SOLO I CENCI VANNO ALL’ARIA. . . . . NON PUO’ FINIRE SEMPRE COSI’

Un semplice incastro di pensieri e considerazioni.

Anche in questo anno, prossimo alla conclusione, sta per arrivare il Santo Natale e in quasi tutte le case è già stato allestito il Presepio e l’albero di natale con tutti i loro caratteristici personaggi e con abbondanza di addobbi e con le immancabili luci ad intermittenza che illuminano meravigliosamente questi simboli della santa festa. I piccoli vivono in ansia queste ultime ore con la speranza di ricevere il regalo da loro desiderato, i grandi, invece, cedono per qualche momento al ricordo della loro infanzia quando al tempo erano loro in trepida attesa dei regali. In questa mistica e festosa atmosfera a volte si è tentati di desiderare di rivere quei tempi passati in cui ci si affrettava a scrivere la lettera a Babbo Natale per indicare quale dono avremmo voluto trovare sotto l’albero e dopo un’infinità di grazie, bacetti vari e dell’immancabile promesso nuovo impegno ad essere sempre più buoni, chiudevamo il nostro breve e prezioso scritto nella busta e scalpitavamo sino al momento in cui riuscivamo ad imbucarla nella cassetta della posta rossa di Babbo Natale. Quindi seguiva un tranquillo periodo di attesa.
Oggi mi sembra poco praticata questa tradizione di scrivere la lettera a Babbo Natale, ma di certo i grandi né sono molto tentati per cercare di riottenere tutte quelle cose che contano per davvero e che oggi sono diventate rare come la serenità, la sicurezza per il futuro, la salute, un po’ di fantasia, del tempo libero da dedicare alla propria famiglia ed un po’ di denaro in più per poter regalare qualche dono anche in questo Santo Natale. Così ci si perde in strada fra la gente alla ricerca di qualcosa di bello, ma non eccessivamente costoso, esposto nelle luminose ed addobbate vetrine dei vari negozi.
Per la strada incontro ed incrocio molte persone con qualche pacco colorato tenuto ben stretto nelle mani, mentalmente, pur non conoscendole, gli auguro felici feste mentre rigo dritto verso la chiesa dove ho deciso di recarmi.
Non sono un perfetto cristiano, difficilmente prego ma ho un naturale senso della solidarietà e sono un instancabile idealista che ancora corre dietro a principi e valori che nessuno ormai ricorda, rispetta o tanto meno pratica. Raramente entro in una chiesa se non in quei momenti di particolare fragilità e sofferenza interiore, ma una volta l’anno ed in genere durante il periodo pre natalizio, per motivi personali, mi reco in una sola particolare chiesa dove solo lì trovo le condizioni per raccogliermi in preghiera. E’ un luogo di culto molto antico, semplice e severo nello stesso tempo, la sua piccola navata con due file di banchi di legno è compresa da dieci cappelle, cinque per ogni lato, che ospitano ben conservate le reliquie di sante od importanti persone e sono impreziosite da tanti dipinti d’arte. Qui è iniziata una parte importante della mia vita ed i suoi religiosi sono di quelli che vivono secondo le strette indicazioni dei Vangeli, come ha fatto san Francesco d’Assisi, è la chiesa dei cappuccini, i ministri di Dio più poveri, più generosi e sentiti più vicini al popolo. Qui si respira un’atmosfera così mistica da rimanere senza respiro per il forte coinvolgimento spirituale.
Terminato il mio dovere cristiano, ho ridisceso le due piccole rampe di scale e mi sono subito trovato nel mezzo di una frenetica eterogenea folla che zigzagava sul marciapiede per evitare l’ostacolo di altrettante persone ferme davanti alle vetrine dei negozi, alla fermata degli autobus o di qualche mendicante che cerca di procurarsi qualche euro.
Le parole recessione e crisi sono ormai entrate nel lessico quotidiano. La situazione è molto grave. Il calo del Pil atteso nel 2009 è superiore alla media europea (-2,1%). La produzione industriale è¨ crollata di quasi il -12%. La bilancia commerciale è in deficit. L’ Italia è ufficialmente in crisi, dopo anni di affanno e debolezza cronica. Milioni di persone rischiano il posto di lavoro e qualsiasi possibilità di una sopravvivenza dignitosa. Ma da dove arriva questa crisi che ci sta travolgendo? Ci avevano detto che più sacrifici facevamo e più eravamo competitivi e che la macchina della economia di mercato ci avrebbe dato benessere a tutti. Salviamo l’economia! Siamo tutti sulla stessa barca! In nome di questo ritornello abbiamo subito o accettato anni di concertazione sindacale e governi che ci hanno chiesto appoggio per risollevare l’ economia. E mentre con questi nostri sacrifici un ristretto numero di imprenditori, speculatori, amministratori e padroncini vari si ingrassava, i nostri salari sono crollati e i nostri diritti sono evaporati uno ad uno. Ci è stato detto che quei primi sentori della crisi (e i primi sentori della fame!) erano colpa della concorrenza delle merci e della manodopera di altri paesi che minacciavano la competitività  made in Italy. Una questione meramente commerciale. D’altronde, ci avevano detto, basta che tiriate un po’ di più¹ la cinghia ¦in fondo, siamo tutti sulla stessa barca! E così producendo sempre di più, facendoci ammazzare sul e dal lavoro, comprando sempre di meno con uno stipendio sempre più ridotto, indebitandoci sempre di più per mantenere una casa, un accesso all’istruzione per i figli e un livello di vita accettabile ci siamo trovati senza difese di fronte all’ultima burrasca di questa crisi strutturale del sistema economico capitalista che ci sta mordendo da un anno e mezzo in maniera micidiale.
Allora ci devono spiegare sinceramente quale barca dobbiamo salvare? Quella di speculatori come i padroni che volevano acquistare la INNSE solo per vendere al mercato i macchinari e chiudere la baracca? Oppure quella di approfittatori come gli amministratori di un’azienda che fecero irruzione con vigilantes armati contro i lavoratori che occupano la sede di lavoro per difendere il proprio posto ed il proprio futuro? Oppure quella di multinazionali spregiudicate come tante che, dopo aver spremuto gli operai italiani, vogliono spostare altrove la produzione e spremere altri colleghi di altri paesi a costi inferiori? Oppure le grosse aziende del capitalismo italiano ben note che intascano dividendi e stipendi d’oro per i propri manager grazie agli aiuti statali e, quando questi cessano, scaricano il costo sui lavoratori e sulla collettività? O ancora il sistema bancario che regge tutto questo sistema speculativo e mette in difficoltà i piccoli debitori per lo più lavoratori come noi che devono tirare a campare? Le grandi aziende hanno reagito alla diminuzione del livello dei propri profitti (che comunque si sono garantiti) con la diffusione della produzione e delle lavorazioni in un rivolo di appalti verso un sistema di piccole imprese non in grado di reggere la competizione internazionale, ma solo di basarsi su salari da fame e diritti zero. I nostri interessi, quindi, non sono in competizione con quelli di lavoratori di altri paesi – o immigrati nel nostro – che subiscono questo stesso sistema. Siamo in competizione, semmai, proprio con gli interessi di questo pugno di imprenditori, speculatori e amministratori e con il sistema che li tiene in vita con queste regole che noi manteniamo. Senza considerare che questo sistema è sorretto da politiche di governi che negli ultimi anno hanno fatto poco per i lavoratori e le loro famiglie, ma al contrario aiutano le imprese in questo attacco continuo alle nostre condizioni di vita con provvedimenti che colpiscono il lavoro, come quelle formule occupazionali proliferate grazie al Pacchetto Treu e alle Legge 30 che le hanno collocate a metà strada tra lavoro dipendente e autonomo. Queste sono una fetta ormai consistente del mercato con più di 3 milioni e mezzo di lavoratori ed hanno registrato una perdita enorme nell’ultimo anno. Ovviamente, i più colpiti sono quei giovani con contratti precari in cooperative, appalti, call center, distribuzione con forme di lavoro a termine, seguite dalle collaborazioni a progetto e da quelle occasionali. Il livello di difesa sindacale si è drasticamente indebolito dopo la firma dell’accordo separato sul CCNL che prevede nuovi assetti contrattuali, che ha diviso il fronte sindacale e che ha sgretolato la storica combattività a difesa dei lavoratori, offrendo a qualche buontempone di riuscire a proporre anche la soppressione o la riduzione della pausa pranzo per offrire l’ occasione di spremere ancor più la forza lavoro. Stiamo pian piano tornando all’epoca feudale. Intanto la lezione dei titoli tossici non è bastata, enti e banche insistono nell’insider trading per tentare di ridurre le loro perdite e per rimpolpare le rendite, mentre qualche fondo pensione a loro collegati procedono all’alienazione del patrimonio immobiliare ad uso abitativo (addio principi sociali della casa offerta in affitto ed ecco serie preoccupazioni per i conduttori obbligati di fatto a comprare e per il futuro dei portieri di questi immobili) per acquisire in seguito solo immobili ad uso commerciale da poter affittare a canoni ben più alti di quanto può pagare una normale famiglia.
Nemmeno sul clima possiamo stare tranquilli, infatti dopo il fallimento della Conferenza dell’Onu a Copenhagen nessuno ha più dubbi sul grave egoismo globale che ha permesso che il denaro vincesse sulla sopravvivenza del nostro pianeta. Siamo stati tutti spettatori della stupidità globale che ha preferito mantenere l’inquinamento da CO2 per mantenere intatto tornaconto immediato delle multinazionali, senza preoccuparsi della sorte delle future generazioni. Gli enormi contributi finalizzati alla cura del clima forse saranno usati per altri scopi, forse elettorali per mantenere in piedi tutti quei grand’uomini, che non sono stati capaci di mettersi d’accordo per evitare una futura apocalisse annunciata. Certo che questo fallimento è stato come dare un sonoro schiaffo a tutte quelle persone che speravano venissero decise delle azioni, dei provvedimenti comuni, globali per contrastare tutte quelle devastanti conseguenze che il riscaldamento dell’atmosfera sta piano piano annunciando e che la scienza ha purtroppo dimostrato.
Qualcuno ci invita a smettere di essere pessimisti, ad ignorare le fabbriche del pessimismo, ma come si fa ad essere felici quando aumenta la disoccupazione e quando le condizioni generali non danno adito a fatti reali positivi? L’unico fatto positivo è rappresentato dal si del senato americano per realizzare la copertura sanitaria di trenta milioni di loro cittadini, da noi un ministro afferma che i nostri conti sono in regola, ci credo, ma i conti della gente comune non sono in regola. . . . . . ed a questo riguardo solo gli annunci servono a poco.
Nell’augurarci un Buon Santo Natale e migliore 2010, auguriamoci di poter tutti vivere presto una vita migliore, senza serie preoccupazioni e con tanta serenità.

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