Neforgesumino, la ubo feliĉo (1a parte – 1/3)

Dovevano essere trascorse almeno tre ore che Olivu (Oliviero) stava seduto su quel vecchio alto gradino di pietra, seminascosto da quel che rimaneva di un altrettanto vecchio muro a secco. Oliviero è un anziano infermiere ormai in pensione, che se non li incontra a passeggio con il suo piccolo bianco west highland white terrier, di certo lo si trova nel parco ed io quella mattina avevo deciso di fare due passi proprio in mezzo a quella meraviglia della natura, dove l’olfatto torna ad essere sollecitato dall’odore della terra umida, del legno, delle foglie ormai gialle ed in terra. Di questi tempi, in inverno, il bosco cambia odori, spariscono quelli dei fiori e di alcune piante, l’aria trasporta un odore che sembra simile a quello di qualche cantina traboccante di vecchie cianfrusaglie. A me piace questo odore, come mi piacciono i colori invernali, non più accesi dalle tinte dei fiori, ma ricchi di ogni tonalità di marrone, del verde
scuro delle piante sempre verdi arricchite da una modesta sfumatura di arancione, un povero arcobaleno, ma dolce e misterioso. Sono giorni che piove quasi ininterrottamente, così avanzo nel molle terreno protetto da un paio di pesanti stivali di gomma verde scuro, che uso di solito quando vado a pesca, ma per questa passeggiata sono essenziali se non si vuole tornare a casa con i piedi bagnati, mentre contro il freddo calzo un pesante spesso paio di calzettoni.
E’ rilassante e piacevolmente riservato aggirarsi nel bosco, si smaltiscono pensieri e si attenua il dolore delle numerose cicatrici, che portiamo un po’ tutti per l’insensibilità di terzi, qui la natura ci sorprende con la sua accoglienza, tanto che sembra di essere all’interno di un grande nido, dove si è liberi di immaginare la realizzazione di ogni desiderio.
Così passo dietro passo sul pastoso sentiero, mi avvicinai ad Oliviero, non potevo evitarlo, gli allungai un fischio, che lo sorprese e lo costrinse ad un piccolo scatto per trattenere Loo, il suo piccolo cane già in festosa fribrillazione per il mio avvicinamento.
Si alzò dal suo scomodo sedile, allungò il guinzaglio e mi si affiancò per percorrere insieme il lungo fangoso sentiero per raggiungere l’uscita del parco. Strada facendo mi raccontò delle sue ultime apparizioni in televisione fra il pubblico di un paio di trasmissioni, si lamentò per lo scarso compenso, quindi mi confidò che se un certo qualcosa fosse andata in porto avrebbe potuto fare la comparsa in qualche film in lavorazione. E si il mio conoscente arrotondava la sua pensione con questo tipo di occupazione, aveva iniziato quasi per caso leggendo un’inserzione su un quotidiano di annunci di offerte di lavoro, trovandosi bene aveva continuato con un’agenzia specializzata, tutto bene al di fuori del compenso, mai costante.
L’argomento si concluse con brevi considerazioni, quando Oliviero si mise la mano in tasca estraendone tre biscotti, uno per lui, uno per me e l’ultimo per il suo canino, dopo di ché mi guardò serio e come non aveva mai fatto mi chiese se poteva raccontarmi un fatto, senza che io lo riproponessi ad alcuno, era una sciocchezza, di sicuro, però erano giorni che ci ragionava su. Non è mia abitudine, ma la sua serietà mi convinse a garantirgli il futuro silenzio, non avrei mai riferito ad alcuno quanto mi stava per raccontare.
– Giorni fa ho fatto un sogno – iniziò come se si stesse liberando da chissà quale angoscioso segreto. – Tu conosci le mie difficoltà ed anche quanto mi dò da fare per risolverle, ma non riesco mai a raggiungere quella serenità economica per provvedere alla mia famiglia, così una sera, sicuramente più preoccupato del solito, mi sono coricato e l’ansia m’ha fatto addormentare subito come un sasso -.
Raccontava serio, lanciandomi qualche occhiata forse per scrutare ogni mia reazione, non indugia e lo invitai a proseguire.
– Ricordo che m’assalì una grande confusione ed una forte e profonda voce mi stava parlando da una grande plumbea nuvola. Lo spaventò fu grande mentre d’istinto presi a guardarmi intorno, ma non riuscivo a vedere nessuno e d’improvviso gli incomprensibili suoni divennero chiare parole. Qualcuno m’afferrò, strattonandomi così forte, che volai via dal letto per seguirlo. La voce, durante il volo, prese a rassicurarmi, stavo per essere condotto in una città dove non avrei più avuto motivo di preoccupazione, perché sarei giunto nell’unico luogo dove ci si preoccupava per la felicità della gente. –
Ammetto che mentre Oliviero mi disvelava il suo sogno, non credevo alle mie orecchie per quanto stavo ascoltando, possibile che una persona adulta possa perdersi per un sogno, al punto di sentire la necessità di parlarne, un episodio così inaspettato che non è riuscito a risolverlo interiormente. Comunque un sogno è un sogno, quindi nulla, un viaggio fantastico, niente di più. Comunque mi rimisi all’ascolto.
– Il volo – continuò Olindo – non durò molto, anzi non sono in grado di valutarne la durata, ma ricordo che improvvisamente, la mano che mi strappò dal letto, mi posò dolcemente in una strada di una città che non conoscevo e che non riuscivo a comprendere la lingua parlata delle persone. Ero circondato da una discreta folla, mi guardavano ed io guardavo loro, fino a quando un signore mi si avvicinò e mi rassicurò parlando la mia stessa lingua. In quella città tutti parlavano l’esperanto, ma non dovevo preoccuparmi perché tutti sapevano esprimersi anche nel mio idioma. –

(continua)

2 risposte a Neforgesumino, la ubo feliĉo (1a parte – 1/3)

  1. […] Neforgesumino, la ubo feliĉo (2a parte – 2/3) (1a parte – QUI) […]

  2. […] Neforgesumino, la ubo feliĉo (3a parte – 3/3) (2aparte Qui)(1a parte Qui) […]

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