Qualche ricordo in libertà.

C’era un tempo in cui trascorrevo molte ore in biblioteca per leggere qualche libro di storia o qualche vecchia edizione di quotidiani, allora più grandi quasi tre o quattro volte di quelli odierni, tanto è vero che trovavo molte difficoltà a maneggiarli, a sfogliare le grandi pagine, ma che soddisfazione si provava a toccare ed a leggere quelle pagine per poi ritrovarsi tutte le mani nere di stampa come se quell’inchiostro non seccasse mai. Erano gli anni della mia infanzia, della mia innocente curiosità, della comune povertà, dei giochi vissuti in mezzo alla strada, degli impermeabili di plastica, delle scarpe finta pelle e dei genitori che ti chiamavano dalla finestra, per studiare, per lavorare ed anche per mangiare (Sob!). Un’età che non si può dimenticare non per una presunta bellezza perché di bello c’era ben poco, ma per quanti sogni attraversavano la mente, tutti desideri a buon mercato che aiutavano a crescere ed a scegliere in un’esistenza così povera che accresceva la voglia di raggiungere l’indipendenza nel più breve tempo possibile. Un periodo pieno di artigiani, di calzolai, di idraulici, di elettricisti, di meccanici, di venditori ambulanti di ogni mercanzia, di commercianti, di piccole e grandi officine, di cascherini, di forni, di cinema dei preti, di oratori, di piccoli teatri e di tante cantine simili a grotte, che erano servite come riparo dalle bombe nel periodo disgraziato della guerra. Insomma il tempo della generazione del dopo guerra, della scarsità del ferro, della presenza dei padri e delle affettuosità, non tutti uguali ma la condizione media era questa. Molti si sono scordati che la mattina non era necessaria la sveglia per alzarsi, perché fra le cinque e le sei si era forzatamente svegliati dai numerosi “monnezzari” che si facevano a piedi tutti i palazzi per ritirare la spazzatura, porta a porta e piano per piano, vuotando i secchi nel loro grande sacco di iuta che trasportavano sulle spalle, che poi vuotavano nel cassone del camion che li aspettava giù in strada. E così palazzo dietro palazzo.
In quegli anni le feste di quartiere erano gli avvenimenti che un po’ tutti aspettavamo per divertirci, per divagarci, per ritrovarci in strada fra ampie luminarie a chiacchierare con i vicini di casa, con i compagni di scuola e per riuscire a bere una bottiglietta di coca-cola, d’aranciata o di chinotto, magari accompagnato da un laccio di liquirizia o da un paio di mostaccioli. Eravamo piccoli, ma già ci si guardava fra maschi e femmine e diciamo la verità che le poche occasioni per dirsi un pur semplice ciao le creavano furbescamente solo queste ultime; così nascevano delle storie infinite di sussurri e bacetti per lo più inventati, ma poco male perché tale era la foga del racconto da far credere allo stesso narratore che il fatto era realmente avvenuto.
Durante la settimana si andava a scuola, si studiava e a qualcuno di noi toccava anche andare a lavorare chi a fare le consegne a domicilio, chi in qualche garage a mettere in ordine le macchine, chi dal lattaio, chi dal carrozziere o dal meccanico, a me toccava andare a lavare con la soda un cumulo di bottiglie di vetro ritirate in qualche negozio e quindi da pulire per riutilizzarle. La domenica, invece, ci si doveva alzare presto per non arrivare tardi in parrocchia per indossare le vesti da chierichetto per accompagnare a turno il sacerdote nelle messe e a quel tempo le chiese erano gremite di fedeli e non ci si lambiccava il cervello con le vuote dispute di crocifisso si, crocifisso no nelle scuole e negli edifici pubblici.
Noi giovani ci appassionavamo a molti sport e riuscivamo a partecipare a gare di corsa campestre e a qualche piccolo campionato di calcio organizzato dall’oratorio della parrocchia. Vivevamo un po’ tutti lo sport con spirito di quartiere, di città e da elemento che cementificava l’appartenenza identitaria nazionale. Così come aumentava naturalmente la nostra età, così cresceva e si realizzava il futuro dentro di noi, nella varietà delle realizzazioni possibili per sostituire con il nostro lavoro, nel rispetto della cultura del nostro popolo, le generazioni che ci hanno preceduto, verso un progresso personale e collettivo in una società ancora vivace, seppur modesta, ma di gran lunga migliore di quella odierna paragonabile ad un deserto per quanta energia ed identità è stata smarrita.

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