Sub-prime ed il commercio finanziario del rischio.

Questo è uno di quei periodi particolari in cui bisogna rimanere calmi, razionali e ragionare per non rischiare di essere confusi da messaggi che potrebbero diffondere un senso di eccessiva paura, di inceretezza e di allarme. . . .

 

. . . . . proprio così, già stiamo tutti danzando sull’orlo dell’abisso di una crisi di natura squisitamente economica, causata da un’irresponsabile speculazione condotta dai noti cattivi maestri della finanza mondiale, in particolare di quella americana. Quindi prima per evitare di cadere nell’abisso di una crisi generalizzata, che potrebbe riservare un apocalittico ed incontrollabile fenomeno di grave depressione nell’economia, tale da sconvolgere la vita di tutti per molti anni futuri.

Già siamo soggetti ad un tasso elevato di disoccupazione (6,7%) che tende a crescere annualmente con una quota stimata all’ 1,2% (secondo le ultime valutazioni Istat).

A questo punto della vicenda ci dobbiamo augurare che gli enti preposti al controllo ed al monitoraggio del credito riescano a stabilizzare tutto il sistema, allora si devono immediatamente inviare chiari segnali della comune determinata volontà di licenziare tutti quei personaggi della malata e viziata finanza, altresì scalzare quella eventuale frazione della politica che ha contribuito ad avvelenare la finanza reale nel nome del profitto e degli affari di pochi. Mi auguro che la Magistratura, con il solito proprio buonsenso e giustizia, indaghi per verificare se in questa vicenda e in territorio italiano sia esistita una strategia complice nella finanza speculativa e pirata che ha minato il risparmio e la fiducia di molte persone, che ha quasi compromesso il tessuto commerciale e sociale. Oggi, in questa emergenza, la politica deve ascoltare la voce dei cittadini e delle parti sociali per evitare altre vittime di questo scandalo e per partecipare all’allontanamento di eventuali corresponsabili, perchè ormai si è veramente stanchi di veder passare irresponsabili leggerezze sulla sola testa dei cittadini, già impegnati nel difficile quotidiano fra caro prezzi-tasse ed imposte-occupazione-carenza di sicurezza-accolli di debiti di società finite per incompetenza manageriale-ticket per servizi ormai scadenti e per tant’altro che non funziona. Intanto oggi, durante una fase del processo Parmalat, bene ha fatto il PM, l’accusa, ha pronunciare un severa requisitoria nei confronti dei numerosi responsabili. Si è stanchi di una certa politica colma di sole chiacchiere ed annunci, che in fondo non interessa quasi più nessuno se non al limitato coro dei loro accoliti. Intanto questo clima di incertezza stà causando nuovi record nel rialzo di mutui, di tassi euribor, dei taeg ed inoltre in borsa molti titoli vedono volatilizzata buona parte della loro valore di mercato. Mi auguro che in Usa venga varato un efficace provvedimento per tamponare e risolvere le cause e gli effetti della loro dissennata finanza per far riaffiorare un pò di fiducia nel vasto arcipelago della finanza.

 

 

 

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I RIFIUTI TOSSICI DI LEHMAN                         

 

(documento del Centro Studi della Fisac Nazionale)

 

 

La vicenda del fallimento della maggior banca d’affari americana e le modalità con le quali gli Stati Uniti stanno affrontando questa grave crisi offrono interessanti spunti di riflessione.

Colpisce la definizione colorita con la quale sono stati denominati i titoli oggi diventati potenziale carta straccia (toxic assets) e quindi, la funzione di “smaltimento” assegnata al fondo da 700 miliardi di dollari attraverso il quale lo Stato Americano intende procedere.

E’ del tutto evidente come la metafora del “rifiuto tossico” inviti ad applicare a questa vicenda parallelismi metodologici e considerazioni che, se valgono per processi industriali che generano “rifiuti” non possono non valere per il mondo della finanza, che di rifiuti in questa fase ne produce a iosa.

Ogni processo di produzione industriale, tanto più se sofisticato, ha come derivata la produzione di rifiuti che in relazione alla loro pericolosità vanno prima trattati e poi smaltiti.

Ma è del tutto evidente come esso non trovi soluzione soltanto, a valle, nell’affrontare il problema attraverso pratiche più o meno onerose di “trattamento” di questi scarti.

Il problema investe tutto il processo produttivo a partire dall’assunto della minor produzione

possibile di residui non trattabili, dalle migliori pratiche, dall’impatto sociale ed ambientale che viene generato, dai costi che questo produce per le aziende e per la collettività.

Inoltre diventa fondamentale il sistema di regole e controlli, tanto più importante in relazione alla pericolosità o sofisticazione dei rifiuti da smaltire.

 

Questi concetti si può ben vedere come da un lato siano di facile comprensione per tutti, dall’altro come siano utilmente applicabili anche nel caso di produzioni di tipo finanziario.

La vicenda Lehman, ma di più il susseguirsi quotidiano di vicende analoghe, per ora situato

fondamentalmente negli Stati Uniti, mostra come si registrino carenze e lacune in ogni ambito.

Anzitutto è risultato carente il sistema dei controlli necessari a monitorare la produzione incalzante di prodotti sempre più sofisticati, poco trasparenti e tendenti a spostare i rischi da una parte all’altra del mondo. Con la spiacevole conseguenza che le ricadute terminali si collochino poi sugli ultimi e più deboli detentori di titoli o prodotti: privati, famiglie, piccole imprese.

Nessun limite è stato posto alla fantasia ed all’ ingordigia dei manager che, sotto la spinta di

compensi miliardari, hanno dato libero compimento ad ogni loro fantasia finanziaria..

Il processo esponenziale che ha generato montagne di debiti “impacchettando” impunemente

quantità sempre più ingenti di “scarti” di natura finanziaria (sofferenze, mutui ecc.) senza

parallelamente preoccuparsi di una solidità patrimoniale necessaria a tutelare chi poi riceveva il rifiuto, ha semplicemente scaricato a valle i suoi effetti dirompenti.

Oggi il prezzo di queste pratiche è si ripercuoteranno sui cittadini in termini di maggiori imposte o di rallentamento dell’economia o di aumento dell’inflazione, in un ciclo economico che già mostra incapacità di crescita.

E’ del tutto evidente che il costo di questa operazione non sarà interamente a carico dei cittadini americani. Come le Autorità USA si sono affrettate a dire il fondo che si sta creando non potrà essere il ricettacolo di tutta l’immondizia finanziaria sparsa per il mondo e quindi si richiede ognuno, l’Europa in particolare, si attivi con analoghi strumenti per sostenere i mercati.

Risulta quindi poco credibile la posizione del ministro Tremonti sull’impatto quasi nullo che questa “spazzatura mondiale” avrà nel nostro paese. Il primo effetto tangibile è il rinvio a data da destinarsi del tanto proclamato e sperato taglio delle imposte e della agognata restituzione del “fiscal drag” ai lavoratori dipendenti italiani.

Inoltre grandi Regioni, Istituzioni di vario tipo e lo stesso Tesoro sono esposti con quantità ingenti di obbligazioni, contratti derivati, garanzie su cambi e tassi (swap) di cui nessuno è oggi in grado di quantificare l’impatto negativo che si determinerà sui rispettivi bilanci e patrimoni.

Un dato è certo: tutti ne risentiremo, nessuno escluso.

E’ del tutto evidente che di fronte ad eventi di questa portata – e di natura sistemica – si richiedano interventi e politiche coordinate a livello Paese, continentale e mondiale.

In qualche modo l’esempio, questa volta positivo, ci arriva sempre dagli Stati Uniti dove il

Congresso si appresta a varare norme tendenti ad aumentare la trasparenza dei prodotti e la solidità patrimoniale degli emittenti, a limitare le retribuzioni dirette ed indirette dei managers, a fornire aiuti reali ai cittadini alle prese con la crisi e con i mutui.

Ciò è molto distante da quanto avviene in Europa ed in Italia, anche se la Germania e la Francia stanno spingendo utilmente in tal senso.

Il nostro Governo si limita a dichiarazioni deboli e rassicuranti, le compagnie assicurative e le banche giorno per giorno forniscono notizie col bilancino sulla reale portata dei loro rischi

finanziari, mentre la stretta sulla liquidità modifica la politica dei tassi gravando ancora di più sul sistema delle imprese e delle famiglie.

Occorre, quindi, un ripensamento complessivo.

Le Istituzioni creditizie del nostro Paese possono contare sull’arretratezza del nostro sistema

finanziario come riparo paradossale dalle peggiori turbolenze del sistema mondiale, ma questo ricovero temporaneo potrebbe cedere se non si ritorna a strategie commerciali fondate su politiche commerciali che non siano stressate dal ritorno a breve degli investimenti e dalla ricerca di utili incompatibili.

La risorsa fondamentale fornita dalla fiducia nei marchi concretamente rappresentata dalla

professionalità dei dipendenti, va incrementata con la definizione di regole nazionali ed aziendali che incentivino i comportamenti socialmente responsabili e da una maniacale trasparenza delle operazioni con la clientela.

Ritornando alla metafora del rifiuto, come un sistema industriale più attento alle compatibilità ambientali ed alla responsabilità sociale, tanto nella produzione quanto nella distribuzione, genera un minor impatto socio ambientale e maggiori convenienze economiche, così il sistema finanziario, con il ritorno alle buone pratiche ed alla valorizzazione dei propri assets tradizionali, potrà minimizzare nel tempo le “sostanze tossiche” che rischiano di annientare la ricchezza e stabilità del mondo.

Centro Studi Fisac Nazionale

 

                                                                                           

 

 

 

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