L’Ottava Nota.

felicitaTutto nacque quando per caso questa estate decidemmo di andare a piedi verso un vicino comune, dove stavano preparando l’allestimento floreale in una strada in concomitanza del Corpus Domini, se non ricordo male. E’ vero che avevamo fatto un’abbondante colazione con dei pasticcioni molto sfiziosi, che prepara solo personalmente la brava pasticciera della piazza, ormai quasi tappa fissa settimanale, quando decido di farmi del male alla faccia di quel subdolo diabete, che vorrebbe privarmi di tali dolci golosità, ma il pensiero di dover percorre quasi quattro chilometri, sotto un lungo filare di alti pini, ci aveva messo addosso una strana allegria perché avevamo iniziato a fare un toto resistenza azzardando scherzosamente il nostro ordine di arrivo a fine passeggiata. Incrociammo veramente tante altre persone ed altrettante le vedevamo avanzare per la stessa nostra direzione, ma sull’opposto marciapiede, anch’esso ombreggiato da una sequela di alti pini. Un bella e salutare passeggiata interrotta davanti al bancone del bar, che all’incirca divideva a metà la lunghezza della strada da percorrere, per prenderci il secondo caffè del giorno e per fare quattro chiacchiere con il proprietario, una simpatica persona con una storia di emigrante in Svizzera, quindi rientrato dopo la drastica riduzione di personale praticata dall’azienda nella quale lavorava da oltre quindici anni. Ripreso il passo costeggiammo lentamente le reti dei campi da tennis, dove non mancano mai coraggiosi quanto poco pratici giocatori di quello bello sport, che faticano non poco a rimpallarsi la palla impugnando delle pregiatissime racchette degne di un Roland Garros. Giunti quasi in prossimità del Comune meta della breve trasferta, ci siamo inoltrati in una stretta viuzza che ci avrebbe fatto risparmiare un paio di cento metri di strada e ci avrebbe fatto arrivare a circa metà della via in allestimento. In quei piccoli marciapiedi si affacciavano una gran numero di piccole botteghe che vendevano di tutto e se i generi commercializzati erano alimentari si era spesso invitati all’assaggio. Avanzavamo quasi in fila indiana e contemporaneamente avevamo un bel da fare per non deludere i commercianti di vini e di dolciumi con il nostro proposito di evitare quegli inaspettati e gratuiti spuntini.
Improvvisamente, dopo aver percorso qualche passo fra variopinti caseggiati, sbucammo nella famosa strada, un carnevale di colori, tutti accesi e questi erano creati da un incalcolabile numero di fiori posati in terra da formare un’enorme tappeto floreale così bello da rimanerne incantati e quasi increduli. Percorremmo un buon tratto della stretta striscia per ammirare una maggiore estensione di quell’opera d’arte, parlammo con alcune persone che ci ragguagliarono sulla prossima festività e sulla bella processione serale organizzata dalla Chiesa in quella santa occasione, organizzata con un forte richiamo al vecchio noto e pomposo stile barocco. Una bella sorpresa, non avevo mai visto niente di simile.
Soddisfatti ed anche un po’ stanchi per la passeggiata svolta su un profilo stradale non proprio pianeggiante, ci siamo avviati, dopo aver attraversato una grande piazza, verso uno stretto dedalo di viuzze della parte più vecchia di quel comune per raggiungere lo studio di una disegnatrice che aveva riprodotto le immagini di una vecchia fotografia, di un nostro compagno di passeggiata, con colori ad olio su una superficie di compensato. Il nostro amico fece appena in tempo a ritrarre il dito dal campanello che la signora, l’artista, aprì un’anta della sua bassa porta di legno, tutta graffiata e con crepe così ampie e profonde da ingoiare ott
l’intero contenuto di un barattolo di stucco. Scivolammo silenziosamente all’interno di quella casa e fummo introdotti in un ampia camera stracolma di cartoncini, tavole e quadri tutti disegnati, vicino alla finestra c’erano due grandi cavalletti anch’essi sormontati da tele dipinte ma non ultimate. Quella con il disegno più interpretabile mostrava un paesaggio marino, con dei gozzi arenati sul bagnasciuga, con delle reti arrampicate e stese su corti pali e poco distante, nella bella prospettiva di quel paesaggio, delle semplici case vivacemente colorate. Il cielo era invaso da una palla di fuoco, il sole che nel suo tramonto riverberava il bel paesaggio con inconsueti e suggestivi colori. Una profonda sensazione di pace, di semplice felicità, di spiritualità e le ombre sfumate di poche persone toglievano a quell’ambiente quel non so che di immacolato, di intonso e di quasi sacro. Ci persi gli occhi in quell’incompiuto disegno, la signora se ne accorse e dopo aver consegnato la piccola tavola di compensato al mio conoscente, mi si avvicinò e disse “sto disegnando l’amore, quello vero, quello che dura più della vita. L’amore è un sentimento superiore a qualsiasi cosa e non ha confronto con nessun’ altra facoltà è così grande che nasce nello spirito e poi riesce ad unire due persone nella vita, liberando emozioni, istinti e passionalità che certamente muteranno nel tempo, ma rimarranno sempre forti. Il vero amore fa vivere bene se vissuto con pazienza, senza superbia, senza inutili nervosismi e risentimenti, con giustizia, con verità e con sopportazione reciproca”. Vede, aggiunse indicandomi il paesaggio marino, qui ho descritto l’amore, ho messo tutti gli ingredienti della vita, il mare e la terra come fonte di cibo, le barche come strumenti di speranza per rendere fruttuoso il lavoro, la pesca, le persone come soggetti dell’amore con le loro semplici case ed il cielo fonte di calore, di luce e luogo dove riporre i nostri pensieri, le nostre ansie. Ero sinceramente incantato ed insieme a me gli altri, nessuno fino ad allora aveva saputo descrivere un così semplice paesaggio in una semplice analogia della vita umana. Dopo qualche attimo di silenzio il mio amico saldò la sua commessa e già ci stavamo accingendo a salutare la nostra ospite, quando questa ci mostrò il palmo della mano come per dire aspettate un momento e spostando nel mentre una lunga tenda rossa, tra il bordeaux ed il vinaccio, scoprendo un vecchio pianoforte verticale, sollevò il copri tasti, estrasse uno sgabello rotonda e ci si sedette, si volse verso noi e ci comunicò “adesso vi faccio ascoltare due belle canzoni, che accompagnano molti miei ricordi”. La prima che intonò è stata “amor amor amor”, la seconda “tu mirada”. Due belle melodie così romantiche e strappa lacrime, che per un miracolo riuscì a trattenere un moto di commozione e poi così cantata in messicano, in spagnolo non so, comunque quella lingua aggiungeva un qualcosa in più di commuovente. Fra lo stordimento e la commozione l’applaudimmo compostamente, lei ringraziò e ci disse di non meravigliarci per la sua passione per la musica, perché lei la considerava elemento basilare per la vita di ognuno di noi e l’amore è l’elemento più importante per la vita di tutti, tanto è forte questa convinzione, continuava la signora, che quando suono per me l’amore è come se fosse l’ottava nota presente nel pentagramma. La buona musica la si produce quando c’è sentimento, quando si ha amore e così nella vita, questa è più bella e vissuta più felicemente se c’è amore, quello vero, quello sentito dal proprio cuore.
Certo avevamo conosciuto una persona un po’ particolare, ma tutto sommato aveva ragione a sostenere l’amore e a considerarlo come l’ottava nota nella musica, come nello sconclusionato strimpellamento della vita di qualcuno di noi.

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