Prede e predatori, crudele simbiosi.

chagallNon ho alcuna intenzione di motivare il titolo di questo post con facili parallelismi o con immaginabili accostamenti a fatti recensiti dalla cronaca o da qualsiasi media, ma il mio unico scopo è quello di avere avuto purtroppo ancora conferma dell’esistenza di una razza di vampiri, che ancora non si fanno scrupolo di sfruttare alcune debolezze e criticità esistenziali di indigenti sfortunate persone succhiandone energie, anestetizzandone valori, forza morale e personali desideri di realizzare normali desideri di vivere un’esistenza meno sofferta dalle privazioni che impongono crudelmente l’assenza di lavoro e di un pur modesto reddito.
Il programma che avevo scalettato per la giornata di ieri era quello di scendere in prima ora in città per recarmi nella sede di un ente per consegnare un documento riferito alla mia persona e per principalmente riuscire a parlare con qualcuno presente nell’organigramma di vertice e nella responsabilità della sua gestione. Proprio per realizzare quest’ultimo importante proposito, avevo convenuto l’incontro in sede con un consigliere, ma questo, per motivi di salute, disertò l’appuntamento, ma questa improvvisa assenza non mi fece recedere dal programma, e poi dopo tutta quell’acqua che mi ero preso nei tratti percorsi a piedi non potevo certo rinunciare a quell’importante colloquio che mi ero prefisso di affrontare per capire il vero stato di salute dell’ente in parola. Così appena consegnato il mio documento, mi avventurai per il lungo e sinuoso corridoio del maestoso palazzo del ‘500 alla ricerca di un ufficio occupato, appunto, da un primario responsabile di quell’ente. Dopo qualche passo giunsi davanti all’ufficio del presidente, ma questi era assente, così mi rivolsi alla sua segretaria per convenirne un appuntamento. Dopo qualche tentativo di vanificare la mia priorità, riuscì a far ben comprendere a quella impiegata che ero ben determinato a voler colloquiare con il presidente e così rimasi d’accordo che appena fosse stata stabilita la disponibilità del mio futuro interlocutore sarei stato avvisato preventivamente per telefono. Mi allontanai da quell’ufficio con l’animo molto contrariato, comprendevo che si voleva evitare qualsiasi colloquio con qualsiasi socio ordinario a causa della pessima condizione di quell’ente. Nervosamente avevo iniziato a rigirarmi nella tasca il badge d’accesso, quando intravidi alla sinistra di quell’ampio e lungo passaggio la fisionomia del direttore. Allungai il passo di quel tanto per non dare troppo all’occhio circa la nuova direzione intrapresa, così giunsi in un minuto davanti al funzionario con il quale optai di parlare. Lo colsi in maniche di camicia sulla soglia del suo ufficio, mi presentai e chiesi qualche minuto di disponibilità, mi fu gentilmente accordata ed io, dopo qualche inutile amenità, entrai immediatamente nell’argomento che mi stava tanto a cuore e che mi preoccupava da non poco tempo. Purtroppo i miei timori risultarono tutti fondati, al che lo invitai a cercare qualche plausibile soluzione per evitare che venissero sacrificati altri posti di lavoro ed a questo proposito fui chiaro e diretto nel suggerire la soluzione di fare assumere le sfortunate future vittime nella grande azienda della quale bene o male questo ente dipendeva. Ci salutammo dopo aver ricevuto un impegno a tentare di realizzare il mio suggerimento, così usci da quell’enorme monumento reso cupo per la presenza di quell’insensibile organigramma, ancora troppo preso
dal diktat apparentemente non negoziabile di una grande azienda del terziario, che quasi certamente ha solamente brillato per una non sempre condivisibile gestione, così come le parti sociali non sembrano aver seriamente ostacolato alcune impopolari iniziative aziendali.
Comunque sono intenzionato a percorrere anche scelte difficili per avere ragione di quanto sarebbe giusto aspettarsi da un’azienda già largamente gratificata dai pubblici aiuti, dalla serietà ed impegno dei propri dipendenti, le cui fila sono state già pesantemente falcidiate da una sequela di operazioni che hanno creato molte migliaia di esuberi e forse né sta ancora programmando.
Comunque abbandonai con passo lungo quella fabbrica di malumore, l’orologio mi rivelò che s’era fatto più tardi del previsto, così con una nuvola di non buoni proponimenti mi avviai verso una birreria, un pab per mangiare qualcosa e per dar tempo al mio umore di tornare razionale per così riprendere a ragionare su quello che mi sarebbe utile decidere in un prossimo futuro. Entrai in una storica antica birerria, nota come frequente ritrovo di turisti, di cittadini, di giovani e di persone che volevano rilassarsi, ridere, bere e ben mangiare in un ambiente che dipana gli affanni e che sostiene gli sguardi fra i disegni rimasti sempre uguali nel corso di quasi un secolo. Un posto ben indicato per rivisitare i ricordi di un tempo ormai trascorso ed avere la possibilità di rivolgere l’attenzione su ciò che oggi è presente, come i sempre numerosi avventori, seduti davanti al gran numero di tavoli di colore marrone, mentre un gran numero di camerieri e cameriere sfrecciano sostenendo enormi boccali di birra e piatti con una varietà di saporite vivande. A colpo d’occhio non mi sembrava ci fosse posto anche per me, per questo feci lentamente la spola nelle tre sale e non scorsi alcun tavolino libero, stavo dirigendomi all’uscita per aspettare o per andarmene di nuovo verso casa, quando scorsi un braccio agitarsi come se qualcuno volesse farsi notare, girai lo sguardo verso una giovane donna, che, con il solo movimento della mano, mi invitava ad avvicinarmi. Cosa che feci e con sorpresa fui invitato a prendere posto nel suo stesso tavolo, intanto era sola e di spazio ce n’era. Il suo sguardo simpatico mi convinse di accettare, così mi accomodai proprio di fronte a lei allungando contemporaneamente il mio braccio per stringerle la mano come ringraziamento per la cortesia e per presentarci, il suo nome era Maria, avrà avuto una trentina d’anni con un fisico snello e ben proporzionato con un viso appena truccato e ben incorniciato da lucenti capelli di colore biondo un po’ mesciato e con l’espressione accesa da due meravigliosi occhi chiari,venati di verde, ma di questo non né sono certo in quanto mi era impossibile avvicinarmi di più e poi non mi sarei azzardato a tanto. Le nostre prime comunicazioni presero la via della simpatia e della spontaneità, fermammo al volo una gentile cameriera per ordinare due arrosti misti, come per dire un’insieme di salciccie – wurstel – pancetta – patate fritte – olive ascolane e crauti, da bere due birre chiare medie. . . . roba da svenire per il colesterolo e per la pressione. Ma iniziavo a rilassarmi e quella inaspettata compagnia mi stava facendo dimenticare tutti i neri pensieri di quella mattinata. Parlammo del più e del meno, le raccontai qualcosa di me e lei con un’inaspettabile spontaneità iniziò a parlarmi di sé, ma il tono con cui iniziò le sue confidenze mi rivoluzionò l’umore ed una punta di tristezza stava montando dentro di me, ma non gli permisi di straripare oltre i miei occhi.
Maria era originaria di un piccolo comune della Basilicata. Con la sua famiglia abitava in un piccolo casolare, poco distante dalla zona più abitata, il padre aveva delle pecore e si arrangiava anche a vendere rottami di ferro, la madre era la classica lucana che si occupava della casa e dava una mano con le bestie. Il fratello, più grande di lei di appena due anni, dopo le scuole elementari imparò a fare lo “scarparo” in una bottega del vicino comune, mentre lei riuscì a frequentare sino alla terza media dopo di che riuscì a farsi prendere in una azienda di abbigliamento ed insieme agli altri “sartori” imparò a cucire ed a rifinire i tessuti prodotti.
Avrebbe di certo voluto frequentare le magistrali per terminare il corso scolastico, ma la famiglia non le permise di recarsi in città dove c’erano appunto le magistrali. Verso i 16/17 anni arrivò in questa città, la ospitava una zia per darle modo di migliorare le sue condizioni. Così, con un pizzico di fortuna, riusci ad essere assunta come aiutante sarta in un atelier, in una di allora nota casa di moda. Le parve subito di essere entrata in un mondo magico, un meraviglioso continuo scenario di toni caldi, accesi e dorati, un’atmosfera fuori dall’ordinario pieno di lusso vero, ma qualche volta fittizio, come scoprì molto tempo dopo. Trovò il tempo e la costanza per diplomarsi in una scuola serale, poco distante dalla sartoria. Tutto sembrava che procedesse verso un roseo avvenire, almeno verso un futuro senza grandi preoccupazioni.
Purtroppo le cose non andarono sempre così bene, infatti dopo qualche anno la sartoria dove lavorava cessò l’attività e nel contempo sua zia si ammalò gravemente, a tal punto da lasciarla sola dopo appena sei mesi di malattia. Riuscì a mala pena a mantenersi la piccola casa in affitto con un nuovo contratto a suo nome e ricostituendo il deposito di garanzia con gli ultimi risparmi. In due anni cambiò molti lavori, da commessa a fioraia, da riparatrice di abiti a donna di pulizie, da venditrice di articoli da cucina a barista. Per quanto girasse non riusciva più a trovare un lavoro fisso regolare, non aveva raccomandazioni così si occupò sempre a nero sin quando fece amicizia con una ragazza quasi sua coetanea, durante una festa a cui era stata invitata da comuni conoscenze.
A questo punto del racconto di Maria, iniziai ad immaginarne la parte finale, rimasi impassibile, ma dentro di me certo si affacciava l’amarezza per qualcuno che sospettavo non c’è l’aveva fatta e per questo s’era dovuta ripiegare su se stessa e su quanto forse credeva fermamente. Intanto avevamo entrambi finito di mangiare e così per rubare un altro po’ di tempo alla compagnia ordinammo due amari e lei riprese a raccontare, ma con meno vivacità.
La festa si svolgeva in una bella grande villa a tre piani, nel sotto livello la sala giochi con annesso tinello, al livello un grande salone con un enorme camino in pietra e tanto lussuoso arredo al cui centro ‘era un ampio divano circolare in pelle, al piano superiore le stanze da notte. A Maria la festa sembrò subito un po’ fuori dal comune per il fatto che loro ragazze erano tutte giovani, mentre gli uomini erano certamente di mezz’età, ma non diede importanza a questa particolarità perché aveva voglia di svagarsi e di allontanare per qualche ora le sue preoccupazioni pratiche. La festa era magnifica, la gente apparentemente tutta simpatica ed alla mano e sprizzavano gentilezza. Sia al bordo piscina che dentro casa tutti stavano consumando tartine e mignon bevendo colmi flute di spumante. Da un enorme e complicato apparecchio veniva diffusa una gradevole musica di sottofondo, mentre gli attempati ed eleganti cavalieri iniziarono ad invitare qualche ragazza a ballare, cingendole alla vita con determinazione, come a provare un discreto desiderio maschile. Ma Maria a questo non ci pensò molto, considerò di aver avuto un attimo di smarrimento e di facile fantasie.
L’intrattenimento continuò con la una particolare cena servita a mò di buffet a base di cozze, caviale, crostacei, contorni vari ed il tutto innaffiato da abbondante altro spumante.
Insomma Maria mi fece chiaramente capire che a furia di bere spumante lei arrivò ad essere molto su di giri e l’aria calda dell’interno le faceva girare un pò la testa. A quel punto molte persone si dispersero per la villa e Maria rimase in compagnia di un signore molto elegante, sempre sulla cinquantina di anni, che durante tutto il pomeriggio l’aveva corteggiata con delicata fermezza. Fu invitata a sedersi accanto a lui sul grande divano circolare, accettò e tranquillamente gli si accomodò vicino. Le fu domandata l’età e qui Maria rispose con sincerità e, presa da un improvvisa voglia di affetto e comprensione, iniziò a raccontare le sue ultime disavventure e l’impellente necessità di trovare un vero lavoro e poi chissà, forse la fortuna si sarebbe accorta anche di lei. A questo punto il suo compagno di divano le mostrò comprensione e si sincerò che era proprio sola in questa città, così iniziò ad aggirarla psicologicamente con affettuosi suggerimenti del tipo – non puoi stare sempre sola, dovresti trovare un uomo maturo che ti sappia proteggere -. Ha ragione, rispose Maria, ma oggi non è facile e così parlando seguitava a bere lo spumante che le veniva offerto, mentre il cinquantenne iniziò a carezzarle i capelli e questo a lei piacque, finalmente una carezza, pensò.
Sai Maria, proseguì l’attempato signore, io conosco tanta gente e fra queste persone riuscirò a trovarti un buon lavoro con un congruo stipendio, non ti preoccupare e a questo punto alle carezze si aggiunsero dei teneri bacetti sulla testa e sulle guance, ormai tutte rosse e brucianti per la situazione che si stava annunciando ed un po’ per la grande quantità di spumante bevuto. Riuscì a balbettare un “grazie”, ma non riuscì ad aggiungere altro perché quel signore di mezz’età la sollevò e si diresse al pino superiore.
Così Maria, terminando la sua lunga confidenza, mi confermò che da quel momento il suo lavoro fu quello di essere sempre accondiscendente con le persone che le venivano presentate dal suo orco. Tentò di ribellarsi per tornare alla sua normalità ma non ci riuscì mai ed oggi effettivamente si ritrovava economicamente tranquilla e piena di importanti conoscenze, tanto da trovare ormai difficoltà nel voler cambiare tutto radicalmente. Quello che mi manca e che non sono mai riuscita ad avere, aggiunse, è un amore sincero, personale, una famiglia e dei figli amati dai nonni, ma anche questi ultimi non ci sono più ed io rimarrò sempre così costretta alla solitudine affettiva.
Dopo aver terminato l’amaro, ci salutammo sulla porta della birreria. . . forse ci incontreremo di nuovo quando tornerai in città. Con un largo gesto del il braccio, mi salutò e si allontanò.
Forse sono ancora dalla compassione facile, ma ho creduto di aver salutato una persona in difficoltà, che mi ha offerto un posto al suo tavolo per mangiare, solo per riuscire a parlare con una persona, che data la mia età, poteva forse assomigliare a suo padre.

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