Diffuso filosofema illustrato del terzo millennio.

gennaio 30, 2009

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Cointreau con ghiaccio.

gennaio 29, 2009

 1jafxxcaak162lcajtvtvhcakg7bdica25neancae44cw6ca7zq6l7car6uwv9ca2d7xu4calt0f4gcamw1fw4cajvzk3ncaoi404xcasjf117cavfy76ncar86rs1cal6ulqscas10e16caporatgLa giornata prometteva bene, faceva freddo ma almeno non pioveva, io avevo già terminato la seduta di terapia e per fortuna era ancora presto, così decisi di rimettermi in macchina per avvicinarmi al centro. Dopo un ampio percorso per evitare le zone a ZTL riuscì miracolosamente a parcheggiare bene la macchina nel solito garage dove il parcheggio era consentito ad orario.

Così allungai il passo per andare a prendere un caffè. Mi fermai nel più grande bar in piazza, un bel locale che ancora conservava buona parte del suo vecchio arredamento, bancone, cassa e un paio di salette con una decina di tavolini per permettere a qualche avventore di sorbirsi con calma la sua consumazione e magari leggere in tranquillità un quotidiano o fare due chiacchiere in un angolo riservato del locale. Molti anni addietro, quando lavoravo in centro, frequentavo questo locale per giocare la schedina della Sisal, quindi di corsa a casa per poi riuscire per completare la solita giornata lavorativa. Mentre, soprappensiero, scorrevo il listino prezzi per decidere cosa consumare, mi accorsi che in cassa operava una persona che mi sembrava di conoscere. . . . sì era proprio lei, mi riconobbe ed uscì dal suo piccolo recinto per salutarmi.

Fu un gradito incontro, ci scambiammo delle amichevoli affettuosità quindi sorridendo ricordammo i tempi in cui lei svolgeva il compito di sommelier nei migliori ristoranti della città. Era pignola, non permetteva di servire il vino a tavola se questo non fosse preceduto dai giusti bicchieri e dal decanter. Brevemente mi aggiornò della sua vita, ormai non più trentenne e dopo aver girato mezza Europa, si era concessa un lavoro più calmo, stanziale, basta con i viaggi, ecco perché oggi la trovavo cassiera. Insomma fu una bella rimpatriata, mi fece servire un cointreau con ghiaccio (ricordava che era l’unico liquore che di tanto in tanto mi concedevo) mentre per lei si fece portare un fresco gin tonic. Mi accomodai in un lato della cassa e seguitammo a parlare, a raccontarci quanto era accaduto in tutti quegli anni. Lei mi parlò dei suoi figli, ormai grandi, e delle sue difficoltà. Un racconto lucido, che svelava chiaramente alcune delusioni, il suo scontro con una realtà diversa dalle sue aspettative e il desiderio di lasciare tutte le persone che le avevano procurato rabbia e situazioni negative. Così riporto di seguito il suo ragionamento, sperando di riuscire a rimanere aderente alle sue schiette considerazioni di principio.

 

La vita è un bene molto prezioso, una concessione irripetibile che non dovrebbe essere rovinata. Un periodo più o meno lungo dove liberiamo le nostre migliori risorse emotive ed intellettuali per tentare di condurre un’esistenza soddisfacente ed in linea con i nostri più importanti valori e priorità. La condizione più semplice che permette il proseguimento dell’esistenza è il benessere fisico e psichico, non la ricchezza, il benessere ma la possibilità di crescere in un ambiente senza molti contrasti e possedere quel tanto di intelligenza per capire ciò che accade intorno e per quindi dare un senso alle varie azioni e vicissitudini, che segnano e caratterizzano l’ambiente, persone comprese, in cui si vive. Ecco, quì si comprende la necessità di possedere la capacità di interpretare le intenzioni ed il comportamento delle persone basandosi sulle motivazioni espresse, più o meno chiaramente, per raggiungere certi obiettivi e qui non bisogna farsi influenzare da una eventuale sequela di processi mentali, appesantiti dall’arroganza e dall’ingiusta supponenza offensiva, che possono falsare la valutazione facendo quindi arenare il confronto in una gratuita ed inutile esposizione di arroganza, di strafottenza, del non rispetto dei ruoli e di generalizzata maleducazione che caratterizza ignoranza e la solita mancanza di rispetto degli altri.

Così si stava sfogando la mia conoscente, fra un sorso e l’altro del suo gin tonic.

Non voglio condonare né condannare questi comportamenti, però queste continue violazioni dei valori elementari del buon vivere ci privano della possibilità di migliorare le relazioni umane, lasciando sul terreno degli affetti solo sterili polemiche e tanta maleducazione.legouaz32

Così, delusi, è meglio forse liberare la propria inquietudine per vivere solo per noi stessi e farsi ispirare da tutti quei sogni di vivere in libertà, da anni compressi e quasi dimenticati in qualche anfratto della memoria.

Debbo ancora completare qualcosa, dopo di che probabilmente deciderò di liberarmi dai legacci che mi hanno fermato alla mia realtà per vivere anche ai margini di questa società, intanto la stagione delle illusioni è trascorsa e non riscuotendo più le normali attenzioni negli attuali confini. . . .preferirò sconfinare per premiare la mia indole, affidandomi più all’anima che alla ragione.”

 

Consumammo, quasi contemporaneamente, l’ultimo sorso dei drink, parlottammo per altri due o tre minuti per esprimerci la comune volontà di rivederci di lì a poco, magari per andare a mangiare una pizza.


Quando ci si mette contro la. . . sfortuna.

gennaio 27, 2009

intercettazioni


Un recente articolo di Eugenio Scalfari. . . .che mi fa pensare. . .

gennaio 27, 2009

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Federalismo e contratti due scatole vuote
di
EUGENIO SCALFARI

SIAMO ormai entrati in piena recessione economica e i nodi stanno venendo al pettine tutti insieme, ma la vera ondata di piena arriverà tra marzo e maggio come tutte le previsioni annunciano. Intanto non cessano e anzi aumentano le turbolenze provenienti dalla crisi finanziaria e bancaria.
Si pensava e si sperava che questo secondo fronte si fosse placato, invece non è così. Dopo la Banca di Scozia la tempesta ha ripreso la sua virulenza sulle “majors” americane: la Bank of America, la JpMorgan-Chase, la Citigroup.
L’industria automobilistica dal canto suo non si regge più sulle sue gambe e interventi pubblici sono dovunque invocati e in molti paesi hanno già avuto attuazione.
In questo quadro recessivo mondiale che ormai comprende anche la Cina e le altre potenze emergenti, si stagliano per quanto riguarda l’Italia alcuni problemi specifici con caratteristiche proprie ai quali il calendario politico ha impresso nei giorni scorsi una forte accelerazione: il federalismo fiscale, la riforma contrattuale, i provvedimenti anticrisi, la ricerca delle risorse necessarie per farvi fronte e gli strumenti più appropriati da usare.
Di questi problemi intendo oggi occuparmi ma non voglio esimermi da un cenno preliminare che riguarda le prime iniziative del nuovo presidente degli Stati Uniti.
Ha preso tempo fino a febbraio per presentare un piano anticrisi di 825 miliardi di dollari cui seguiranno – ha annunciato – altri stanziamenti con l’obiettivo di creare nuovi posti di lavoro e un consistente sostegno dei redditi falcidiati dalla crisi. Nel frattempo ha marcato con provvedimenti immediati una profonda discontinuità rispetto alla politica del suo predecessore.


In politica estera ha messo al primo posto in agenda il tema del Medio Oriente chiamando a raccolta i protagonisti: Israele, Palestinesi, Paesi Arabi, Iran. Ha teso la mano all’Iran. Ha ribadito la lotta al terrorismo e l’importanza del fronte afgano. Ha dato inizio alla procedura per il ritiro delle truppe dall’Iraq.
Fin dal primo giorno ha abolito la tortura praticata in molte carceri speciali gestite dalla Cia. In tema di diritti ha ripreso i finanziamenti per la ricerca sulle cellule staminali ricavate dagli embrioni ed ha riconosciuto alle donne la responsabilità primaria di decidere sul proprio aborto.
Barack Obama è profondamente religioso ma la sua fede non gli ha impedito di iniziare una politica dei diritti profondamente laica. L’uomo di fede si raccoglie spesso in preghiera nella sua chiesa, ma il presidente degli Stati Uniti tutela i diritti fondamentali come prescrive la Costituzione del suo Paese alla quale ha giurato fedeltà.
Ecco un esempio che ci viene da una grande democrazia e che ci auguriamo serva da punto di riferimento per tutti.


La legge sul federalismo fiscale è stata approvata in Senato con il voto compatto del centro-destra, l’astensione del centro-sinistra e il voto contrario dell’Udc di Casini.
Bossi ha dato atto all’opposizione d’aver scelto un atteggiamento di saggezza che ha reso possibile un passo avanti di una riforma che la Lega ritiene essenziale. I commenti dei “media” hanno accolto con favore (e alcuni con moltissimo favore) questa novità parlamentare definendola “storica” e auspicando che possa estendersi ad altri temi sul tappeto a cominciare dalla riforma della giustizia. Si è parlato addirittura di un asse Veltroni-Bossi con ricadute importanti sul quadro politico italiano. E’ stata notata una palese irritazione di Berlusconi.
E’ questa la realtà di quanto è accaduto? Oppure si tratta di una rappresentazione che contiene alcuni elementi di verità ed altri di falsità? Un elemento di verità riguarda i contatti tra il Partito democratico e la Lega. Sono stati frequenti e hanno dato luogo ad una riscrittura di alcune parti importanti della legge. Sulla valutazione delle differenze esistenti tra regioni povere e regioni ricche in materia di evasione fiscale, di efficienza organizzativa e di tempistica necessaria per rendere omogenei questi parametri.

Sull’istituzione di una Commissione che emetta i pareri richiesti per l’emanazione dei regolamenti attuativi della legge-delega. Sulla necessità di indicare i tributi propri delle Regioni e dei Comuni. Sulla parità dei diritti riconosciuti agli utenti di pubblici servizi (sanità, giustizia, trasporti, assistenza) sulla base di identici standard in tutto il territorio nazionale.
Il “modello lombardo” che inizialmente fu la posizione della Lega e di tutto il centro-destra è stato abbandonato nel corso d’una trattativa durata molti mesi i cui risultati finali sono maturati nel lavoro in commissione parlamentare e infine approvati in aula.
Ma i risultati negativi non mancano e sono tutt’altro che marginali. Il primo riguarda lo squilibrio di fondo tra il Nord e il Sud, che la riforma così come è stata concepita aggraverà. Per limitare quest’aggravamento sarà inevitabile procedere con due diverse velocità. Il Nord potrà attuare la normativa via via che i regolamenti attuativi saranno emanati (con l’indispensabile accordo della conferenza Stato-Regioni); il Sud chiederà più tempo e continuerà a pesare sulla fiscalità generale.
Il secondo elemento negativo riguarda la completa assenza di stime circa il costo immediato della riforma e il costo di quando sarà a regime. Il ministro Tremonti, appositamente convocato in Parlamento per dare delucidazioni in proposito, ha dichiarato che era impossibile indicare cifre: mancano studi e criteri omogenei di valutazione. In queste condizioni nessuno può azzardare un pronostico, sarebbe come giocare alla lotteria specie in una fase terremotata dell’economia mondiale.
Tremonti ha indubbiamente ragione: il costo del federalismo fiscale così come è configurato nella legge-delega che è un manifesto ideologico più che una legge vera e propria, non è prevedibile. In realtà la legge-delega è uno scatolone vuoto, un indirizzo politico, non ci sono misure attuative, non esiste una carta delle autonomie locali che indichi chi fa che cosa; è aperta la questione delle provincie e delle aree metropolitane; è apertissimo il rapporto tra Regioni e Comuni; non è risolto il tema essenziale dei tributi propri.
In realtà questa non doveva essere una legge-delega ma semplicemente una legge di indirizzo alla quale doveva seguire una legge-delega ancorata ad una normativa concreta che sarebbe servita al Parlamento per controllare l’aderenza dei decreti delegati alla normativa indicata. In mancanza di criteri si tratta dunque di una delega in bianco, il classico caso del budino il cui gradimento si può misurare soltanto quando sarà stato mangiato. Si può approvare una riforma di questo tipo? Che di fatto instaura una “secessione fiscale” della Padania dal resto del paese? Senza conoscerne gli effetti sulle finanze dello Stato? Ha scritto Luca Ricolfi sulla “Stampa” che la legge-delega dovrebbe almeno prevedere degli anticorpi, cioè impedire fin d’ora sconfinamenti di deriva macro-economica riportando in capo allo Stato il potere di modificare la legge quando i suoi esiti mettessero a repentaglio i parametri di stabilità nazionali e internazionali. Ricolfi ha ragione, ma questi anticorpi mancano purtroppo del tutto.
Dunque la legge-delega così come è uscita dall’aula del Senato a mio avviso non può essere approvata dal centro – sinistra alla Camera se almeno quegli anticorpi non saranno inseriti. Il voto al Senato ha avuto il pregio di riconoscere i miglioramenti ottenuti e di dimostrare che il federalismo fiscale è obiettivo condiviso. Ma qui dovrebbe finire la condivisione su una delega impropria e non cifrata, priva di clausole di salvaguardia chiare e imperative.
Del resto l’astensione al Senato ha valore di voto contrario. La traduzione letterale sulla base del regolamento della Camera è il voto negativo. I “nordisti” del Pd fanno bene a voler competere con la Lega ma debbono farlo su un terreno appropriato alla vocazione di un partito nazionale quale è e vuole essere il Pd. Lo slogan di trattenere sul posto le entrate e destinarle alle spese di quel posto è il mantello d’Arlecchino e non può essere una visione nazionale del bene comune. Voglio sperare che i piemontesi, i lombardi, i veneti del Partito democratico non dimentichino la storia del nostro paese e il contenuto che i loro avi dettero alla sua unità.

 

Nella stessa settimana del voto al Senato sul federalismo fiscale il governo aveva convocato le parti sociali e le Regioni per discutere le misure anticrisi.
Questo e solo questo era l’ordine del giorno per il meeting a Palazzo Chigi di venerdì 23 gennaio.
La discussione è durata pochi minuti. Infatti le misure anticrisi ruotavano soprattutto sul finanziamento degli ammortizzatori sociali (cioè sulla Cassa integrazione e altri analoghi istituti) che Tremonti vuole effettuare “senza oneri per il bilancio”. Il solo modo per realizzare quell’obiettivo è di cercare i soldi necessari fuori dal bilancio, ma dove? Togliendoli alle Regioni e agli impieghi da esse previsti. Il “tesoretto” desiderato da Tremonti per finanziare gli ammortizzatori ammonta a 8 miliardi di euro da prelevare a carico dei fondi europei erogati alle Regioni per far fronte alla formazione dei lavoratori, che è un’altra forma di sostegno del reddito e di preparazione professionale.
Le Regioni presenti al meeting di venerdì hanno obiettato al ministro dell’Economia che non avrebbero accolto le sue richieste se prima egli non avesse indicato quali erano le risorse che lo Stato metterà sul tavolo da parte sua e tutto è stato rinviato a giovedì prossimo.
A questo punto Epifani si è alzato ritenendo che la riunione fosse terminata ma ha constatato con stupore che tutti gli altri rappresentanti delle parti sociali (sindacati, commercianti, banchieri, cooperative, Confindustria) restavano seduti. Ha chiesto se c’erano altre questioni da esaminare. “Visto che siamo qui tutti” ha risposto Gianni Letta “utilizziamo l’incontro per discutere la riforma contrattuale”.
La signora Marcegaglia a quel punto ha distribuito un documento sulla contrattazione privata e il ministro Brunetta ha distribuito un altro documento sulla contrattazione del pubblico impiego. Epifani ha chiesto 24 ore di tempo per l’esame dei due testi, preliminare alla discussione che ne sarebbe seguita.
Silenzio assoluto. “Debbo dedurre che i testi non sono emendabili?”, ha domandato il segretario della Cgil. Ancora silenzio. A questo punto Epifani ha preso la via dell’uscio senza che alcuno lo trattenesse.
Mi spiace di non aver letto questo racconto sui giornali di ieri, eppure esso fa parte integrante dello “storico” incontro sulla riforma dei contratti ed è – diciamolo – abbastanza stupefacente.

 

Ma andiamo al merito di questa riforma che il maggior sindacato italiano non ha firmato.
E’ vero che essa diminuisce l’importanza del contratto nazionale e rivaluta il contratto di secondo livello agganciandolo alla produttività. Ed è vero (come ha ricordato Enrico Letta sul “Corriere della Sera” di ieri) che questa rivalutazione é suggerita dalle mutazioni dell’economia post-industriale ed era già stata proposta dal governo Prodi. Quante buone cose aveva avviato il governo Prodi, vengono fuori un po’ per volta e una ogni giorno; alla fine i suoi truci nemici di ieri gli faranno costruire un monumento in vita, magari a cavallo della sua bicicletta.
Basta. E’ anche vero che la riforma prevede un’inflazione al tasso adottato dalla contabilità dell’Eurostat al netto delle importazioni di beni energetici. Questo punto di riferimento è probabilmente migliore dell’inflazione programmata usata finora nei contratti. Ma qui cessano le virtù della riforma. Vediamone i difetti.
1. Riformare i contratti e agganciarli alla produttività in una fase di recessione, licenziamenti, diminuzione produttiva è come costruire caloriferi all’Equatore e frigoriferi ai Poli. Ma, si obietta, almeno la riforma sarà già pronta quando la crescita riprenderà.
2. L’accordo firmato venerdì non è un vero accordo sindacale e infatti si chiama “linee guida”. Documento di indirizzo. Dopo la sua approvazione saranno discusse le linee guida di area e infine si arriverà ai contratti nazionali di categoria veri e propri. Diciamo che la costruzione è alquanto barocca, le linee guida sono più o meno un altro scatolone come la legge delega sul federalismo. Ma da dove viene l’urgenza? zbe3zyca9ptkizcavere1fcaaau5yjcajx1fp8caxfdb34ca0hcpmccad16svyca6mhod7cauctl48camue5d5caxh08mlcanxtudica40nnjgcan4fpzwcajwvie8ca0h8z65ca6pdp7rcawej0uq
3. L’urgenza viene dal fatto che Confindustria e sindacati (assente la Cgil) avevano stabilito il valore del “punto” retributivo al quale applicare il tasso d’inflazione Eurostat per determinare l’ammontare dei contratti di categoria. Il valore di quel “punto” è inferiore a quello attualmente vigente e sul quale sono stati costruiti i contratti fino a questo momento: inferiore di un 15 per cento nella migliore delle ipotesi. Non so se Enrico Letta fosse al corrente di questo piccolo dettaglio. Forse non guarderebbe con tanto ottimismo all’accordo di venerdì scorso.
In sostanza l’operazione prevede una piattaforma al ribasso dei contratti nazionali, da recuperare nei contratti di secondo livello che saranno stipulati azienda per azienda, con esplicita esclusione di contratti di “filiera” riguardanti aziende di analoga struttura e produzione.
Poiché il 95 per cento delle imprese italiane sono di piccolissime dimensioni, ciò significa che per una moltitudine di lavoratori il contratto di secondo livello non ci sarà mentre il contratto nazionale di base partirà con una decurtazione notevole.
E’ così che stanno le cose? Lo domando alla signora Marcegaglia e a Bonanni e Angeletti. Sarò lieto di essere smentito sulla base di fatti provati, ma se così è, a me sembra scandaloso.

(….)
(25 gennaio 2009) http://www.repubblica.it/2008/04/sezioni/politica/scalfari-fondi-2/scalfari-25gennaio/scalfari-25gennaio.html


Testo Accordo Separato sulla Riforma Assetti Contrattuali.

gennaio 23, 2009

http://www.cgil.it/nuovoportale/Documenti/20090121/AccordoQuadroRiformaAssettiContrattuali20090122.pdf

 

http://www.cisl.it/sito.nsf/Documenti/BE2107D0001D2294C1257547003100A9/$File/Accordo%20riforma%20contrattuale.pdf


Thank you. . . .

gennaio 23, 2009
Inaugural Committee
friend –Thank you for being part of the most open inauguration in our nation’s history.

As we begin the work of remaking America, we must draw on the common hopes that brought us together this week.

I’m counting on you to keep the spirit of unity and service alive.

You can visit http://www.pic2009.org/whitehouse to learn about our plans to bring change to America, and how you can get involved in the work ahead.

We face many challenges. But we face them as one nation.

And we have seen, time and time again, that there are no limits to what we can accomplish when we stand together.

Our journey is just beginning.

Thank you for all you do,

President Barack Obama

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amico —
Grazie per aver scelto di far parte dei più volenterosi nell’ inaugurazione della nostra storia della Nazione.
Al momento di iniziare i lavori di rifacimento America, dobbiamo condividere la comune speranza che ci ha portato questa settimana insieme.             USA OBAMA INAUGURATION
Sto contando su di voi per mantenere lo spirito di unità e di servizio in vita.
È possibile

http://www.pic2009.org/whitehouse

visitare per conoscere i nostri piani per portare a cambiare l’America, e come si può essere coinvolti nei lavori a venire.
Ci troviamo di fronte a molte sfide. Ma ci troviamo di fronte a loro come una nazione.
E abbiamo visto, è l’ora di tempo nuovo, che non ci sono limiti a ciò che si può realizzare quando siamo insieme.
Il nostro viaggio è appena all’inizio.
Grazie per tutto quello che facciamo,

Barack Obama presidente


My fellow citizens.

gennaio 21, 2009

 USA OBAMA INAUGURATIONMy fellow citizens,

I stand here today humbled by the task before us, grateful for the trust you have bestowed, mindful of the sacrifices borne by our ancestors. I thank President Bush for his service to our nation, as well as the generosity and cooperation he has shown throughout this transition.

Forty-four Americans have now taken the presidential oath. The words have been spoken during rising tides of prosperity and the still waters of peace. Yet, every so often the oath is taken amidst gathering clouds and raging storms. At these moments, America has carried on not simply because of the skill or vision of those in high office, but because We the People have remained faithful to the ideals of our forbearers, and true to our founding documents. So it has been. So it must be with this generation of Americans.

That we are in the midst of crisis is now well understood. Our nation is at war, against a far-reaching network of violence and hatred. Our economy is badly weakened, a consequence of greed and irresponsibility on the part of some, but also our collective failure to make hard choices and prepare the nation for a new age. Homes have been

lost; jobs shed; businesses shuttered. Our health care is too costly; our schools fail too many; and each day brings further evidence that the ways we use energy strengthen our adversaries and threaten our planet.

These are the indicators of crisis, subject to data and statistics. Less measurable but no less profound is a sapping of confidence across our land – a nagging fear that America’s decline is inevitable, and that the next generation must

lower its sights. Today I say to you that the challenges we face are real. They are serious and they are many. They will not be met easily or in a short span of time. But know this, America – they will be met.

On this day, we gather because we have chosen hope over fear, unity of purpose over conflict and discord.

On this day, we come to proclaim an end to the petty grievances and false promises, the recriminations and worn out dogmas, that for far too long have strangled our politics.

We remain a young nation, but in the words of Scripture, the time has come to set aside childish things. The time has come to reaffirm our enduring spirit; to choose our better history; to carry forward that precious gift, that noble idea, passed on from generation to generation: the God-given promise that all are equal, all are free, and all deserve a

chance to pursue their full measure of happiness. In reaffirming the greatness of our nation, we understand that greatness is never a given. It must be earned. Our

journey has never been one of short-cuts or settling for less. It has not been the path for the faint-hearted – for those who prefer leisure over work, or seek only the pleasures of riches and fame. Rather, it has been the risk-takers, the doers, the makers of things – some celebrated but more often men and women obscure in their labor, who have

carried us up the long, rugged path towards prosperity and freedom.

For us, they packed up their few worldly possessions and traveled across oceans in search of a new life.

For us, they toiled in sweatshops and settled the West; endured the lash of the whip and plowed the hard earth.

For us, they fought and died, in places like Concord and Gettysburg; Normandy and Khe Sahn.

Time and again these men and women struggled and sacrificed and worked till their hands were raw so that we might live a better life. They saw America as bigger than the sum of our individual ambitions; greater than all the differences of birth or wealth or faction.

This is the journey we continue today. We remain the most prosperous, powerful nation on Earth. Our workers are no less productive than when this crisis began. Our minds are no less inventive, our goods and services no less needed than they were last week or last month or last year. Our capacity remains undiminished. But our time of standing pat,

of protecting narrow interests and putting off unpleasant decisions – that time has surely passed. Starting today, we must pick ourselves up, dust ourselves off, and begin again the work of remaking America.

For everywhere we look, there is work to be done. The state of the economy calls for action, bold and swift, and we

will act – not only to create new jobs, but to lay a new foundation for growth. We will build the roads and bridges, the electric grids and digital lines that feed our commerce and bind us together. We will restore science to its rightful place, and wield technology’s wonders to raise health care’s quality and lower its cost. We will harness the sun and

the winds and the soil to fuel our cars and run our factories. And we will transform our schools and colleges and universities to meet the demands of a new age. All this we can do. And all this we will do.

Now, there are some who question the scale of our ambitions – who suggest that our system cannot tolerate too many big plans. Their memories are short. For they have forgotten what this country has already done; what free men and women can achieve when imagination is joined to common purpose, and necessity to courage.

What the cynics fail to understand is that the ground has shifted beneath them – that the stale political arguments that have consumed us for so long no longer apply. The question we ask today is not whether our government is too big or too small, but whether it works – whether it helps families find jobs at a decent wage, care they can afford, a retirement that is dignified. Where the answer is yes, we intend to move forward. Where the answer is no, programs will end.

And those of us who manage the public’s dollars will be held to account – to spend wisely, reform bad habits, and do our business in the light of day – because only then can we restore the vital trust between a people and their government.

Nor is the question before us whether the market is a force for good or ill. Its power to generate wealth and expand freedom is unmatched, but this crisis has reminded us that without a watchful eye, the market can spin out of control – and that a nation cannot prosper long when it favors only the prosperous. The success of our economy has always depended not just on the size of our Gross Domestic Product, but on the reach of our prosperity; on our ability to extend opportunity to every willing heart – not out of charity, but because it is the surest route to our common good.

As for our common defense, we reject as false the choice between our safety and our ideals. Our Founding Fathers, faced with perils we can scarcely imagine, drafted a charter to assure the rule of law and the rights of man, a charter expanded by the blood of generations. Those ideals still light the world, and we will not give them up for expedience’s sake. And so to all other peoples and governments who are watching today, from the grandest capitals to the small village where my father was born: know that America is a friend of each nation and every man, woman, and child who

seeks a future of peace and dignity, and that we are ready to lead once more.

Recall that earlier generations faced down fascism and communism not just with missiles and tanks, but with sturdy alliances and enduring convictions. They understood that our power alone cannot protect us, nor does it entitle us to do as we please. Instead, they knew that our power grows through its prudent use; our security emanates from the justness of our cause, the force of our example, the tempering qualities of humility and restraint.

We are the keepers of this legacy. Guided by these principles once more, we can meet those new threats that demand even greater effort – even greater cooperation and understanding between nations. We will begin to responsibly leave Iraq to its people, and forge a hard-earned peace in Afghanistan. With old friends and former foes,

we will work tirelessly to lessen the nuclear threat, and roll back the specter of a warming planet. We will not apologize for our way of life, nor will we waver in its defense, and for those who seek to advance their aims by inducing terror and slaughtering innocents, we say to you now that our spirit is stronger and cannot be broken; you cannot outlast us, and we will defeat you.

For we know that our patchwork heritage is a strength, not a weakness. We are a nation of Christians and Muslims, Jews and Hindus – and non-believers. We are shaped by every language and culture, drawn from every end of this Earth; and because we have tasted the bitter swill of civil war and segregation, and emerged from that dark chapter

stronger and more united, we cannot help but believe that the old hatreds shall someday pass; that the lines of tribe shall soon dissolve; that as the world grows smaller, our common humanity shall reveal itself; and that America must play its role in ushering in a new era of peace.

To the Muslim world, we seek a new way forward, based on mutual interest and mutual respect. To those leaders around the globe who seek to sow conflict, or blame their society’s ills on the West – know that your people will judge you on what you can build, not what you destroy. To those who cling to power through corruption and deceit and the

silencing of dissent, know that you are on the wrong side of history; but that we will extend a hand if you are willing to unclench your fist.

To the people of poor nations, we pledge to work alongside you to make your farms flourish and let clean waters flow;

to nourish starved bodies and feed hungry minds. And to those nations like ours that enjoy relative plenty, we say we can no longer afford indifference to suffering outside our borders; nor can we consume the world’s resources without regard to effect. For the world has changed, and we must change with it.

As we consider the road that unfolds before us, we remember with humble gratitude those brave Americans who, at this very hour, patrol far-off deserts and distant mountains. They have something to tell us today, just as the fallen heroes who lie in Arlington whisper through the ages. We honor them not only because they are guardians of our liberty, but because they embody the spirit of service; a willingness to find meaning in something greater than themselves. And yet, at this moment – a moment that will define a generation – it is precisely this spirit that must inhabit us all.

For as much as government can do and must do, it is ultimately the faith and determination of the American people upon which this nation relies. It is the kindness to take in a stranger when the levees break, the selflessness of workers who would rather cut their hours than see a friend lose their job which sees us through our darkest hours. It is the firefighter’s courage to storm a stairway filled with smoke, but also a parent’s willingness to nurture a child, that finally decides our fate.

Our challenges may be new. The instruments with which we meet them may be new. But those values upon which our success depends – hard work and honesty, courage and fair play, tolerance and curiosity, loyalty and patriotism – these things are old. These things are true. They have been the quiet force of progress throughout our history. What

is demanded then is a return to these truths. What is required of us now is a new era of responsibility – a recognition, on the part of every American, that we have duties to ourselves, our nation, and the world, duties that we do not grudgingly accept but rather seize gladly, firm in the knowledge that there is nothing so satisfying to the spirit, so

defining of our character, than giving our all to a difficult taskUSA OBAMA INAUGURATION

This is the price and the promise of citizenship.

This is the source of our confidence – the knowledge that God calls on us to shape an uncertain destiny.

This is the meaning of our liberty and our creed – why men and women and children of every race and every faith can join in celebration across this magnificent mall, and why a man whose father less than sixty years ago might not have been served at a local restaurant can now stand before you to take a most sacred oath.

So let us mark this day with remembrance, of who we are and how far we have traveled. In the year of America’s birth, in the coldest of months, a small band of patriots huddled by dying campfires on the shores of an icy river. The capital was abandoned. The enemy was advancing. The snow was stained with blood. At a moment when the

outcome of our revolution was most in doubt, the father of our nation ordered these words be read to the people: “Let it be told to the future world…that in the depth of winter, when nothing but hope and virtue could survive…that the city and the country, alarmed at one common danger, came forth to meet ].”

America. In the face of our common dangers, in this winter of our hardship, let us remember these timeless words.

With hope and virtue, let us brave once more the icy currents, and endure what storms may come. Let it be said by our children’s children that when we were tested we refused to let this journey end, that we did not turn back nor did we falter; and with eyes fixed on the horizon and God’s grace upon us, we carried forth that great gift of freedom and

delivered it safely to future generations.

 

 

January 20, 2009

PIC Communications Office,

 

Cari concittadini,

mi trovo qui oggi con l’umiltà per il compito che è davanti a noi. Ringrazio il presidente Bush per il servizio alla Nazione
Quarantaquattro americani a questo punto hanno fatto il giuramento presidenziale. Il compito che mi è stato affidato viene dal sacrificio dei nostri antenati. Il fatto che siamo nel mezzo di una crisi è ben noto, la Nazione è in guerra. I dati della crisi sono ben noti a tutti noi ed è una situazione figlia di avidità e irresponsabilità. Si apre una nuova era di responsabilità. Le sfide che dobbiamo affrontare sono reali, gravi e numerose. E’ ora di rialzarsi, di togliersi la polvere di dosso e di darsi da fare abbiamo davanti a noi una nuova era di responsabilità.
Oggi si respira un clima di grande sfiducia, come se si fosse il timore strisciante che il declino dell’America sia inevitabile. Sappiate questo Americani, tutti i problemi saranno affrontati. Siamo qui oggi perché abbiamo scelto la speranza sulla paura. Ci siamo riuniti per porre fine alle lamentele meschine e alle false promesse, alle recriminazioni e ai dogmi consumati che per troppo tempo hanno strangolato la nostra politica. Restiamo una nazione giovane. Ma è il momento di mettere da parte le cose infantili. Bisogna rimboccarsi le maniche per ricostruire l’America, perché dovunque guardiamo c’è lavoro da fare.
A partire da oggi dobbiamo rimetterci in moto per rifare l’America. Oggi io vi dico che le sfide che abbiamo dinanzi sono reali: che sono serie e che sono tante. Non le affronteremo facilmente né in breve tempo. Ma sappiate questo: America, queste sfide le affronteremo. Abbiamo dei doveri nei confronti di noi stessi, della nostra nazione e del mondo intero. Nulla ci definisce meglio come americani della nostra determinazione nell’affrontare i nostri compiti. Un giorno si dovrà dire di noi che quando siamo stati messi alla prova, ci siamo rifiutati di darci per vinti.
Per la nostra economia servono decisioni coraggiose e rapide e siamo pronti a prenderle. Creeremo infrastrutture, ammoderneremo le reti elettriche e investiremo sulle energie alternative. Useremo le nuove tecnologie, creeremo posti di lavoro. Gli Stati Uniti combatteranno lo spettro del surriscaldamento del pianeta e ridaranno alla scienza la sua giusta collocazione. Ci sono alcuni che mettono in dubbio la portata delle nostre ambizioni. Hanno la memoria corta, perché hanno dimenticato ciò che ha già fatto questo Paese.
Per la sicurezza respingiamo la falsa alternativa tra ideali e sicurezza. I nostri padri hanno steso una carta con i diritti per tutti. Siamo i guardiani di questa eredità, ci faremo guidare dai principi dei padri per affrontare le minacce cui andiamo incontro. L’America è un Paese amico di ogni nazione, ogni uomo, donna, bambino che cerchi un futuro di pace e dignità. Siamo pronti a guidare il mondo di nuovo. Cominceremo a lasciare in modo responsabile l’Iraq alla sua gente e a forgiare una pace difficile da ottenere in Afghanistan.
Siamo più uniti che prima, più forti di prima per affrontare e battere il terrorismo. A tutti coloro che perseguono i propri scopi con il terrore e l’assassinio degli innocenti possiamo dire…non sopravvivrete, non durerete più a lungo, noi vi sconfiggeremo.
Al mondo musulmano: cerchiamo un modo nuovo per andare avanti basato sul rispetto reciproco e sul reciproco interesse. Ai leader che cercano di dare le colpe all’Occidente, sappiate che il vostro popolo vi giudicherà per quello che farete. Anche se mostrerete il pugno, noi vi tenderemo la mano. Ai popoli delle nazioni povere: c’impegniamo a lavorare con voi per dar da mangiare a tutti. E alle altre nazioni che vivono a un alto livello di benessere diciamo che non possiamo più permetterci di vedere questa povertà. Il mondo è cambiato e noi dobbiamo cambiare con lui.
Sessant’anni fa un nero non sarebbe stato servito in un bar. Oggi può pronunciare il discorso più solenne. Dio benedica gli Stati Uniti d’America. (traslation from pd).