Risvolti della Globalizzazione e Scenari di Cambiamento.

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L’attuale tipo di globalizzazione prodotta dall’odierno capitalismo senza regole ha prodotto i suoi danni e questi sono seri e di una tale gravità da compromettere l’economia reale in tutto il mondo. La globalizzazione forse è una tendenza irreversibile della nostra vita commerciale e finanziaria, l’unico suo limite è rappresentato dal tipo di capitalismo che si è voluto imporre alla politica economica di molti paesi. Un capitalismo senza regole ed incontrollato, che tende ad annullare tutto il progetto già condiviso e la tendenza social-democratico degli imprenditori intelligenti e delle masse di lavoratori di ogni livello. Incoraggiare l’espansione mondiale di un mercato giustamente regolato è utile e vantaggioso per tutti, ma altra cosa è inneggiare ad un mercato estremamente libero privo di ogni regola e limite, che espone chiunque ad enormi rischi sociali ed al fallimeto di ogni progetto positivo di sviluppo dell’economia reale. Essere contrari a questa forma negativa di capitalismo, non significa essere anti globalizzazione e tantomeno di appartenetenere ad una ispirazione politica antagonista.

Molti nel descrivere pregi e difetti della globalizzazione, né hanno magnificato gli effetti di accellerazione dello sviluppo delle economie dei paesi del terzo mondo, in una sorta di riequilibrio produttivo fra paesi forti e paesi deboli. Ove si guardasse all’africa dovremo invece riflettere sul fatto che la crisi ha impoverito quelle economie e scatenato in larga parte del continente nero la classica via d’uscita alle crisi economiche: la ripresa della guerra. Ed anche il tema della democrazia, che tanto occupa il nostro attuale Governo, nel magnificare il G8 rispetto al G20, risulta in occidente impoverito e semplificato per tenere il passo alla velocità della globalizzazione, senza che contemporaneamente si segnali un innalzamento dei diritti negli altri paesi della Terra.

Non esiste, quindi, né in economia né in democrazia un sistema di vasi comunicanti.

E’ opportuno prima di avventurarsi sul terreno delle soluzioni soffermarsi con maggiore attenzione sulle cause: l’abolizione clintoniana del Glass Steagall Act, (da Lavoce-info -Alberto Franco Pozzolo: “Il Glass-Steagall Act proibiva alle banche commerciali, o a società da esse controllate, di sottoscrivere, detenere, vendere o comprare titoli emessi da imprese private. Questa rigida separazione venne decisa dopo che un comitato d’inchiesta (noto come Pecora Committee), promosso dal Senato americano in seguito ai numerosi fallimenti conseguenza della crisi del ’29, verificò che alcune banche avevano collocato presso i propri clienti titoli emessi da imprese loro affidate, e che queste avevano successivamente utilizzato i fondi così raccolti per rimborsare i prestiti precedentemente concessi dalla banca. In sostanza, le banche avrebbero trasformato potenziali sofferenze in emissioni collocate presso i propri clienti”), che prevedeva la distinzione fra banca commerciale e di investimento ha mostrato come alcuni aspetti della crisi del 1929 non fatichino a ripresentarsi rapidamente. Tale norma, in tempi diversi, è stata ripresa in numerosi paesi, fra cui l’Italia, senza controlli efficaci sulle sofisticazioni finanziarie.

Vi è evidentemente un nuovo problema di regolazione dei mercati e dei controllori.

Non possono peraltro essere dimenticati i risvolti sociali ed ancor più culturali della crisi: la crescita dell’ineguaglianza sociale ed il contestuale aumento dell’autoritarismo imprenditoriale hanno ridisegnato le caratteristiche dell’individuo formando, come sostiene Riccardo Bellofiore dell’Università di Bergamo, la triade del consumatore terrorizzato, del consumatore indebitato e del lavoratore traumatizzato.

E’ ormai chiaro che, se gravi sono gli effetti della crisi finanziaria su famiglie ed imprese, essi appaiono insostenibilmente leggeri in paragone alla durezza della recessione prossima, che toccherà senza delicatezza occupazione, salario, qualità e prospettive di vita.

Se nel quadro della globalizzazione v’è il dubbio, che risposte di natura continentale siano sufficienti, sicuramente non incidono quelle del singolo paese. In questo senso il contesto europeo diventa la conditio minima per una strutturale revisione del modello di sviluppo e della divisione del lavoro ad essa connessa.

Occorre in un quadro di lungo periodo ragionare di una prospettiva continentale in cui si riallochino le produzioni e le specializzazioni nel contesto più razionale, efficiente e solidale, che sia dato pianificare, con paesi che, nelle rispettive diversità, concordino senza furbizie le relative politiche economiche, fiscali e sociali.

Mobilità sostenibile, autonomia energetica, accorciamento delle catene produttive e delle filiere distributive, innovazioni tecnologiche di processi, possono essere i nuovi drivers di uno sviluppo produttivo.

Come nel nostro Paese, anche in Europa e nel mondo, il problema è la ripresa dell’economia reale, fondata su modelli di sviluppo e di consumo e su una diversa distribuzione della ricchezza.

Quì è forse il caso di ricordare che Barack Obama intende fare dell’ambiente il principale driver della ripresa economica e morale americana, mentre l’Italia si fa portatrice della richiesta di sospendere gli impegni climatici assunti dall’Europa per salvaguardare il proprio tessuto industriale, nel quale l’occupazione si riduce dello 0,8% mentre aumentano sensibilmente fatturato, valore aggiunto ed ore lavorate per dipendente. Forse solo un’azione coordinata e coesa dei governi a livello mondiale, come sostiene il presidente del FMI Strauss Kahn, di rilancio contestuale della liquidità attraverso sgravi fiscali alle famiglie e forzature programmate dei patti di stabilità potrebbe sul terreno monetario invertire il cammino progressivo della crisi ed avviare una possibilità di sviluppo.

Auguriamoci che i provvedimenti che via via prenderà il nostro Governo, in una azione concertativa con la minoranza parlamentare e con tutte le parti sociali, siano qualitativamente e quantitativamente sufficienti per affiancare famiglie, lavoratori, lavoratrici ed imprese al superamento progressivo delle difficoltà che l’attuale crisi mondiale ha procurato e, purtroppo, causerà ancora. Speriamo che in questo difficile momento prevalga il buon senso e la responsabilità di tutti per dedicarsi in un’attività unitaria e solidale per uscire da questo attuale difficile contesto.

 

 

Né si può scrivere che la crisi sia finita o che si intravedono i confini: dai subprime alle carte di credito, dalle variazioni inconsulte dei prezzi delle materie prime ai derivati di incerta composizione; si è ormai passati dalle bolle finanziarie alle conseguenze sull’economia reale, con la recessione in tutti i principali paesi industrializzati del mondo e segnali incipienti di deflazione (riduzione dei prezzi delle materie prime causata dall’assenza o dalla scarsa richiesta, diminuzione dei consumi), che possono anticipare una depressione di carattere mondiale.    096wc8ca6nxdwxcacfi39fca65286tcaggmcwgcazwjm72cajq93wrcakzsh57ca6qdroucako8vljcai8zc50ca2w8884caioz63ccax78xpbcaf0ggumcaso5ht4caqbpfpzcadnz007caix97gk

La mancanza di fiducia, che permea il ciclo finanziario rende scarsa e cara la liquidità ed alimenta il credit crunch (stretta creditizia). La crisi finanziaria scatena la crisi economica e di essa si autoalimenta in una spirale senza fine.

La manovra monetaria dei governi è quasi al massimo sforzo senza visibili soluzioni, toppe finanziarie che tardivamente applicate non investono i caratteri strutturali della crisi e del funzionamento dei mercati.

Un giornalista economico americano, Martin Wolf, su Financial Times, suggerisce la necessità, in un processo di lungo periodo, di espandere la domanda interna dei paesi finanziariamente più solidi. La domanda che sorge è verso quale modello di consumi?

Quello attuale ci riporterebbe rapidamente alla situazione odierna, dove la coincidenza registrata nel recente passato fra abbondante liquidità a basso costo lavorata con tecnologie informatiche ed innovazioni finanziarie innovative, ha provocato in operatori finanziari e banchieri sconsiderati una spensierata indifferenza al rischio.

Una constatazione simile a quella teorizzata da Hyman Minsky sulla cartolarizzazione in titoli dei mutui ipotecari (da Wikipedia: “Minsky ha proposto alcune teorie che mettono in relazione la fragilità  dei

mercati finanziari  e le bolle speculative       sq9xdjca7lzzmlcajerhijcablop1scasweswrcam2h090car5o3z3cah6hp45caemeea9cai46aiuca8iwctmcab3byiyca7hvjfocarm52npcaburbwacavwz7ovca8gy38hcabqoljacad5i1t5

endogene ai mercati.

Fondamentalmente, Minsky sostiene che in periodi di espansione, quando il flusso di cassa

delle imprese supera la quota necessaria per pagare i debiti, si sviluppa un’euforia speculativa. All’origine delle crisi vi è un displacement, cioè uno “spostamento”, che altro non sarebbe che un evento esterno rispetto al sistema macroeconomico, che spinge i soggetti a credere che vi saranno forti rialzi nel valore delle attività – siano queste reali o finanziarie-. Ne consegue un’espansione creditizia, che alimenta ulteriormente l’euforia. Nel momento in cui ci si rende conto che l’espansione dei prezzi è terminata, inizia la corsa alla vendita, che può portare al panico sui mercati, e ad effetti negativi anche sull’economia reale

 

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