto medio-orientale
Esito: ritiro americano
Situazione attuale: belligeranza nella regione continua
Perdite americane (militari): 241 marines
Feriti americani: 60
Perdite francesi (militari): 58
Feriti francesi: 15
Perdite libanesi (attentatori suicidi): 2
Commento: La giornata più nera per il corpo dei Marines dalla battaglia di Iwo-Jima. 241 caduti in un attentato suicida eseguito con un camion carico di 5,4 tonnellate di alto esplosivo, gas metano come innesco.
Simultaneamente, un secondo attentato suicida di identica metodologia colpisce il distaccamento francese del 1 battaglione Paracadutato della Legione Straniera causando 58 morti.
È uno dei colpi più duri e spettacolari inferti dal terrorismo islamico a una forza militare occidentale.
Il Presidente Reagan – che stava cercando di servirsi del Libano come piattaforma di penetrazione diretta nell’infinito conflitto mediorientale – definisce l’attentato un «despicable act», atto riprovevole.
Due settimane dopo gli attentati, gli Stati Uniti abbandonano il Libano.

INVASIONE DELL’ISOLA DI GRENADA
Presidente US in carica: Ronald W. Reagan
Motivazione: espulsione dei cubani dopo un colpo di stato (cubano) e l’assassinio di Maurice Bishop, governatore della piccola isola caraibica
Durata: 25 ottobre/15 dicembre, 1983
Nome codice: Operazione Urgent Fury (Furia Urgente)
Esito: vittoria americana
Situazione attuale: Isola di Grenada sotto controllo americano
Perdite americane (militari): 19
Feriti americani (militari): 116
Dispersi americani: 0 (zero)
Perdite altre nazioni (militari & civili): 69
Perdite cubane (militari & civili): 24
Feriti cubani (militari & civili): 59
Commento: Non e’ un caso che Urgent Fury abbia luogo in contemporanea al ritiro americano del Libano (vedi sopra).
E certamente non e’ un caso che – a confronto delle infime dimensioni dell’operazione stessa – la sua risonanza propagandistica sia enorme.
L’idea di Mr. Reagan è infatti: a) ridare fiducia al cittadino americano riguardo alle sue forze armate; b) tentare di esorcizzare lo “Spettro del Vietnam”.
Per certi versi, l’intento riesce. Dopo Urgent Fury, l’interventismo americano è in continua ascesa.

ATTACCO AEREO CONTRO LA LIBIA
Presidente US in carica: Ronald W. Reagan
Motivazione: risposta contro un attentato terroristico a Berlino avvenuto in data 5 aprile 1986
Durata: 15 aprile 1986
Nome codice: Operazione El Dorado Canyon
Esito: tutti gli obbiettivi in Libia colpiti & distrutti
Situazione attuale: calma apparente
Perdite americane (militari & civili): 0 (zero)
Perdite libiche (militari & civili): 31
Feriti libici (militari & civili): 226
Commento: per quanto di trascurabile entità dal punto di vista militare, anche El Dorado Canyon ha una sua importante valenza politica.
È infatti la prima risposta “bellica” di una nazione occidentale a un atto terroristico perpetrato da una nazione “islamica”.
Negli anni a seguire, El Dorado Canyon comporta tutta una serie di strascichi nelle corti di giustizia internazionali, in cui la Libia cerca (senza risultato) di ottenere risarcimenti dagli Stati Uniti.
Per converso, El Dorado Canyon <B<NONferma in alcun modo il terrorismo islamico.
Nell’estate del 1988, il volo PanAM 108 viene distrutto in volo nel cielo di Lockerbie, Scozia, a opera di un attentato sponsorizzato appunto dalla Libia, e per il quale (a distanza di molti altri anni) sarà la Libia a risarcire.
Solo un nuovo episodio verso ben altre stragi.

INVASIONE DI PANAMA
Presidente US in carica: George H.W. Bush (Bush I)
Motivazione: Rimozione di Manuel Noriega, presidente golpista di Panama, ex-agente CIA, noto gangster internazionale
Durata: 20 dicembre 1989 / 31 gennaio 1990
Nome codice: Operazione Just Cause (Giusta Causa)
Esito: vittoria americana
Situazione attuale: governo legittimo tuttora al potere a Panama
Perdite americane (militari): 100/1.000 (dato non ufficiale)
Feriti americani (militari): N/D
Perdite panamensi (militari): 24
Feriti panamensi (militari): 325
Perdite panamensi (civili): 300/4.000 (dato non ufficiale)
Commento: Guillermo Endara Noriega è un classico prodotto della Teoria della Pisciata, vale a dire un corvo che finisce con il mangiare gli occhi di chi lo ha nutrito.
Agente della CIA contro i sandinisti del Salvador, agente della DEA (Drug Enforcement Agency) contro (pro?) i trafficanti di droga colombiani, Noriega decide di mantenere il potere con la forza dopo la sconfitta elettorale del 1989.
Mr. Bush I definisce quattro ragioni per l’invasione:1) proteggere le vite dei cittadini US a Panama; 2) restaurare democrazia & diritti umani; 3) combattere il traffico di droga; 4) mantenere l’integrità del Trattato Torrijos-Carter sulla neutralità del Canale. Al lettore eventuali valutazioni di quanto sopra.
Non tutto è rose fiori, né durante l’invasione, né tantomeno dopo: Panama City diventa teatro di assassinii proditori e saccheggi indiscriminati; la crisi economica panamense dura fino a tutto il 1993; si verificano contraccolpi negativi nelle relazioni diplomatiche tra Stati Uniti e svariati paesi latino-americani.
Manuel Noriega sta tuttora scontando svariati ergastoli in un carcere di massima sicurezza degli Stati Uniti.

GUERRA DEL GOLFO (PRIMA GUERRA DELL’IRAQ)
Presidente in carica: George H.W. Bush
Motivazione: liberazione del Kuwait invaso dall’Iraq, difesa dei giacimenti petroliferi dell’Arabia Saudita
Durata: 2 agosto 1990 / 28 febbraio 1991
Nome codice: Desert Shield (Scudo del deserto), Desert Storm (Tempesta del deserto)
Esito: vittoria della coalizione ONU guidata dagli Stati Uniti
Situazione attuale: invasione US dell’Iraq dopo Seconda Guerra dell’Iraq
Perdite americane (militari): 358
Perdite americane (civili): N/D
Dispersi/prigionieri americani: 41
Feriti americani (in azione): 776
Feriti americani (dopoguerra): 90.000
Perdite altre nazioni (militari): N/D
Perdite irachene (militari & civili): 200.000 (dato non-ufficiale)
Feriti iracheni: 75.000
Dispersi/prigionieri iracheni: 80.000
Commento: questo conflitto rappresenta il trionfo assoluto della diplomazia bellica americana e della tecnologia bellica americana.
Con l’invasione del Kuwait da parte di Saddam Hussein – che gli Stati Uniti avevano ampiamente rifornito di ogni tipo di armi durante la guerra Iraq/Iran (1980, 1 milione di caduti) – gli Stati Uniti stessi si ritrovano a confronto con un ennesimo prodotto tossico della Teoria della Pisciata.
Mr. Bush I – ex-direttore della CIA, vice-Presidente di Mr. Reagan – riesce a coinvolgere l’ONU contro l’Iraq e ad allestire una coalizione di decine di nazioni (ItaGLia inclusa) volta alla “liberazione del Kuwait”.
Le cifre di cui sopra danno un’idea di che cosa sia stata, militarmente parlando, la “Guerra del Golfo”.
Citando solo un dato addizionale, la campagna di bombardamenti che precede le operazioni militari terrestri – strategic softening (ammorbidimento strategico) – dura 55 giorni, con un scarico sul territorio iracheno pari al doppio del tonnellaggio esplosivo dell’intera Seconda Guerra Mondiale.
Da un punto di vista propagandistico, alla fine della Guerra del Golfo, gli Stati Uniti hanno lavato (per un po’) la “Sindrome del Vietnam”, ristabilendo (per un po’) il mito della invincibilità americana basata sull’alta tecnologia militare.
Per contro – da un lato a causa dell’inquinamento da idrocarburi alifatici proveniente dai roghi di centinaia di pozzi di petrolio, all’altro lato per effetto delle emanazioni radioattive dai famigerati “proiettili all’uranio impoverito” – ben 90.000 reduci americani soffriranno di un insieme di orride patologie chiamate “Sindrome del Golfo”.
La Prima Guerra del Golfo è anche l’ultima guerra americana “dalla parte dei buoni e dei giusti”. Ciò che verrà dopo, porterà solo e solamente il marchio dell’infamia.

CONTROLLO DEI CIELI DEL MEDIO ORIENTE POST GUERRA DEL GOLFO
Presidente in carica: George H.W. Bush (Bush I), William J. Clinton, George W. Bush (Bush II)
Motivazione dell’intervento: Contenimento di Saddam Hussein post-Prima Guerra dell’Iraq
Durata: dicembre 1990/settembre 2003
Nome codice: Provide Comfort/Southern Focus/Northern Watch/Southern Watch (Provvedere all’Aiuto, Focale Sud, Guardia Nord, Guardia Sud)
Esito: continuo controllo dei cieli da parte di US, GB, FRA
Situazione attuale: invasione US dell’Iraq dopo la Seconda Guerra dell’Iraq
Perdite americane (militari & civili): 0 (zero)
Perdite irachene (militari & civili): 800.000 – 1.200.000 (dati non ufficiali)
Commento: Per tre diverse amministrazioni (due repubblicane e una democratica, due mandati di quest’ultima) e per tredici anni (1990/2003) dalla fine di Desert Storm al settembre 2003 (inizio Seconda Guerra dell’Iraq), gli Stati Uniti mantengono il controllo assoluto dei cieli iracheni.
Qualsiasi velivolo iracheno (aereo e/o elicottero) violi le zone di interdizione a sud e a nord del paese viene abbattuto. Sono condotti anche svariati attacchi aerei contro installazioni militari irachene al suolo.
Il dibattito sulla legalità internazionale o meno di queste zone di interdizione aerea continua a tutt’oggi, per quanto ormai tramutato dalla Seconda Guerra dell’Iraq in una ridicola, grottesca disquisizione accademica.
Le zone d’interdizione aerea vanno di pari passo con il duro embargo imposto all’Iraq post-Desert Storm. Embargo comunque ampiamente e illegalmente violato da Saddam Hussein nell’acquisizione di armi convenzionali.
ONG di svariate nazioni, incluse ONG degli Stati Uniti, stimano che le zone d’interdizione aerea associate all’embargo di cibo e medicinali siano costate al popolo iracheno tra 800.000 e 1,2 milioni di decessi per malattia, denutrizione, inedia, etc. etc. etc.
A una domanda se un simile “disastro umanitario” fosse eticamente accettabile per gli Stati Uniti, l’allora Segretario di Stato Madeline Albright risponde senza esitazione: «indubbiamente accettabile nel nome del contenimento di un dittatore sanguinario quale Saddam Hussein.»

BATTAGLIA DI MOGADISHU / GUERRA DI SOMALIA
Presidente in carica: William J. Clinton
Motivazione dell’intervento: ripristino della demoKrazia e dei diritti umani nella Somalia dei signori della guerra
Durata: 3-4 ottobre 1993
Nome codice: Operazione Restore Hope (Ritrovata Speranza)
Esito: ritiro degli Stati Uniti
Situazione attuale: guerra civile somala + guerra Somalia/Eritrea tuttora in corso
Perdite americane (militari & civili): 18
Feriti americani (militari & civili): 73
Perdite altre nazioni (militari & civili): 1
Feriti altre nazioni (militari & civili): 9
Perdite somale (militari & civili): 1.500/2.000 (dato US), 4.000 (dato non ufficiale)
Feriti somali (militari & civili): 3.000/4.000 (dato US); 15.000/20.000 (dato non ufficiale)
Commento: con il coinvolgimento americano (sotto egida ONU) in Somalia, la guerra (in senso lato) passa tra tragedia a tragedia grottesca. L’intervento americano inaugura infatti il turpe ossimoro di “guerra umanitaria”.
Deciso a riproporre una ridicola immagine “buonista” degli Stati Uniti dopo l’ecatombe della Prima Guerra dell’Iraq, Mr. Clinton organizza uno sbarco a Mogadishu che si tramuta in un’orgia di propaganda.
La Battaglia di Mogadishu del 3 e 4 ottobre è l’esito disastroso del tentativo (fallito) da parte americana di catturare il più importante dei signori della guerra somali, tale Mohamed Farrah Aidid.
Tutto quello che c’è sapere su questo evento è ampiamente e dettagliatamente illustrato nel libro Black Hawk Down, di Mark Bowden, e nell’omonimo film (già citato in un precedente articolo) diretto da Ridley Scott.
I dati numerici di cui sopra definiscono l’estremo umanitarismo del coinvolgimento americano in Somalia.
Due settimane dopo la Battaglia di Magadishu, i trentamila uomini del contingente americano vengono ritirati. La CNN non era là a riprenderli.

BOMBARDAMENTO MISSILISTICO DI SUDAN & AFGHANISTAN
Presidente in carica: William J. Clinton
Motivazione dell’intervento: Risposta agli attentati terroristici contro le ambasciate US a Nairobi, Kenia, e Dar-el-Salaam, Tanzania
Durata: 20 agosto 1998
Nome codice: Operazione Infinite Reach (Distanza Infinita)
Esito: tuttora controverso
Situazione attuale: regime sudanese tuttora al potere, regime afghano dei taliban abbattuto dalla guerra contro l’Afghanistan iniziata nel novembre 2001
Perdite americane (militari & civili, attentati): 12
Feriti americani (militari & civili, attentati): N/D
Perdite altre nazioni (militari & civili, attentati): 212
Feriti altre nazioni (militari & civili, attentati): 5.000
Perdite americane (militari & civili, bombardamento US): 0 (zero)
Perdite altre nazioni (militari & civili, bombardamento US): 35 (dato ufficiale), svariate migliaia (dato non ufficiale):
Commento: classico tiro al bersaglio a lungo raggio e nessun coinvolgimento sul campo tipico dell’era clintoniana.
Dopo la indecente, patetica esperienza di Mogadishu, Mr. Clinton diviene in qualche modo ossessionato dall’idea insensata e contradditoria di “no casualty war” (guerra senza caduti, americani è ovvio).
Infinite Reach è però anche un nuovo passo di quella che ormai è la “Guerra al Terrore Globale”, suggellata dal (primo) attentato al World Trade Center del dicembre 1993 e sancita dai due attentati di Nairobi e Dar-el-Salaam del luglio 1998.
Obbiettivi di Infinite Reach sono “strutture di fabbricazione di armi chimiche” in Sudan e “campi di addestramento di terroristi” in Afghanistan. Svariate coordinate in entrambe le “nazioni” sono colpite da circa 75 missili da crociera lanciati da navi e sottomarini americani.
Il governo di Khartoum mostra distruzioni che dichiara appartenere a una fabbrica di medicinali. I taliban di Kabul accusano a loro volta gli Stati Uniti di terrorismo.
All’indomani dei bombardamenti, le polemiche si sprecano. Lo stesso congresso americano non è tenero con l’amministrazione, valutando l’operazione troppo limitata e del tutto “inefficace”. L’eufemismo del secolo.

GUERRA DEL KOSOVO
Presidente in carica: William J. Clinton / George W. Bush (Bush II)
Motivazione dell’intervento: fine della polizia etnica serba ai danni della minoranza (musulmana) del Kosovo
Durata: 1996/11 giugno 1999
Nome codice: N/D parte della guerre slave, egida NATO
Esito: vittoria US/NATO
Situazione attuale: instabilità balcanica continua, presenza NATO nell’aera continua
Perdite americane/NATO (militari & civili): 2
Dispersi e/o feriti americani: 0 (zero)
Perdite serbe (militari): 576
Perdite serbe & kosovare (civili, pulizia etnica incrociata): 7.500 / 14.700 (dati non ufficiali)
Commento: di nuovo dietro il paravento della “guerra umanitaria”, sotto egida NATO (legalità dell’intervento tuttora in discussione), gli Stati Uniti continuano l’ancestrale politica dell’accerchiamento della Russia.
Una politica che conduce a un passo dal confronto diretto dei due eserciti quando le forze russe – in un imprevedibile colpo di mano – invadono l’aeroporto di Pristina nel giugno del 1999.
L’aviazione NATO – di cui fa parte anche l’aviazione itaGLiana, governo del compagnomassimodalema – compie 38.000 missioni di bombardamento sulla Serbia e sulla capitale Belgrado, sul Kosovo e sulla capitale Pristina, usando come basi aeree di partenza le basi in tutta ItaGLia.
La Guerra del Kosovo non ha risolto in alcun modo le tensioni etniche nella regione. Se possibile, le ha amplificate. Il Kosovo, maggioranza musulmana, ha di recente dichiarato unilateralmente la propria indipendenza. Il Kosovo resta anche la piu’ consistente piattaforma criminale dei Balcani.
La Guerra del Kosovo segna il tramonto delle “guerre umanitarie”. Oltre la Guerra del Kosovo la guerra ritorna quello che e’ sempre stata: sterminio di massa a scopo di rapina.

Deve essere sottolineato che le schede di cui sopra NON sono comprensive di TUTTI gli interventi e/o coinvolgimenti delle forze armate degli Stati Uniti dalla Seconda Guerra in avanti. Deve anche essere precisato che
NESSUNO DEGLI INTERVENTI DIRETTI DELLE FORZE ARMATE DEGLI STATI UNITI E’ MAI STATO PRECEDUTO DA UNA DICHIARAZIONE DI GUERRA
In realtà, nessuna delle oltre duecentocinquanta guerre scoppiate a tutte le latitudini del Pianeta Terra dalla fine della Seconda Guerra Mondiale in avanti — né nessuna delle oltre ottanta guerre tuttora in corso sul Pianeta Terra – è MAI stata dichiarata.
Si tratta di un problema squisitamente costituzionale.
Una nazione che “dichiara guerra” a un’altra nazione, DEVE commutare tutti i propri codici da quelli di pace a quelli di guerra. Un codice di guerra è una versione appena leggermente edulcorata di una legge marziale. Vale a dire: arresti indiscriminati, detenzioni di massa sine-die, interrogatori sottoposti all’unica pastoia chiamata Convenzione di Ginevra, Hey, man, that’s a REAL laugh! , campi di internamento, etc. etc. etc.
Al di là di tutti i problemi politici, costituzionali, umanitari, strategici, economici, etc. etc. etc. esposti nelle schede di cui sopra gli equilibri (leggi: squilibri) degli Stati Uniti e del mondo sono stati definitivamente alterati da un già citato evento ormai universalmente noto come 9/11.

Questo evento e le sue conseguenze saranno oggetto dell’ultimo articolo di questa serie. Di nuovo ringrazio il lettore per la pazienza nell’avere voluto seguirmi fino a questo punto.

(di Alan D.Altieri – fonte Carmilla -Pubblicato Giugno 26, 2008 02:32 PM).

 

 

 


Crepuscolo Americano – Le Guerre (1/2)

agosto 31, 2008

 

Dentro molti di noi è forte il desiderio che qualcosa nel mondo cambi in meglio, ma il fatto che due o tre potenti nazioni vogliono essere gli arbitri del destino di tutto il mondo preoccupa non poco. Continuamente siamo stati testimoni e spettatori a mezzo media di non sò quante guerre e di altrettante tragedie con distruzioni, ecatombi umane, miserie e terrore scolpito nei volti di bambini e adulti vittime, a volte spesso indifese, di combattimenti cruenti eufemisticamente aggettivati come giusti, umanitari, preventivi e di bilanciamento o simmetriche ad altre guerre. Crudeli bugie per celare spesso il vero fine di questi conflitti armati, quale quello di assicurarsi fonti energetiche tipo petrolio, gas, carbone e chissà cos’altro.

Per questo oggi, sempre di più, è necessario seguire ed interessarsi di tutte competizioni elettorali di altre nazioni per tentare di ostacolare di fare attribuire la responsabilità istituzionale a persone senza coscienza e buon senso, che possano rubarci il futuro con i loro progetti e con la loro indole belligerante.

 

Con questo scopo, desidero condividere il lavoro di Alan D.Altieri per ricordare una buona parte dei conflitti che da molti anni hanno messo in ginocchio le speranze di molte, troppe popolazioni e mentre ci si augura che cessi questa crudele oscenità già nel Caucaso si stanno verificando operazioni militari fra Russia e Georgia con distruzione, con morti e con un’infinità di feriti e fuggitivi. Questa volta per mitigare la ferocia della parola guerra viene asserito che si è iniziato a combattere per <<costringere la parte georgiana alla pace>>.

Quindi rinfreschiamo la nostra memoria ed auguriamoci che il prossimo Presidente degli Stati Uniti d’America sia finalmente un personaggio dotato di alte capacità diplomatiche, di grande carisma politico e di tantissimo buon senso. . . . . .così si può sperare di un cambiamento per il “meglio” che tutti desideriamo.

 

 Un’analisi “in situ” di quello che potrebbe portare al declino terminale dell’ultima superpotenza.

di Alan D. Altieri

Gli Stati Uniti d’America – ultima superpotenza democratica, gendarme del mondo libero – sono una nazione determinata a usare la guerra solo e solamente quale estrema risorsa per difendere le vite dei propri cittadini e l’integrità del proprio territorio.
Giusto?
Sbagliato.
In realtà, da lungo, lunghissimo tempo, la guerra (leggi: “continuazione della politica con altri mezzi”, von Clausewitz) È parte integrante della politica estera americana.

 In questa direzione, anche la teoria e pratica della “guerra preventiva” – famoso e famigerato asse portante della “guerra al terrore”, tuttora fondamento propagandistico, economico e strategico dell’amministrazione Bush II – È parte integrante della politica estera americana attuale. Di conseguenza è parimenti parte integrante degli equilibri attuali (leggi: squilibri in crescita esponenziale) del consorzio mondiale. O qualsivoglia imitazione del medesimo.

Molti storici datano l’inizio dell’uso politico della guerra, o della minaccia della guerra, da parte degli Stati Uniti alla data del 14 luglio, A.D. 1853. In quella fausta occasione, il Commodoro Matthew C. Perry minacciò di aprire il fuoco contro la città di Tokyo, capitale dell’Impero del Sol Levante, qualora l’Imperatore si fosse rifiutato di concedere il permesso di approdo e/o sbarco alla flotta degli Stati Uniti. L’Imperatore cedette e gli americani sbarcarono, barbari gai-jin con il loro sbracato atteggiamento da cow-boys del mare, il loro bieco tanfo corporeo occidentale e le loro superarmi che fanno bum. You got it, man: the ugly Americans are coming.

Quel fatidico evento del 1853 segnò la fine degli oltre due secoli e mezzo di ferreo isolamento nipponico dal mondo esterno, isolamento iniziato con la Battaglia di Sekigahara (ottobre 1600), il fondamentale scontro che concluse secoli di guerre feudali, consolidando il potere della monarchia imperiale che tuttora regge il Giappone. Se per il Giappone l’evento del 1853 significò una nuova apertura al mondo, per gli Stati Uniti significò la chiara apertura della celeberrima Gunboats Politics. Nota anche come: Politica delle Cannoniere.
In sostanza: Do what I say, sucker, and do it NOW. Otherwise I’m gonna blow your stinking brains out (fa’ quello che ti dico, scemo, e fallo ADESSO. O io ti faccio saltare le tue fetenti cervella). Non esattamente un manifesto di eccelse pubbliche relazioni, ma comunque una metodologia di una certa efficacia.

Ma non bisogna trascurare quanto potrebbe essere grosso il cannone della controparte. Difficilmente la Politica delle Cannoniere funzionerebbe oggi con la Russia attuale, o con la Cina attuale, o con l’India attuale, o anche con il Pakistan attuale. Perché i cannoni (leggi: testate nucleari) adesso le hanno anche loro.

Tornando al passato, la Politica delle Cannoniere finisce però con il trascurare inevitabili effetti collaterali, molti dei quali generalmente imprevedibili a lungo termine. Nel caso specifico dell’inaugurazione nipponica da parte del Commodoro Perry, la Politica delle Cannoniere finisce con il produrre svariati effetti collaterali quanto meno sgradevoli:
– il massiccio riarmo del Giappone per l’intera durata secolo successivo;
– il crescere del Giappone a primaria potenza egemonica asiatica. Potenza culminata con:
– l’attacco dal Giappone a Pearl Harbor, 6 dicembre 1941 (4.000 caduti militari americani);
– l’intero fronte del Pacifico della Seconda Guerra Mondiale (106.000 caduti americani, 1.700.000 caduti giapponesi);
quanto sopra risolto con la versione riveduta e corretta della Politica delle Cannoniere medesima:
– i bombardamenti nucleari americani su Hiroshima e Nagasaki, 6 & 9 agosto, 1945 (300.000 caduti civili giapponesi).
Quindi, Ammiraglio Perry, in retrospettiva, valeva proprio la pena di puntarli, i tuoi cannoni su Tokyo?
Look, man, let’s just not get so damn picky here, oKKKeY?

Un secolo e mezzo dopo quel teso luglio 1853 – e a dispetto di quanto paradossalmente anti-storico possa suonare – la Politica delle Cannoniere rimane ancora la ruota dentata primaria dell’uso politico della guerra da parte degli Stati Uniti.
Per inevitabili ragioni di compressione espositiva – e considerando che sull’argomento esistono molte centinaia di dotti testi di storia e di saggistica – lo scrivente si limiterà a esplorare in che termini la Politica delle Cannoniere è stata condotta degli Stati Uniti dalla Seconda Guerra Mondiale in avanti.

In tempi recenti, la suddetta politica e’ stata a sua volta informata da due principi/dottrine ascrivibili a due importanti Presidenti.
1. Principio del Domino
Presidente in carica: Dwight D. Eisenhower
Anno di enunciazione: 1954.
In un’estesa intervista, il Presidente Eisenhower dichiara che: «il flagello del Comunismo [guidato da Unione Sovietica e Repubblica Popolare Cinese, N.d.A.] dilagherà fatalmente sul mondo libero. Tale dilagare sarà orchestrato da parte comunista prima destabilizzando e poi invadendo una democrazia dopo l’altra in una progressione simile al collasso delle tessere di un domino. Tale dilagante progressione va quindi combattuta in ogni luogo e con ogni mezzo.»

2. Dottrina della Pisciata
Presidente in carica: Lyndon B. Johnson
Anno di enunciazione: 1964 (circa)
Al giornalista che pone la seguente scomoda domanda: «Signor Presidente, per quale motivo gli Stati Uniti – che si suppone dovrebbero dare al mondo ogni esempio di pace, libertà, democrazia, diritti umani, etc. etc. etc. – sostengono e finanziano i più infami e sanguinari dittatori dell’America Latina, dell’Africa Sub-Sahariana e dell’Asia?», il Presidente Johnson risponde (quasi testualmente): «Noi lo sappiamo benissimo che quelli sono dei figli di puttana, ma il comunismo è e resterà una minaccia agli interessi americani. Quei figli di puttana sono pronti a vendersi al miglior offerente. Lei cosa preferirebbe: averli dentro la nostra tenda che pisciano fuori, o tenerli fuori la nostra tenda che pisciano dentro?”
Man, does THAT sound putrid, or what?

Per quanto ormai vecchi rispettivamente di cinquantaquattro e quarantaquattro anni, Principio del Domino e Dottrina della Pisciata rimangono ancora il fulcro dell’egemonia americana ottenuta attraverso la Politica delle Cannoniere.
Si può contro-argomentare la parzialità e faziosità della prospettiva di cui sopra. Si può infatti contro-argomentare che “tutte le nazioni con pretese egemoniche si comportano come gli Stati Uniti”, cioè minacciando, ingerendo, provocando, bombardando, attaccando, invadendo, assassinando, imprigionando, torturando, stuprando, etc. etc. etc.
Entrambi questi contro-argomenti hanno validità.
A tutti gli effetti, l’Unione Sovietica (almeno fino al collasso del 1991) ha una lunga storia di guerre, ingerenze, destabilizzazioni, invasioni, repressioni, etc. etc. etc. Lo stesso vale per la Francia nel continente africano, per la Cina nel quadrante centro-asiatico, per il Giappone nel settore estremo-asiatico, per l’India nel circuito Deccan/Bengala, per il Pakistan nei confronti del Medio Oriente, per il… Okay, pal, we got it.

Tornando quindi agli Stati Uniti, il problema non e’ il metodo. Il problema e’ la dimensione del metodo stesso.
In termini strettamente numerici e/o statistici, dalla Seconda Guerra Mondiale in avanti, nessun’altra nazione al mondo è stata coinvolta così spesso in così tanti conflitti in così tanti luoghi lontani dai propri confini nazionali come gli Stati Uniti. La ragione? La più semplice, basilare e ancestrale:
Direttiva del Profitto
In sostanza, le guerre americane si combattono – e continuano a essere combattute – per la ricchezza iperbolica di pochi, pochissimi, costruita sul premeditato sterminio di molti, moltissimi.
Come on, dude, that sounds pretty damn deliberate!
Di nuovo in termini strettamente numerici e/o statistici:
– in nessun’altra nazione al mondo il

“bilancio della difesa (leggi: soldi spesi per gli armamenti dal contribuente) ha la dimensione pantagruelica che ha negli Stati Uniti d’America;
– in nessun’altra nazione al mondo l’interconnessione tra industria bellica e politica bellica è così stretta come per gli Stati Uniti d’America;
– in nessun’altra nazione al mondo, i weaponry special interest groups (leggi: fabbricanti di cannoni) esercitano verso la politica un potere e un’ingerenza così profonda come negli Stati Uniti d’America.
Lo stesso Presidente Einsehower – addirittura in controtendenza rispetto del suo Principio del Domino – denunciò questa perversa penetrazione, stigmatizzando come, all’indomani di un conflitto come la Seconda Guerra Mondiale, si sarebbe dovuto impedire che «troppi soldati americani venissero mandati a morire per riempire i portafogli di troppo pochi civili americani.» Appello, c’insegna la storia degli ultimi sessant’anni, caduto miseramente nel vuoto.
Il grafico seguente illustra l’andamento e la vastità del
bilancio della difesa degli Stati Uniti dal 1946 a 2009

:

In generale, il bilancio della difesa degli Stati Uniti rimane pari a 2,5 volte il bilancio della difesa di tutte le altre nazioni del mondo COMBINATE.
Hey, what’s the big deal, anyway? It’s only money…

Ciò specificato, e seguendo il basilare trittico Domino/Pisciata/Profitto, lo scrivente si limiterà a citare alcune delle nazioni in cui – sia prima che dopo il collasso dell’Unione Sovietica – gli Stati Uniti sono e/o sono stati coinvolti sotto forma di azioni militari vere e proprie e/o forme di destabilizzazione politica e/o economica etc. etc. etc.
Nel novero di tali nazioni (ma non limitatamente alla lista seguente) possono essere citate:
Afghanistan, Albania, Arabia Saudita, Argentina, Bolivia, Cambogia, Cecoslovacchia, Cile, Colombia, Congo, Costa d’Avorio, Costa Rica, Dubai, Egitto, Emirati Arabi Uniti, Equador, Eritrea, Estonia, Finlandia, Georgia, Germania Ovest, Guatemala, Filippine, Finlandia, Honduras, Indonesia, Iraq, Iran, Israele, Italia, Kazakhstan, Kenya, Kuwait, Laos, Lettonia, Libano, Lituania, Libia, Messico, Montenegro, Niger, Nigeria, Pakistan, Panama, Paraguay, Polonia, Salvador, Serbia, Slovacchia, Slovenia, Sierra Leone, Somalia, Sud Africa, Sudan, Tajikistan, Thailandia, Turchia, Turkmenistan, Uruguay, Vietnam (Sud & Nord), Yemen (Sud & Nord), Zimbawbe.

So what? We like touring the world, don’t you?
Lo scrivente lascia al lettore i vari ed eventuali approfondimenti del coinvolgimento diretto e/o indiretto degli Stati Uniti in ciascuna delle succitate nazioni.
È essenziale rilevare che – in caso di impegno bellico diretto – neppure la strategia degli Stati Uniti è mai cambiata dalla Seconda Guerra Mondiale in avanti. Detta strategia può essere articolata nei seguenti punti fondamentali, non necessariamente in quest’ordine e non necessariamente attuati tutti:
– in applicazione al Principio del Domino, invio di “consiglieri politici” (leggi: agenti della CIA) e di “consiglieri militari” (leggi: addestratori delle Forze Speciali) volto al contenimento della minaccia alla “struttura democratica”, o qualsivoglia imitazione della medesima, della nazione in oggetto;
– in applicazione alla Teoria della Pisciata, istituzione di un “nuovo governo” (leggi: governo fantoccio composto dalla peggiore feccia criminale della nazione medesima) che garantisca pace, libertà, democrazia, diritti umani, etc. etc. etc.;
– in una quantità di casi, il suddetto “nuovo governo” fallisce e la nazione sprofonda in una situazione di guerra civile. In questo scenario, gli Stati Uniti provvedono a fornire:
– in applicazione alla Dottrina del Profitto, ulteriore appoggio logistico e militare al “nuovo governo” (leggi: finanziamenti e armi per squadroni della morte, esecuzioni sommarie, sequestro, stupro, assassinio, etc. etc. etc.), tutto questo volto alla repressione della guerra civile medesima;
– in una quantità di casi, il suddetto appoggio parimenti fallisce e la guerra civile non solo continua ma si inasprisce. La prossima fase è quindi una:
– massiccia campagna di bombardamenti aerei e/o missilistici, sulla parte avversaria. Si inizia con l’annientamento di “obbiettivi militari”, volti alla distruzione della “struttura di comando & controllo” dell’avversario. Progressivamente, si procede poi all’annientamento di tutto il resto (leggi: escalation dei bombardamenti): ponti, strade, dighe, stazioni radio/TV, ospedali, città, etc. etc. etc.

È importante osservare che – rimanendo in materia di immutabilità di strategie – quanto sopra non è nulla di diverso da quello che gli Stati Uniti fecero alle città di Germania e Giappone durante la Seconda Guerra Mondiale. Altamente chiarificatore su questo punto è il documentario/ intervista

The Fog of War (La Nebbia della Guerra), diretto da Errol Morris focalizzato sulle esperienze di Robert McNamara, Segretario alla Difesa degli Stati Uniti all’epoca della Guerra del Vietnam. 

 


Video: Barack’s speech (stadio di Denver).

agosto 30, 2008

http://my.barackobama.com/barackspeech


Il Discorso di Denver di Barack Obama – Si riaccende il sogno americano – “We can”.

agosto 30, 2008

Barack Obama comunica di accettare l’investitura per la Presidenza degli Stati Uniti d’America allo stadio di football americano Innvesco Field.

 

 

 

Quindi Barack Obama, dopo aver ringraziato tutti coloro che lo hanno accompagnato in questa prima parte di difficile ed importante campagna elettorale, accetta con grande umiltà e gratitudine l’investitura alla Presidenza degli Stati Uniti d’America, dal popolo dei Democratici, per contrastare e vincere sugli antagonisti Repubblicani.

E’ stato un discorso appassionato, grintoso e di sostanza, scevro da ogni possibile nota di facile ed inutile polemica, retorica od arroganza. Si sono vissuti tre quarti d’ora di seria progettualità a favore del popolo americano, stremato dalla profonda crisi generata dalla politica repubblicana di Bush, che ha causato guerre, speculazioni, sperequazione fiscale, disoccupazione e quindi diffusa povertà. Su questo campo Obama ha attaccato fortemente il suo antagonista repubblicano McCain, in quanto clone della presidenza fallita di Bush e della sua conseguente cattiva politica. Quindi è ora di cambiamento, di rinascita e di nuova dignità, con coraggio e determinazione bisogna farla finita con la politica che ha messo in ginocchio l’America, la parola d’ordine è di voltare pagina per riscrivere le regole per una giusta fiscalità, per l’istituzione di assistenza sanitaria per tutti, per una nuova, coerente e più efficace educazione scolastica. Concludere la guerra in Irak, di combattere seriamente e definitivamente il terrorismo di Osama Bin Laden. Il corposo discorso ha toccato anche l’argomento molto importante sui diritti e a questo proposito ha difeso le diversità ed ha fatto una battuta su sè stesso:”So di non avere il pedigree classico per un candidato alla Presidenza degli Stati Uniti”.

Veramente un grande successo con interminabili applausi. Sono convinto che agli americani è piaciuto il ritorno della politica detta e promossa fra la gente, come avveniva anche da noi in epoche ormai da considerarsi jurassiche quando i politici esponevano i loro programmi durante i comizi nelle piazze, nei giardini ed in ogni parte della città concessagli, davanti a numerosi spettatori. . . . . .allora ci si guardava ancora negli occhi.

Quì da noi non si riuscirà più a respirare un’aria di bel patriottismo, di sano coinvolgimento politico se non avverranno dei cambiamenti tali da sostituire una volta per tutte i soliti noti con personaggi la cui azione proposta sia veramente pro civibus o nella considerazione di una sana ed utile meritocrazia progettuale. Ormai da troppi anni si vive e si tollera una tradizione di continua coptazione, di lobby, di inciuci e di diffusa inefficenza. E proprio per questo non riesco a capire perchè tante delegazioni, più o meno numerose, di nostri politici si siano recate a Denver. . . . .in cuor mio mi auguro che si facciano contagiare dal coraggio di riuscire a proporre liberamente le proprie idee, le proprie convinzioni politiche lontano dalla solita omologazione delle idee e dal solito coro delle lobby. Vorrei che i nostri politici si riappropriassero delle piazze per condividere con i cittadini principi e passioni politiche nate e promosse nell’ interesse di tutti per migliorare le condizioni di vita secondo i principi di sussidiarietà, solidarietà e di vera giustizia, come già di fatto sancisce la nostra Costituzione Repubblicana, sin’oggi purtroppo ignorata in molte sue parti.

Purtroppo, però, viene da pensare che questa trasferta oltre oceano serva a qualcuno solo come gita per mostrarsi nuovamente in un importante parterre per avere l’occasione di incontrare e di farsi ritrarre in compagnia di veri importanti giganti della politica internazionale. Un modo come un altro per tentare di far aumentare il proprio indice di gradimento nazionale. . . . . .ma non sono queste le circostanze che muovono i cittadini a preferire ed a scegliere un politico al posto di un altro, come sono vani gli inneggiamenti del tipo “Rialzati, Italia” e “Salva l’Itala” per accaparrarsi la fiducia e la credibilità politica da parte dei cittadini, a questo riguardo servono proposte serie ed anche seri comportamenti che diano modo di ben valutare le proposte ed i progetti sottoposti al nostro vaglio, al nostro esame.

Nella nostra Penisola sembra che la politica venga vissuta e praticata solo per conquistare il potere con tutti i suoi privilegi e a noi poveri cittadini è riservata la sola possibilità di essere portatori di quelle risorse finanziarie (tasse ed imposte varie) mentre diminuscono i servzi pubblici e la sicurezza sociale (pensioni e precariato).

Spero che Barack Obama sia per davvero quel personaggio che penso sia e che riesca a realizzare il suo progetto per una nuova America, giusta e solidale, e che nel Mondo si diffondano nuove durature alleanze per una migliore e pacifica convivenza globale.

 

La decisione del Senatore dell’Illinois di pronunciare il suo discorso di accettazione dell’investitura Democratica nel capiente stadio di football americano Innvesco Field è stata una decisione vincente e giusta, specialmente quando si debbono comunicare cose di vitale importanza per un vasto popolo, come il proprio progetto politico che deve essere ascoltato e condiviso dal più ampio numero di persone. Basta con la politica salottiera e da lobby, i progetti sociali-politici e finanziari debbono partire dal basso ed avere la più ampia base per poi salire verso i livelli più alti delle responsabilità istituzionali. Così ha anticipato e così ha fatto Barack Obama. . . . .tutti devono conoscere prima il percorso politico, il progetto sociale e finanziario che dovrebbe restituire solidità e concretezza al popolo americano, quindi bisogna guardarsi dritti negli occhi e non avere più incertezze per il futuro ed è necessari credere nel grande sogno americano di essere una nazione forte e giusta, abitata da americani soddisfatti della loro vita. Una forte proposta di rinascita americana fatta in coincidenza del 45° anniversario del famoso discorso pronunciato dal predicatore Martin Luther King, “I have dream”, davanti ad oltre ottantamila spettatori presenti nello stadio e con chissà quanti milioni di americani seduti davanti al proprio televisore.

E’ stata una riunione che oltre ad emozionare ha fornito la sostanza dei seri temi proposti dalla politica del fronte Democratico americano e Barack né è stato il magico interprete, il lucido sostenitore del “si può cambiare” e gli americani aspettavvano fortemente un progetto per un serio prossimo cambiamento in meglio.

Quando finalmente Barack Obama decide di iniziare il suo discorso di accettazione, si diffonde nell’ampio stadio un sentimento di forte attesa e centinaia di occhi convergono il loro sguardo sul palco centrale e nell’ampia arena scende un sacrale silenzio ed i numerosi cartelli inneggianti “We can” smettono di agitarsi . . . . . . .sono tutti attenti.

 

 

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Il discorso di Obama

 

To Chairman Dean and my great friend Dick Durbin; and to all my fellow citizens of this great nation;

With profound gratitude and great humility, I accept your nomination for the presidency of the United States.

Let me express my thanks to the historic slate of candidates who accompanied me on this journey, and especially the one who traveled the farthest — a champion for working Americans and an inspiration to my daughters and to yours — Hillary Rodham Clinton. To President Clinton, who last night made the case for change as only he can make it; to Ted Kennedy, who embodies the spirit of service; and to the next Vice President of the United States, Joe Biden, I thank you. I am grateful to finish this journey with one of the finest statesmen of our time, a man at ease with everyone from world leaders to the conductors on the Amtrak train he still takes home every night.

To the love of my life, our next First Lady, Michelle Obama, and to Sasha and Malia — I love you so much, and I’m so proud of all of you.

Four years ago, I stood before you and told you my story – of the brief union between a young man from Kenya and a young woman from Kansas who weren’t well-off or well-known, but shared a belief that in America, their son could achieve whatever he put his mind to.

It is that promise that has always set this country apart – that through hard work and sacrifice, each of us can pursue our individual dreams but still come together as one American family, to ensure that the next generation can pursue their dreams as well.

That’s why I stand here tonight. Because for two hundred and thirty two years, at each moment when that promise was in jeopardy, ordinary men and women – students and soldiers, farmers and teachers, nurses and janitors — found the courage to keep it alive.

We meet at one of those defining moments – a moment when our nation is at war, our economy is in turmoil, and the American promise has been threatened once more.

Tonight, more Americans are out of work and more are working harder for less. More of you have lost your homes and even more are watching your home values plummet. More of you have cars you can’t afford to drive, credit card bills you can’t afford to pay, and tuition that’s beyond your reach.

These challenges are not all of government’s making. But the failure to respond is a direct result of a broken politics in Washington and the failed policies of George W. Bush.

America, we are better than these last eight years. We are a better country than this.

This country is more decent than one where a woman in Ohio, on the brink of retirement, finds herself one illness away from disaster after a lifetime of hard work.

This country is more generous than one where a man in Indiana has to pack up the equipment he’s worked on for twenty years and watch it shipped off to China, and then chokes up as he explains how he felt like a failure when he went home to tell his family the news.

We are more compassionate than a government that lets veterans sleep on our streets and families slide into poverty; that sits on its hands while a major American city drowns before our eyes.

Tonight, I say to the American people, to Democrats and Republicans and Independents across this great land – enough! This moment – this election – is our chance to keep, in the 21st century, the American promise alive. Because next week, in Minnesota, the same party that brought you two terms of George Bush and Dick Cheney will ask this country for a third. And we are here because we love this country too much to let the next four years look like the last eight. On November 4th, we must stand up and say: “Eight is enough.”

Now let there be no doubt. The Republican nominee, John McCain, has worn the uniform of our country with bravery and distinction, and for that we owe him our gratitude and respect. And next week, we’ll also hear about those occasions when he’s broken with his party as evidence that he can deliver the change that we need.

But the record’s clear: John McCain has voted with George Bush ninety percent of the time. Senator McCain likes to talk about judgment, but really, what does it say about your judgment when you think George Bush has been right more than ninety percent of the time? I don’t know about you, but I’m not ready to take a ten percent chance on change.

The truth is, on issue after issue that would make a difference in your lives – on health care and education and the economy – Senator McCain has been anything but independent. He said that our economy has made “great progress” under this President. He said that the fundamentals of the economy are strong. And when one of his chief advisors – the man who wrote his economic plan – was talking about the anxiety Americans are feeling, he said that we were just suffering from a “mental recession,” and that we’ve become, and I quote, “a nation of whiners.”

A nation of whiners? Tell that to the proud auto workers at a Michigan plant who, after they found out it was closing, kept showing up every day and working as hard as ever, because they knew there were people who counted on the brakes that they made. Tell that to the military families who shoulder their burdens silently as they watch their loved ones leave for their third or fourth or fifth tour of duty. These are not whiners. They work hard and give back and keep going without complaint. These are the Americans that I know.

Now, I don’t believe that Senator McCain doesn’t care what’s going on in the lives of Americans. I just think he doesn’t know. Why else would he define middle-class as someone making under five million dollars a year? How else could he propose hundreds of billions in tax breaks for big corporations and oil companies but not one penny of tax relief to more than one hundred million Americans? How else could he offer a health care plan that would actually tax people’s benefits, or an education plan that would do nothing to help families pay for college, or a plan that would privatize Social Security and gamble your retirement?

It’s not because John McCain doesn’t care. It’s because John McCain doesn’t get it.

For over two decades, he’s subscribed to that old, discredited Republican philosophy – give more and more to those with the most and hope that prosperity trickles down to everyone else. In Washington, they call this the Ownership Society, but what it really means is – you’re on your own. Out of work? Tough luck. No health care? The market will fix it. Born into poverty? Pull yourself up by your own bootstraps – even if you don’t have boots. You’re on your own.

Well it’s time for them to own their failure. It’s time for us to change America.

You see, we Democrats have a very different measure of what constitutes progress in this country.

We measure progress by how many people can find a job that pays the mortgage; whether you can put a little extra money away at the end of each month so you can someday watch your child receive her college diploma. We measure progress in the 23 million new jobs that were created when Bill Clinton was President – when the average American family saw its income go up $7,500 instead of down $2,000 like it has under George Bush.

We measure the strength of our economy not by the number of billionaires we have or the profits of the Fortune 500, but by whether someone with a good idea can take a risk and start a new business, or whether the waitress who lives on tips can take a day off to look after a sick kid without losing her job – an economy that honors the dignity of work.

The fundamentals we use to measure economic strength are whether we are living up to that fundamental promise that has made this country great – a promise that is the only reason I am standing here tonight.

Because in the faces of those young veterans who come back from Iraq and Afghanistan, I see my grandfather, who signed up after Pearl Harbor, marched in Patton’s Army, and was rewarded by a grateful nation with the chance to go to college on the GI Bill.

In the face of that young student who sleeps just three hours before working the night shift, I think about my mom, who raised my sister and me on her own while she worked and earned her degree; who once turned to food stamps but was still able to send us to the best schools in the country with the help of student loans and scholarships.

When I listen to another worker tell me that his factory has shut down, I remember all those men and women on the South Side of Chicago who I stood by and fought for two decades ago after the local steel plant closed.

And when I hear a woman talk about the difficulties of starting her own business, I think about my grandmother, who worked her way up from the secretarial pool to middle-management, despite years of being passed over for promotions because she was a woman. She’s the one who taught me about hard work. She’s the one who put off buying a new car or a new dress for herself so that I could have a better life. She poured everything she had into me. And although she can no longer travel, I know that she’s watching tonight, and that tonight is her night as well.

I don’t know what kind of lives John McCain thinks that celebrities lead, but this has been mine. These are my heroes. Theirs are the stories that shaped me. And it is on their behalf that I intend to win this election and keep our promise alive as President of the United States.

What is that promise?

It’s a promise that says each of us has the freedom to make of our own lives what we will, but that we also have the obligation to treat each other with dignity and respect.

It’s a promise that says the market should reward drive and innovation and generate growth, but that businesses should live up to their responsibilities to create American jobs, look out for American workers, and play by the rules of the road.

Ours is a promise that says government cannot solve all our problems, but what it should do is that which we cannot do for ourselves – protect us from harm and provide every child a decent education; keep our water clean and our toys safe; invest in new schools and new roads and new science and technology.

Our government should work for us, not against us. It should help us, not hurt us. It should ensure opportunity not just for those with the most money and influence, but for every American who’s willing to work.

That’s the promise of America – the idea that we are responsible for ourselves, but that we also rise or fall as one nation; the fundamental belief that I am my brother’s keeper; I am my sister’s keeper.

That’s the promise we need to keep. That’s the change we need right now. So let me spell out exactly what that change would mean if I am President.

Change means a tax code that doesn’t reward the lobbyists who wrote it, but the American workers and small businesses who deserve it.

Unlike John McCain, I will stop giving tax breaks to corporations that ship jobs overseas, and I will start giving them to companies that create good jobs right here in America.

I will eliminate capital gains taxes for the small businesses and the start-ups that will create the high-wage, high-tech jobs of tomorrow.

I will cut taxes – cut taxes – for 95% of all working families. Because in an economy like this, the last thing we should do is raise taxes on the middle-class.

And for the sake of our economy, our security, and the future of our planet, I will set a clear goal as President: in ten years, we will finally end our dependence on oil from the Middle East.

Washington’s been talking about our oil addiction for the last thirty years, and John McCain has been there for twenty-six of them. In that time, he’s said no to higher fuel-efficiency standards for cars, no to investments in renewable energy, no to renewable fuels. And today, we import triple the amount of oil as the day that Senator McCain took office.

Now is the time to end this addiction, and to understand that drilling is a stop-gap measure, not a long-term solution. Not even close.

As President, I will tap our natural gas reserves, invest in clean coal technology, and find ways to safely harness nuclear power. I’ll help our auto companies re-tool, so that the fuel-efficient cars of the future are built right here in America. I’ll make it easier for the American people to afford these new cars. And I’ll invest 150 billion dollars over the next decade in affordable, renewable sources of energy – wind power and solar power and the next generation of biofuels; an investment that will lead to new industries and five million new jobs that pay well and can’t ever be outsourced.

America, now is not the time for small plans.

Now is the time to finally meet our moral obligation to provide every child a world-class education, because it will take nothing less to compete in the global economy. Michelle and I are only here tonight because we were given a chance at an education. And I will not settle for an America where some kids don’t have that chance. I’ll invest in early childhood education. I’ll recruit an army of new teachers, and pay them higher salaries and give them more support. And in exchange, I’ll ask for higher standards and more accountability. And we will keep our promise to every young American – if you commit to serving your community or your country, we will make sure you can afford a college education.

Now is the time to finally keep the promise of affordable, accessible health care for every single American. If you have health care, my plan will lower your premiums. If you don’t, you’ll be able to get the same kind of coverage that members of Congress give themselves. And as someone who watched my mother argue with insurance companies while she lay in bed dying of cancer, I will make certain those companies stop discriminating against those who are sick and need care the most.

Now is the time to help families with paid sick days and better family leave, because nobody in America should have to choose between keeping their jobs and caring for a sick child or ailing parent.

Now is the time to change our bankruptcy laws, so that your pensions are protected ahead of CEO bonuses; and the time to protect Social Security for future generations.

And now is the time to keep the promise of equal pay for an equal day’s work, because I want my daughters to have exactly the same opportunities as your sons.

Now, many of these plans will cost money, which is why I’ve laid out how I’ll pay for every dime – by closing corporate loopholes and tax havens that don’t help America grow. But I will also go through the federal budget, line by line, eliminating programs that no longer work and making the ones we do need work better and cost less – because we cannot meet twenty-first century challenges with a twentieth century bureaucracy.

And Democrats, we must also admit that fulfilling America’s promise will require more than just money. It will require a renewed sense of responsibility from each of us to recover what John F. Kennedy called our “intellectual and moral strength.” Yes, government must lead on energy independence, but each of us must do our part to make our homes and businesses more efficient. Yes, we must provide more ladders to success for young men who fall into lives of crime and despair. But we must also admit that programs alone can’t replace parents; that government can’t turn off the television and make a child do her homework; that fathers must take more responsibility for providing the love and guidance their children need.

Individual responsibility and mutual responsibility – that’s the essence of America’s promise.

And just as we keep our keep our promise to the next generation here at home, so must we keep America’s promise abroad. If John McCain wants to have a debate about who has the temperament, and judgment, to serve as the next Commander-in-Chief, that’s a debate I’m ready to have.

For while Senator McCain was turning his sights to Iraq just days after 9/11, I stood up and opposed this war, knowing that it would distract us from the real threats we face. When John McCain said we could just “muddle through” in Afghanistan, I argued for more resources and more troops to finish the fight against the terrorists who actually attacked us on 9/11, and made clear that we must take out Osama bin Laden and his lieutenants if we have them in our sights. John McCain likes to say that he’ll follow bin Laden to the Gates of Hell – but he won’t even go to the cave where he lives.

And today, as my call for a time frame to remove our troops from Iraq has been echoed by the Iraqi government and even the Bush Administration, even after we learned that Iraq has a $79 billion surplus while we’re wallowing in deficits, John McCain stands alone in his stubborn refusal to end a misguided war.

That’s not the judgment we need. That won’t keep America safe. We need a President who can face the threats of the future, not keep grasping at the ideas of the past.

You don’t defeat a terrorist network that operates in eighty countries by occupying Iraq. You don’t protect Israel and deter Iran just by talking tough in Washington. You can’t truly stand up for Georgia when you’ve strained our oldest alliances. If John McCain wants to follow George Bush with more tough talk and bad strategy, that is his choice – but it is not the change we need.

We are the party of Roosevelt. We are the party of Kennedy. So don’t tell me that Democrats won’t defend this country. Don’t tell me that Democrats won’t keep us safe. The Bush-McCain foreign policy has squandered the legacy that generations of Americans — Democrats and Republicans – have built, and we are here to restore that legacy.

As Commander-in-Chief, I will never hesitate to defend this nation, but I will only send our troops into harm’s way with a clear mission and a sacred commitment to give them the equipment they need in battle and the care and benefits they deserve when they come home.

I will end this war in Iraq responsibly, and finish the fight against al Qaeda and the Taliban in Afghanistan. I will rebuild our military to meet future conflicts. But I will also renew the tough, direct diplomacy that can prevent Iran from obtaining nuclear weapons and curb Russian aggression. I will build new partnerships to defeat the threats of the 21st century: terrorism and nuclear proliferation; poverty and genocide; climate change and disease. And I will restore our moral standing, so that America is once again that last, best hope for all who are called to the cause of freedom, who long for lives of peace, and who yearn for a better future.

These are the policies I will pursue. And in the weeks ahead, I look forward to debating them with John McCain.

But what I will not do is suggest that the Senator takes his positions for political purposes. Because one of the things that we have to change in our politics is the idea that people cannot disagree without challenging each other’s character and patriotism.

The times are too serious, the stakes are too high for this same partisan playbook. So let us agree that patriotism has no party. I love this country, and so do you, and so does John McCain. The men and women who serve in our battlefields may be Democrats and Republicans and Independents, but they have fought together and bled together and some died together under the same proud flag. They have not served a Red America or a Blue America – they have served the United States of America.

So I’ve got news for you, John McCain. We all put our country first.

America, our work will not be easy. The challenges we face require tough choices, and Democrats as well as Republicans will need to cast off the worn- out ideas and politics of the past. For part of what has been lost these past eight years can’t just be measured by lost wages or bigger trade deficits. What has also been lost is our sense of common purpose – our sense of higher purpose. And that’s what we have to restore.

We may not agree on abortion, but surely we can agree on reducing the number of unwanted pregnancies in this country. The reality of gun ownership may be different for hunters in rural Ohio than for those plagued by gang- violence in Cleveland, but don’t tell me we can’t uphold the Second Amendment while keeping AK-47s out of the hands of criminals. I know there are differences on same-sex marriage, but surely we can agree that our gay and lesbian brothers and sisters deserve to visit the person they love in the hospital and to live lives free of discrimination. Passions fly on immigration, but I don’t know anyone who benefits when a mother is separated from her infant child or an employer undercuts American wages by hiring illegal workers. This too is part of America’s promise – the promise of a democracy where we can find the strength and grace to bridge divides and unite in common effort.

I know there are those who dismiss such beliefs as happy talk. They claim that our insistence on something larger, something firmer and more honest in our public life is just a Trojan Horse for higher taxes and the abandonment of traditional values. And that’s to be expected. Because if you don’t have any fresh ideas, then you use stale tactics to scare the voters. If you don’t have a record to run on, then you paint your opponent as someone people should run from.

You make a big election about small things.

And you know what – it’s worked before. Because it feeds into the cynicism we all have about government. When Washington doesn’t work, all its promises seem empty. If your hopes have been dashed again and again, then it’s best to stop hoping, and settle for what you already know.

I get it. I realize that I am not the likeliest candidate for this office. I don’t fit the typical pedigree, and I haven’t spent my career in the halls of Washington.

But I stand before you tonight because all across America something is stirring. What the nay-sayers don’t understand is that this election has never been about me. It’s been about you.

For eighteen long months, you have stood up, one by one, and said enough to the politics of the past. You understand that in this election, the greatest risk we can take is to try the same old politics with the same old players and expect a different result. You have shown what history teaches us – that at defining moments like this one, the change we need doesn’t come from Washington. Change comes to Washington. Change happens because the American people demand it – because they rise up and insist on new ideas and new leadership, a new politics for a new time.

America, this is one of those moments.

I believe that as hard as it will be, the change we need is coming. Because I’ve seen it. Because I’ve lived it. I’ve seen it in Illinois, when we provided health care to more children and moved more families from welfare to work. I’ve seen it in Washington, when we worked across party lines to open up government and hold lobbyists more accountable, to give better care for our veterans and keep nuclear weapons out of terrorist hands.

And I’ve seen it in this campaign. In the young people who voted for the first time, and in those who got involved again after a very long time. In the Republicans who never thought they’d pick up a Democratic ballot, but did. I’ve seen it in the workers who would rather cut their hours back a day than see their friends lose their jobs, in the soldiers who re-enlist after losing a limb, in the good neighbors who take a stranger in when a hurricane strikes and the floodwaters rise.

This country of ours has more wealth than any nation, but that’s not what makes us rich. We have the most powerful military on Earth, but that’s not what makes us strong. Our universities and our culture are the envy of the world, but that’s not what keeps the world coming to our shores.

Instead, it is that American spirit – that American promise – that pushes us forward even when the path is uncertain; that binds us together in spite of our differences; that makes us fix our eye not on what is seen, but what is unseen, that better place around the bend.

That promise is our greatest inheritance. It’s a promise I make to my daughters when I tuck them in at night, and a promise that you make to yours – a promise that has led immigrants to cross oceans and pioneers to travel west; a promise that led workers to picket lines, and women to reach for the ballot.

And it is that promise that forty five years ago today, brought Americans from every corner of this land to stand together on a Mall in Washington, before Lincoln’s Memorial, and hear a young preacher from Georgia speak of his dream.

The men and women who gathered there could’ve heard many things. They could’ve heard words of anger and discord. They could’ve been told to succumb to the fear and frustration of so many dreams deferred.

But what the people heard instead – people of every creed and color, from every walk of life – is that in America, our destiny is inextricably linked. That together, our dreams can be one.

“We cannot walk alone,” the preacher cried. “And as we walk, we must make the pledge that we shall always march ahead. We cannot turn back.”

America, we cannot turn back. Not with so much work to be done. Not with so many children to educate, and so many veterans to care for. Not with an economy to fix and cities to rebuild and farms to save. Not with so many families to protect and so many lives to mend. America, we cannot turn back. We cannot walk alone. At this moment, in this election, we must pledge once more to march into the future. Let us keep that promise – that American promise – and in the words of Scripture hold firmly, without wavering, to the hope that we confess.

Thank you, God Bless you, and God Bless the United States of America.

(testo prelevato da “Unità.it”) 

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Il discorso di Obama

 

 

 

È con profonda gratitudine e grande umiltà che accetto la vostra nomination per la presidenza degli Stati Uniti.Lasciate anzitutto che ringrazi i miei avversari nelle primarie e in particolare colei che più a lungo mi ha conteso la vittoria – un faro per i lavoratori americani e fonte di ispirazione per le mie figlie e le vostre – Hillary Rodham Clinton. Grazie anche al presidente Clinton e a Ted Kennedy, che incarna lo spirito di servizio, e al prossimo vicepresidente degli Stati Uniti Joe Biden.

Il mio amore va alla prossima First Lady, Michelle Obama e a Sasha e Malia. Vi amo e sono fiero di voi. Quattro anni fa vi ho raccontato la mia storia, la storia di una breve unione tra un giovane del Kenya e una giovane del Kansas, persone qualunque e non ricche, ma che condividevano la convinzione che in America il loro figliolo potesse realizzare i suoi sogni. È questa la ragione per cui mi trovo qui stasera. Perchè per 230 anni ogni qual volta questo ideale americano e’ stato minacciato, gli uomini e le donne di questo Paese – studenti e soldati, contadini e insegnanti, infermieri e bidelli – hanno trovato il coraggio di difenderlo.

Attraversiamo un momento difficile, un momento in cui il Paese e’ in guerra, l’economia e’ in crisi e il sogno americano e’ stato ancora una volta minacciato. Oggi molti americani sono disoccupati e moltissimi sono costretti a lavorare di più per un salario inferiore. Molti di voi hanno perso la casa. Questi problemi non possono essere tutti imputati al governo. Ma la mancata risposta e’ il prodotto di una politica fallimentare e delle pessime scelte di George W. Bush. L’America è migliore della nazione che abbiamo visto negli ultimi otto anni.

Il nostro Paese è più generoso di quello in cui un uomo in Indiana deve imballare i macchinari con i quali lavora da venti anni e vedere che vengono spediti in Cina e poi con le lacrime agli occhi deve tornare a casa e spiegare alla famiglia cosa è successo. Abbiamo più cuore di un governo che abbandona i reduci per le strade, condanna le famiglie alla povertà e assiste inerme alla devastazione di una grande città americana a causa di un nubifragio. Stasera agli americani, ai democratici, ai repubblicani, agli indipendenti di ogni parte del Paese dico una cosa sola: basta! Abbiamo l’occasione di rilanciare nel ventunesimo secolo il sogno americano. Siamo qui stasera perchè amiamo il nostro Paese e non vogliamo che i prossimi quattro anni siano come gli otto che abbiamo alle spalle.

Ma non voglio essere frainteso. Il candidato repubblicano, John McCain, ha indossato la divisa delle forze armate degli Stati Uniti con coraggio e onore e per questo gli dobbiamo gratitudine e rispetto. Ma i precedenti sono chiari: John McCain ha votato per George Bush il 90% delle volte. Al senatore McCain piace parlare di giudizio, ma di quale giudizio parla visto che ha ritenuto che George Bush avesse ragione più del 90% delle volte? Non so come la pensate, ma a me il 10% non basta per cambiare le cose.

La verità è che su tutta una serie di questioni che avrebbero potuto cambiare la vostra vita – dall’assistenza sanitaria all’istruzione e all’economia – il senatore McCain non è stato per nulla autonomo. Ha detto che l’economia ha fatto «grandi progressi» sotto la presidenza Bush. Ha detto che i fondamentali dell’economia sono a posto. Ha detto che soffrivamo unicamente di una «recessione mentale» e che siamo diventati una «nazioni di piagnucoloni». Una nazione di piagnucoloni. Andatelo a dire ai metalmeccanici del Michigan che hanno volontariamente deciso di lavorare di piu’ per scongiurare la chiusura della fabbrica automobilistica. Ditelo alle famiglie dei militari che portano il loro peso in silenzio. Questi sono gli americani che conosco.

McCain sarà in buona fede ma non sa come stanno le cose. Altrimenti come avrebbe potuto dire che appartengono al ceto medio tutti quelli che guadagnano meno di 5 milioni di dollari l’anno? Come avrebbe potuto proporre centinaia di miliardi di sgravi fiscali per le grandi aziende e per le compagnie petrolifere e nemmeno un centesimo per oltre cento milioni di americani? Da oltre due decenni McCain è fedele alla vecchia e screditata filosofia repubblicana secondo cui bisogna continuare a far arricchire quelli che sono già ricchi nella speranza che qualche briciola di prosperità cada dal tavolo e finisca agli altri. Perdi il lavoro? Pura sfortuna. Non hai assistenza sanitaria? Ci penserà il mercato. Sei nato in una famiglia povera? Datti da fare.

È ora di cambiare l’America. Noi democratici abbiamo del progresso una idea completamente diversa. Per noi progresso vuol dire trovare un lavoro che ti consenta di pagare il mutuo; vuol dire poter mettere qualcosa da parte per mandare i figli all’università. Per noi progresso sono i 23 milioni di nuovi posti di lavoro creati da Bill Clinton quando era presidente. Noi misuriamo la forza dell’economia non in base al numero dei miliardari, ma in base alla possibilità di un cittadino che ha una buona idea di rischiare e avviare una nuova impresa. Vogliamo una economia rispettosa della dignità del lavoro.

I criteri con cui valutiamo lo stato di salute dell’economia sono quelli che hanno reso grande questo Paese e che mi consentono di essere qui stasera. Perchè nei volti dei giovani reduci dell’Iraq e dell’Afghanistan vedo mio nonno che andò volontario a Pearl Harbour, combattè con il generale Patton e fu ricompensato da una nazione capace di gratitudine con la possibilità di andare all’università. Nel volto del giovane studente che dorme appena tre ore per fare il turno di notte vedo mia madre che ha allevato da sola mia sorella e me e contemporaneamente ha finito gli studi. Quando parlo con gli operai che hanno perso il lavoro penso agli uomini e alle donne del South Side di Chicago che venti anni fa si batterono con coraggio dopo la chiusura dell’acciaieria.

Ignoro che idea abbia McCain della vita che conducono le celebrità, ma questa è stata la mia vita. Questi sono i miei eroi. Queste sono le vicende che mi hanno formato. Intendo vincere queste elezioni per rilanciare le speranze dell’America. Ma quali sono queste speranze? Che ciascuno possa essere l’artefice della propria esistenza trattando gli altri con dignità e rispetto. Che il mercato premi il talento e l’innovazione e generi crescita, ma che le imprese si assumano le loro responsabilità e creino posti di lavoro. Che il governo, pur non potendo risolvere tutti i problemi, faccia quello che non possiamo fare da soli: proteggerci e garantire una istruzione a tutti i bambini; preoccuparsi dell’ambiente e investire in scuole, strade, scienza e tecnologia.

Il governo deve lavorare per noi, non contro di noi. Deve garantire le opportunità non solo ai più ricchi e influenti, ma a tutti gli americani che hanno voglia di lavorare. Sono queste le promesse che dobbiamo mantenere. È questo il cambiamento di cui abbiamo bisogno. E sul tipo di cambiamento che auspico quando sarò presidente voglio essere molto chiaro.

Cambiamento vuol dire un sistema fiscale che non premi i lobbisti che hanno contribuito a farlo approvare, ma i lavoratori americani e le piccole imprese. Il mio programma prevede tagli fiscali del 95% a beneficio delle famiglie dei lavoratori. In questa situazione economica l’ultima cosa da fare e’ aumentare le tasse che colpiscono il ceto medio. E per l’economia, per la sicurezza e per il futuro del pianeta prendo un impegno preciso: entro dieci anni sarà finita la nostra dipendenza dal petrolio del Medio Oriente. Da presidente sfrutterò le nostre riserve di gas naturale, investirò nel carbone pulito e nel nucleare sicuro. Inoltre investirò 150 miliardi di dollari in dieci anni sulle fonti energetiche rinnovabili: energia eolica, energia solare, biocombustibili. L’America deve pensare in grande.

È giunto il momento di tenere fede all’obbligo morale di garantire una istruzione adeguata a tutti i bambini. Assumerò un esercito di nuovi insegnanti pagandoli meglio e appoggiandoli nel loro lavoro. È giunto il momento di garantire l’assistenza sanitaria a tutti gli americani. È giunto il momento di garantire ai lavoratori il congedo per malattia retribuito perché in America nessuno dovrebbe scegliere tra mantenere il lavoro o prendersi cura di un figlio o di un genitore ammalato. È giunto il momento di realizzare la parità salariale tra uomini e donne perché voglio che le mie figlie abbiano esattamente lo stesso trattamento dei vostri figli.

Molti di questi programmi richiederanno grossi investimenti ma ho previsto la copertura finanziaria per ogni progetto di riforma. Ma realizzare le speranze americane comporta qualcosa di più del denaro. Comporta senso di responsabilità e la riscoperta di quella che John F. Kennedy definì «la forza morale e intellettuale». Ma il governo non può fare tutto. Nessuno può sostituire i genitori. Il governo non può spegnere il televisore nelle vostre case per far fare i compiti ai figli e non è mpito del governo allevare i figli con amore. Responsabilità personale e collettiva: è questo il senso delle speranze americane.

Ma i valori dell’America vanno realizzati non solo in patria, ma anche all’estero. John McCain dubita delle mie capacità di fare il comandante in capo. Mi ha sfidato a sostenere un dibattito televisivo su questo tema. Non mi tirerò indietro. Dopo l’11 settembre mi sono opposto alla guerra in Iraq perché ritenevo che ci avrebbe distratto dalle vere minacce. John McCain ama ripetere che è disposto a seguire bin Laden fino alle porte dell’inferno, ma in realtà non vuole andare nemmeno nella grotta in cui vive. L’Iraq ha un avanzo di bilancio di 79 miliardi di dollari mentre noi sprofondiamo nel deficit eppure John McCain, testardamente, si rifiuta di mettere fine a questa guerra insensata. Abbiamo bisogno di un presidente capace di affrontare le minacce del futuro e non aggrappato alle idee del passato. Non si smantella una rete terroristica che opera in 80 Paesi occupando l’Iraq. Non si protegge Israele e non si dissuade l’Iran facendo i duri a parole a Washington. Non si può fingere di stare dalla parte della Georgia dopo aver logorato i rapporti con i nostri alleati storici. Se John McCain vuol continuare sulla falsariga di Bush, quella delle parole dure e delle pessime strategie, faccia pure, ma non è il cambiamento che serve agli americani.

Siamo il partito di Roosevelt Siamo il partito di Kennedy. E quindi non venitemi a dire che i democratici non difenderanno il nostro Paese. Come comandante in capo non esiterò mai a difendere questa nazione. Metterò fine alla guerra in Iraq in maniera responsabile e combatterò contro Al Qaeda e i talebani in Afghanistan. Rimetterò in piedi l’esercito. Ma farò nuovamente ricorso alla diplomazia per impedire all’Iran di dotarsi di armi nucleari e per contenere l’aggressività russa. Creerò nuove alleanze per vincere le sfide del ventunesimo secolo: terrorismo e proliferazione nucleare; povertà e genocidio; cambiamento climatico e malattie. E ripristinerò la nostra reputazione morale perchè l’America torni ad essere per tutti il faro della speranza, della libertà, della pace e di un futuro migliore. È questo il mio programma.

Sono tempi duri, la posta in gioco è troppo alta perchè si continui a demonizzare l’avversario. Il patriottismo non ha bandiere di partito. Amo questo Paese, ma lo ama anche John McCain. Gli uomini e le donne che si battono sui campi di battaglia possono essere democratici, repubblicani o indipendenti, ma hanno combattuto insieme e spesso sono morti insieme per amore della stessa bandiera. Il compito che ci aspetta non è facile. Le sfide che dobbiamo affrontare comportano scelte difficili e sia i democratici che i repubblicani debbono abbandonare le vecchie, logore idee e la politica del passato. Negli ultimi otto anni non abbiamo perso solamente posti di lavoro o potere d’acquisto; abbiamo perso il senso dell’unità di intenti.

Possiamo non essere d’accordo sull’aborto, ma certamente tutti vogliamo ridurre il numero delle gravidanze indesiderate. Il possesso delle armi da fuoco non è la stessa cosa per i cacciatori dell’Ohio e i cittadini di Cleveland minacciati dalle bande criminali, ma non venitemi a dire che violiamo il secondo emendamento della Costituzione se impediamo ai criminali di girare con un kalashnikov. So che ci sono divergenze sul matrimonio gay, ma sono certo che tutti siamo d’accordo sul fatto che i nostri fratelli gay e le nostre sorelle lesbiche hanno il diritto di fare visita in ospedale alla persona che amano e hanno il diritto a non essere discriminati. Una grande battaglia elettorale si vince sulle piccole cose.

So di non essere il candidato più probabile per questa carica. Non ho il classico pedigree e non ho passato la vita nei Palazzi di Washington. Ma stasera sono qui perchè in tutta l’America qualcosa si sta muovendo. I cinici non capiscono che questa elezione non riguarda me. Riguarda voi. Per 18 mesi vi siete impegnati e battuti e avete diffusamente parlato della politica del passato. Il rischio maggiore è aggrapparsi alla vecchia politica con gli stessi vecchi personaggi e sperare che il risultato sia diverso. Avete capito che nei momenti decisivi come questo il cambiamento non viene da Washington. È Washington che bisogna cambiare. Il cambiamento lo chiedono gli americani.

Ma sono convinto che il cambiamento di cui abbiamo bisogno è alle porte. L’ho visto con i miei occhi. L’ho visto in Illinois dove abbiamo garantito l’assistenza sanitaria ai bambini e dato un posto di lavoro a molte famiglie che vivevano con il sussidio di disoccupazione. L’ho visto a Washington quando con esponenti di entrambi i partiti ci siamo battuti contro l’eccessiva invadenza dei lobbisti e quando abbiamo presentato proposte a favore dei reduci. E l’ho visto nel corso di questa campagna elettorale. L’ho visto nei giovani che hanno votato per la prima volta, nei repubblicani che non avrebbero mai pensato di poter scegliere un democratico, nei lavoratori che hanno scelto di auto-ridursi l’orario di lavoro per non far perdere il posto ai compagni, nei soldati che hanno perso un arto, nella gente che accoglie in casa un estraneo quando c’è un uragano o una inondazione.

Il nostro è il Paese più ricco della terra, ma non è questo che ci rende ricchi. Abbiamo l’esercito più potente del mondo, ma non è questo che ci rende forti. Le nostre università e la nostra cultura sono l’invidia del mondo, ma non è per questo che gente di ogni parte del mondo viene in America. È lo spirito americano – quella promessa americana – che ci spinge ad andare avanti anche quando il cammino sembra incerto. Quella promessa è il nostro grande patrimonio. È la promessa che faccio alle mie figlie quando rimbocco loro le coperte la sera, la promessa che ha indotto gli immigranti ad attraversare gli oceani e i pionieri a colonizzare il West, la promessa che ha spinto i lavoratori a lottare per i loro diritti scioperando e picchettando le fabbriche e le donne a conquistare il diritto di voto. È la promessa che 45 anni fa fece affluire milioni di americani a Washington per ascoltare le parole e il sogno di un giovane predicatore della Georgia.

Gli uomini e le donne lì riuniti avrebbero potuto ascoltare molte cose. Avrebbero potuto ascoltare parole di rabbia e di discordia. Avrebbero potuto cedere alla paura e alla frustrazione per i tanti sogni infranti. Ma invece ascoltarono parole di ottimismo, capirono che in America il nostro destino è inestricabilmente legato a quello degli altri e che insieme possiamo realizzare i nostri sogni. «Non possiamo camminare da soli», diceva con passione il predicatore. «E mentre camminiamo dobbiamo impegnarci ad andare sempre avanti e a non tornare indietro». America, non possiamo tornare indietro. C’è molto da fare. Ci sono molti bambini da educare e molti reduci cui prestare assistenza. Ci sono una economia da rilanciare, città da ricostruire e aziende agricole da salvare. Ci sono molte famiglie da proteggere. Non possiamo camminare da soli. In questa campagna elettorale dobbiamo prendere nuovamente l’impegno di guardare al futuro. Manteniamo quella promessa – la promessa americana. Grazie. Che Dio vi benedica. Che Dio benedica gli Stati Uniti d’America.

(fonte L’Unità.it)

(Traduzione di Carlo Antonio Biscotto)

 

 

 

 


Caro Amico . . . . . . .

agosto 26, 2008

Oggi dopo qualche giorno sono riuscito a rispondere al mio amico Nemo510 con una breve considerazione sul purtroppo diffuso “mal di vivere”, che spesso nasconde una maniera per “non accettarsi”:

 

Caro amico, come accade in questo periodo, mi debbo scusare con te se accolgo con un pò di ritardo il tuo invito a visitare il tuo blog “crepuscolare…ma?”. Questo ritardo non lo imputare ad apatia o mancanza di curiosità, ma, lo sai, a particolari incombenze che in questo lungo periodo ho dovuto affrontare e che ancora debbo completare. Fatti e circostanze che mi hanno allontanato da un bel pò di tempo dal web. . . .spero di riaccendere il pc con la vecchia frequenza ed interesse, al momento ho la mente in ben altri luoghi. Comunque per tornare all’argomento centrale, al tuo blog, debbo senz’altro convenire che questo spazio mi è molto piaciuto per la grafica e per la sua composizione generale, ma è molto bello per suoi contenuti, storie e riflessioni in una vaga malinconia nel solito “mal di vivere” a cui sembra non si riesce ad opporre la forza del nostro io e la forza nella convinzione che emozioni o sensibilità particolari, se non avversati con carattere, tendono a smorzare le nostre virtù e la nostra ribellione al così detto malanimo. Appena nasciamo compiamo inconsapevolmente il primo fatidico passo verso l’imprevedibile viaggio ad occhi aperti, quale è e sarà la nostra vita. E la vita è come un viaggio, aspetti e vicende belle e brutte che possono mettere in discussione il nostro umore ed il nostro concetto di felicità e di appagamento. Molto spesso tentiamo il paragone fra la nostra persona e ciò che ci appare dall’immagine di altre persone e questa circostanza, se non favorevole, ci causa un’insorgenza di fluidi negativi e di autodisapprovazione con effetti terribilmente negativi nella nostra personalità. Se diverremo dipendenti e tristi succubi di perenni tristezze, non avremo mai la forza di accettare e superare ogni tipo di dispiacere e ci spengeremmo come il sole dopo il tramonto. I valori che temiamo crepuscolarmente persi nel tempo, esistono ancora, meno diffusi e facilmente visibili, ma esistono . . . . . basta non correre troppo e guardarsi bene intorno.

Il buono ed il bello esistono come esistono il brutto ed il cattivo e nella vita queste condizioni avvengono a ripetizione ed in grande quantità a volte modificando sostanziamente la nostra esistenza. In questa lunga altalena di vita dobbiamo trovare la felicità, come quella di un viandante che sa ben interpretare il suo lungo viaggio. . . . . .se fossimo nati “farfalle” la nostra breve vita non ci avrebbe dato l’opportunità di pensare, amare e comunicare così a lungo, anche dopo gli “anta”.

Ciao 45credocosi


Gran Premio di F.1 di Ungheria – Circuito di Budapest.

agosto 3, 2008

Un Gran Premio in un non bel circuito come questo di Budapest, dove è difficile sorpassare e dove le basse prestazioni delle macchine vengono comunemente attribuite all’eventuale incognita gomme per lo sporco che spesso il vento dissemina lungo il tracciato. Il problema del tracciato sporco per me non è ravvisabile unicamente alla sabbia trasportata dal vento, ma è lo scarso uso che si fà di questa pista che determina l’inadeguatezza dell’asfalto, io preferirei che non venisse più usato per le gare di F1 perchè non si sorpassa, non è una pista tecnica. . . . .ma si dice che questo circuito sia di proprietà di Ecclestone. . . . .allora nulla da eccepire.

Comunque s’è corsa una gara all’insegna dell’incognita, dopo molto tempo è riapparso il fuoco durante i vari pit-stop e ciò è una circostanza da analizzare ed alla quale trovare una soluzione per la sicurezza dei piloti e non solo. La Bmw sembra in perduta crisi, la Renault galleggia, la Toyota mostra evidenti miglioramenti, Montezemolo non lo si vede più ai box Ferrari – forse è alle prese con la realizzazione dei suoi Tav rossi -, Hamilton non è più imbattibile di quanto sia presuntuoso – aveva pronosticato la sua terza vittoria consecutiva -.

Una gara tutto sommato grigia e lo si sapeva, solo Massa ha acceso entusiasmo ed interesse per questa competizione, la sua partenza a razzo e quei prini quattrocento metri, che gli hanno permesso di superare la McLaren di Hamilton, sono valsi tutto il gran premio. . . . . . dopo purtroppo a circa 12 chilometri dal traguardo (al 67o giro) al suo rosso bolide cedeva il propulsore. Mannaggia alla miseria, ho pressapoco pensato, saltando sulla sedia. Mi ero ben sistemato, birra fredda, olive piccanti ed una sigaretta. . . . . . ormai in cuor mio aspettavo solo l’arrivo vincente del simpatico pilota brasiliano Felipe Massa. . . . . . ma, a causa di qualcuno che ce la tira ferocemente, è accaduto quello che mai avrei immaginato e cioè il ferale cedimento del motore, mancava solo il carro attrezzi in pista . . . . . . che delusione!

Un pò di sfiga è capitata anche ad Hamilton, che improvvisamente s’è trovato la gomma anteriore sinistra completamente sgonfia, aveva bucato, ma è riuscito a cambiare gomma ai box e quindi a continuare la gara.

Ogni persona intervistata dopo la gara, non è riuscita a trattenere il disappunto per la sorte di Massa e della sua Ferrari. . . . . le corse sono così, può accadere di tutto, speriamo che questo “tutto” non ci riguardi più nelle successive gare. Comunque per il prossimo Gran Premio è necessario incrociare le dita perchè si correrà nel nuovo circuito cittadino di Valencia e la Ferrari non l’ho mai vista a proprio agio in questi tipi di circuiti cittadini. . . . . speriamo bene.

Questo l’ordine di arrivo:

1) Kovalainen – McLaren

2) Glock – Toyota

3) Raikkonen – Ferrari –

4) Alonso – Renault –

5) Hamilton – McLaren –

6) Piquet – Reanault –

7) Trulli – Toyota –

8) Kubica – Bmw –

9) Webber – Red Bull –

10) Heidfeld – Bmw –

 

Classifica Piloti:

1) Hamilton – McLaren – 62

2) Raikkonen – Ferrari – 57

3) Massa – Ferrari – 54

4) Kubica – Bmw – 49

5) Heidfeld – Bmw – 41

 

 

 

Classifica Costruttori:

1) Ferrari 111

2) McLaren 100

3) Bmw 90

4) Toyota 35

5) Renault 31

6) Red Bull 24

7) Williams 16

8) Hnda 14

9) Toro Rosso 8

 

 

 


Orfani dell’intelligenza, della politica e della generosità.

agosto 1, 2008

In questi giorni finalmente credo di riuscire ad ultimare le piccole ma importanti incombenze, che da tempo mi hanno sottratto al mio solito quotidiano. In questa modesta impresa sono sempre stato ostacolato dalla scarsa intraprendenza culturale di qualche mio simile, a cui non è ancora chiaro il proprio mansionario di lavoro, così, attancandosi ad astruse ed incomprensibili motivazioni di una certa prassi burocratica, mi ha fatto perdere molto tempo prima di ben comprendere, per fortuna, la giustezza delle mie richieste che tendono a poter visionare un dossier con documentazione da me firmata. L’assurdo di questa vicenda, che per quanto semplice non dettaglio nel suo insieme, è che più di una volta sono stato sollecitato a rivolgermi al loro numero verde (ufficio assistenza clienti) dove chi rispondeva non era italiano e tanto meno era chiara e intellegibile la sua risposta. Sarà senz’altro un guasto causato dalle numerose delocalizzazioni di “parti di azienda”, può darsi che il call center in parola è di fatto collocato in uno stato estero dell’est, dove il personale costa pochi euro.

Ormai non bisogna meravigliarsi più di niente, la diffusa mania di guadagnare sempre di più spinge alcune aziende a delocalizzare o ad esternare parte delle loro operatività verso quelle località in via di sviluppo, dove i salari dei lavoratori sono di fatto assimilati alle nostre pensioni sociali e dove, forse, i nostri ccnl non hanno effetto per la diversa territorialità.

Così in questa sparuta Europa ancora si vive a doppia velocità: c’è chi stenta a vivere e chi sopravvive e ciò fa comodo a molti poteri forti, se così non fosse questi si adopererebbero per ottenere l’eccellenza dai propri servizi prodotti al giusto costo e non con il mèro risparmio sul costo del personale, causando così in alcuni casi un demerito alla qualità del servizio prodotto e quindi fornito.

In questo guazzabuglio sociale non trovo la responsabilità del nuovo mercato, della globalizzazione e via di seguito, perchè di fatto, a parer mio – seguendo le varie notizie dei media -, questa tanto decantata atmosfera di libertà dei mercati non esiste più, ormai l’economia è governata da lobby, da potentati, da sultanati finanziari protetti, che pongono la politica loro sussidiaria e lo storico, grave recente fallimento del vertice dell’ OMC di Ginevra né è la prova. Il negoziato ginevrino è fallito per l’egoismo dei ricchi, tanto è vero che sintetizzerei il fallimento dei lavori con la certa consapevolezza che non si apre e non si da vita ad alcun mercato se questo non è in linea con gli interessi dei paesi ricchi, tanto è vero che a causa delle controversie sorte sulle misure da assumere ed adottare sul dossier agricolo è saltato tutto. Oggi i cereali, come il petrolio ed altre fonti di energia, hanno assunto grande importanza ed il loro prezzo vola senza alcun controllo e regolamentazione, questo perchè all’uso alimentare lo si preferisce impegnare nell’uso energetico, ben più remunerativo. Insomma si preferisce produrre carburante che alimenti per la popolazione mondiale, di cui una grande parte rischia la morte d’inedia, più semplicemente di fame.

Questa delusione è per fortuna lenita dalla nostra ratifica del Trattato di Lisbona, che così permette all’Italia di aggiungersi ai ventitre altri Paesi che già hanno sottoscritto questo importante trattato. quali:

Romania, Ungheria, Malta, Francia, Polonia, Slovacchia, Portogallo, Austria, Danimarca, Slovenia, Bulgaria, Lettonia, Lituania, Germania, Lussemburgo, Estonia, Finlandia, Grecia, Gran Bretagna, Cipro, Belgio, Olanda e Spagna.

Mancano all’appello ancora tre Paesi:

la Repubblica Ceca e la Svezia, mentre in Irlanda, come è noto, il referendum popolare – svoltosi il 12 giugno scorso – ha portato ad un voto negativo. Per quanto riguarda la Repubblica Ceca ha interrotto il processo di ratifica per valutare la compatibilità con la Costituzione nazionale; in Svezia la ratifica è prevista per il prossimo novembre.

Spero veramente che tutto vada al suo giusto posto, perchè altrimenti saremmo anche orfani della vera generosità, della vera giustizia, della vera politica che dovrebbe tendere ad unire le le persone e quindi i vari popoli in programmi comuni, condivisi ed aumentare la comprensione, la tolleranza, l’integrazione, la coesione, la condivisione dei diritti fondamentali dell’uomo e lo sviluppo coerente e generale nel mondo in un ambiente curato e non più inquinato.

Oggi quello che dovrebbe preoccuparci è il continuo progredire degli armamenti e delle continue guerre sparse nel Mondo a cui nessuno sembra riuscire a porci uno stop, una fine e quì il terribile ricordo della prima e seconda guerra mondiale dovrebbe essere il passepartout per un nuovo colloquio mondiale per derimere i contenziosi e gli antagonismi, che minano ed umiliano le aspettative di pace, di serentà, di giustizia, di operosità di tutti noi.

Il fallimento del vertice di Ginevra e lo stop degli euroscettici al compimento della procedura del Trattato di Lisbona, può incrinare le relazioni e la tenuta del fragile sistema multilaterale, riproponendo vecchie relazioni ed accordi bilaterali fra nazioni ricche a scapito ed a pregiudizio dell’azione dei Paesi più poveri e con scarsa capacità negoziale. Speriamo in un prossimo futuro di buon rapporti con la nuova e meno belligerante Presidenza Usa e con altrettante buone relazioni con tutti gli altri Paesi, con particolare attenzione agli stati Europei per un comune progetto di realizzare un’ Europa veramente unita e coerentemente organizzata. . . . ormai, si sa, da soli non si và da nessuna parte.

Lasciamo da parte chi si occupa del solo proprio orticello, l’orizzonte da considerare è ben più vasto.

 

Link della versione consolidata del Trattato di Lisbona:

 

  http://www.governo.it/GovernoInforma/Dossier/ratifica_trattato_lisbona/versione_consolidata_trattato_lisbona.pdf