Nella crisi con furore.

Il crollo della finanza internazionale, letalmente contagiata dal virus subprime, dimostra quanto sia importante avere una finanza seria-corretta-trasparente e quindi responsabile. Basta un niente per mettere nei guai un oceano di persone, che possono rischiare e vedere volatilizzati i frutti di una vita di lavoro affrontata con fatica e parsimonia. L’avventatezza e la pericolosità di certe operazioni finanziarie sui crediti subprime era già nota da tempo, così almeno ammettono alcuni media e ciò, se fosse corrispondesse al vero, annienterebbe la residua fiducia delle persone e farebbe sorgere l’imperativa necessità di avere come amministratori delegati professionisti di indiscussa capacità, equilibrio, buon senso e di caratteristiche etico-morali indiscutibili. Tutti gli altri, se privi di questi requisiti e magari con anche l’aggravante di aver avuto qualche problema per reati finanziari, dovranno accomodarsi fuori dalle nostre banche e dedicarsi ad altre attività, d’altronde questi, nello loro funzioni, rappresentano l’onorabilità

dell’istituto che amministrano.

 

Malgrado la situazione appaia effettivamente non tranquillizzante e della quale stanno uscendo nuove notizie con il contagocce, bisogna mantenere un’attenta serenità ed evitare comportamenti che potrebbero aggravare le difficoltà delle nostre banche e di tutto il compromesso contesto finanziario. Attendiamo che i responsabili governativi svolgano la necessaria attenta ricognizione per valutare l’esatta dimenzione del problema per poi attendere il completamento del piano a

tutela della nostra economia. Di conseguenza mi auguro che verranno opportunamente modificate quelle norme (mark-to-market) per avere un valutazione senza sorprese del rating delle società bancarie ed assimilate.

Mi auguro che gli istituti finanziari in difficoltà, per fronteggiare le loro eventuali perdite e la loro necessità di liquidità, non ricorrano alla vendita di rami d’azienda o di immobili, ma siano destinatari di offerte di interventi da parte della banca centrale, secondo la giusta applicazione della debt deflation. Spero anche che i fondi pensione eventualmente in difficoltà si mettessero in una condizione di stanby per procedere ad una precisa valutazione della sofferta difficoltà, socialmente grave sarebbe invece procedere alla vendita degli immobili, acquistati con gli apporti dei soci, perchè così causerebbero la perdita del posto di lavoro da parte di quelle persone addette alla custodia, alla manutenzione di detti immobili, incolpevoli per quanto accaduto e quindi non sarebbe giusto che né pagherebbero le conseguenze.

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Peccato inoltre che nel recente incontro dei G4 non si sia stati capaci di trovare una forma per consentire all’Europa Unita di intervenire solidamente alla soluzione della diffusa crisi finanziaria, tanto è vero che la Germania con la signora Merkel ha provveduto autonomamente a garantire le proprie banche ed i propri depositanti, sulla traccia della Danimarca, dell’Irlanda e della Svezia. Questa divisione indebolisce le nostre borse ed allungheranno gli effetti negativi di questa finanza tossica. Nella necessità di conoscere il parere delle parti sociali, riporto quì di seguito il documento che mi è pervenuto dalla Fisac/Cgil Nazionale, e quì vi sono spazi per una seria riflessione.

 

 

 

 

 

ECCO PERCHE’ NON CI STIAMO

 

“La dichiarazione con cui il Presidente del Consiglio si impegna a proteggere i depositanti ed a non consentire speculazioni contro banche italiana è un segnale – forse, incauto, perché esso stesso generatore d’ansia- della acutezza della crisi “ (Luigi Spaventa).

In poco tempo il fallimento di Lehmann, il collasso di AIG, le incertezze del Congresso USA e la relativa insufficenza del Piano Paulson hanno diffuso paura in tutto il mondo, facendo correre il rischio di un arresto della circolazione creditizia.

Banche diffidenti l’una dell’altra, mancanza di transazioni e, conseguentemente, tassi interbancari a livelli mai ipotizzati; rumors che in pochi attimi mettono a rischio la reputazione di un Istituto, minandone la solidità; hedge funds che, alla ricerca di liquidità e di ulteriori speculazioni, immettono quantità determinanti di titoli sul mercato fanno cadere valore e reputazione delle istituzioni finanziarie, rendendo

necessaria nel Paese e per opera del Governo fautore della più rigida disciplina neoliberista, la rinazionalizzazione per mano pubblica delle imprese fallite.

Risulta terribilmente compromesso il bene fondamentale del quale vivono le economie moderne:

 

 

 

la fiducia sull’onorabilità dei debiti contratti

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Questo ha reso esangue la circolazione di credito e può spingere l’ attuale, sostanziale recessione americana in una depressione di livello mondiale, in cui tutti rimarremo coinvolti.

Canteremo il peana della fine del capitalismo sregolato in un crogiuolo infernale in cui tutti scontiamo la pena.

Fortunatamente nell’ Europa continentale le istituzioni finanziarie appaiono più solide, si fa strada l’idea di un intervento collettivo, oltre quelli nazionali, per le banche in difficoltà, assieme a dichiarazioni di garanzia per i depositanti.

E così in Italia, in cui pure i titoli finanziari hanno registrato pericolose altalene, la relativa arretratezza del mercato finanziario regala maggiori chances di oltrepassare con minori danni una tempesta ancora lunga e densa di insidie.

Naturalmente l’incendio del mercato di carta lambisce e deprime ancor più, anche nei paesi a forte tasso di sviluppo, il rilancio del processo produttivo e con esso la sola sorgente che può veramente estinguere quel fuoco.

Ma come vive il soggetto finale, lavoratori, pensionati, imprese, sui quali con incrollabile certezza si scaricheranno per via diretta ed indiretta i costi della crisi e gli errori di managers rampanti ed irridenti?

Quale animo ed incertezze, quali ansie sul futuro, orienteranno i comportamenti della gente dopo queste bruciature?

L’uscita dai mercati finanziari, il rifugio nel mattone, il ritorno prepotente a Titoli di Stato e fondi monetari o forse prevarrà la contemplazione inerme della distruzione delle proprie speranza assieme al valore dei propri risparmi e della propria pensione, o forse ancora la rabbia sorda di chi ha perso tanto mentre i colpevoli spesso continuano a vivere nei loro rifugi ben difesi da ricche prebende?

Di certo l’insicurezza può generare i peggiori mostri, la paura dell’altro, la guerra fra deboli, l’elogio dell’autoritarismo.

Occorre ricostruire con tempi adeguati e segnali certi le basi di un comportamento collettivo di rivolta democratica.

Diceva l’ultimo Tremonti, parafrasando l’Amleto di Shakespeare, “etica o non etica, questo è il problema”.

E qui – hic Rhodus, hic salta- siamo tutti coinvolgibili e coinvolti, e la palla della roulette si ferma sui lavoratori bancari, donne ed uomini che in tutti questi difficili giorni con la loro faccia e le loro azioni hanno supplito alla mancanza di indicazioni, alle furbizie suggerite, alle convenienze scorrette con la loro competenza e, soprattutto, con quella “ pietas” tanto assente nell’agire del vertice d’impresa.

Non può essere dimenticato e non dimenticheremo che nei drammi di questi giorni, di fronte alla rabbia urlata, a volte pericolosa, di chi tutto ha perso, continuavano ineffabili le pressioni per il raggiungimento del budget, lo svolgimento di campagne prodotto, il mantenimento in zona di low risk di prodotti che il giorno prima avevano registrato il loro crack finanziario.

Fra etica e non etica noi scegliamo la prima, perché è quella che salva la collettività, che consolida le nostre imprese, che tutela la clientela, che rende noi stessi migliori come persone.

Non è scelta indolore, si tratta di riprendere con maggior coraggio ed impegno quella rivolta democratica, oggi dai contorni sgualciti, sulla Responsabilità Sociale delle Imprese, sui sistemi premianti, sui criteri di valutazione e di carriera, sulle pressioni commerciali.

E’ il terreno dei diritti, quello stesso su cui la CGIL ci ha chiamato a manifestare ed a lottare, quello stesso su cui si svolge il confronto contrattuale con Governo ed Associazioni Padronali, quello stesso che potrà costruire un rapporto nuovo e responsabile fra consumatore e fornitore del servizio, costringendo all’angolo managers ineffabilmente incapaci e furbetti del quartierino.

 

 

 

 

 

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