Università e Ricerca: per saperne di più ecco il contributo del prof. Aldo Giannuli.

ottobre 31, 2008
Aldo Giannuli, docente di Storia contemporanea alla Statale di Milano. Con il decreto Gelmini si tagliano fondi alle università  e docenti. Tra “sette-otto anni, il corpo docente diminuirà  di circa il quaranta per cento di unità “.
 

 

Testo:

“La situazione dell’università  è¨ già  una situazione disastrosa da molti anni, peraltro la Gelmini non ha tutte le colpe che le vengono date perchè la Gelmini sta solo ultimando un percorso iniziato con l’ex ministro Ruberti e che va sempre più¹ verso la privatizzazione dell’università  e la sua trasformazione in impresa. Questo succede in un’università  che già  da tempo è¨ ipo alimentata dal punto di vista finanziario. Strutturalmente, ormai, il sottofinanziamento fa parte della storia della nostra università .

Sono ormai più¹ di 35 anni che la nostra università  riceve mediamente un quarto in meno, in termini di bilancio statale, in termini di quello che riceve la media delle università  europee. E’ l’università  peggio organizzata, peggio pagata,sulla quale sono state fatte una serie di riforme sbagliate ed è¨ ormai al limite del collasso. In questa situazione si aggiungono nuovi tagli e lei capisce che questo significa il colpo di grazia per una struttura già  molto sofferente. Se la stessa riforma dice che per i prossimi anni si può mettere a concorso un posto ogni cinque di quelli che vanno in pensione, lei mi sa dire di quale meritocrazia stiamo parlando? Se non ci sono concorsi di che merito parliamo? Si dice uno su cinque fino al 2011 e dopo uno su due.

Ora, se lei considera che entro il 2014 noi collocheremo in pensione quasi il cinquanta per cento del corpo docente, questo significa che nel giro di sette-otto anni, il nostro corpo docente diminuirà  di circa il quaranta per cento di unità . Quindi, tanto per cominciare cominciamo a chiederci perchè ci sia riconoscimento ci devono anche essere occasioni per dimostrarlo altrimenti di quale merito parliamo? Meritocrazia è un concetto sul quale io sono profondamente d’accordo, a condizione che non sia solo una parola. Intanto la nostra società  non è affatto meritocratica, non solo nell’università  ma dappertutto.

Parentopoli c’è nell’università , basti vedere in quelle meridionali ma non solo, dove interi clan familiari si sono installati nelle facoltà  universitarie. Però questa storia di parentopoli per esempio, c’è anche una magistratura se andiamo a vedere l’elenco dei vincitori dei concorsi. Non parliamo dei notai dove addirittura dove quello che dovrebbe essere un concorso pubblico si risolve in targhe del tipo: “..Tal dei tali notai dal 1830” perciò una carica manifestamente ereditaria di generazione in generazione da due secoli. Quindi qui c’è una società  per nulla meritocratica e molto corporativa. Se poi vogliamo parlare di meritocrazia, e io sono d’accordo, occorre essere conseguenti, per esempio: esistono procedure, in tutto il mondo scientifico internazionale, di valutazione oggettiva delle opere scientifiche: l’impact factor, per quanto riguarda le citazioni, l’analisi dei fondamenti di ciascuna pubblicazione e tutta una serie di parametri prefissati. Perchè non li adottiamo?                            

Siamo l’unica università  del mondo sviluppato che non ha parametri oggettivi. Si rimette totalmente a un sommario giudizio delle commissioni che si risolve in: “Un tizio è bravo, quell’altro non è bravo. Perchè? Perchè lo dico io!” Questa è la premessa di Parentopoli. Se vogliamo introdurre la meritocrazia cominciamo almeno da questo, ossia a introdurre criteri bibliometrici internazionali, criteri di valutazione delle opere scientifiche con parametri oggettivi. Si prosegue in questa illusione che è stata anche di altri, iniziata sostanzialmente con l’ex ministro Ruberti, che è¨ quella di fare come in America, che non ha molto senso perchè ogni Paese ha la sua storia, la sua struttura economico sociale, ha i suoi condizionamenti, hai suoi problemi e deve trovare le sue soluzioni. Non si può fare qui, come fanno in America, posto che il modello americano sia più così eccellente, sicuramente preferibile e più funzionale del nostro è, ma non ha molto senso perchè le stesse misure applicate in contesti diversi danno risultati diversissimi. Nel nostro consenso quel tipo di soluzione non dà  l’università  americana, ma dà Shanghai. Anch’io vorrei essere alto aitante ma non lo sono. E’ perfettamente inutile comprarmi un vestito da Schwarzenegger, mi andrebbe largo. Tanto varrebbe dire: “facciamo come si fa su Marte”.

E’ una riforma che applicata darebbe risultati disastrosi probabilmente, al di là  delle intenzioni dello stesso ministro Gelmini i risultati sarebbero ugualmente disastrosi. Io provo immaginare cosa significa privatizzare le nostre università  con capitale di banche e di imprese. Questo significherebbe smobilitare una serie di facoltà  che ovviamente non interesserebbero. Penso ad esempio alle facoltà  umanistiche dove sopravviverebbero si e no, una fettina di giurisprudenza ed una di economia, qualche pezzettino di scienze politiche, al massimo una scuola di interpreti e traduttori perchè di una facoltà  come letterature straniere non ce ne fregherebbe assolutamente nulla, in un quadro di università  d’impresa. Avremmo una serie di facoltà  scientifiche tutte proiettate immediatamente all’applicazione tecnologica e non di ricerca pura, e la formazione sarebbe ritagliata rigorosamente sulle esigenze delle aziende partecipanti al consorzio. Col risultato di produrre ingegneri che sanno tutto di quella determinata azienda, che se poi perdono il posto di lavoro mai piùéne troveranno un altro perché non sapranno fare nient’altro. In ultima analisi è arrivato il momento di riprendere in mano la questione e di scegliere. L’università  attuale è al capolinea, non ce la fa più.

L’università  burocratica, corporativa che consuma risorse rendendo pochissimo al Paese non è più proponibile. Non possiamo continuare a chiedere risorse con una redditività  così limitata. Noi abbiamo indici produttività  scientifica tra i più bassi del mondo, abbiamo un tasso di laureati per iscritti tra i più bassi dei paesi sviluppati. Non possiamo chiedere risorse per questo. Non credo che la soluzione sia quella dell’università  privata, io credo che sia arrivato il momento di pensare al modello e di arrivare ad un’università  pubblico-sociale, sostenuta non solo dall’intervento dello Stato ma con la partecipazione azionaria dei dipendenti e di chi ci lavora con azionariato popolare, con azionariato temporaneo degli studenti. Rivedendo completamente la struttura dell’università  dove la divisione fra ordinari e associati non ha assolutamente più senso. E’ il momento di riprendere il discorso del docente unico. E soprattutto di rivedere tutti i meccanismi, come si dice in America, di governance.

Non ha senso continuare ad avere questi organi formati per ceti come se stessimo parlando degli stati generali della Francia pre-rivoluzionaria nei quali gli ordinari votano per gli ordinari, gli associati votano per gli associati, gli studenti votano per gli studenti e così via. Abbiamo bisogno di un’università  in cui si rovesci la piramide, sinora hanno parlato tantissimo di ordinari, e in particolare quel ristrettissimo nucleo di ordinari che governa tutto, hanno parlato un po’ gli associati, pochissimo i ricercatori e per nulla i lavoratori e gli studenti. Noi abbiamo bisogno di un’università  in cui si senta molto di più la voce degli studenti, si senta abbastanza la voce dei ricercatori degli associati e dei lavoratori, e per un po’ di tempo gli ordinari, soprattutto quelli più¹ importanti abbiano il pudore di tacere.” 

Aldo Giannuli

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Decadimento della Democrazia Partecipativa – Parlamento coptato. . . .Parlamento non legittimato, non ascoltato. – Parlando al bar con un amico

ottobre 30, 2008

Non voglio esagerare, ma era una ventina di giorni che combattevo con il computer nel tentativo di rimuovere malware, win32/vundo, trojan ed un’altra varietà di virus che avevano invaso i miei poveri files. Il fatto strano è che l’antivirus istallato ed un altro programmino a difesa pel pc non avevano segnalato questa micidiale intrusione, ma l’improvviso malfunzionamento dello stesso pc mi aveva seriamente insospettito al punto da istallare un nuovo prodotto per la protezione informatica. Così, dopo una profonda scansione, l’amara verità. . . . . . un’attimo di panico, di nervosismo per poi riprendere il controllo della situazione per quindi riuscire a risolvere ogni problema. . . . ma che che lunga sudata, per fortuna che ad un certo momento ho ricordato di aver scoperto nel web un sito/forum dove tecnici informatici prestavano gratuitamente la loro competenza professionale per aiutare internauti poco pratici a bonificare il proprio computer da virus e da quantaltro di dannoso. Così dopo due/tre giorni di guida con suggerimenti dei tools da impiegare nella mia impresa di pulitura sono riuscito nell’impresa, mentre il nuovo anti-tutto istallato sembra bloccare ogni altra tentata intrusione.

Finito la fatica ho deciso di uscire e come è mio solito mi sono avviato verso la piazza principale per fare due passi e sgranchirmi un pò e poi per prendermi un buon aperitivo alla faccia di malware, trojan e win. Così ho incontrato un’amico che era appena uscito dalla fabbrica e che, anche lui, era intezionato di sorbirsi una bibita, mentre cercava di distendersi dalle fatiche del lavoro.

Dopo brevi convenevoli ed un accennato saluto ci sediamo sulle nuove sedie di ferro battuto del bar, ordiniamo e iniziamo a parlare delle odierne difficoltà e del lavoro da fare in campagna, prima che la pioggia ed il freddo renda questo più difficile. Poi, inevitabilmente, affrontiamo argomenti della politica e gli chiedo cosa pensa della legge elettorale che dovrebbe essere licenziata dal parlamento per le prossime elezioni europee. Senza indugi, sintonizzando l’espressione del viso alla sua voce, iniziò a rispondermi.

                                                            

 

Caro amico mi vuoi invitare a commentare l’ennesima pericolosa sciocchezza quale sarebbe la legge elettorale per il prossimo suffragio europeo, se non permettesse a noi di votare oltre ai partiti anche le preferenze . Ebbene non servono molte parole per descrivere questa strisciante deriva che tende a privare l’elettorato del diritto di sceglire ed indicare i propri candidati. . . .una pratica che di fatto avvilisce la nostra tradizione democratica, conquistata a caro prezzo e mantenuta sofferentemente sino a qualche tempo fà. Una pratica nuova che sembra organizzata per allontanare eventuali dissidenti dalle discussioni dell’ampio parlamento europeo, così non otterremo più decisioni collettive frutto di un coagulo di opioni diverse. A Strasburgo, crocevia della ancora non solidale Europa, si ripeterà la tiritera delle decisioni di ignoti personaggi paracadutati nell’assise europea per sola conoscenza, conformità, ubbidienza ed utilità. . . . . . . un coro, forse stonato, ma conforme alla volontà del leader di turno.

Forse vivremo una nuova versione di democrazia, quella maggioritaria. . . una sorta di monarchia costituzionale.

Di ciò quasi tutta la classe politica ne è responsabile in quanto in tutti i partiti sono stati commessi gravi errori di coerenza democratica dando spazio ad un clientelismo politico, parentale e di tant’altro, che ha indebolito un pò tutti.                         

Ormai la parola riformismo non stà più ad indicare una volontà per una migliore evoluzione politica e sociale, bensì un attributo linguistico, una metaforfosi lessicale richiamata spesso furbescamente per distrarre e confondere l’elettorato, al momento distratto.

Ecco gli elemti, che hanno tolto autorevolezza e credibilità al popolo della politica, ormai la dialettica è divenuta feroce, non si rispetta più il bon-ton (si procede con offese a tutto spiano, senza risparmiare alcuno) e l’obiettivo di ognuna delle parti politiche è quella di costruire strategie per trasformare e convertire ogni iniziativa dell’avversario in fatti inutili, futili e fallimentari se non addirittura dannosi per la nostra comunità. Queste tensioni strategiche assumono una disastrosa dimensione quando poi chi è al governo tenta spavaldamente e senza buon senso di portare avanti progetti diametralmente opposti alle opinioni dei propri competitors, tanto per tenere il punto del bastian contrario, cercando di farsi aiutare dai media amici con comunicazioni che tendono ad attivare un fantastico meccanismo per ottenere il plauso. . . . e spesso questo avviene, ma è solo frutto di una fedele clacca. Dalle altre trincee politiche avviene la stessa cosa.

In tutto questo pandemonio nessuno degli attori della politica si rende conto che queste vicende accadono perchè buona parte dei cooptati si guarda bene dal riferire i suoi suggerimenti e le loro idee al proprio benefattore di riferimento per non rischiare di perdere la sua simpatia, per farsi sempre considerare totalmente e costantemente affidabile ed obbediente, pena la perdita di privilegi, di qualche protezione e del benessere economico. Questo fà facilmente immaginare che non c’è dibattito all’interno di ogni realtà partitica, bensì una sacra indiscutibile ottemperanza al “verbo” di colui che li ha raccomandati e destinati ad occupare un posto in un organo di governo. Un coro e basta.

Così ogni governo subisce consistenti tensioni in molti settori, come per esempio nei trasporti, nella scuola, nei servizi locali e nel pubblico impiego per stringererlo nella morsa del dissenso popolare e per farlo cadere.

Questa è l’odissea politica che viviamo da molti anni e che della quale siamo tutti veramente stanchi, al punto, che ormai il nostro buon senso e la nostra civile sopportazione, erroneamente scambiata per influenzabilità, non contiene più la forte necessità di avere al governo nazionale ed europeo persone elette da noi tutti, che sappiano ridare vita al dibattito parlamentare e che pur nella loro diversità di opinioni sappiano concertativamente realizzare con una buona politica le nostre aspettative e le nostre speranze. Non è poco, ma è il giusto.                                                                             

Per questo, per quanto sopra ci si augura che presto si realizzi quel tanto desiderato cambiamento, che ci sappia restituire entusiasmo, ottimismo per il futuro ed il comune coraggio di correggere nel nostro ambito i grandi difetti della globalizzazione, che di fatto ci stanno dimensionando le nostre opportunità di progresso e di comune benessere.

E’ altrettanto utile correggere gli errori dell’attuale nostro bipolarismo, che ha ristretto troppo la base del confronto parlamentare, espellendo fuori dal dibattito democratico realtà politiche minori, considerate troppo diverse dal coro dei gruppi maggiori. Inoltre bisogna ricreare le condizioni per legittimare ogni addetto del governo con una legge elettorale che dia ad ogni elettore la possibilità di votare personalmente i candidati, secondo la propria coscienza e responsabilità. Vedremo.

Approvo e condivido i suoi argomenti e con cenni del capo ricalco le sue affermazioni, dopo qualche minuto e dopo brevi commenti sulla vita reale, decidiamo di alzarci mentre un certo venticello inizia a raffreddare la sera. . . . . . paghiamo e ci salutiamo con l’augurio di buona cena. . . . . . lui forse sì, la moglie gli avrà cucinato qualcosa. . . .io invece ho deciso di cucinarmi un panino mozzarella e prosciutto. . . . la pulizia del pc mi ha veramente stancato.

 

 

 


Un contributo del Rettore del Politecnico di Milano: De Gelmini.

ottobre 30, 2008

Care Allieve e Allievi del Politecnico di Milano,

I decreti Gelmini

Sulla stampa, in molti striscioni, nelle manifestazioni si richiamano

In questi giorni ho ricevuto molti messaggi da parte Vostra.

In essi vi sono domande volte a cercare di comprendere meglio la attuale situazione, sono espresse

preoccupazioni per il futuro di Voi giovani e del nostro Ateneo.

Siamo tanti, più di 2.500 fra docenti, tecnici e amministrativi, quasi 40.000 gli allievi: non possiamo

certo riunirci tutti.

Userò quindi il web per mettere a Vostra disposizione quello che so e che ho imparato in questi

anni, presentandovi soprattutto i punti che non sempre appaiono chiari nel confuso dibattito che i

media ci presentano. Cercherò di individuare i vostri dubbi e di rispondere alle vostre domande.

Presenterò le mie opinioni e il percorso che stiamo intraprendendo, terminerò con alcune

conclusioni.

due realtà completamentediverse: la proposta del Ministro                                                                        

Gelmini sulla Scuola elementare e la legge 133/08 relativa al

contenimento della spesa pubblica, il cui testo ricalca le proposte del Ministro Tremonti.

Vi intratterrò soltanto sulla seconda che riguarda anche le Università.

La legge 133/08 sul contenimento della spesa riguarda tutte le amministrazioni pubbliche, dai

Ministeri alle Regioni, dai Comuni alla Polizia, dalle Università a tutte gli innumerevoli enti che

sono prevalentemente finanziati dallo Stato.

Le riduzioni previste sono indistinte e colpiscono indiscriminatamente, senza considerare le

differenze di funzioni, compiti e risultati delle varie tipologie di amministrazioni.

Per quanto è relativo alle Università statali come la nostra, le due conseguenze più rilevanti di

questa legge approvata prima dell’Agosto 2008 sono le seguenti:

una riduzione del finanziamento statale al sistema universitario (FFO = Fondo di

Finanziamento Ordinario) a partire dal bilancio 2010 (quindi dal 1 gennaio 2010);

la drastica riduzione del turn over (ogni 10 persone che vanno in pensione, ne

possono entrare soltanto 2 fino al 2012 e poi 5 dal 2013) 

la possibilità di trasformare le università in Fondazioni di diritto privato.

Il Finanziamento statale del sistema universitario

Ogni anno la Finanziaria stabilisce l’ammontare del Fondo di Finanziamento Ordinario (FFO), cioè

i soldi che vanno al Sistema Universitario statale. Questa somma è a disposizione del Ministero che

la ridistribuisce fra i differenti Atenei. La somma è cresciuta dal 1995 al 2005 ed è praticamente

stazionaria da tre anni. Vale oggi circa 7 Miliardi di euro. La legge prevede una riduzione di circa il

20% in tre anni di tale somma senza considerare che, nel nostro Paese, il finanziamento alle

Università è fra i più bassi di Europa. (Basta guardare i dati dell’OCSE).

Bisogna combattere affinché tale riduzione non avvenga: ciò è reso difficile non solo dalla

situazione economica mondiale che sta peggiorando di giorno in giorno, ma anche dalla

disuniformità e dalla credibilità attuale del sistema universitario.

Vi sono Atenei che hanno utilizzato bene la loro autonomia ed altri meno bene.

Vi sono Atenei che hanno investito per migliorare i servizi agli studenti e le infrastrutture di ricerca,

altri hanno soltanto assunto persone, talvolta calpestando il merito di altre.

Ma non si può fare di tutta l’erba un fascio, altrimenti si finisce col dire che nulla funziona.

Gli effetti del taglio di finanziamento possono essere ricondotti a due tipologie differenti.

La prima riguarda quegli Atenei che hanno esagerato nelle assunzioni di personale ed oggi hanno

un costo del personale che praticamente mangia tutta la loro dotazione statale (forse avete sentito

dire che il rapporto fra spese di personale e FFO di ogni Ateneo non dovrebbe superare il 90%, che

vi sono Atenei che hanno superato tale rapporto, che con gli adeguamenti stipendiali questo

rapporto continuerà ad aumentare). Questi Atenei, se la legge venisse mantenuta inalterata, sono

destinati, chi subito, chi fra due – tre anni a fallire perchè non saranno più in grado di pagare i loro

dipendenti.

La seconda riguarda quegli Atenei, come il nostro, che, pur avendo aumentato negli anni il loro

personale docente, tecnico e amministrativo, sono stati attenti a non caricarsi da impegni di spesa

troppo onerosi (il Politecnico di Milano ha spese fisse di personale pari al 67% di FFO a fronte di

una media nazionale dell’86%) ed hanno utilizzato la differenza per investimenti in attrezzature,

infrastrutture, creazione e miglioramenti dei servizi offerti. Di fronte a un taglio di finanziamento

statale, questi Atenei non sono condannati al fallimento, ma dovranno ridurre spese e servizi. Chi,

come noi, ha già fatto ogni tipo di razionalizzazione e di economia, dovrà cercare, in tutti i modi

possibili, di mantenere la qualità di tutti quei servizi che vi fanno apprezzare il nostro Ateneo.

Io confido che, a meno di cataclismi economici, il Governo dovrà rivedere le sue decisioni, almeno

nei riguardi di quegli Atenei che hanno dimostrato di saper bene gestire le risorse loro assegnate.

Se insisterà nella sua decisione, vorrà dire che il Governo desidera uccidere le nostre università,

portando il nostro Paese a diventare vassallo di altre Nazioni, in particolare di quelle che molto

stanno investendo in formazione e ricerca.

La riduzione del turn over

La riduzione imposta dalla legge per il turn over nasce forse da un ragionamento meramente

economico, ma non considera le conseguenze che sono devastanti per tutti.

Il ragionamento è il seguente: riduciamo le persone, così riduciamo il costo degli stipendi e quindi

compensiamo con tale riduzione il minor finanziamento. A supporto di tale ragionamento si portano

i difetti del sistema: modalità di reclutamento non sempre irreprensibili, proliferazione di corsi di

laurea istituiti per soddisfare più gli interessi dei docenti che le necessità formative degli allievi,

scarsa presenza dei docenti negli Atenei, incapacità di auto governarsi correttamente,

autoreferenzialità e mancanza di valutazione dei risultati. In fondo si è contribuito a creare uno

slogan che purtroppo sta attecchendo nella opinione pubblica: le amministrazioni pubbliche sono

costose e inefficienti, l’università è una amministrazione pubblica, quindi la università è inefficiente

e sprecona.

E’ un ragionamento che combatto da 5 anni e che non è facile da contestare perché l’opinione

pubblica è sempre più attenta agli aspetti negativi che le vengono presentati che a quelli positivi.

Basta una truffa a un test di medicina in un Ateneo per dire che tutti gli Atenei stanno truffando,

basta una assunzione chiacchierata per dire che tutti i concorsi universitari sono truccati, basta dire

che una università ha scoperto un buco nel suo bilancio per dire che il sistema delle università

pubbliche è fallito.

Il gusto della generalizzazione purtroppo ormai caratterizza tutti, molti si accontentano di soli

slogan, pochi amano ancora conoscere prima di parlare.

La legge è devastante perché colpisce tutti indiscriminatamente e ingiustamente. Chi ha limitato il

numero di assunzioni, chi ha fatto una programmazione attenta dei ricambi generazionali viene

colpito irrimediabilmente.

La legge colpisce drammaticamente tutti i giovani che oggi collaborano a vario titolo con i docenti

(dottorandi, post doc, assegnisti di ricerca) e che contavano un giorno non troppo lontano di entrare

in una posizione stabile in università.

In definitiva si deve combattere per modificare la decisione legislativa perché è profondamente

ingiusta, perché taglia le gambe al ricambio generazionale, perché colpisce le aspettative dei

giovani, perché va esattamente nel senso contrario al riconoscimento del merito, perché indebolisce

in modo irreversibile l’università che, senza l’immissione di giovani, diventerà vecchia e obsoleta

nel giro di pochi anni.

La possibilità di trasformare le università in Fondazioni     

E’ stato detto in molti interventi che l’articolo di legge che consente alle università statali di

trasformarsi in Fondazioni di diritto privato e non dice come e con la partecipazione di chi, che è

talmente vago da essere non attuabile, che, con esso, si annuncia un cambiamento di strategia da

parte del Governo nei riguardi del sistema della formazione e della ricerca italiano.

Vediamo di ragionarci un attimo. Un Ateneo potrebbe trasformarsi in fondazione se, accanto allo

Stato, intervenissero dei partners privati disposti a sostenere economicamente l’Ateneo.

L’On. Mauro, vice presidente del Parlamento europeo, si è chiesto recentemente in un convegno:

dove si può trovare un imprenditore così pazzo da caricarsi l’onere di contribuire finanziariamente

alle spese correnti di un Ateneo o di una Scuola che, per definizione, non sono in grado di restituire

utili? Quale privato può investire a fondo perduto?

Si potrebbe pensare a una Fondazione che veda Stato, Regione, Provincia, Comune insieme a

Fondazione Bancarie e Associazioni varie. Ci si dimentica che è necessario una quota di

contribuzione privata maggiore del 50% per rendere “privata” una fondazione e quindi per renderla

indipendente dalle regole imposte dal contenimento della spesa pubblica (i famosi parametri di

Maastricht).

E’ oggi impensabile che le Fondazioni bancarie si sostituiscano in larga misura allo Stato per

finanziare annualmente il sistema della formazione e della ricerca e quindi gli Atenei.

Non vi sono altre alternative: in tutto il mondo le Università funzionano perché ricevono il loro

prevalente fabbisogno finanziario o dalla Collettività Sociale o dalla contribuzione diretta degli

Allievi. Nel primo caso l’Università si caratterizza come pubblica, nel secondo come privata (in

Italia la prima è denominata statale, la seconda non statale).

Il primo modello considera prevalente il vantaggio di avere formazione e ricerca a servizio della

competitività della intera Comunità sociale. Il secondo modello considera prevalente il vantaggio

del singolo (allievo o impresa) che riceve la possibilità di incrementare la propria competitività

personale.

In Europa è sicuramente prevalente il primo modello tanto che la quasi totalità di studenti

universitari frequentano università pubbliche (in Italia sono oggi il 94%).

Cosa fare

Resta un anno per cercare di rovesciare la situazione e certamente non si possono aspettare gli

ultimi mesi del 2009 per riuscirvi. D’altra parte è evidente che azioni non coordinate non possono

che essere inutili e controproducenti.

Credo che ognuno, prima di partecipare ad una qualsiasi iniziativa, dovrebbe ragionare non in base

ai propri sentimenti, bensì valutando razionalmente le possibili conseguenze.

Mi spiego con un esempio: le attuali manifestazioni spontanee possono essere considerate esaltanti

da chi vi partecipa per il loro forte impatto mediatico, ma il monitoraggio delle loro conseguenze

sembra dimostrare che nella opinione pubblica sta crescendo il fastidio e quindi il rafforzamento

delle posizioni più contrarie alla nostra università. Ciò rende ancora meno condiviso dalla

maggioranza dell’opinione pubblica il tentativo di mitigare gli effetti della legge e di mantenere

pubblico il nostro sistema universitario. Rende invece più condiviso qualsiasi atto teso a penalizzare

i nostri Atenei.

Quello che bisogna fare subito, tutti insieme, riguarda soprattutto la politica interna degli Atenei. E’

quanto mai necessario che ogni Ateneo risponda, il più rapidamente possibile, alle critiche che

vengono mosse in modo generalizzato, o per dimostrare di esserne esente o per modificare i propri

comportamenti.

Quali sono queste critiche?

a) Le Università sono accusate di aver prolificato i corsi di laurea e gli insegnamenti per favorire

i desideri dei docenti. Si deve rimodulare la didattica in modo da erogarla sempre più all’insegna del

principio della effettiva centralità della formazione dell’allievo e delle sue concrete possibilità di

trovare sbocchi lavorativi soddisfacenti.

b) Le Università sono accusate di dissipare tempo e soldi in una ricerca inutile e costosa che

serve soltanto alla carriera accademica di chi la produce. Si deve promuovere una ricerca sempre

più al servizio della competitività internazionale del nostro Paese e quindi ci si deve battere

affinché il Governo promuova il riconoscimento della qualità e del merito a seguito di valutazioni

attendibili, analoghe a quelle ormai abituali in molti paesi europei.

c) Le Università sono accusate di seguire processi poco trasparenti nel reclutamento dei giovani

e nell’avanzamento di carriera dei docenti. Si deve promuovere un sistema di valutazione che porti a

una qualità certificata da parametri obiettivi e procedure innovative nel reclutamento dei docenti e

dell’inserimento dei giovani.

d) Le Università sono accusate di aver prolificato a dismisura le loro sedi didattiche. Si deve

promuovere una revisione della distribuzione a livello regionale o macroregionale della propria

offerta formativa e della ricerca nell’interesse dei territori, anche sviluppando interazioni ed

integrazioni forti tra Atenei in un’ottica di complementarietà;

e) Le Università sono accusate di avere una visione corporativa nelle proprie modalità di

governo. Bisogna testimoniare l’impegno di modificare il proprio assetto di

governance interno per evitare derive autoreferenziali attraverso una netta

separazione tra funzioni di indirizzo delle attività

didattiche e scientifiche, e responsabilità di gestione delle risorse;

f) Le Università sono accusate di non riuscire a verificare l’impegno dei propri docenti nella

didattica e nella ricerca. Ci deve attivare per garantire sempre di più il rispetto di un codice etico di

comportamento, anche misurando la produttività dei propri docenti

Allora cosa fare verso l’esterno?

Bisogna combattere per convincere tutti gli Atenei ad attivarsi in queste direzioni. Bisogna

combattere perché alcuni imbocchino questa strada fin da subito, nella speranza di essere di

esempio per gli altri. Bisogna mettersi in discussione di fronte al Paese all’insegna della trasparenza

e dell’obiettività. Bisogna essere disponibili a confrontarsi con esperti del Ministero dell’Economia e

delle Finanze sui propri bilanci e sui criteri di gestione adottati, superando ogni forma di

autoreferenzialità.

Come vedete bisogna imboccare una strada stretta, difficile e in salita che richiede l’impegno di tutti

e soprattutto il rispetto delle Istituzioni di appartenenza.

Il Politecnico di Milano, insieme ad altri Atenei, può già dimostrare di essere esente da molte delle

critiche che vi ho sopra riportato e di aver già preso la decisione di attuare processi che gli

consentano ulteriori miglioramenti.

Noi, Rettori di questi Atenei, abbiamo il compito di combattere su diversi tavoli per fare in modo

che il Governo possa riconoscere la utilità di queste azioni, per convincerlo a stipulare un “patto di

stabilità”, cioè un accordo di programma individualizzato Ateneo per Ateneo, che accordi un

finanziamento dignitoso a fronte di precisi obiettivi da raggiungere nella didattica, nella ricerca,

nella gestione.

Conclusioni:

Insieme ad altri Rettori sto combattendo in tutte le direzioni che Vi ho delineato, ho bisogno

dell’appoggio di tutti e soprattutto di Voi allievi.

Se dovessero arrivare dal Governo segnali precisi di non disponibilità alla discussione sulla base

delle linee che Vi ho indicato, allora sarà chiara la sua volontà di penalizzare anche gli Atenei più

aperti al cambiamento ed i loro Rettori saranno costretti ad assumere tutte le iniziative necessarie

per evitare la catastrofe dell’intero sistema universitario pubblico del Paese.

Non possiamo perdere la battaglia volta a migliorare la competitività internazionale del nostro

Paese, competitività necessaria per assicurare un futuro a tutti Voi.

Resto a Vostra disposizione per approfondire i temi che più Vi interessano, per confrontarmi con

Voi, convinto che soltanto attraverso il dialogo possiamo costruire un futuro sempre migliore del

nostro Ateneo.

Giulio Ballio

Rettore

(testo da sito della

Fisac/Cgil Naz.)


Your calls are needed in Pennsylvania.

ottobre 29, 2008

Dear Italian friend –

 

Last weekend, supporters like you made 350,000 calls into battleground states, surpassing our goal of 300,000. Let’s keep it up.

John McCain is in Pennsylvania today, and we need your help there.

Pennsylvania is the McCain campaign’s best path to victory, so we have to do everything we can to make sure that on November 4th, voters there cast their votes for change.

We’ve set a goal of making 100,000 calls in Pennsylvania today. Can you help us get there in this crucial battleground?

Start calling PA voters now:

http://my.barackobama.com/PAcalls

Thanks,

Nicole

Nicole Aro
National Phonebank Coordinator
Obama for America
—————libera traduzione ——————————————————– Ho bisogno delle sue chiamate in Pennsylvania.

 

Caro amico italiano –                                                            

 

Lo scorso fine-settimana, sostenitori come Lei fecero 350,000 chiamate in stati di campo di battaglia, superando la nostra meta di 300000. Teniamo su questo entusiasmo.

Oggi John McCain è in Pennsylvania, e noi abbiamo bisogno del Suo aiuto là.

La Pennsylvania è il più favorevole luogo della campagna elettorale per la vittoria di McCain, così noi dobbiamo fare del tutto per assicurarci che il 4 novembre quegli elettori destinano i voti per cambiamento (the change)..

Noi ci siamo posti l’obiettivo di fare oggi 100,000 chiamate in Pennsylvania. Può aiutarci anche Lei ad arrivare in questo cruciale campo di battaglia elettorale?

Cominci ad ora chiamare elettori di PA.:

http://my.barackobama.com/PAcalls

Grazie

Nicole

 

Nicole Aro

Coordinatore Nazionale di Phonebank

Obama per America


La lingua ribatte dove il dente riduole. . . .

ottobre 29, 2008
LA CRISI FINANZIARIA INTERNAZIONALE

Alcune osservazioni sul sistema delle regole

Per capire le cause della recente crisi finanziaria è necessario richiamare i

cambiamenti che negli ultimi quindici anni hanno riguardato il sistema finanziario internazionale e l’operatività delle banche.

La deregolamentazione, il progresso tecnologico, l’innovazione finanziaria e la

crescente integrazione tra i mercati hanno ampliato la gamma dei prodotti e dei

servizi offerti e reso possibile il trasferimento dei rischi nel tempo e nello spazio.

Ne è derivato un intenso processo di finanziarizzazione che ha interessato l’economia nel suo complesso: le banche, le imprese, le famiglie.

Le opportunità di profitto offerte dall’innovazione finanziaria (cartolarizzazioni e

derivati) hanno indotto le banche a estendere la propria operatività ben oltre i

tradizionali ambiti di finanziamento alle imprese. Il trasferimento delle attività –

attraverso strumenti la cui gestione si rivelava sempre più complessa, anche in

ragione dell’opacità insita negli stessi – si è accompagnato all’aumento della leva

finanziaria, fungendo da moltiplicatore dei rischi all’interno del sistema.

La diffusione degli strumenti innovativi, lungi dal rappresentare un’occasione per la diversificazione e la re-distribuzione dei rischi, ha finito per produrre una maggiore concentrazione, in gran parte gravante sulle banche. Queste ultime hanno raggiunto livelli eccessivi di indebitamento e di esposizione ai rischi, manifestando una riduzione a volte drammatica dei livelli di patrimonializzazione.

Il trasferimento dei rischi è avvenuto molto spesso verso controparti non del tutto

consapevoli dei rischi assunti. Ciò soprattutto a causa di valutazioni da parte delle agenzie di rating, in alcuni casi assolutamente inadeguate e inattendibili. Il conflitto di interessi facente capo alle agenzie di rating – valutatori e consulenti – ha rappresentato un fattore di distorsione dei meccanismi di mercato.

La crisi ha finito per assumere un carattere sistemico anche a causa del venir meno della fiducia nelle relazioni interbancarie. I mercati hanno risentito del fatto che la liquidità tradizionale era stata nel frattempo sostituita da una moneta fittizia composta da prodotti derivati, sintetici, strutturati, etc. etc..

Con riferimento al sistema di regole e all’assetto di vigilanza, è di tutta evidenza

come la diversa intensità dei controlli tra gli USA e l’Unione Europea abbia inciso pesantemente prima nella sottovalutazione dei rischi e successivamente nella diffusione della crisi a livello internazionale. Come ha affermato recentemente il Governatore Mario Draghi, “Il sistema di sorveglianza si è dimostrato chiaramente inadeguato in alcuni paesi. L’epicentro della crisi è situato, non a caso, in settori e istituti poco o per nulla vigilati, in particolare nel mercato dei mutui subprime statunitensi. Non sono mancati casi di imperizia, di incapacità di valutare correttamente i rischi assunti e in più casi i comportamenti sono stati caratterizzati da carenze di natura deontologica o etica e perfino di illegalità. …. le pratiche messe in atto nei settori all’origine della crisi non sarebbero state ammissibili o possibili in molti altri paesi, in modo particolare in Italia” (Audizione del Governatore della Banca d’Italia dinanzi alla Commissione 6^ del Senato della Repubblica, 21 ottobre 2008).

La frammentazione di responsabilità tra autorità di vigilanza come quella presente negli Stati Uniti e la caduta delle barriere tra banche commerciali e banche di investimento non è riscontrabile in altri paesi. Così come non è riscontrabile la tolleranza dimostrata dalle autorità statunitensi verso prassi improntate all’opacità dei bilanci e all’occultamento dei rischi. Ciò ha prodotto diseconomie esterne a svantaggio degli altri paesi, determinando per la finanza quello che ha rappresentato per l’ambiente il mancato rispetto degli accordi di Kyoto.

Parafrasando il Governatore “occorrono nuove regole per porre su basi più solide

l’industria dei sistemi finanziari … il nuovo sistema finanziario dovrà avere più

capitale, meno debito e più regole”. Occorre il ripensamento dell’apparato

istituzionale globale, affinché la finanza non operi nella terra di nessuno.

In tale ambito, ferma restando l’utilità della scelta che affida ai singoli paesi la

vigilanza sugli intermediari aventi una dimensione locale o nazionale, appare

necessario il rafforzamento del coordinamento tra le autorità europee, soprattutto per quel che riguarda la sorveglianza sugli organismi “cross-border”. Più in generale è auspicabile un potenziamento della regolamentazione “macroprudenziale”, che affianchi alla supervisione dei singoli intermediari un approccio volto alla stabilità del sistema finanziario nel suo complesso.

Per quanto riguarda i derivati e gli strumenti finanziari complessi occorrono regoleper contenere il ricorso alla leva finanziaria. Sono altresì necessarie la

semplificazione e la standardizzazione dei contratti, per conseguire innanzitutto la loro piena trasparenza.

L’esigenza di ripristinare la trasparenza e la fiducia nelle relazioni finanziarie

internazionali deve altresì indurre a ripensare il ruolo svolto dalle agenzie di rating sui mercati e nell’attribuzione delle valutazioni riconosciute dalla normativa prudenziale (Basilea II).

Altro aspetto emerso a seguito della crisi è rappresentato dalla prociclicità insita

nella normativa prudenziale (Basilea II) e nelle nuove regole contabili internazionali (IAS), che contribuisce a trasmettere gli effetti della crisi dal sistema finanziario all’economia reale.

Infatti, se i requisiti patrimoniali richiesti alle banche dipendono dai rating, la

recessione – portando con se tassi di insolvenza più elevati e peggioramento dei

rating – conduce a un aumento del patrimonio richiesto alle banche; poiché nelle fasi recessive è difficile raccogliere capitale, per mantenere la proporzione tra patrimonio e attività di rischio, le banche sono costrette a contenere il credito.

Analogamente agiscono le nuove normative contabili internazionali, fondate

sull’adozione di criteri di valutazione degli attivi delle banche orientati al mercato (fair value): questi criteri obbligano le banche a svalutare i prestiti quando il merito di credito delle imprese si deteriora e a diminuire il valore di bilancio di certi strumenti finanziari quando il loro valore di mercato si riduce.

Regole efficaci ed efficienti devono ridurre gli effetti prociclici e contribuire a

ricondurre il ruolo del banchiere al finanziamento dei migliori progetti

imprenditoriali (leggi: Shumpeter).


Proviamo votare dall’Italia per Obama o per McCain, come se fossimo americani.

ottobre 26, 2008

Nella frazione di un piccolo paese toscano in provincia di Livorno, di nome La California, gli abitanti sono usi ad organizzare un duplicato delle Elezioni Americane con un anticipo di circa dieci giorni da quelle vere. Il tutto con schede ed urne per i residenti e per gli eventuali ospiti, però per chi desidera partecipare a questa iniziativa può esprimere il proprio voto on-line e per questo basta entrare nel sito “www.forpresident.it/”, registrare la propria e-mail nella quale si riceve il “codice” che dà

la possibilità di effettuare il voto, tenendo però conto che tale suffragio si effettua oggi:

26 Ottobre 2008 dalle ore 14,00 alle ore 20,00.

 

 

 

 

www.forpresident.it


Un necessario. . . . PERNACCHIO

ottobre 25, 2008
Non sempre, ma frequentemente quando si discute di flora e di fauna esposta a rischio di estinzione, oppure quando ci si sofferma e ci si domanda se un giorno finiranno tutte le numerose guerre che infiammano ed infliggono terribili sofferenze nella gran parte del nostro mondo, mi chiedo cosa potrebbe accadere se improvvisamente sparisse dalla terra ogni presenza umana. Certamente il mondo animale e vegetale avrebbe l’occasione di ritrovare tante di quelle naturali occasioni per riprodursi e moltiplicarsi ed il clima non sarebbe più avvelenato dall’attività umana coercitata da una nota minoranza che ha sempre inseguito la sola propria ricchezza, imponendosi con la forza della loro lobby e lasciando sul campo il solo miraggio di un comune generico successo, come unico passaporto per la felicità. Siamo stati tutti, più o meno, soldati di acerrimi conflitti combattuti con armi e strategie politiche/finanziarie così cruenti da abbattere tante aspettative di vita in una così grave e desolante annientamento di ogni valore di vera solidarietà umana. E’ la legge della globalizzazione, del libero mercato, dell’esasperata competizione a cui siamo soggetti.

Oggi ogni politico nelle proprie apparizioni mediatiche e con le immancabili polemiche montate contro l’avversario reclama sempre la propria ragione con l’esternazione dei soliti, fritti e rifritti, pensieri che in pratica servono solo a trasformare le diverse opinioni in motivo di perenne rissa e schiamazzo. Ogni contendente si arroga la convinta esclusiva ispirazione democratica, ma spesso non è così. . . . a volte qualcuno è arrivato addirittura a richiamare alcune censure ideologiche, di pensiero. Stiamo vivendo un non bel momento e in questa atmosfera sembra che la grande maggioranza delle persone abbiano perso la capacità di arrabbiarsi, ma non è così. . . . si è solo migliorata la capacità di sopportazione e quì nessuno si è dimenticato che in uno stato democratico la sovranità appartiene solo al popolo e questo decide del suo prossimo futuro con le elezioni. . . e queste debbono essere svolte senza alcuna limitazione, tutti debbono avere il dovere/diritto di scegliere il partito, il candidato e quindi il programma.             

Da non sò più da quanti anni siamo chiamati solo a pagare imposte, tasse e contributi a vario titolo per ritrovarci un popolo di precari, di mal assistiti e di poveri, mentre c’è un buon numero di furbetti che vive con stipendi da superenalotto, con inimmaginabili privilegi e con tanta faccia tosta che li spinge addirittura a chiederci come và la nostra vita, il nostro lavoro, come giudichiamo la politica, l’Italia ed addirittura il mondo.

Quì dovremmo tutti essere come don Ersilio, il grande Edoardo de Filippo in un episodio del famoso film “L’oro di Napoli”, che con un sonoro pernacchio, da gran maestro del genere, puniva l’arrogante e presuntuoso potente del luogo.

Come si fà a chiedere di guardare al futuro con ottimismo, quando si sono subite una ininterrotta serie di scandali e da ultima una tragedia finanziaria di dimensioni mondiali, causata dall’ingorda ed illegittima speculazione con l’emissione di titoli spazzatura che hanno causato il fallimento di numerose banche in Usa e criticità in banche nostrane tanto da obbligare il popolo a farsi carico del loro sostegno con non sò quanti miliardi di euro. Un’apocalisse finanziaria di cui tutti siamo informati e che tutti né stiamo e né pagheremo le conseguenze. . . . tutti al di fuori dei vari responsabili che sembra rimangono ai loro posti con i loro sempre ricchi emolumenti e con le loro ricchezze già accumulate e forse già riposte in qualche paradiso fiscale.

A questo proposito non solo imporrei alla politica di entrare nelle banche per sostituire questi “intrepidi” della finanza altrui, ma inviterei magistratura e finanza a controllare l’operato di questi istituti per fare il punto su queste vergognose speculazioni e per quindi rioffrire la fiducia nell’utenza.

Stessa indagine da effettuare nei vari Fondi Pensione, che a causa delle conseguenti ingenti perdite, penalizzeranno i contratti di previdenza integrativa oltre ai numerosi Tfr di quei lavoratori che sono stati convinti a destinarlo a fondi di investimento.

A questo proposito se la gente avesse letto l’articolo di Giuseppe Altamore su Famiglia Cristiana. . . . . .

 

http://www.sanpaolo.org/fc07/0722fc/0722fc50.htm

 

 

E non è finita. . . in questi giorni in cui molti studenti e loro genitori contestano i congrui tagli che il Governo ha previsto per l’istruzione e dopo il ritrattato “Avviso ai naviganti” un vecchio frequentatore del Senato ha rilasciato un’intervista ad un quotidiano che ha fatto letteralmente rabbrividire mettendo in seria discussione la credibilità delle istituzioni per fatti del nostro passato, che ancora sono causa di feroci dibattiti. A proposito di questa intervista non desidero aggiungere altre parole, ma lascio indicato il link per raggiungerla. . . . .

 

 

 

http://rassegna.governo.it/rs_pdf/pdf/JMS/JMSRA.pdf

 

Nel mio piccolo reclamo Verità Giustizia e Democrazia.

Come esistono i “medicinali orfani” esistono le “istanze orfane” e quì bisogna dotarsi di molto buon senso e di un sano spirito critico per conoscere la “verità” di tante circostanze italiane celate dalla melassa di abbondanti chiacchiere che impediscono di capire dove cercare le vere risposte per non arretrare di un millimetro nella difesa dei valori di una Nazione giusta, solidale e pacifica . . . . . .per questo spero che in America prevalga Obama e che quest’ultimo sia come si è presentato nell’ampia platea mondiale, per iniziare insieme il tanto necessario cambiamento.

 

 

 

 

 

 

Quindi per riprendere l’attuale lontana ipotesi della sparizione del genere umano, ci sarebbe di augurarsi che una traccia o un frammento del nostro Dna possa, un domani, dare l’avvio a nuove vite più giuste e consapevoli del rispetto dell’altrui vita, sia questa animale-vegetale od umana, per costruire una nuova società priva di ogni deriva maligna.

Sarebbe necessario che i nuovi Adamo ed Eva resistessero alle tentazioni del famigerato serpente, lasciando lontano dal proprio appetito la famosa mela, quale simbolo metaforico del peccato, per dedicarsi in una utile riflessione e conoscenza su ciò che può portare il bene od il male con un’ampia previsione sulla futura condizione umana.

Un sogno, una vana speranza per tacitare una protesta, un senso di ribellione verso tutto ciò che oggi è sbagliato, che è ingiusto e che rende difficile la vita di ognuno di noi.