Università e Ricerca: per saperne di più ecco il contributo del prof. Aldo Giannuli.

Aldo Giannuli, docente di Storia contemporanea alla Statale di Milano. Con il decreto Gelmini si tagliano fondi alle università  e docenti. Tra “sette-otto anni, il corpo docente diminuirà  di circa il quaranta per cento di unità “.
 

 

Testo:

“La situazione dell’università  è¨ già  una situazione disastrosa da molti anni, peraltro la Gelmini non ha tutte le colpe che le vengono date perchè la Gelmini sta solo ultimando un percorso iniziato con l’ex ministro Ruberti e che va sempre più¹ verso la privatizzazione dell’università  e la sua trasformazione in impresa. Questo succede in un’università  che già  da tempo è¨ ipo alimentata dal punto di vista finanziario. Strutturalmente, ormai, il sottofinanziamento fa parte della storia della nostra università .

Sono ormai più¹ di 35 anni che la nostra università  riceve mediamente un quarto in meno, in termini di bilancio statale, in termini di quello che riceve la media delle università  europee. E’ l’università  peggio organizzata, peggio pagata,sulla quale sono state fatte una serie di riforme sbagliate ed è¨ ormai al limite del collasso. In questa situazione si aggiungono nuovi tagli e lei capisce che questo significa il colpo di grazia per una struttura già  molto sofferente. Se la stessa riforma dice che per i prossimi anni si può mettere a concorso un posto ogni cinque di quelli che vanno in pensione, lei mi sa dire di quale meritocrazia stiamo parlando? Se non ci sono concorsi di che merito parliamo? Si dice uno su cinque fino al 2011 e dopo uno su due.

Ora, se lei considera che entro il 2014 noi collocheremo in pensione quasi il cinquanta per cento del corpo docente, questo significa che nel giro di sette-otto anni, il nostro corpo docente diminuirà  di circa il quaranta per cento di unità . Quindi, tanto per cominciare cominciamo a chiederci perchè ci sia riconoscimento ci devono anche essere occasioni per dimostrarlo altrimenti di quale merito parliamo? Meritocrazia è un concetto sul quale io sono profondamente d’accordo, a condizione che non sia solo una parola. Intanto la nostra società  non è affatto meritocratica, non solo nell’università  ma dappertutto.

Parentopoli c’è nell’università , basti vedere in quelle meridionali ma non solo, dove interi clan familiari si sono installati nelle facoltà  universitarie. Però questa storia di parentopoli per esempio, c’è anche una magistratura se andiamo a vedere l’elenco dei vincitori dei concorsi. Non parliamo dei notai dove addirittura dove quello che dovrebbe essere un concorso pubblico si risolve in targhe del tipo: “..Tal dei tali notai dal 1830” perciò una carica manifestamente ereditaria di generazione in generazione da due secoli. Quindi qui c’è una società  per nulla meritocratica e molto corporativa. Se poi vogliamo parlare di meritocrazia, e io sono d’accordo, occorre essere conseguenti, per esempio: esistono procedure, in tutto il mondo scientifico internazionale, di valutazione oggettiva delle opere scientifiche: l’impact factor, per quanto riguarda le citazioni, l’analisi dei fondamenti di ciascuna pubblicazione e tutta una serie di parametri prefissati. Perchè non li adottiamo?                            

Siamo l’unica università  del mondo sviluppato che non ha parametri oggettivi. Si rimette totalmente a un sommario giudizio delle commissioni che si risolve in: “Un tizio è bravo, quell’altro non è bravo. Perchè? Perchè lo dico io!” Questa è la premessa di Parentopoli. Se vogliamo introdurre la meritocrazia cominciamo almeno da questo, ossia a introdurre criteri bibliometrici internazionali, criteri di valutazione delle opere scientifiche con parametri oggettivi. Si prosegue in questa illusione che è stata anche di altri, iniziata sostanzialmente con l’ex ministro Ruberti, che è¨ quella di fare come in America, che non ha molto senso perchè ogni Paese ha la sua storia, la sua struttura economico sociale, ha i suoi condizionamenti, hai suoi problemi e deve trovare le sue soluzioni. Non si può fare qui, come fanno in America, posto che il modello americano sia più così eccellente, sicuramente preferibile e più funzionale del nostro è, ma non ha molto senso perchè le stesse misure applicate in contesti diversi danno risultati diversissimi. Nel nostro consenso quel tipo di soluzione non dà  l’università  americana, ma dà Shanghai. Anch’io vorrei essere alto aitante ma non lo sono. E’ perfettamente inutile comprarmi un vestito da Schwarzenegger, mi andrebbe largo. Tanto varrebbe dire: “facciamo come si fa su Marte”.

E’ una riforma che applicata darebbe risultati disastrosi probabilmente, al di là  delle intenzioni dello stesso ministro Gelmini i risultati sarebbero ugualmente disastrosi. Io provo immaginare cosa significa privatizzare le nostre università  con capitale di banche e di imprese. Questo significherebbe smobilitare una serie di facoltà  che ovviamente non interesserebbero. Penso ad esempio alle facoltà  umanistiche dove sopravviverebbero si e no, una fettina di giurisprudenza ed una di economia, qualche pezzettino di scienze politiche, al massimo una scuola di interpreti e traduttori perchè di una facoltà  come letterature straniere non ce ne fregherebbe assolutamente nulla, in un quadro di università  d’impresa. Avremmo una serie di facoltà  scientifiche tutte proiettate immediatamente all’applicazione tecnologica e non di ricerca pura, e la formazione sarebbe ritagliata rigorosamente sulle esigenze delle aziende partecipanti al consorzio. Col risultato di produrre ingegneri che sanno tutto di quella determinata azienda, che se poi perdono il posto di lavoro mai piùéne troveranno un altro perché non sapranno fare nient’altro. In ultima analisi è arrivato il momento di riprendere in mano la questione e di scegliere. L’università  attuale è al capolinea, non ce la fa più.

L’università  burocratica, corporativa che consuma risorse rendendo pochissimo al Paese non è più proponibile. Non possiamo continuare a chiedere risorse con una redditività  così limitata. Noi abbiamo indici produttività  scientifica tra i più bassi del mondo, abbiamo un tasso di laureati per iscritti tra i più bassi dei paesi sviluppati. Non possiamo chiedere risorse per questo. Non credo che la soluzione sia quella dell’università  privata, io credo che sia arrivato il momento di pensare al modello e di arrivare ad un’università  pubblico-sociale, sostenuta non solo dall’intervento dello Stato ma con la partecipazione azionaria dei dipendenti e di chi ci lavora con azionariato popolare, con azionariato temporaneo degli studenti. Rivedendo completamente la struttura dell’università  dove la divisione fra ordinari e associati non ha assolutamente più senso. E’ il momento di riprendere il discorso del docente unico. E soprattutto di rivedere tutti i meccanismi, come si dice in America, di governance.

Non ha senso continuare ad avere questi organi formati per ceti come se stessimo parlando degli stati generali della Francia pre-rivoluzionaria nei quali gli ordinari votano per gli ordinari, gli associati votano per gli associati, gli studenti votano per gli studenti e così via. Abbiamo bisogno di un’università  in cui si rovesci la piramide, sinora hanno parlato tantissimo di ordinari, e in particolare quel ristrettissimo nucleo di ordinari che governa tutto, hanno parlato un po’ gli associati, pochissimo i ricercatori e per nulla i lavoratori e gli studenti. Noi abbiamo bisogno di un’università  in cui si senta molto di più la voce degli studenti, si senta abbastanza la voce dei ricercatori degli associati e dei lavoratori, e per un po’ di tempo gli ordinari, soprattutto quelli più¹ importanti abbiano il pudore di tacere.” 

Aldo Giannuli

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