Un recente articolo di Eugenio Scalfari. . . .che mi fa pensare. . .

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Federalismo e contratti due scatole vuote
di
EUGENIO SCALFARI

SIAMO ormai entrati in piena recessione economica e i nodi stanno venendo al pettine tutti insieme, ma la vera ondata di piena arriverà tra marzo e maggio come tutte le previsioni annunciano. Intanto non cessano e anzi aumentano le turbolenze provenienti dalla crisi finanziaria e bancaria.
Si pensava e si sperava che questo secondo fronte si fosse placato, invece non è così. Dopo la Banca di Scozia la tempesta ha ripreso la sua virulenza sulle “majors” americane: la Bank of America, la JpMorgan-Chase, la Citigroup.
L’industria automobilistica dal canto suo non si regge più sulle sue gambe e interventi pubblici sono dovunque invocati e in molti paesi hanno già avuto attuazione.
In questo quadro recessivo mondiale che ormai comprende anche la Cina e le altre potenze emergenti, si stagliano per quanto riguarda l’Italia alcuni problemi specifici con caratteristiche proprie ai quali il calendario politico ha impresso nei giorni scorsi una forte accelerazione: il federalismo fiscale, la riforma contrattuale, i provvedimenti anticrisi, la ricerca delle risorse necessarie per farvi fronte e gli strumenti più appropriati da usare.
Di questi problemi intendo oggi occuparmi ma non voglio esimermi da un cenno preliminare che riguarda le prime iniziative del nuovo presidente degli Stati Uniti.
Ha preso tempo fino a febbraio per presentare un piano anticrisi di 825 miliardi di dollari cui seguiranno – ha annunciato – altri stanziamenti con l’obiettivo di creare nuovi posti di lavoro e un consistente sostegno dei redditi falcidiati dalla crisi. Nel frattempo ha marcato con provvedimenti immediati una profonda discontinuità rispetto alla politica del suo predecessore.


In politica estera ha messo al primo posto in agenda il tema del Medio Oriente chiamando a raccolta i protagonisti: Israele, Palestinesi, Paesi Arabi, Iran. Ha teso la mano all’Iran. Ha ribadito la lotta al terrorismo e l’importanza del fronte afgano. Ha dato inizio alla procedura per il ritiro delle truppe dall’Iraq.
Fin dal primo giorno ha abolito la tortura praticata in molte carceri speciali gestite dalla Cia. In tema di diritti ha ripreso i finanziamenti per la ricerca sulle cellule staminali ricavate dagli embrioni ed ha riconosciuto alle donne la responsabilità primaria di decidere sul proprio aborto.
Barack Obama è profondamente religioso ma la sua fede non gli ha impedito di iniziare una politica dei diritti profondamente laica. L’uomo di fede si raccoglie spesso in preghiera nella sua chiesa, ma il presidente degli Stati Uniti tutela i diritti fondamentali come prescrive la Costituzione del suo Paese alla quale ha giurato fedeltà.
Ecco un esempio che ci viene da una grande democrazia e che ci auguriamo serva da punto di riferimento per tutti.


La legge sul federalismo fiscale è stata approvata in Senato con il voto compatto del centro-destra, l’astensione del centro-sinistra e il voto contrario dell’Udc di Casini.
Bossi ha dato atto all’opposizione d’aver scelto un atteggiamento di saggezza che ha reso possibile un passo avanti di una riforma che la Lega ritiene essenziale. I commenti dei “media” hanno accolto con favore (e alcuni con moltissimo favore) questa novità parlamentare definendola “storica” e auspicando che possa estendersi ad altri temi sul tappeto a cominciare dalla riforma della giustizia. Si è parlato addirittura di un asse Veltroni-Bossi con ricadute importanti sul quadro politico italiano. E’ stata notata una palese irritazione di Berlusconi.
E’ questa la realtà di quanto è accaduto? Oppure si tratta di una rappresentazione che contiene alcuni elementi di verità ed altri di falsità? Un elemento di verità riguarda i contatti tra il Partito democratico e la Lega. Sono stati frequenti e hanno dato luogo ad una riscrittura di alcune parti importanti della legge. Sulla valutazione delle differenze esistenti tra regioni povere e regioni ricche in materia di evasione fiscale, di efficienza organizzativa e di tempistica necessaria per rendere omogenei questi parametri.

Sull’istituzione di una Commissione che emetta i pareri richiesti per l’emanazione dei regolamenti attuativi della legge-delega. Sulla necessità di indicare i tributi propri delle Regioni e dei Comuni. Sulla parità dei diritti riconosciuti agli utenti di pubblici servizi (sanità, giustizia, trasporti, assistenza) sulla base di identici standard in tutto il territorio nazionale.
Il “modello lombardo” che inizialmente fu la posizione della Lega e di tutto il centro-destra è stato abbandonato nel corso d’una trattativa durata molti mesi i cui risultati finali sono maturati nel lavoro in commissione parlamentare e infine approvati in aula.
Ma i risultati negativi non mancano e sono tutt’altro che marginali. Il primo riguarda lo squilibrio di fondo tra il Nord e il Sud, che la riforma così come è stata concepita aggraverà. Per limitare quest’aggravamento sarà inevitabile procedere con due diverse velocità. Il Nord potrà attuare la normativa via via che i regolamenti attuativi saranno emanati (con l’indispensabile accordo della conferenza Stato-Regioni); il Sud chiederà più tempo e continuerà a pesare sulla fiscalità generale.
Il secondo elemento negativo riguarda la completa assenza di stime circa il costo immediato della riforma e il costo di quando sarà a regime. Il ministro Tremonti, appositamente convocato in Parlamento per dare delucidazioni in proposito, ha dichiarato che era impossibile indicare cifre: mancano studi e criteri omogenei di valutazione. In queste condizioni nessuno può azzardare un pronostico, sarebbe come giocare alla lotteria specie in una fase terremotata dell’economia mondiale.
Tremonti ha indubbiamente ragione: il costo del federalismo fiscale così come è configurato nella legge-delega che è un manifesto ideologico più che una legge vera e propria, non è prevedibile. In realtà la legge-delega è uno scatolone vuoto, un indirizzo politico, non ci sono misure attuative, non esiste una carta delle autonomie locali che indichi chi fa che cosa; è aperta la questione delle provincie e delle aree metropolitane; è apertissimo il rapporto tra Regioni e Comuni; non è risolto il tema essenziale dei tributi propri.
In realtà questa non doveva essere una legge-delega ma semplicemente una legge di indirizzo alla quale doveva seguire una legge-delega ancorata ad una normativa concreta che sarebbe servita al Parlamento per controllare l’aderenza dei decreti delegati alla normativa indicata. In mancanza di criteri si tratta dunque di una delega in bianco, il classico caso del budino il cui gradimento si può misurare soltanto quando sarà stato mangiato. Si può approvare una riforma di questo tipo? Che di fatto instaura una “secessione fiscale” della Padania dal resto del paese? Senza conoscerne gli effetti sulle finanze dello Stato? Ha scritto Luca Ricolfi sulla “Stampa” che la legge-delega dovrebbe almeno prevedere degli anticorpi, cioè impedire fin d’ora sconfinamenti di deriva macro-economica riportando in capo allo Stato il potere di modificare la legge quando i suoi esiti mettessero a repentaglio i parametri di stabilità nazionali e internazionali. Ricolfi ha ragione, ma questi anticorpi mancano purtroppo del tutto.
Dunque la legge-delega così come è uscita dall’aula del Senato a mio avviso non può essere approvata dal centro – sinistra alla Camera se almeno quegli anticorpi non saranno inseriti. Il voto al Senato ha avuto il pregio di riconoscere i miglioramenti ottenuti e di dimostrare che il federalismo fiscale è obiettivo condiviso. Ma qui dovrebbe finire la condivisione su una delega impropria e non cifrata, priva di clausole di salvaguardia chiare e imperative.
Del resto l’astensione al Senato ha valore di voto contrario. La traduzione letterale sulla base del regolamento della Camera è il voto negativo. I “nordisti” del Pd fanno bene a voler competere con la Lega ma debbono farlo su un terreno appropriato alla vocazione di un partito nazionale quale è e vuole essere il Pd. Lo slogan di trattenere sul posto le entrate e destinarle alle spese di quel posto è il mantello d’Arlecchino e non può essere una visione nazionale del bene comune. Voglio sperare che i piemontesi, i lombardi, i veneti del Partito democratico non dimentichino la storia del nostro paese e il contenuto che i loro avi dettero alla sua unità.

 

Nella stessa settimana del voto al Senato sul federalismo fiscale il governo aveva convocato le parti sociali e le Regioni per discutere le misure anticrisi.
Questo e solo questo era l’ordine del giorno per il meeting a Palazzo Chigi di venerdì 23 gennaio.
La discussione è durata pochi minuti. Infatti le misure anticrisi ruotavano soprattutto sul finanziamento degli ammortizzatori sociali (cioè sulla Cassa integrazione e altri analoghi istituti) che Tremonti vuole effettuare “senza oneri per il bilancio”. Il solo modo per realizzare quell’obiettivo è di cercare i soldi necessari fuori dal bilancio, ma dove? Togliendoli alle Regioni e agli impieghi da esse previsti. Il “tesoretto” desiderato da Tremonti per finanziare gli ammortizzatori ammonta a 8 miliardi di euro da prelevare a carico dei fondi europei erogati alle Regioni per far fronte alla formazione dei lavoratori, che è un’altra forma di sostegno del reddito e di preparazione professionale.
Le Regioni presenti al meeting di venerdì hanno obiettato al ministro dell’Economia che non avrebbero accolto le sue richieste se prima egli non avesse indicato quali erano le risorse che lo Stato metterà sul tavolo da parte sua e tutto è stato rinviato a giovedì prossimo.
A questo punto Epifani si è alzato ritenendo che la riunione fosse terminata ma ha constatato con stupore che tutti gli altri rappresentanti delle parti sociali (sindacati, commercianti, banchieri, cooperative, Confindustria) restavano seduti. Ha chiesto se c’erano altre questioni da esaminare. “Visto che siamo qui tutti” ha risposto Gianni Letta “utilizziamo l’incontro per discutere la riforma contrattuale”.
La signora Marcegaglia a quel punto ha distribuito un documento sulla contrattazione privata e il ministro Brunetta ha distribuito un altro documento sulla contrattazione del pubblico impiego. Epifani ha chiesto 24 ore di tempo per l’esame dei due testi, preliminare alla discussione che ne sarebbe seguita.
Silenzio assoluto. “Debbo dedurre che i testi non sono emendabili?”, ha domandato il segretario della Cgil. Ancora silenzio. A questo punto Epifani ha preso la via dell’uscio senza che alcuno lo trattenesse.
Mi spiace di non aver letto questo racconto sui giornali di ieri, eppure esso fa parte integrante dello “storico” incontro sulla riforma dei contratti ed è – diciamolo – abbastanza stupefacente.

 

Ma andiamo al merito di questa riforma che il maggior sindacato italiano non ha firmato.
E’ vero che essa diminuisce l’importanza del contratto nazionale e rivaluta il contratto di secondo livello agganciandolo alla produttività. Ed è vero (come ha ricordato Enrico Letta sul “Corriere della Sera” di ieri) che questa rivalutazione é suggerita dalle mutazioni dell’economia post-industriale ed era già stata proposta dal governo Prodi. Quante buone cose aveva avviato il governo Prodi, vengono fuori un po’ per volta e una ogni giorno; alla fine i suoi truci nemici di ieri gli faranno costruire un monumento in vita, magari a cavallo della sua bicicletta.
Basta. E’ anche vero che la riforma prevede un’inflazione al tasso adottato dalla contabilità dell’Eurostat al netto delle importazioni di beni energetici. Questo punto di riferimento è probabilmente migliore dell’inflazione programmata usata finora nei contratti. Ma qui cessano le virtù della riforma. Vediamone i difetti.
1. Riformare i contratti e agganciarli alla produttività in una fase di recessione, licenziamenti, diminuzione produttiva è come costruire caloriferi all’Equatore e frigoriferi ai Poli. Ma, si obietta, almeno la riforma sarà già pronta quando la crescita riprenderà.
2. L’accordo firmato venerdì non è un vero accordo sindacale e infatti si chiama “linee guida”. Documento di indirizzo. Dopo la sua approvazione saranno discusse le linee guida di area e infine si arriverà ai contratti nazionali di categoria veri e propri. Diciamo che la costruzione è alquanto barocca, le linee guida sono più o meno un altro scatolone come la legge delega sul federalismo. Ma da dove viene l’urgenza? zbe3zyca9ptkizcavere1fcaaau5yjcajx1fp8caxfdb34ca0hcpmccad16svyca6mhod7cauctl48camue5d5caxh08mlcanxtudica40nnjgcan4fpzwcajwvie8ca0h8z65ca6pdp7rcawej0uq
3. L’urgenza viene dal fatto che Confindustria e sindacati (assente la Cgil) avevano stabilito il valore del “punto” retributivo al quale applicare il tasso d’inflazione Eurostat per determinare l’ammontare dei contratti di categoria. Il valore di quel “punto” è inferiore a quello attualmente vigente e sul quale sono stati costruiti i contratti fino a questo momento: inferiore di un 15 per cento nella migliore delle ipotesi. Non so se Enrico Letta fosse al corrente di questo piccolo dettaglio. Forse non guarderebbe con tanto ottimismo all’accordo di venerdì scorso.
In sostanza l’operazione prevede una piattaforma al ribasso dei contratti nazionali, da recuperare nei contratti di secondo livello che saranno stipulati azienda per azienda, con esplicita esclusione di contratti di “filiera” riguardanti aziende di analoga struttura e produzione.
Poiché il 95 per cento delle imprese italiane sono di piccolissime dimensioni, ciò significa che per una moltitudine di lavoratori il contratto di secondo livello non ci sarà mentre il contratto nazionale di base partirà con una decurtazione notevole.
E’ così che stanno le cose? Lo domando alla signora Marcegaglia e a Bonanni e Angeletti. Sarò lieto di essere smentito sulla base di fatti provati, ma se così è, a me sembra scandaloso.

(….)
(25 gennaio 2009) http://www.repubblica.it/2008/04/sezioni/politica/scalfari-fondi-2/scalfari-25gennaio/scalfari-25gennaio.html

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