L’Era Bush stà finendo. . . . per fortuna!

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BUSH, UN APPUNTAMENTO MANCATO CON LA STORIA

di Cristiano Del RiccioWASHINGTON – “La storia mi darà ragione”. Questa certezza evangelica è stata il pilastro della presidenza di George W. Bush, iniziata nel segno sanguinoso della strage dell’11/9 e conclusa nel crollo di Wall Street, passando attraverso due guerre (Iraq e Afghanistan) ed una rivoluzione globale dei rapporti tra gli Stati Uniti ed il resto del mondo.

 

Conquistata la Casa Bianca per un solo voto, quello del nono giudice della Corte Suprema che ha bloccato il riconto dei voti della Florida, il cristiano rinato Bush ha trovato il filo conduttore della sua presidenza nella crociata contro il terrorismo lanciata dopo la distruzione da parte di Al Qaida non solo del World Trade Center, ma anche del senso di sicurezza fino a quel momento goduto da una superpotenza protetta da due oceani.

Dopo aver fatto barcollare l’America (nessuno scorderà mai più le immagini raggelanti delle Torri Gemelle polverizzate o dell’Air Force One letteralmente in fuga nei cieli diventati insicuri degli Stati Uniti), la strage attuata da Osama bin Laden ha comunque offerto a George Bush una occasione imprevedibile: le immagini del presidente, armato di un megafono, sulle macerie del World Trade Center, e la visione del mondo intero intento a proclamare ‘Siamo tutti americani’, fotografavano l’insolita opportunità offerta dalla Storia all’ex-petroliere del Texas. Ma Bush sprecava questa possibilità di grandezza: lo slancio sincero del mondo verso la nazione ferita veniva dissipato rapidamente dal modo scelto da Bush per combattere la sua pur sacrosanta battaglia contro il terrorismo.

La risposta di Bush allo shock dell’11/9 si trasformava in un boomerang per l’America e in un groviglio di contraddizioni per il suo presidente. La crociata per difendere la libertà (“dono universale dell’Onnipotente al mondo” nella visione evangelico-filosofica di Bush) diventava un pretesto per rimettere in discussione e calpestare libertà civili interne duramente conquistate e per affermare sul fronte esterno il diritto degli Usa ad azioni unilaterali e preventive (la dottrina Bush o la diplomazia del cowboy) che giustificavano praticamente tutto.

Compresa l’invasione di un paese sotto falsi pretesti (vedi Iraq) e l’uso della tortura per strappare informazioni ai presunti complici del terrorismo (vedi prigioni segrete Cia o Guantanamo). Era un atteggiamento che gettava al vento il credito di simpatia conquistato dall’America con la strage dell’11/9, metteva in crisi i rapporti con la ‘Vecchia Europa’, distruggeva la credibilità personale di Bush, l’uomo che aveva guardato negli occhi Vladimir Putin decidendo che era qualcuno di cui ci si poteva fidare. Sono passati sette anni da quell’immagine di Bush sulle macerie delle Torri Gemelle, da quella grande occasione storica che il presidente Usa non volle o non seppe sfruttare.

Adesso che è giunto il momento di fare i bagagli e di fare i bilanci, di lasciare in eredità al suo successore due guerre iniziate e mai concluse, una grave crisi economica, il sogno infranto di una pace tra israeliani e palestinesi, le pericolose instabilità di paesi come il Pakistan nucleare e l’Iran che vuole diventarlo, adesso che è giunta al termine una elezione dove Bush è stato tenuto a distanza dagli stessi repubblicani (terrorizzati dall’essere associati al presidente più impopolare della storia) e dove il candidato John McCain ha usato il suo nome solo per dire “Io non sono il presidente Bush”, adesso l’inquilino della Casa Bianca si aggrappa ancora una volta alla Storia, nella speranza che il giudizio sulle sue azioni sia meno impietoso di quello della cronaca.

 

 

 

 

 

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