Un Eroe Borghese – Ricordo dell’avvocato Giorgio Ambrosoli

giugno 30, 2009

img_190045_lrg30 anni fa l’omicidio del liquidatore della Banca Privata

Giorgio Ambrosoli,

quando l’onestà

costa la vita

Giorgio Ambrosoli era un avvocato milanese1, esperto in liquidazioni coatte amministrative. Fu nominato Commissario Liquidatore della Banca Privata di Michele Sindona nel 1974. Fu assassinato l’11 luglio 1979 da un sicario ingaggiato dal banchiere siciliano.

Ambrosoli non aveva appartenenze politiche, era cresciuto in un ambiente conservatore e da giovane aveva simpatizzato per l’Unione monarchica e per la Gioventù liberale, ma era soprattutto un professionista serio ed uomo onesto, tanto onesto da non cedere a ricatti e minacce, tanto onesto da farsi ammazzare.

Un eroe borghese, come lo dipinse Corrado Stajano in un bellissimo libro del 1991. Quando accettò l’incarico dal Governatore della Banca d’Italia certo non immaginava i guai cui sarebbe andato incontro, ma gli bastò pochissimo per

rendersi conto che dietro quel crac si nascondeva un intreccio di politica, finanza, poteri costituiti e poteri occulti, malavita.

Ogni giorno che passava si imbatteva in documenti che provavano come il bancarottiere siciliano fosse legato a filo doppio a politici di primo piano, a banchieri burattini, a uomini di chiesa troppo attaccati alle cose terrene, a torbidi

manovratori della massoneria e infine a magistrati asserviti alla mafia.

Umberto Ambrosoli, figlio minore dell’avvocato milanese liquidatore dell’impero Sindona, ha dedicato alla memoria del padre “Qualunque cosa succeda”2.

È una meticolosa ricostruzione della vicenda Sindona, inquadrata nella storia dell’Italia di quegli anni e dal punto di vista di un ragazzo che vede sconvolta la vita della sua famiglia. Papà Giorgio era un cocciuto uomo di onesti principi; il difficile lavoro di liquidatore di quell’impero del male diventa per lui e per sua famiglia un fatto privato.

Scrive Umberto: “Toccare con mano la disinvoltura con la quale lo IOR ha operato assieme a Sindona genera in papà una sorta di imbarazzo, quasi una crisi della dimensione spirituale. Ma per noi tre continua a volere una formazione religiosa”. Sembra di vederlo quest’uomo intimamente credente sconvolto dalle scoperte sullo IOR, l’Istituto finanziario del Vaticano e le “strane alleanze” di mons. Marcinkus, e che si pone il problema se continuare o no ad allevare i figli nel rispetto dei valori di cui quelle persone dovrebbero essere i custodi.

Ambrosoli non era un uomo qualunque, era una persona non solo retta, ma anche determinata. La sua lunga e puntigliosa indagine lo portò a scoprire nel dissesto della Banca Privata le complicità con la malavita, ma anche i puntelli che la politica regalava al bancarottiere siciliano con i soldi dei contribuenti; di ciò oltre che indignato e addolorato, era quasi stupito: un mondo in cui trovava difficile riconoscersi.

Eppure paradossalmente, Umberto rivela che suo padre era incuriosito da Sindona, un personaggio dalla luciferina intelligenza: “Da quattro anni è come se vivesse a contatto con lui, ogni giorno; ha sgarbugliato la matassa compatta che quello aveva creato; ha riconosciuto la sua intelligenza e abilità e il loro malizioso utilizzo, che certo non può stimare. Doti sprecate”. Nel dicembre 1978, quando si reca a New York per rendere una testimonianza in tribunale, Ambrosoli passa davanti al Pierre, l’albergo dove sa che vive (agli arresti) Sindona; scrive sulla sua agenda: “Cerco inutilmente Michele Sindona passando

davanti al Pierre”. Da lì a pochi mesi l’inquilino del Pierre lo fece assassinare.

In un clima di tensione e di pressioni anche politiche molto forti, Ambrosoli concluse la sua inchiesta, il giorno prima di sottoscriverne la dichiarazione formale, l’11 luglio 1979, fu ucciso da un sicario3 fatto appositamente venire dall’America.

Nessuna autorità pubblica presenziò ai funerali, ad eccezione della Banca d’Italia con il governatore Paolo Baffi.

Il 18 marzo 1986 a Milano, Michele Sindona4 fu condannato all’ergastolo. Due giorni dopo la condanna fu avvelenato con un caffè al cianuro nel supercarcere di Voghera: morì dopo 48 ore. Il 18 giugno 1982 era morto Roberto Calvi, un’altro banchiere dalle amicizie pericolose.

I misteri d’Italia hanno inghiottito queste morti, di cui tutto o quasi si sa, ma in un contesto di assoluta e inestricabile opacità: i colpevoli avevano amici potenti, appoggi politici, ma nella rete finirono i pesci piccoli o quelli abbandonati.

Giorgio Ambrosoli non ebbe dopo la sua tragica morte grandi riconoscimenti, nonostante il sacrificio estremo con cui aveva pagato la sua onestà e la sua passione civile.

La figura dell’avvocato schivo ma risoluto fu splendidamente ricordata dal libro di Corrado Stajano, intitolato Un eroe borghese, divenne più nota dopo il film omonimo di Michele Placido.

1Notizie e riflessioni di questo editoriale sono tratti dall’articolo di Orazio Carabini, tratto da Il Sole 24 Ore

2 Sironi editore, Milano, pagine 349, euro 18.

3 William J. Aricò

4 Insieme a Roberto Venetucci , un trafficante d’armi che aveva messo in contatto Sindona col killer


Quante Crisi ? Molte. . . .

giugno 28, 2009

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Una lettera al PD di Roma.

giugno 28, 2009

A6O1RLWCADO1EYPCA1RQV7QCAHVNV1MCADRVURFCAFB4WXACA6S8H84CA3FDXFOCADP1AYMCA1A6O7DCAV67BFLCA2D51OJCAEN6FKYCA0TGO5BCAO9HDVLCA2F9BRMCAJW1RFXCAAK4OSFCAQEO5QLUn conoscente mi fa partecipe di quanto ha voluto scrivere al PD in prossimità del loro congresso dell’11 ottobre prossimo venturo.

 

Torno a scriverVi, approfittando dell’invito che pressapoco recita così “abbiamo bisogno del tuo contributo”, per comunicare quale è il punto di vista di molti anonimi cittadini circa il prossimo congresso dell’11 ottobre e circa le primarie del 25 ottobre p.v.

Questo congresso lo si valuta come passaggio necessario ed importante per il nostro partito se non altro per definire, senza ambiguità ed inutili tatticismi politici, il futuro progetto/programma politico che dovrà definirne inequivocabilmente l’identità e ricreare quelle condizioni di nuova sintonizzazione fra, appunto, il Pd ed i suoi elettori, fra i suoi simpatizzanti ed infine con tutta la nostra comunità civile ed operosa, che da tempo non si appassionava più ad un certo modo di far politica in una atmosfera di estrema confusione dove si aveva l’impressione che venivano poco praticate discussioni sui programmi in luogo della solita nomenclatura, intorno alla quale veniva quindi imbastita un pseudo-opposizione, risultata così debole da non piacere a molti cittadini.

Oggi viviamo una specie di corto circuito sociale dove sembra aleggiare una limitazione della libertà sui condivisi principi della nostra democrazia, conquistata con il sacrificio di molti di noi italiani e sancita dai padri costitutivi nella nostra Costituzione Repubblicana. Da troppi anni siamo spettatori di una politica aspra, dura, ipocrita e piena di trabocchetti, tanto da farci rimpiangere, nel circuito della nostalgia della nostra memoria, il periodo post bellico ove ci si sentiva uniti davvero ed in virtù di una forte condivisione di molti valori sociali si è potuto realizzare il grande progresso sociale per giungere a possedere una delle migliori democrazie esistenti al mondo.

Siccome non si può vivere l’attualità con la testa sempre volta indietro, oggi ci si augura che il nostro prossimo congresso venga celebrato con la partecipazione di candidati che sappiano affrontare nelle loro relazioni argomenti seri, vitali per la nostra realtà civile e che quindi sappiano proporre concreti e seri progetti politici in un programma di opposizione parlamentare che renda l’azione del PD efficace nell’intercettare e risolvere le tante richieste di giustizia sociale, che l’imperante odierno relativismo ha ridotto e trascurato oltre ad aver liberato la nostra epoca da criteri di rilevanza politica disassembleando buona parte del nostro pubblico sistema sociale.

Certo non fa piacere a nessuno scorgere in questa fase precongressuale attriti fra le varie anime del nostro partito, quasi fossero in prossimità di una resa dei conti del tipo OK Corral, ma di ciò non si scandalizza più nessuno purché i candidati contendenti, nelle persone di Franceschini e Bersani, sappiano formulare ed avanzare, nel loro confronto politico alternativo, proposte che non contrappongano recenti e meno recenti presenze politiche ponendo erroneamente l’attenzione sul “chi” deve gestire il partito, ma su contenuti che sappiano dibattere il “perché” ed il “per come” mettere il PD al servizio del nostro Paese per iniziare a risolvere i molti problemi che ci affliggono e per tentare di conquistare elettoralmente voti nuovi e quelli di tutta quella gente che sin’oggi ha alimentato l’astenzione di molti elettori. Si, gran parte degli astenuti nelle varie tornate elettorali appartengono all’area della sinistra moderata italiana.

Quindi è necessario rivitalizzare l’anima di sinistra che appartiene alla nostra compagine politica e curare/valutare le alleanze con altre forze politiche sia sui programmi, sia sul gradimento politico degli elettori che trovano affini quei soggetti politici attenti alla giusta amministrazione della giustizia, senza la quale è difficile respirare un’aria di vera democrazia. Tanto è vero questo che è sufficiente osservare le ridicole stravaganze, gli inaspettati eccessi, i soliti scandali e le molte vicende giudiziarie che oggi portano continuamente alla ribalta alcuni personaggi dell’arcipelago della politica.

Certo avremmo un po’ tutti preferito una maggiore pluralità di candidati al congresso, come avremmo preferito assistere in un unico percorso congressuale nelle cui fasi e dopo il confronto pubblico delle diverse relazioni consegnava ai delegati o agli aventi diritto la responsabilità di votare la nuova linea politica del PD e conseguentemente del suo Segretario, con mozione finale. Il tutto rivolto trasparentemente all’esterno. . . . ai noi cittadini, al mondo con un equilibrio politico-culturale che sia il determinato prologo alla tutela del più debole, alla protezione sociale, alla giusta solidarietà, alla tutela dell’ambiente, alla volontà di seguitare alla costruzione dell’Europa, alla realizzazione di vere politiche atte al miglioramento ed al progresso della nostra società, alla tutela delle famiglie, alla cura dei nostri equilibri economici, alla cura della ricerca, al rinvigorimento dinamico delle nostre forze progressiste nella cura e nella responsabilità verso il mondo del lavoro sul quale è fondata la nostra Repubblica.

 

 


L’ Apo Regino.

giugno 19, 2009

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La politica si rinnova?

giugno 19, 2009

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La sfida della rete: forse verso nuove Leadership.

giugno 19, 2009

AA002WKCA06HNEHCAMINA01CAOAZ1EHCAU6O49XCANAV71GCA5F92QKCA4BQ02NCAVCDJXRCAQZNZQICAPS34P2CAAB13RLCACZ40CECANCARSPCA44M5EHCAPBH7YLCA62WIOGCAGWMOKXCA5MS0ZBPenso che la maggior parte di noi ha sempre considerato la politica un fatto molto importante per un paese di indole democratico per la realizzazione di una società giusta, solidale ed attenta alle necessità di tutti i suoi componenti. Un’aspirazione naturale da raggiungere con la messa a punto di un’insieme di programmi studiati e mediati nei luoghi di governo, ma oggi sembra che tutto quanto di buono ci si augurava rimane purtroppo disatteso ed irrealizzato al solo osservare quante nostre aziende chiudono i battenti o riducono la loro produzione o delocalizzano i propri siti produttivi per le troppe difficoltà dar seguito nel nostro territorio alla loro solita pluriennale attività, creando così un mare di disoccupati, che purtroppo non tutti possono essere assistiti dalla cassa integrazione guadagni. Oggi è quasi inesistente l’edilizia popolare, mentre è molto viva la speculazione immobiliare privata con tutti i suoi elevatissimi ed insensati prezzi di vendita; patiamo una pressione fiscale così elevata da essere unica nell’Europa; siamo continuamente involontari spettatori di una sequela di scandali al punto da esaurire ogni forma di fiducia verso una vasta pletora di furboni e scorretti personaggi che sono continuamente attenti solo alla cura ed al mantenimento delle loro prerogative economiche e di stato. . . . una continua delusione verso un default programmatico di una politica non di buon senso. I cittadini si attendono soluzioni concrete che possano risolvere i problemi della disoccupazione, dello scarso reddito e della in genere sicurezza sociale, invece oggi si balbetta sulla necessità di aderire ad un referendum costoso ed inutile in quanto l’odierna legge elettorale, riconosciuta dai più come pessima, poteva essere modificata nei luoghi di governo, con la partecipazione attiva di tutti, soddisfacendo le richieste della maggioranza del popolo elettoralmente attivo.

La politica sembra malata e per di più pare che non esiste, o non si desidera, applicare la giusta cura per ricondurre tutto con buon senso alle richieste popolari per dare così una necessaria boccata d’ossigeno a questa esausta Italia.

A questo proposito desidero proporre un contributo pervenutomi oggi ove si nota che questa tragica situazione non è stata analizzata solo da comuni cittadini, ma forse anche da personaggi presenti nei luoghi del potere politico e questi forse stanno già valutando il tutto per quindi giungere a proporre nuove soluzioni ed una nuova necessaria leadership.

 

Convegni e alleanze trasversali per disegnare una nuova leadership

FABIO MARTINI

ROMA
A tu per tu, il pignolissimo professor Domenico Fisichella glielo ha ripetuto tante volte: «Gianfranco, tu sei bravo, ma devi studiare di più…». Prediche inutili. Nella stagione di Alleanza nazionale, Gianfranco Fini è restato sempre lo stesso. Rapsodico, tatticista, fedele alla massima di un amico di gioventù di Benito Mussolini, il socialista Pietro Nenni, che diceva: «La politique d’abord», anzitutto la politica. Ma da quando, un anno fa, è diventato presidente della Camera è come se Fini avesse deciso di rifarsi una vita. Privatamente ma anche pubblicamente. Per molti mesi i suoi sherpa hanno lavorato sotto traccia per comporre una rete di contatti bipartisan e di eventi politico-culturali che, a cominciare da domani, si dispiegheranno nei prossimi mesi. Una raffica di appuntamenti che tracciano un disegno ambizioso, la costruzione a lungo termine di una leadership politicamente e culturalmente diversa da quella di Silvio Berlusconi.

Gli eventi preparati, se messi in fila, diventano eloquenti. Fra due settimane uscirà dalla più assoluta riservatezza in cui è restata per un anno l’Associazione «Italiadecide» ideata da Luciano Violante, presieduta da Carlo Azeglio Ciampi e concretamente sostenuta da Gianfranco Fini, che finora si è mossa in gran segreto e che – di anno in anno e con i poteri di una commissione d’inchiesta – cercherà di esplorare le ragioni dell’«indecisionismo» nazionale. Il primo rapporto – dedicato alle infrastrutture e frutto di audizioni riservate con i massimi manager del settore – verrà presentato il 2 luglio alla presenza del Capo dello Stato e del presidente della Camera. Domani intanto inizierà alla Camera un ciclo di iniziative (convegni, lezioni di Fini in diverse Università) sul tema della cittadinanza. Promuovono le Fondazioni vicine ai partiti della Prima Repubblica e l’obiettivo è quello di arrivare a un nuovo concetto di nazione e di cittadinanza, capace di includere i «nuovi italiani». Concettuosità che preludono però a questioni dirimenti, come il diritto di voto agli immigrati.

E ancora: da diverse settimane – senza darne pubblicità – gli sherpa della dalemiana Fondazione «ItalianiEuropei» e della finiana «Farefuturo» si sono messi al lavoro per scrivere, mica poco, un manifesto comune sulle riforme istituzionali. Fini e D’Alema si parlano sempre più spesso, come dimostra un altro evento che li vedrà ancora protagonisti assieme: dal 15 al 18 ottobre saranno di nuovo ad Asolo – bis dello scorso anno – per discutere di immigrazione. Tema scivoloso ma intrigante per chi vuole tenere le distanze dalla Lega: anche la Fondazione «Medidea» di Beppe Pisanu (l’ex ministro dell’Interno rimasto fuori nella nuova stagione berlusconiana) sta preparando per settembre assieme a «Farefuturo» un convegno sulle politiche per l’immigrazione. Certo, il triangolo Fini-D’Alema-Pisanu ha fatto le prove generali in occasione del convegno al quale i tre avevano invitato il colonnello Gheddafi e peggio di così non poteva andare, con quella storia del malore che si è rivelata una imbarazzante burla. Ma l’approccio bipartisan degli ultimi mesi consente a Fini una fluidità di contatti riservati, finalizzati a specifiche esternazioni: la recente sortita sulle gabbie salariali, in parziale antitesi con le teorie leghiste, è stata preparata grazie ad un colloquio con Savino Pezzotta, l’ex segretario della Cisl che nel precedente governo Berlusconi aveva stretto un buon rapporto personale con l’allora vicepresidente del Consiglio.

Ma intanto anche l’Europa di centro-destra che non ama Berlusconi, dopo aver studiato a lungo Fini, ora sta iniziando a lavorarci assieme. Anche perché all’estero le Fondazioni fanno da battistrada rispetto ai partiti, intrecciano relazioni anticipatrici. Il convegno – promosso da «Farefuturo» e dalla tedesca «Konrad Adenauer Stiftung» (emanazione della Cdu di Angela Merkel) in programma dopodomani al Cnel su «Il futuro del parlamentarismo in Italia e in Germania» alla presenza del presidente della Camera italiana e di quello del Bundestag Norbert Lammert – è l’evento visibile di una collaborazione carsica iniziata da tempo. Dietro alla quale c’è una storia curiosa. Negli Anni Cinquanta l’ex cancelliere democristiano Kondrad Adenauer aveva trascorso molte delle sue estati a Villa Collina sul Lago di Como. Fino a quando nel 1977 quella dimora fu acquistata dalla Fondazione Adenauer, che ha iniziato a organizzarvi convegni internazionali. Nei primi Anni Novanta gli scandali che colpirono la Cdu avevano consigliato una ritirata, ma ora la Adenauer – ritenendo strategica l’Italia – da cinque mesi è tornata, scegliendo come interlocutrice proprio «Farefuturo», con la quale ha messo in cantiere una fitta sequenza di seminari.

Ma anche la «Fondation pour l’innovation politique», di area Ump, guarda dalle parti di Fini: Sofia Ventura, la docente universitaria che su «Farefuturo-online» ha scritto l’articolo sulle veline che tanta eco ha avuto in Italia, in questi giorni è a Parigi per preparare le prime iniziative comuni tra le due fondazioni. E quanto agli spagnoli, il 28 e 29 giugno Fini sarà a Madrid, ospite della «Faes», la Fondazione di José Maria Aznar, che è sì un amico di vecchia data, ma dopo essere stato il pensionato-baby della politica spagnola, ora sta meditando il gran rientro. Ma Fini insisterà su un lavoro politico-culturale così ambizioso, o scarterà al primo incidente di percorso? E cosa tiene assieme iniziative tanto diverse? Alessandro Campi – l’uomo nuovo della galassia finiana, il creativo professore che alimenta tutto il cantiere – tiene il profilo alto: «Dentro queste iniziative c’è un’ambizione politica forte: immaginare che sia ora di “rifare l’Italia”. Frenando le spinte disgregatrici. Inglobando i nuovi italiani. Immaginando una nuova architettura istituzionale capace di decidere. Come si vede un progetto diverso da altri in campo, un progetto complesso, che non sarà facile realizzare. Ma è tutto chiaro, alla luce del sole».

 


Referendum Elettorale 2009 – Vota Si, Vota NO. . . meglio Astenersi!

giugno 16, 2009

Le ragioni per astenersi e far fallire il referendum elettorale in 60946_yoani_sanchez50 punti; e tutti i punti si riassumono in uno solo: salvare la democrazia.

Per questo diciamo no al referendum elettorale, non andando a votare dove si vota solo per il referendum, o rifiutando le schede del referendum se chiamati alle urne per il ballottaggio che si terrà in diversi comuni e province” (punto n. 50)

(a cura di Domenico Gallo)

Prima parte: considerazioni sulla vigente legge elettorale

1. Siamo tutti scontenti della vigente legge elettorale, unanimemente denominata “porcellum” con la quale si è votato nelle ultime due tornate elettorali (2006 e 2008).

2. Due sono i principali aspetti negativi di questa legge: le liste bloccate ed il premio di maggioranza.

3. Questa legge, attraverso le liste bloccate, ha espropriato gli elettori di ogni residua possibilità di scegliere i propri rappresentanti in Parlamento, conferendo a una ristrettissima oligarchia di persone (i capi dei partiti politici) il potere di determinare al 100% la composizione delle Assemblee legislative.

4. Con questo sistema elettorale i nomi dei candidati sono persino scomparsi dalla scheda elettorale, con la conseguenza che le scelte dei candidati operate dai capi dei partiti non possono in alcun modo essere censurate, sconfessate o corrette dal corpo elettorale.

5. Di conseguenza tutti i “rappresentanti del popolo” sono stati nominati da oligarchie di partito svincolate da ogni controllo popolare.

6. In questo modo gli eletti, più che rappresentanti del popolo, sono – anche in senso tecnico – dei delegati di partito, anzi del capo politico che li ha nominati, al quale sono legati da un vincolo di fedeltà estremo, restando così fortemente pregiudicato il principio sancito dall’art. 67 della Costituzione che prevede che “ogni membro del parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato”.

7. Il premio di maggioranza è un meccanismo truffaldino che interviene a manipolare la volontà espressa dagli elettori, trasformando – per legge – una minoranza in maggioranza.

8. Un sistema così fortemente distorsivo della volontà popolare non esisteva neppure nella c.d. “legge truffa” del 1953, che prevedeva che, per ottenere il premio di maggioranza, occorresse ottenere almeno la maggioranza dei voti popolari.

9. Con la legge truffa per conseguire il premio di maggioranza, che mirava a rendere più stabile il governo, occorreva godere del consenso della maggioranza degli elettori; la legge vigente, invece, trasforma una minoranza in maggioranza (attribuendole per legge il 54% dei seggi alla Camera) e sancisce il principio che per governare non occorre il consenso della maggioranza degli elettori.

10. La vigente legge elettorale ha introdotto delle soglie di sbarramento per l’accesso alla Camera ed al Senato che, se appaiono ragionevoli per i partiti che si riuniscono in coalizione (2% alla Camera e 4% al Senato), sono del tutto irragionevoli per i partiti esclusi dalle coalizioni (4% alla Camera e 8% al Senato). In questo modo milioni di elettori vengono esclusi dalla possibilità di essere rappresentati in Parlamento.

11. Infine la vigente legge elettorale, con l’indicazione sulla scheda del candidato alla presidenza del Consiglio, introduce una sorta di investitura popolare del Capo politico, mortificando il ruolo del Presidente della Repubblica a cui la Costituzione assegna il compito di nominare il Presidente del Consiglio.

Seconda Parte: quali modifiche introduce il referendum, con quali conseguenze

12. Il referendum proposto non corregge nessuno dei difetti del “porcellum” ma, al contrario, li aggrava, esaltandone le conseguenze negative.

13. Il referendum non restituisce agli elettori il potere di scelta dei propri rappresentanti politici, che la legge vigente ha sequestrato per conferirlo nella mani dei partiti, conservando le liste bloccate.

14. Il referendum propone sostanzialmente due modifiche della vigente legge elettorale: a) attribuisce il premio di maggioranza alla lista che abbia ottenuto anche un solo voto in più delle altre liste concorrenti, abrogando la possibilità che il premio venga attribuito ad una coalizione di partiti; b) determina il raddoppio delle soglie di sbarramento confermando per tutti la soglia del 4% alla Camera dei Deputati e dell’8% al Senato (che la legge attuale impone soltanto ai partiti non coalizzati)

15. Le conseguenze che verrebbero fuori dalla legge elettorale modificata dal referendum sarebbero nefaste per la democrazia e ne sovvertirebbero il metodo basilare per il quale le decisioni si prendono a maggioranza.

16. La nuova disciplina elettorale sancirebbe il principio che il potere di governo spetta ad una minoranza e deve essere consegnato nelle mani di un solo partito, a prescindere dal livello del consenso popolare ricevuto

17. Infatti, attribuire il premio di maggioranza ad una sola lista determina un incremento esponenziale del premio stesso, sovvertendo il rapporto fra i voti espressi ed i seggi ottenuti.

18. Nelle elezioni del 2006, a fronte di una ampia coalizione di forze politiche, che ottenne alla Camera il 49,8 %, il premio di maggioranza è stato del 4 %. Nelle elezioni del 2008, a fronte di una coalizione meno ampia, che ottenne il 46,8%, il premio di maggioranza è stato del 7%. Se si fosse votato nel 2008 con il sistema elettorale proposto dai referendari, la lista più votata (il PdL) con il 37,4% dei voti, avrebbe ottenuto il 54% dei seggi, cioè si sarebbe giovata di un premio di maggioranza del 16,6%. Vale a dire a un solo partito sarebbe stata attribuita dalla legge elettorale quasi il 50% in più della rappresentanza che gli sarebbe spettata in base ai voti ricevuti dagli elettori (cioè gli sarebbero spettati oltre 100 seggi in più rispetto ai voti ricevuti) .

19. Con questo sistema viene attribuito ad una singola lista un premio di maggioranza di proporzioni inusitate, che può consentire ad un singolo partito di ottenere in Parlamento una rappresentanza doppia rispetto al consenso ricevuto, a danno di tutti gli altri partiti e di tutti gli altri elettori.

20. La Corte Costituzionale, con la sentenza n. 15/2008, pur dichiarando ammissibile il referendum elettorale, ha adombrato un pesante sospetto di incostituzionalità segnalando al Parlamento: “l’esigenza di considerare con attenzione gli aspetti problematici di una legislazione che non subordina l’attribuzione del premio di maggioranza al raggiungimento di una soglia minima di voti e/o di seggi.”

21. Attraverso questo spropositato premio di maggioranza resta pregiudicato il principio costituzionale che il voto è uguale per tutti. Non tutti i cittadini saranno uguali nel voto perché il voto di taluni varrà il doppio rispetto al voto degli altri, tanto da consentire a una minoranza di diventare ex lege maggioranza e di fondare il governo non più sul consenso della maggioranza, ma su quello di una minoranza del corpo elettorale.

22. L’ulteriore effetto negativo è quello della riduzione forzata del pluralismo politico dovuta all’effetto combinato dell’incremento del premio di maggioranza e delle soglie di sbarramento.

23. Il corpo elettorale, proprio per la presenza di un così grave e destabilizzante premio di maggioranza, sarà costretto ad orientare le sue scelte sulle due principali liste in competizione. Ciò indebolirà tutti gli altri partiti, rendendo ancora più difficile superare lo sbarramento delle soglie raddoppiate dalla disciplina risultante dal referendum.

24. In questo modo dal bipolarismo forzato si passerà a un bipartitismo forzato, non determinato da scelte genuine del corpo elettorale, ma imposto dalle costrizioni del sistema elettorale

25. Questa situazione mortificherà ulteriormente la rappresentanza, riducendo la possibilità che il corpo elettorale possa ottenere che nel sistema politico siano rappresentati i bisogni, le esigenze, le culture ed i valori presenti nel popolo italiano.

26. In questo modo verrà introdotta, di fatto, una sorta di democrazia dell’investitura al posto della democrazia fondata sulla rappresentanza e la partecipazione dei cittadini come prevista dalla Costituzione.

27. La riduzione del pluralismo politico nelle assemblee legislative e la posizione di rendita assicurata a un solo partito politico, metterà a rischio la Costituzione, consegnandone il destino nelle mani di una sola parte politica.

28. L’attuale maggioranza politica, infatti, non può modificare a suo piacimento la Costituzione perché non dispone della maggioranza dei due terzi richiesta per escludere il referendum sulle leggi di modifica della Costituzione.

29. Se si fosse applicata alle elezioni del 2008 la legge elettorale con le modifiche proposte dai referendari, con lo stesso numero di voti, le forze politiche della attuale maggioranza (PDL + Lega) disporrebbero di circa il 62% dei seggi alla Camera. Con un piccolo sforzo potrebbero ottenere la maggioranza di due terzi necessaria per cambiare la Costituzione senza dover affrontare il giudizio del popolo italiano attraverso il referendum.

30. In questo modo si realizzerebbe una sorta di dittatura della minoranza, in quanto un solo partito, senza avere il consenso della maggioranza del popolo italiano, avrebbe nelle sue mani il controllo del Governo e la possibilità di eleggere – da solo – il Presidente della Repubblica, mentre una sola parte politica (cioè il partito beneficiato dal premio di maggioranza più i suoi alleati) avrebbe la possibilità di nominare i giudici della Corte Costituzionale e di modificare a suo piacimento la Costituzione.

31. Gli effetti che il referendum produrrebbe sul sistema politico sono stati già parzialmente sperimentati nelle elezioni politiche del 2008, quando i capi dei due principali partiti in competizione hanno deciso di restringere le coalizioni, limitandole ad una alleanza fra due soli partiti. In questo modo i partiti esclusi dalla possibilità di competere per il premio di maggioranza hanno perso una parte del loro genuino consenso elettorale e sono stati stroncati dal raddoppio delle soglie di sbarramento alla Camera ed al Senato.

32. In conseguenza di questa interpretazione delle legge elettorale sulla scia del modello proposto dal referendum, circa tre milioni di persone hanno perso ogni forma di rappresentanza in Parlamento, sono stati, pertanto, esclusi dal circuito della democrazia, mentre il tasso di astensionismo è cresciuto, essendo diminuita la partecipazione al voto dall’83,6% (2006) all’80,5% (2008).

33. Questa situazione di espulsione dal circuito democratico di milioni di persone, che abbiamo già sperimentato nelle elezioni del 2008, non sarebbe corretta dalle conseguenze del referendum, al contrario essa sarebbe ulteriormente aggravata perché le soglie di sbarramento raddoppiate varrebbero in ogni caso e per tutti i partiti.

34. Il sistema elettorale prefigurato dal referendum non esiste in nessun ordinamento di democrazia occidentale ma non rappresenta una novità assoluta nel nostro paese. Esso infatti si ispira alla legge “Acerbo” voluta da Mussolini, ed è stato già sperimentato nella storia d’Italia con le elezioni del 1924 che, schiacciando l’opposizione e le minoranze, aprirono la strada alla dittatura fascista.

35. Tuttavia la legge Acerbo era più democratica della disciplina che viene fuori dal referendum. Essa, infatti prevedeva che per accedere al premio di maggioranza, la lista più votata dovesse comunque superare la soglia del 25% dei voti e non imponeva soglie di sbarramento.

36. Per questo nel Parlamento del 1924 ebbero accesso – sia pure a ranghi ridotti – tutte le forze d’opposizione, mentre nel Parlamento repubblicano eletto nel 2008 con il metodo referendario, le opposizioni sono state drasticamente falcidiate.

37. Una situazione simile a quella del 1924 si produrrebbe di nuovo in Italia se venisse approvato il referendum.

38. Il principio democratico della rappresentanza verrebbe colpito a morte perché non vi è rappresentanza senza pluralismo e senza la libertà del corpo elettorale di scegliere le persone e le forze politiche da cui farsi rappresentare. Di conseguenza verrebbe meno il carattere democratico della forma di Governo.

39. Si produrrebbe quindi, attraverso la riforma elettorale, una riforma di fatto della Costituzione.

40. Il modello di democrazia, concepito dai padri costituenti, fondato sul pluralismo, sulla centralità del Parlamento e sulla partecipazione popolare dei cittadini associati in partiti, verrebbe definitivamente stravolto e sostituito da un ordinamento oligarchico.

Terza parte: come opporsi al referendum beffa

41. Per non tornare al 1924 bisogna respingere il referendum, utilizzando gli strumenti che la Costituzione ha messo a disposizione del corpo elettorale.

42. I Costituenti hanno previsto che i proponenti del referendum abrogativo devono superare una doppia soglia di consenso per poter raggiungere lo scopo dell’abrogazione delle norme prese di mira. Per questo la Costituzione prevede che la proposta è approvata soltanto se ha partecipato alla votazione la maggioranza degli aventi diritto e se è raggiunta la maggioranza dei voti validamente espressi.

43. A differenza che nelle elezioni politiche, che mirano al rinnovo di assemblee politiche le quali devono necessariamente essere rinnovate, nel referendum il voto non è un dovere civico, in quanto la proposta di abrogazione non deve necessariamente essere approvata o respinta. Nel referendum gli elettori scelgono liberamente se andare o non andare a votare, a seconda dei risultati che vogliono conseguire.

44. Questa volta la chiamata degli elettori alle urne per il referendum nasconde un inganno: essa sfrutta l’insoddisfazione generale che tutti noi nutriamo verso questa legge elettorale (il porcellum) per spingerci ad un voto che, qualunque sia il risultato, non può avere altro effetto che quello di rafforzare il porcellum.

45. Infatti, se prevalessero i no, l’effetto sarebbe quello paradossale di offrire ai fautori dell’attuale legge elettorale imposta dalle oligarchie il destro di dire che la legge avrebbe avuto l’avallo di un voto popolare.

46. Se prevalessero i si, l’effetto sarebbe quello di blindare l’attuale legge elettorale, nella versione peggiorata proposta dai referendari. Il parlamento difficilmente potrebbe metterci mano per effettuare delle modifiche, sia perché gli si potrebbe obiettare di essere vincolato dalla volontà popolare espressa attraverso il voto referendario, sia perché la legge così modificata piacerebbe ancora di più alla maggioranza che vuole restringere gli spazi e le opportunità della democrazia.

47. Per questo si tratta di un referendum beffa: chiama alle urne dicendo di voler ammazzare il porcellum, ma in realtà lo ingrassa e lo rende intoccabile, qualunque sia la risposta al quesito referendario.

48. L’unico modo per non essere beffati, per dire NO alla proposta referendaria, è quello di disubbidire alla chiamata alle urne che i proponenti vogliono imporre al popolo italiano.

49. E’ questa l’unica strada per lasciare aperta la possibilità di una riforma elettorale che restituisca agli elettori i poteri che sono stati loro confiscati con il porcellum.

50. Per questo diciamo No al referendum elettorale, non andando a votare, dove si vota solo per il referendum, e rifiutando le schede del referendum, se chiamati alle urne per il ballottaggio che si terrà in diversi comuni e province.

by Raniero La Valle

 

Quanti milioni di euro sprecati per questo referendum elettorale!