Un Eroe Borghese – Ricordo dell’avvocato Giorgio Ambrosoli

img_190045_lrg30 anni fa l’omicidio del liquidatore della Banca Privata

Giorgio Ambrosoli,

quando l’onestà

costa la vita

Giorgio Ambrosoli era un avvocato milanese1, esperto in liquidazioni coatte amministrative. Fu nominato Commissario Liquidatore della Banca Privata di Michele Sindona nel 1974. Fu assassinato l’11 luglio 1979 da un sicario ingaggiato dal banchiere siciliano.

Ambrosoli non aveva appartenenze politiche, era cresciuto in un ambiente conservatore e da giovane aveva simpatizzato per l’Unione monarchica e per la Gioventù liberale, ma era soprattutto un professionista serio ed uomo onesto, tanto onesto da non cedere a ricatti e minacce, tanto onesto da farsi ammazzare.

Un eroe borghese, come lo dipinse Corrado Stajano in un bellissimo libro del 1991. Quando accettò l’incarico dal Governatore della Banca d’Italia certo non immaginava i guai cui sarebbe andato incontro, ma gli bastò pochissimo per

rendersi conto che dietro quel crac si nascondeva un intreccio di politica, finanza, poteri costituiti e poteri occulti, malavita.

Ogni giorno che passava si imbatteva in documenti che provavano come il bancarottiere siciliano fosse legato a filo doppio a politici di primo piano, a banchieri burattini, a uomini di chiesa troppo attaccati alle cose terrene, a torbidi

manovratori della massoneria e infine a magistrati asserviti alla mafia.

Umberto Ambrosoli, figlio minore dell’avvocato milanese liquidatore dell’impero Sindona, ha dedicato alla memoria del padre “Qualunque cosa succeda”2.

È una meticolosa ricostruzione della vicenda Sindona, inquadrata nella storia dell’Italia di quegli anni e dal punto di vista di un ragazzo che vede sconvolta la vita della sua famiglia. Papà Giorgio era un cocciuto uomo di onesti principi; il difficile lavoro di liquidatore di quell’impero del male diventa per lui e per sua famiglia un fatto privato.

Scrive Umberto: “Toccare con mano la disinvoltura con la quale lo IOR ha operato assieme a Sindona genera in papà una sorta di imbarazzo, quasi una crisi della dimensione spirituale. Ma per noi tre continua a volere una formazione religiosa”. Sembra di vederlo quest’uomo intimamente credente sconvolto dalle scoperte sullo IOR, l’Istituto finanziario del Vaticano e le “strane alleanze” di mons. Marcinkus, e che si pone il problema se continuare o no ad allevare i figli nel rispetto dei valori di cui quelle persone dovrebbero essere i custodi.

Ambrosoli non era un uomo qualunque, era una persona non solo retta, ma anche determinata. La sua lunga e puntigliosa indagine lo portò a scoprire nel dissesto della Banca Privata le complicità con la malavita, ma anche i puntelli che la politica regalava al bancarottiere siciliano con i soldi dei contribuenti; di ciò oltre che indignato e addolorato, era quasi stupito: un mondo in cui trovava difficile riconoscersi.

Eppure paradossalmente, Umberto rivela che suo padre era incuriosito da Sindona, un personaggio dalla luciferina intelligenza: “Da quattro anni è come se vivesse a contatto con lui, ogni giorno; ha sgarbugliato la matassa compatta che quello aveva creato; ha riconosciuto la sua intelligenza e abilità e il loro malizioso utilizzo, che certo non può stimare. Doti sprecate”. Nel dicembre 1978, quando si reca a New York per rendere una testimonianza in tribunale, Ambrosoli passa davanti al Pierre, l’albergo dove sa che vive (agli arresti) Sindona; scrive sulla sua agenda: “Cerco inutilmente Michele Sindona passando

davanti al Pierre”. Da lì a pochi mesi l’inquilino del Pierre lo fece assassinare.

In un clima di tensione e di pressioni anche politiche molto forti, Ambrosoli concluse la sua inchiesta, il giorno prima di sottoscriverne la dichiarazione formale, l’11 luglio 1979, fu ucciso da un sicario3 fatto appositamente venire dall’America.

Nessuna autorità pubblica presenziò ai funerali, ad eccezione della Banca d’Italia con il governatore Paolo Baffi.

Il 18 marzo 1986 a Milano, Michele Sindona4 fu condannato all’ergastolo. Due giorni dopo la condanna fu avvelenato con un caffè al cianuro nel supercarcere di Voghera: morì dopo 48 ore. Il 18 giugno 1982 era morto Roberto Calvi, un’altro banchiere dalle amicizie pericolose.

I misteri d’Italia hanno inghiottito queste morti, di cui tutto o quasi si sa, ma in un contesto di assoluta e inestricabile opacità: i colpevoli avevano amici potenti, appoggi politici, ma nella rete finirono i pesci piccoli o quelli abbandonati.

Giorgio Ambrosoli non ebbe dopo la sua tragica morte grandi riconoscimenti, nonostante il sacrificio estremo con cui aveva pagato la sua onestà e la sua passione civile.

La figura dell’avvocato schivo ma risoluto fu splendidamente ricordata dal libro di Corrado Stajano, intitolato Un eroe borghese, divenne più nota dopo il film omonimo di Michele Placido.

1Notizie e riflessioni di questo editoriale sono tratti dall’articolo di Orazio Carabini, tratto da Il Sole 24 Ore

2 Sironi editore, Milano, pagine 349, euro 18.

3 William J. Aricò

4 Insieme a Roberto Venetucci , un trafficante d’armi che aveva messo in contatto Sindona col killer

Una risposta a Un Eroe Borghese – Ricordo dell’avvocato Giorgio Ambrosoli

  1. […] le prime minacce, quando tutti capirono che lui non si sarebbe mai fermato. Giorgio ha una piega amara sul sorriso […]

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