Nel ricordo del mio amico frate cappuccino.

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Stavo vivendo un periodo molto particolare quanto importante; non sono mai stato malizioso ma non ero nemmeno uno sprovveduto, ero il classico ragazzo figlio del dopo guerra, che sentiva forte il richiamo per la propria indipendenza. Già avevo vissuto l’esperienza del lavoro in fabbrica posta ai limiti della cintura urbana della città. Un’area industriale a qualche chilometro dall’estrema periferia disseminata da un buon numero di capannoni, quasi tutti simili nella loro forma a parallelepipedo sormontati da grandi evacuatori di fumo. Il lavoro svolto in quella fabbrica mi aiutò a formare e sviluppare quel primo bagaglio di conoscenze tali da affinare le mie attitudini lavorative e di relazione, elementi necessari ad una giovane persona, quale io ero, impegnata a cercare la sua strada ed il suo posto nel mondo.
I minuti scorrevano veloci, così le ore ed i giorni e l’aver conosciuto una ragazza, della quale poi mi innamorai, mi misero nella condizione in cui non mi ci volle molto altro tempo per capire quale poteva essere il mio futuro, ero felice ed ero certo di poterlo esserlo per sempre, poi negli anni non fu proprio così. . . .ma quest’ultimo fatto è un’altra storia, che ho già narrato in un’altra parte.
Comunque proprio in quegli anni, la mia fidanzata ed io, conoscemmo una persona veramente straordinaria, proprio una bella persona, un religioso, un frate cappuccino.
La prima volta che incontrai il futuro amico avvenne in un giorno di fine estate del sessantotto, quando mi recai nell’ospedale psichiatrico della città per vedere che fine aveva fatto un’anziana barbona, che dopo aver trascorso un’intera vita elemosinando fra le strade del mio quartiere, perse improvvisamente il senno a tal punto da farla ricoverare in un apposito luogo di cura, dove si sarebbe potuta curare, vestire ed alimentare. Una storia triste e drammatica quella della barbona e nel quartiere ci si era un po’ tutti affezionati ed all’epoca dei fatti solo il ricovero presso un simile ospedale avrebbe offerto delle possibilità di sopravvivenza all’anziana clochard, comunque appena varcata la soglia del manicomio mi trovai solo in mezzo ad un ampio androne e dopo qualche minuto mi venne incontro un frate cappuccino, che, informato del motivo della mia visita, mi accompagnò premurosamente, passando fra stanze e lunghi corridoi attraversati anche da un buon numero di ricoverati ed infermieri, sino al letto della povera ricoverata, che apparve in tutta la sua grave condizione che di lì a pochi giorni la portò inesorabilmente alla fine del suo calvario terreno. Questo triste episodio fu motivo di lunghe, fitte e sofferte considerazioni sulla vita a tale punto che io ed il frate ci ritrovammo spesso a percorrere a piedi buona parte della strada di ritorno, per me a casa e per lui alla chiesa dove risiedeva. Così nelle domeniche che seguirono, iniziai ad andare a messa nella sua chiesa per rispondere al suo invito di terminare i nostri discorsi iniziati all’ospedale. Mi raccontò della sua famiglia, della sua povertà, della grande fatica di crescere in una realtà umana che di sociale aveva ben poco, perché nelle comunità agricole si viveva quasi isolati e spesso si stava lontano dalla propria casa per accompagnare gli animali nei loro spostamenti stagionali fra pianure, colline e montagne. Malgrado le evidenti difficoltà riuscì a studiare ed ad un certo punto decise di entrare in una sorta di seminario dove c’erano dei frati per completare la sua istruzione scolastica e per iniziare ad approfondire la sua cultura religiosa, gli si era accesa da tempo una forte fiamma d’amore verso gli altri, verso tutte le persone povere, verso tutte quelle persone che sono tristi e massacrati dall’ingiustizia terrena. Così mi parlo del suo sentirsi chiamato a vivere un rapporto speciale con Gesù, che sentiva come suo unico riferimento e a Cui aveva sottomesso i suoi sentimenti, il suo cuore, il suo modo di ragionare, di vivere e di guardare al vero senso della vita imparando a distinguere il bene dal male. Il rapporto con la Fede lo aveva sempre vissuto in modo forte, intenso ed immediato, aveva imparato a lasciare sempre più spazio alla Fede ed ad essere spontaneamente fedele alla cosidetta “chiamata” del Signore per unirsi alla perseverante e paziente voce di Gesù che lo invitava a donarsi agli altri per testimoniare il dono della Sua presenza. Divenne frate cappuccino ed imparò a sentire il peso degli errori e dei peccati delle persone che si avvicinavano alla Confessione. Girò mezzo mondo in missione nelle aeree più dimenticate dove i bambini morivano per mancanza di cibo, di cure o nella violenza della guerra, quando tutti si dimenticano della Misericordia divina.
Il mio amico frate aveva un modo particolare di trasmettere il suo credo, tutti avremmo dovuto accostarci alla Fede, ma questa non sarebbe stata completa se si trascurava di credere nei valori di una società fondata sulla giustizia, sul rispetto reciproco, sulla democrazia con la cura e la consapevolezza di quanto possiede ed offre il cristianesimo.
Non discorrevamo solo di religione e delle reciproche vite, si scherzava e più di qualche volta ci siamo permessi di pranzare insieme ad amici ed alla mia fidanzata. Il suo saio di colore marrone scuro, con il lungo cappuccio e con la cinta di corda bianca lo rendevano immediatamente riconoscibile nella sua alta visibilità spirituale, che traspariva dal sorriso e dalla serenità sempre presente nella sua espressione. Tanta era la stima e la simpatia che insieme alla mia fidanzata gli chiedemmo di celebrare il nostro matrimonio nella sua chiesa, lui accettò e né prese l’impegno.
Però purtroppo non fu così, perché dopo un suo viaggio nel Biafra, tornò in pessime condizioni di salute e lasciò questa terra il cinque ottobre del millenovecentosessantanove. Avevo così perso il mio caro amico frate cappuccino, spesso mi soffermo al suo ricordo, al ricordo di un periodo felice della mia vita, quando ancora mi sosteneva la convinzione che i momenti sereni non mi avrebbero mai abbandonato.
Ho voluto così ricordare, tutto d’un fiato, un dei miei più grandi amici. Quando lo ricordo mi dispiace è che vivo la Fede in fasi alterne, spesso sotto zero, e ciò non gli rende ragione. Dovrei forse avere più fiducia nella speranza di avere tempi migliori, ma ho troppe cicatrici nel mio vissuto e forse non sufficiente tempo per recuperare. . . in un improbabile prossimo miracolo.

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