Messaggio di fine anno del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano

dicembre 31, 2009

Plazzo del Quirinale, 31/12/2009
“Buona sera a voi che siete in ascolto.
Nel rivolgervi, mentre sta per concludersi il 2009, il più cordiale e affettuoso augurio, vorrei provarmi a condividere con voi qualche riflessione sul difficile periodo che abbiamo vissuto e su quel che ci attende. Un anno fa, molto forte era la nostra preoccupazione per la crisi finanziaria ed economica da cui tutto il mondo era stato investito. La questione non riguardava solo l’Italia, ma avevamo motivi particolari di inquietudine per il nostro paese.
Oggi, a un anno di distanza, possiamo dire che un grande sforzo è stato compiuto e che risultati importanti sono stati raggiunti al livello mondiale: non era mai accaduto nel passato, in situazioni simili, che i rappresentanti degli Stati più importanti, di tutti i continenti, si incontrassero così di frequente, discutessero e lavorassero insieme per cercare delle vie d’uscita nel comune interesse, e per concordare le decisioni necessarie. Proprio questo è invece accaduto nel corso dell’ultimo anno. L’Italia – sempre restando ancorata all’Europa – ha dato il suo apprezzato contributo, con il grande incontro del luglio scorso a L’Aquila, e ha per suo conto compiuto un serio sforzo.
Dico questo, vedete, guardando a quel che si è mosso nel profondo del nostro paese. Perché, lo so bene, abbiamo vissuto mesi molto agitati sul piano politico, ma ciò non deve impedirci di vedere come si sia operato in concreto da parte di tutte le istituzioni, realizzandosi, nonostante i forti contrasti, anche momenti di impegno comune e di positiva convergenza. Nello stesso tempo, nel tessuto più ampio e profondo della società si è reagito alla crisi con intelligenza, duttilità, senso di responsabilità, da parte delle imprese, delle famiglie, del mondo del lavoro.
Perciò guardiamo con fiducia, con più fiducia del 31 dicembre scorso, al nuovo anno.
Non posso tuttavia fare a meno di parlare del prezzo che da noi, in Italia, si è pagato alla crisi e di quello che ancora si rischia di pagare, specialmente in termini sociali e umani.C’è stata una pesante caduta della produzione e dei consumi ; ce ne stiamo sollevando; si è confermata la vocazione e intraprendenza industriale dell’Italia; ma ci sono state aziende, soprattutto piccole e medie imprese, che hanno subito colpi non lievi; e a rischio, nel 2010, è soprattutto l’occupazione. Si è fatto non poco per salvaguardare il capitale umano, per mantenere al lavoro forze preziose anche nelle aziende in difficoltà, e si è allargata la rete delle misure di protezione e di sostegno; ma hanno pagato, in centinaia di migliaia, i lavoratori a tempo determinato i cui contratti non sono stati rinnovati e le cui tutele sono rimaste deboli o inesistenti; e indubbia è oggi la tendenza a un aumento della disoccupazione, soprattutto di quella giovanile.
Vengono così in primo piano antiche contraddizioni, caratteristiche dell’economia e della società italiana. Dissi da questi schermi un anno fa: affrontiamo la crisi come grande prova e occasione per aprire al Paese nuove prospettive di sviluppo, facendo i conti con le insufficienze e i problemi che ci portiamo dietro da troppo tempo – dalla crisi deve e può uscire un’Italia più giusta. Ebbene, questo è il discorso che resta ancora interamente aperto, questo è l’impegno di fondo che dobbiamo assumere insieme noi italiani.
Ma come riuscirvi? Guardando con coraggio alla realtà nei suoi aspetti più critici, ponendo mano a quelle riforme e a quelle scelte che non possono più essere rinviate, e facendoci guidare da grandi valori: solidarietà umana, coesione sociale, unità nazionale.
Parto dalla realtà delle famiglie che hanno avuto maggiori problemi: le coppie con più figli minori, le famiglie con anziani, le famiglie in cui solo una persona è occupata ed è un operaio. Le indagini condotte anche in Parlamento ci dicono che nel confronto internazionale elevato è in Italia il livello della disuguaglianza e della povertà. Le retribuzioni dei lavoratori dipendenti hanno continuato ad essere penalizzate da un’alta pressione fiscale e contributiva; più basso è il reddito delle famiglie in cui ci sono occupati in impieghi “atipici”, comunque temporanei.
Le condizioni più critiche si riscontrano nel Mezzogiorno e tra i giovani. Sono queste le questioni che richiedono di essere poste al centro dell’attenzione politica e sociale, e quindi dell’azione pubblica. L’economia italiana deve crescere di più e meglio che negli ultimi quindici anni: ecco il nostro obbiettivo fondamentale. E perché cresca in modo più sostenuto l’Italia, deve crescere il Mezzogiorno, molto più fortemente il Mezzogiorno. Solo così, crescendo tutta insieme l’Italia, si può dare una risposta ai giovani che s’interrogano sul loro futuro.
C’è una cosa che non ci possiamo permettere: correre il rischio che i giovani si scoraggino, non vedano la possibilità di realizzarsi, di avere un’occupazione e una vita degna nel loro, nel nostro paese. Ci sono nelle nuove generazioni riserve magnifiche di energia, di talento, di volontà : ci credo non retoricamente, ma perché ho visto di persona come si manifestino in concreto quando se ne creino le condizioni.
Ho visto la motivazione, ho visto la passione di giovani, tra i quali molte donne, che quest’anno mi è accaduto di incontrare nei laboratori di ricerca; la motivazione e l’orgoglio dei giovani specializzati che sono il punto di forza di aziende di alta tecnologia ; la passione e l’impegno che si esprimono nelle giovani orchestre concepite e guidate da generosi maestri. E penso alla motivazione e alla qualità dei giovani che si preparano alle selezioni più difficili per entrare in carriere pubbliche come la magistratura. Certo, sono queste le energie giovanili che hanno potuto prendere le strade migliori ; e tante sono purtroppo quelle che ancora si dibattono in una ricerca vana. Ma ho fiducia nell’insieme delle nuove generazioni che stanno crescendo ; a tutti i giovani la società e i poteri pubblici debbono dare delle occasioni, e in primo luogo debbono garantire l’opportunità decisiva di formarsi grazie a un sistema di istruzione più moderno ed efficiente, capace di far emergere i talenti e di premiare il merito.
Più crescita, più sviluppo nel Mezzogiorno, più futuro per i giovani, più equità sociale. Sappiamo che a tal fine ci sono riforme e scelte da non rinviare : proprio negli scorsi giorni il governo ne ha annunciato due su temi molto impegnativi, la riforma degli ammortizzatori sociali e la riforma fiscale. La prima è chiamata in particolare a dare finalmente risposte di sicurezza e tutela a coloro che lavorano in condizioni di estrema flessibilità e precarietà. La riforma annunciata per il fisco, è poi assolutamente cruciale; in quel campo, è vero, non si può più procedere con “rattoppi”, vanno presentate e dibattute un’analisi e una proposta d’insieme. E in quel dibattito si misurerà anche una rinnovata presa di coscienza del problema durissimo del debito dello Stato. Intanto, il Parlamento si è impegnato a riordinare la finanza pubblica con la legge sul federalismo fiscale e a regolarla con un nuovo sistema di leggi e procedure di bilancio. Due riforme già votate, su cui il Parlamento è stato largamente unito.
E vengo alle riforme istituzionali, e alla riforma della giustizia, delle quali tanto si parla. Ho detto più volte quale sia il mio pensiero; sulla base di valutazioni ispirate solo all’interesse generale, ho sostenuto che anche queste riforme non possono essere ancora tenute in sospeso, perché da esse dipende un più efficace funzionamento dello Stato al servizio dei cittadini e dello sviluppo del paese. Esse dunque non sono seconde alle riforme economiche e sociali e non possono essere bloccate da un clima di sospetto tra le forze politiche, e da opposte pregiudiziali. La Costituzione può essere rivista – come d’altronde si propone da diverse sponde politiche – nella sua Seconda Parte. Può essere modificata, secondo le procedure che essa stessa prevede. L’essenziale è che – in un rinnovato ancoraggio a quei principi che sono la base del nostro stare insieme come nazione – siano sempre garantiti equilibri fondamentali tra governo e Parlamento, tra potere esecutivo, potere legislativo e istituzioni di garanzia, e che ci siano regole in cui debbano riconoscersi gli schieramenti sia di governo sia di opposizione.
Ho consigliato misura, realismo e ricerca dell’intesa, per giungere a una condivisione quanto più larga possibile, come ha di recente e concordemente suggerito anche il Senato. Voglio esprimere fiducia che in questo senso si andrà avanti, che non ci si bloccherà in sterili recriminazioni e contrapposizioni.
Il nuovo slancio di cui ha bisogno l’Italia, per andare oltre la crisi, verso un futuro più sicuro, richiede riforme, richiede convinzione e partecipazione diffuse in tutte le sfere sociali, richiede recupero di valori condivisi. Valori di solidarietà: e il paese, in effetti, se ne è mostrato ricco in quest’anno segnato da eventi tragici e dolorosi, da ultimo sconvolgenti alluvioni. Se ne è mostrato ricco stringendosi con animo fraterno alle popolazioni dell’Aquila e dell’Abruzzo colpite dal terremoto, o raccogliendosi commosso attorno alle famiglie dei caduti in Afganistan, e come sempre impegnandosi generosamente in molte buone cause, quelle del volontariato, della fattiva e affettuosa vicinanza ai portatori di handicap, ai più poveri, agli anziani soli, e del sostegno alla lotta contro le malattie più insidiose di cui soffrono anche tanti bambini.
E’ necessario essere vicini a tutte le realtà in cui si soffre anche perché ci si sente privati di diritti elementari : penso ai detenuti in carceri terribilmente sovraffollate, nelle quali non si vive decentemente, si è esposti ad abusi e rischi, e di certo non ci si rieduca.
Solidarietà significa anche comprensione e accoglienza verso gli stranieri che vengono in Italia, nei modi e nei limiti stabiliti, per svolgere un onesto lavoro o per trovare rifugio da guerre e da persecuzioni: le politiche volte ad affermare la legalità, e a garantire la sicurezza, pur nella loro severità, non possono far abbassare la guardia contro razzismo e xenofobia, non possono essere fraintese e prese a pretesto da chi nega ogni spirito di accoglienza con odiose preclusioni. Anche su questo versante va tutelata la coesione, e la qualità civile, della società italiana.
Qualità civile, qualità della vita: aspetti, questi, da considerare essenziali per valutare la condizione di una società, il benessere e il progresso umano. Contano sempre di più fattori non solo di ordine materiale ma di ordine morale, che danno senso alla vita delle persone e della collettività e ne costituiscono il tessuto connettivo.
E’ necessario che si riscoprano e si riaffermino valori troppo largamente ignorati e negati negli ultimi tempi. Più rispetto dei propri doveri verso la comunità, più sobrietà negli stili di vita, più attenzione e fraternità nei rapporti con gli altri, rifiuto intransigente della violenza e di ogni altra suggestione fatale che si insinua tra i giovani.
Considero importante il fatto che nel richiamo alla solidarietà e ai valori morali incontriamo la voce e l’impegno di religiosi e di laici, della Chiesa e del mondo cattolico. Così come nel discorso su una nuova concezione dello sviluppo – che tenga conto delle lezioni della crisi recente e dell’allarme per il clima e per l’ambiente – ritroviamo l’ispirazione e il pensiero del Pontefice. Vedo egualmente sentita da quel mondo l’esigenza dell’unità della nazione italiana.
In realtà, non è vero che il nostro paese sia diviso su tutto : esso è più unito di quanto appaia se si guarda solo alle tensioni della politica. Tensioni che è mio dovere sforzarmi di attenuare. E’ uno sforzo che mi auguro possa dare dei frutti, come è sembrato dinanzi a un episodio grave, quello dell’aggressione al Presidente del Consiglio: si dovrebbero ormai, da parte di tutti, contenere anche nel linguaggio pericolose esasperazioni polemiche, si dovrebbe contribuire a un ritorno di lucidità e di misura nel confronto politico.
Io posso assicurarvi che sono deciso a perseverare nel mio impegno per una maggiore unità della nazione: un impegno che richiede ancora tempo e pazienza, ma da cui non desisterò.
Anche perché nulla è per me come Presidente di tutti gli italiani più confortante che contribuire alla serenità di tutti voi. Mi hanno toccato le parole del comandante di un contingente dei nostri cari militari impegnati in missioni all’estero. Mi ha detto – dieci giorni fa in videoconferenza per gli auguri di Natale – che lui e i suoi “ragazzi” traggono serenità dai miei messaggi quando gli giungono attraverso la televisione.
Sì, hanno bisogno di maggiore serenità tutti i cittadini in tempi difficili come quelli attuali, lavoratori, disoccupati, giovani alle prese con problemi assillanti, quanti sono all’opera per rilanciare la nostra economia, e quanti servono con scrupolo lo Stato, in particolare le forze armate chiamate a tutelare la pace e la stabilità internazionale, o le forze dell’ordine che combattono con crescente successo le organizzazioni criminali.
E a questo bisogno debbono corrispondere tutti coloro che hanno responsabilità elevate nella politica e nella società.
Serenità e speranza sento di potervi trasmettere oggi. Speranza guardando all’Italia che ha mostrato di volere e saper reagire alle difficoltà. Speranza guardando al mondo, per quanto turbato e sconvolto da conflitti e minacce, tra le quali si rinnova, sempre inquietante, quella del terrorismo. Speranza perché nuove luci per il nostro comune futuro sono venute dall’America e dal suo giovane Presidente, sono venute da tutti i paesi che si sono impegnati in un grande processo di cooperazione e riconciliazione, sono venute dalla nostra Europa, che ha scelto di rafforzare, con nuove istituzioni, la sua unità e rilanciare il suo ruolo, offrendo l’esempio della nostra pace nella libertà.
Questo è il mio messaggio e il mio augurio per il 2010, a voi italiane e italiani di ogni generazione e provenienza che salutate il nuovo anno con coloro che vi sono cari o lo salutate lontano dall’Italia ma con l’Italia nel cuore.
Ancora buon anno a tutti”.

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2010 – Propositi di Serenità.

dicembre 30, 2009

se il mondo assomiglia a te

Desidero porgere i miei più sentiti auguri di Buon Anno Nuovo a tutte le persone che riescono a vivere senza farsi influenzare da odi, rancori, inutili gelosie per guardare al futuro con spirito positivo e determinato senza farsi coinvolgere da quel diffuso chiacchiericcio acceso dalle solite sirene per diffondere ingannevoli proclami per distogliere dalla realtà e per dividere le persone sull’eventuale diversità di opinione, per avere facile possibilità di addossare ad altri le proprie responsabilità od inefficienze per quindi incassare utili consensi.
Comunque sempre in coincidenza dell’arrivo del nuovo anno mi sono augurato giorni migliori ed il calore del Natale e la baldoria di fine anno mi hanno sempre indotto a pensare che questa era la vera volta buona per vivere nella tanto agognata serenità. Ma questo felice stato d’animo è sempre durato poco tanto da ritrovarmi sempre in una fila di anni sempre più bisestili.
Ampliando il ragionamento, si nota che una varietà di problemi stanno deteriorando la vita di molte persone e la sospetta manipolazione dell’informazione confonde le opinioni e di conseguenza le persone. Così ai mali della crisi, perdita progressiva di posti di lavoro, si aggiungono le difficoltà causate dai veicolatori e forgiatori di notizie imbellettate per forse attenuare una realtà non proprio incoraggiante, così vengono diffuse immagini di nugoli di persone impegnate in questi giorni di festa in un generoso shopping alimentare e di altri generi. Giusto diffondere ottimismo, ma con l’esagerazione si ottiene un effetto contrario nel morale di quelle persone, che purtroppo non sono riuscite a vivere tale disinvoltura nelle spese. Pertanto per raggiungere la condizione che ci può far raggiungere la serenità bisogna considerare ed affidarci alla nostra percezione e trasferire alla coscienza l’onere delle operazioni di giudizio per decidere a chi consegnare la nostra delega nella confusa ed affollata agorà della politica. Però bisogna anche decidere di abbandonare quella passività progressiva dovuta al deterioramento delle proprie condizioni di vita e dell’ambito del lavoro, in modo di riaccendere quella necessaria vitalità per contrastare ingannevoli insistenze verso una flessibilità che fiaccherà la resistenza individuale, condannandoci a farci passare sopra la testa accordi e provvedimenti sul lavoro e non solo mirati a sfilarci diritti già acquisiti. Pretendere che i sindacati riprendano a difendere gli interessi dei lavoratori, in carenza di ciò toglierci la delega e sostenere chi nei fatti invece avversa con determinazione condizioni non giuste proposte dalla parte datoriale o dalla stessa politica. Insomma bisogna evitare che l’anno nuovo ci trovi più flessibili e privati di altri diritti e per riuscire in questo intento bisogna essere informati su tutto per consentire alle proprie idee di renderci più robusti ed attenti per accorgersi quando ci vengono rifilate delle parole svuotate del loro senso autentico, allora non contestare diventa da irresponsabili e ci pone nella condizione di essere consenzienti nella tendenza vagamente repressiva ed autoritaria, tentata da taluni.

La crisi economica, della quale stiamo pagando i conti, non è stata un casuale incidente di percorso, ma è stata causata dall’ingordigia illimitata di banchieri e speculatori che veleggiavano liberi nel mare magnum del capitalismo senza regole, creando bolle speculative a ripetizione, che hanno addannato la vita di molti incolpevoli lavoratori.
Tutti i tentativi di violare od aggirare la Costituzione, insieme alla grave crisi ambientale sono sempre la conseguenza di una politica mercantile, sono la strada tracciata da un capitalismo senza regole, che rende più aspro e violento l’abuso delle risorse della Terra e verso chi lavora per solo moltiplicare il denaro a quella minoranza che detiene la maggior parte della ricchezza nazionale, se si considera solo il nostro Paese, o mondiale, se si considera tutta la terra.
e moltiplicare denaro. Quindi l’augurio per un prossimo anno di serenità deve essere sostenuta dalla comprensione di tutte quante le riforme, tanto invoca e promosse dalla politica, per verificare se sono in linea e funzionali con il mondo del lavoro, unitamente alla ripresa delle comunicazioni fra lavoratori per rendere sincrone le loro azioni di contrasto o di assenso e qui le associazioni sindacali, prima di convalidare ogni eventuale nuovo accordo, nè dovranno spiegare chiaramente per punto e per segno, in difetto di ciò si dovrà ritirare ogni nostra delega. Non è più tempo di delegare chicchessia al buio, né vale del nostro futuro. Basta ricordare che una categoria si è autoconcessa un aumento medio di ben 500 euro mensili, mentre gran parte dei così detti manager hanno probabilmente incassato ricche gratifiche, come se non è successo niente, mentre per gli altri ci sono premianti perdite di posti lavoro e la crisi.
Per finire rinnovo gli auguri di Buon Anno Nuovo e raccomando a tutti quelli che hanno la fortuna di avere famiglia di tenersela stretta e di vivere il loro amore con impegno, serietà, allegria e con ferma fedeltà. Sarete sempre abbondantemente ripagati.


Licenziamenti Differenziati – Quando la Vita delle Persone Non conta Nulla.

dicembre 30, 2009

Di persone in questo tratto di vita né ho conosciute molte, coetanee, più giovani e più avanti della mia età. Con una parte di queste ancora esiste una frequentazione, con altre invece ci si è persi di vista e molte volte, quando ricevo delle e-mail, riconosco nel mittente qualche vecchia conoscenza. E si è difficile che la memoria vada in totale azzeramento per un default di vita, i ricordi rimangono pronti a riaffiorare, basta che vengano cercati e sollecitati alla riemersione. Così a proposito di comunicazioni web ricevute è un po’ di tempo, che ricevo delle notizie su un certo fondo pensione che da tempo ha iniziato ad alienare tutto il suo patrimonio immobiliare ad uso abitativo civile per convertirlo in immobili ad uso commerciale nell’intenzione di migliorarne il rendimento e per così riuscire ad attenuare alcuni risultati finanziari non proprio brillanti raggiunti negli ultimi esercizi, forse soffocando il percorso attuariale dei propri conti, certamente comunicati puntualmente alla Covip.Nel sommario degli immobili da vendere , sono presenti anche recenti costruzioni e questo fa pensare sulla convenienza economica dell’operazione. Ma ai giorni nostri sembra impossibile riuscire a colloquiare con gli odierni vati degli affari, loro decidono, agiscono e non li si può contraddire. In questa rumorosa operazione ci saranno delle vittime e queste saranno quei conduttori che saranno costretti ad indebitarsi con un mutuo per acquistare l’appartamento ove abitano ed i portieri, forse una quindicina, che già sentono avvicinarsi il mostro della disoccupazione, perché sarà improbabile che nel tempo i nuovi proprietari, appesantiti dal recente mutuo, possano sostenere economicamente gli oneri per un dipendente. E’ inutile raccontare con quale animo questi portieri hanno trascorso e stanno trascorrendo queste festività, quando il timore di perdere nel giro di un tempo breve il proprio lavoro e quindi il proprio stipendio e quindi la futura impossibilità di continuare a provvedere alla famiglia, l’ansia ti cannibalizza ogni possibile ottimismo e l’attuale crisi non fa presagire nulla di buono. In questa drammatica circostanza quello che stupisce è il silenzio e l’indifferenza di chi avrebbe l’opportunità di offrire un’ancora di salvezza a questi lavoratori, come l’azienda a cui si riferisce il predetto fondo, i sindacati che sono presenti nel consiglio del fondo, i sindacati che sono presenti nella Covip, la politica che è certamente al corrente di questa operazione di vendita. Sembra correre un passaparola: silenzio.
Venuta meno la vecchia, ma buona, istituzione dell’Ina-Casa, oggi la presenza dei fondi pensione garantiva l’effetto sociale per l’offerta in locazione di unità abitative a canoni giusti ed accessibili per la cittadinanza, ora imperversano i privati e gli addetti dell’intermediazione immobiliare sono ben contenti quando si verificano questi episodi che sono una golosa fonte di guadagno, mentre i soliti costruttori sanno a chi piazzare le loro cattedrali di cemento, tirate su con un pugno d’operai.
Una dinamica che alimenta sempre i più ricchi ed i loro avvinghiati collaboratori per una perfetta tempesta che travolgerà solo i più deboli ed i meno numerosi, che al momento attuale non posseggono alcuna effettiva protezione sociale.
La verità sta nel fatto che in questa società liquida non esiste più alcuna certezza che duri sufficientemente a lungo da far percepire quel senso di fiducia, di solidità sociale e di affidabilità verso chi è o si è preposto di difendere quella tanto decantata giustizia sociale per dare modo a tutti di riuscire a vivere con almeno un minimo di serenità.
Auguriamoci che qualcuno sappia mettersi la mano sulla propria coscienza e vanifichi quel vecchio detto popolare “che chi ha la pancia piena non pensa a chi c’è l’ha vuota”. Basta un atto di buona volontà e solidarietà umana e questa porta sempre del bene a chi la riconosce ed a chi la riceve.


SOS LAVORO

dicembre 29, 2009

Giro un e-mail inviatami:
Alla Vs. cortese attenzione

Portieri degli stabili Fondo BdR
Come tutti saprete il Fondo BdR sta mettendo in vendita gli stabili di proprietà, anche quello dove abito io che è del 1995.
Che fine faranno i portieri degli stabili?
Mi risulta che alcuni non sono ancora in età pensionabile, come intendono agire i nostri rappresentanti presso il Fondo, in particolare il nostro?
C’è la possibilità di farli assumere presso URE o pensiamo di abbandonarli al loro destino, dopo aver magari lavorato per il Fondo, cioè per noi, per 28 anni?
Si possono definire nostri colleghi o sono anche loro dei semplici collaboratori? (come quelli che stanno “gentilmente” accompagnando dall’avvocato).
Alla luce di quello che sta succedendo, sembra solo nella mia azienda e per lo più a Roma, non me la sento di augurare un felice 2010 a nessuno, mi sembra una presa in giro e soprattutto per chi sta perdendo il lavoro, l’ultima notizia che è arrivata è quella di due ragazzi che al 31/12/2009 non avranno più un lavoro dalla nostra grande azienda.
A questo punto siamo in molti a chiederci come mai la politica che è certamente informata di queste terribili vicende, che minano la vita di molti cittadini, non prende l’iniziativa per salvare molti onesti lavoratori, che con due soldi riescono ancora a provvedere alla loro famiglia, dal disastro annunciato a causa di maldestre e menefreghiste aziende?
Un tempo, non molti anni addietro, i fondi pensioni accesi con iniziativa dei lavoratori ed alimentati da questi stessi con la partecipazione aziendale convenuta in seguito ad accordi presi e certificati con le associazioni sindacali, rappresentavano un valore aggiunto per la società per l’offerta in locazione di appartamenti con canoni legittimi, accessibili e remunerativi ed infine per la creazione di un fondo complementare pensionistico. Oggi nulla è più considerevole ed ogni forma di solidarietà sociale vera viene soffocata e le banche hanno solo pensato ad incassare gli aiuti pubblici per attenuare gli effetti negativi della loro improvvida partecipazione nei titoli tossici. Per me è stato un errore privatizzare aziende così determinanti per lo sviluppo nazionale, così si paga il conto anche per questa non felice scelta.
Un elemento che rende ancora più amara questa drammatica circostanza è costituito dal continuo “lavarsi le mani” di talune persone che nell’azienda si sono assunte un certo tipo di rappresentanza politica e sindacale, un tempo si difendeva ogni singolo posto di lavoro, oggi, invece, alla chetichella, si affiancano i guastatori di vite e le loro micidiali tesi, che applicano solo verso semplici sconosciuti. . . .ma se si fosse trattato di loro congiunti sarebbero state trovate e concordate mille soluzioni vere di salva lavoro.
Tra l’altro, per concludere, si tratta di pochissimi COLLEGHI, forse non si arriva a 15 persone (molti dei quali diplomati). Non vedo perché non si debba sollecitare la banca ad assumerli anche come cassieri o commessi, visto che non esistono quasi più, ma quanto erano utili.
Sarei grato di un Vs. atto di solidarietà nel necessario passaparola.


La rivoluzione di Memmo e Giggi

dicembre 28, 2009

– Ciao Gi, comme stai – così Giggi fu salutato dall’amico Memmo che usciva dalla macelleria.
– Come ‘n gigante Me e tu? – replicò Giggi. – Bene puro io, ma so’ confuso, ho visto na’ cosa strana che me sta a fa pensà –
– Si confuso e pecchè? Cosa ha visto, che t’è successo. . .dimme – rispose affettuoso Giggi. – Ma chenne so, me sento scemo, ieri so annato a riprenne le scarpe e queste era ‘ncartate co’ sto’ foio de giornale e pe’ curiosità mò so’ messo a guardà e ciò trovato sta foto – confessò Memmo con aria preoccupata. – Famme vede puro a mè e che dè – imboccò amichevolmente Giggi. – Tò guarda qua – rispose Memmo mentre tirava fuori dalla tasca un pezzo di un vecchio giornale tutto sgualcito. – E che de’, nun ce vedo gnente de strano, c’è ‘n scarafone, ‘n prete, che bacia na’ mano a ‘n omo. Che c’è d’sagerato e preoccupante? – rispose sollevato Giggi. – Ma che non ce sbrillocchi, qui c’è no scarafone che bacia n’mano a n’omo comme noi. Aho da quanno so nato semo noi che baciammo le mani alli preti e no er contrario e questo me fa pensà che quarcosa è cambiato e nun me ne so’ accorto, mi moje nun m’ha detto gnente – così replicò Memmo all’amico Giggi. – Mo che mo dici m’è sembra stranno puro a me, forse o scarafone è scivolato giù pe’ tera e l’omo lo sta a tirà su’ – – Aho a tira su me sembri becalino, er prete lo sta a bacià se vede bene anche se sto pezzo de giornale è ciancicato. Da’ retta ame quarcosa è cambiato e nisciuno c’ha detto gnente. Ecco semo diventati gnoranti, nun semo informati ed io devo annà in parrocchia a chiede perchè er mio regazzino deve fa la communione e forse nun devo più annà in chiesa, ma da sti novi bon’omi – puntualizzò serio Memmo. – Ahò io vado a lavorà e nun m’è ntendo de relligione, faccio casa e bottega e nun c’ho tempo de legge sti giornali, che costeno puro un bell’ero. Mo vojo domanda puro a mi moje, essa và sempre en parrocchia – replicò sconsolato Giggi. – Ah mo’ stai a capi puro tu, securamente ce sarà stato n’ntro concilio e nun c’è ne semo accorti, così t’hanno santificato pure sti bon’omini comme quer vippete d’a provvidenza, t’e ricordi? Aho er monno s’aggiorna mica so comme noi che n’sapemo mai gnente. Oggi cambia tutto, prima e bollette der gasse e della luce se pagaveno solo alla posta, ora invece poi anna in banca o dar tabacchino, comme li ticchete della mutua. . . o no? – ammise con enfasi Memmo. – Me sé che ciai raggione amico mio, te svei la mattina e tutto è cambiato e noi nun cio sapemo, dovemo aggiornacce nun se po’ rimanè gnoranti tutta la vita e mo che ce penso me pare che puro le donne oggi possi dì messa. . . . semo n’mezzo a na rivoluzione e ce se perde la testa pe capì tutto er novo – – Hai capito comme stamo – aggiunse Memmo – e mo’ non so se er regazzino mio deve fa sta communione in parrocchia dalli preti o ner palazzo delli vippese, dai bon’ommini, sai li preti je danno solo l’ostia, li bon’ommini forse ie daranno puro er lavoro pe faticà sicuro n’domani, c’è da pensacce bene! – – Aho sai che te dico, mo t’accompagno n’parrocchia e domannamo ar prete come stanno ste cose nove , pecchè se ce pensamo noi se bruciamo er cervello e semo da capo a dodici e nun sapemo che fa e poi nun chiedemo gnente alle moje nostre così faremo bella figura – Concluse soddisfatto Memmo. – Annamo Memmo, nun famo tardi – disse Giggi allungando il passo e rimettendo in tasca il pezzo del vecchio giornale.


Il Partito dell’Amore

dicembre 27, 2009

Tutte le mattine Marco e Pippo si aspettano nel bar vicino alla fermata della metropolitana per prendersi il caffè prima di andare a lavorare. Pippo arrivò qualche minuto più tardi e trovò l’amico seduto all’interno del locale mentre sfogliava un quotidiano. – Eccome arrivato a Marco – , – aho c’è l’hai fatta a scenne dar letto, daie piamose sto’ caffè e annamo ch’è tardi – gli rispose Marco sollevando gli occhi dal giornale.
– A Pippo hai sentito la novità? Hanno rifatto er Partito dell’Ammore, c’è scritto sur giornale, così ci ammeremo tutti, bello no? –
– Dichi per davvero? E chi è sta santa persona, la vecchia zozzona? –
– A Marco dimme en do sta la sede, così ci annamo de nascosto de le moje. Ah finarmente anche noi se potemo divertì e dedicasse un po’ al sesso. O’ lo fanno tutti meno che noi, che ficata! – concluse d’impeto Pippo, mentre gli si accendeva il viso.
– A Pippo ma n’hai capito gnente -Come n’ho capito gnente? M’hai detto che c’è er partito novo dell’ammore, allora s’è iscrivemo puro noi no? –
-A Pippo ma che zozzona e zozzona, dentro sto partito mica se fa l’ammore e manco er sesso, c’è se vo’ bene e basta, come stà in paradiso – rispose stizzito Marco con l’aria di chi la sa lunga.Ma che me stai a cojonà, me dichi che c’è er partito de l’ammore dove c’è se vo bene, allora? Ma tu come voj bene a tu moje, dopo li bacetti te dai da fa no!
-Ma che da fa e ma che zozzona e poi che c’entra mi moje, stavo a dì che quarcuno stanco delle violenze ha voluto fa er partito dell’ammore, della pace come voi dì – insistette solenne Marco con un’accenno di rimprovero.
– Ma chi è stò fesso, un buciardo? Uno che cia paura delle donne o forse non conosce er bello della vita? – replicò Pippo stralunato.
– A Pippo è difficile raggionà co’ te. Tanto pe’ comincià, se ho letto bene, quello che ha fatto stò partito non è un fesso, anzi è un gran marpione e le donne se l’è fatte a raffica, dove annava ci aveva da fa e nun ci annava leggero. Puro le giovinette s’arendevano ar suo fascino de vecchio impenitente. – aggiunse seccato Marco.
– Ma allora che ammore è? – domando Pippo.
– Tu n’ha capito gnente, te lo stavo a spegà. In tv la sera non senti tutte què cose de violenza, de liti, de scervellati che se metteno a fa er far west pe’ gnente, puro a Razinger hanno spianato, è stata na’ matta dicheno, e allora questo bonomo ha voluto fa un partito dove nun se litiga, se parla, nun se crea odio né violenza. Lì ce se deve volè bene e tocca scansà li violenti, un nuovo modo de vive, aho vivemo in monno civile o no? E’ ora che se comportamo tutti bene ed io ce stò perché ce credo alla pace e poi semo a Nattale e quindi tocca esse boni –
Sentenziò Marco per chiudere la discussione, mentre posava il giornale.
– Vabbè ci avrai ragione, ma tu ce credi a sto benpensante? – aggiunse timidamente Pippo.
– Ma certo che ce credo, se no non avrei perso tempo a legge er giornale, e poi falla finita dubbiti de tutti e pensa ar Papa bono giù pe’ tera. E poi annamo a lavorà che se famo tardi er principale ce se fà un’artra vorta con quei strilli – concluse Marco avviandosi fuori dal bar seguito dall’amico che ancora rimuginava sul partito dell’Amore.


Absit iniuria verbo.

dicembre 27, 2009


E’ Natale,
un palpito d’amore
brilla nel mio cuore
con nuovo splendore
. . . . . . . . . . . . . . . . .
e via di seguito.

Così recitava una vecchia canzone che le maestre delle prime elementari ci facevano cantare in coro in prossimità della festa natalizia. Era come se noi scolari fossimo impegnati in una nuova promessa ad essere più buoni, più attenti alle lezioni scolastiche, più ubbidienti ai genitori ed alle maestre, più educati nei modi di comportamento e nel parlare, più ordinati a casa ed a scuola, insomma cantando promettevamo di meritarci il famoso dieci in condotta. Ricordo che durante queste recite, allora fra le poche materie delle scuole elementari c’era anche canto, eravamo disposti a mezza luna al cui centro c’era sempre la maestra che tentava a gesti di farci mantenere vocalmente coordinati, mentre il maestro di musica s’affannava sul piano per far uscire le note dai martelletti in sincronia con il nostro, forse, non bel canto. Ma quest’ultima faccenda in fondo non era poi così importante, tutta quella piacevole messa in scena serviva per sottolineare il fatto che noi dovevamo essere più buoni, più ubbidienti e studiosi, dopo molti mesi di marachelle infantili. Così mi sembra stia accadendo oggi, dopo che in questi ultimi vent’anni è accaduto di tutto e di più e in particolare dopo il recente scampato pericolo di un noto politico per l’aggressione subita da parte di un psicolabile ed inoltre dopo l’incidente accaduto al Santo Padre, anch’egli vittima di una persona presumibilmente psicolabile, si viene invitati tutti, cittadini e politici , ad un comportamento più responsabile e pacato in modo da non fornire a qualche scalmanato un immaginario, inconsistente ed immotivato alibi per qualche grave e colpevole colpo di testa. Giusto, non c’è che dire.
Quindi contrastare la sfiducia, i fabbricatori ed i seminatori di pessimismo, di estremismo ed i disfattisti, perché queste sono le presunte fonti ove può nascere odio e violenza. Così il nuovo passa parola dovrà essere quello di pensare e credere che il nostro Paese non va male, la sua caduta del pil è stata inferiore a quella degli altri Paesi, quindi non lamentiamoci come siamo soliti fare, bisogna essere ottimisti. Un passa parola da grande rincuorata, come bere un forte cordiale, come ricevere una sferzata di nuova energia psicologica.
Sin qui quasi tutto bene, ma le notizie di queste ultime ore ci informano di una prossima “ministangata governativa”, che unita ad altri aumenti previsti per l’anno prossimo, dovrebbe appesantire le spese di ogni famiglia di ben altri seicento euro l’anno e questa previsione è stata diffusa dalle due più note associazioni a difesa dei consumatori nostrani. Oltre a ciò bisogna ricordare tutti quei lavoratori che hanno trascorso il Natale in fabbrica o sui tetti della loro azienda per difendere il loro lavoro di fronte all’annuncio di inviare nuove quote di dipendenti in cassa integrazione, della comunicazione di una prossima dismissione dell’attività di un certo stabilimento industriale, se non addirittura di licenziamenti per così trovarsi d’un colpo in mezzo alla strada. Ecco sono tante le motivazioni e le avvisaglie di una crisi reale che incombe e spaventa molti onesti lavoratori e con questo spirito è difficile forzare una smorfia che assomigli ad un sorriso e per così assumere l’aspetto di una persona ottimista.
Non è per esagerare, ma molte persone lamentano una difficile situazione e purtroppo sono molte quelle invisibili persone che hanno affrontato queste festività con il licenziamento annunciato, mentre altre manifestano per tentare di difendere la loro vulnerabile precarietà lavorativa con la visibilità del loro stato, che può far sperare ad interventi pubblici a difesa del loro reddito. Quando si è sul punto di perdere il lavoro o se già si è stati licenziati, con o senza cassa integrazione, è difficile riuscire ad alimentare un umore positivo, anzi si viene investiti da un forte rancore, da rabbia e questa aumenta seguendo una certa informazione che, priva d’ogni prudenza, ostenta immagini di un’altra Italia in doppio petto e in eleganti abiti con lustrini impegnati in una continua sorta di esuberanti attività divagatorie pubbliche e private. Questi non belli sentimenti non sono germogliati dalla malapianta dell’invidia, ma accesi dall’ostentazione di una vita facile da nababbi, apparentemente inoperosa di quella limitata percentuale della nostra popolazione. Così si ascolta nelle strade e nelle piazze e, per essere più puntuali, secondo molte riflessioni sul nostro specifico nazionale risulta che alcuni ceti sono di un’assoluta inconsistenza etica, socialmente rampanti, famelici ed assistiti da un buon numero di individui servili sempre pronti a racimolare qualcosa di materiale e non, come benessere e notorietà. I veri eroi di questa epoca sconclusionata sono rappresentati dalla gente comune che ha saputo sopravvivere e sempre sopportare ogni sorta di effetto di una lunga sequela di misfatti, scandali e bugie perpetrati per un eccesso di egoismo dai su menzionati famelici individui, che spesso non rinunciano a proclamarsi come tanti crocerossini del popolo. Quest’ultima spudoratezza viene anche realizzata grazie alla comunicazione normalizzata di alcuni media collaterali.
Quindi c’é da augurarsi che questa ennesima festività natalizia sappia suggerire a tutte quelle persone che “contano e che decidono per noi” di assumere un atteggiamento meno arrogante, più collaborativo, più giusto e ragionevole per agire con amore verso tutta la cittadinanza sempre in attesa di superare le drammatiche conseguenze di una crisi provocata da una potente colpevole minoranza di individui incapaci di ogni correttezza e giusta considerazione degli altri. Quindi intercettare le necessità delle famiglie e riorganizzare la vita parlamentare secondo i dettami della nostra democrazia, ma evitare ogni tentazione di percorrere la famosa terza via, quella dell’inciucio, torneremmo drammaticamente indietro in mezzo ai guai e forse metteremmo in pericolo la nostra vocazione democratica.
In ultimo è bene che i legislatori ricordino che “ lex specialis derogat generali ”.