Siamo nati entrambi in Italia

luglio 24, 2010

Dopo il tanto discusso referendum nello stabilimento Fiat di Pomigliano, c’è stato un momento in cui ho sperato tornasse il buon senso e la pacificazione fra gli operai e la classe dirigente dell’azienda, ma l’inaspettata comunicazione di voler trasferire in Serbia la realizzazione della nuova monovolume ha fatto ricadere in terra la speranza per una soluzione della vertenza. Anzi sembra più acceso e robusto l’attacco al Contratto Nazionale del Lavoro e di conseguenza allo Statuto dei Lavoratori ed ai diritti sindacali e politici dei lavoratori, persino quelli sanciti dalla Costituzione. In questa babele un significativo personaggio politico, sempre in giro per il mondo, non ci risparmia il suo punto di vista circa la possibilità di una delocalizzazione industriale dall’Italia alla Serbia e si in uno stato liberale si può far tutto, purché non danneggi il lavoro nostrano. Ma se una fabbrica chiude per trasferirsi altrove che fine faranno i suoi lavoratori se non quella di divenire cassaintegrati e quindi disoccupati? Un palese grave danno all’occupazione e quindi a molte famiglie, oltre il quale c’è la pena di morte di più grave.
Intanto nessuno del governo decide di prendere l’iniziativa per fare un piano industriale serio che si armonizzi con le nostre caratteristiche, mentre incombe l’avvio della manovra Tremonti che colpirà servizi sociali (si salvi chi può), pensionati, lavoratori della Pubblica Amministrazione, della sanità, della scuola, dell’università e della ricerca. Enplein! E pensare che qualcuno sino a qualche giorno fa affermava che la crisi era passata, si stava soffrendo per i solo effetti di coda. Ma per carità!
Comunque in questo difficile contesto nazionale, l’AD della Fiat ha voluto scrivere una lettera per ogni dipendente del Gruppo in Italia ed un operaio, che lavora da ben tredici anni in fonderia, gli risponde. Due testi molto interessanti, che sono occasione per una seria riflessione.
I testi delle lettere in parola sono state tratte dal quotidiano l’Unità del 24 luglio c.a., che ringrazio per la varietà dell’informativa offerta ai lettori.
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Sergio Marchionne
Amministratore Delegato
Torino, 9 luglio 2010

SIG.

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A tutte le persone del Gruppo Fiat in Italia

Scrivere una lettera è una di quelle cose che si fa raramente e solo con le persone alle quali si tiene veramente.
Se ho deciso di farlo è perché la cosa che mi sta più a cuore in questo momento è potervi parlare apertamente, per condividere con voi alcuni pensieri e per fare chiarezza sulle tante voci che in questi ultimi mesi hanno visto voi e la Fiat al centro dell’attenzione.
Non è la Fiat a scrivere questa lettera, non è quell’entità astratta che chiamiamo “azienda” e non è, come direbbe qualcuno, il “padrone”.
Vi sto scrivendo prima di tutto come persona, con quel bagaglio di esperienze che la vita mi ha portato a fare.
Sono nato in Italia ma, per ragioni familiari e per motivi di lavoro, ho vissuto all’estero la maggior parte dei miei anni e conosco bene la realtà che sta al di fuori del nostro Paese. Ed è questa conoscenza che sto cercando di mettere a disposizione della Fiat perché non resti isolata da quello che succede intorno.
Vi scrivo da uomo che ha creduto e crede ancora fortemente che abbiamo la possibilità di costruire insieme, in Italia, qualcosa di grande, di migliore e di duraturo.
Prendete questa lettera come il modo più diretto e più umano che conosco per dirvi come stanno realmente le cose.
Ci troviamo in una situazione molto delicata, in cui dobbiamo decidere il nostro futuro. Si tratta di un futuro che riguarda noi tutti, come lavoratori e come persone, e che riguarda il nostro Paese, per il ruolo che vuole occupare a livello internazionale.
Basta pensare a quanto è basso il livello degli investimenti stranieri in Italia, a quante imprese hanno chiuso negli ultimi anni e a quante altre hanno abbandonato il Paese per capire la gravità della situazione. Non nascondiamoci dietro il paravento della crisi.La crisi ha reso più evidente e, purtroppo, per molte famiglie, anche più drammatica la debolezza della struttura industriale italiana.
La cosa peggiore di un sistema industriale, quando non è in grado di competere, è che alla fine sono i lavoratori a pagarne direttamente – e senza colpa – le conseguenze. Quello che noi abbiamo cercato di fare, e stiamo facendo, con il progetto “Fabbrica Italia” è invertire questa tendenza.
I contenuti del piano li conoscete bene e prevedono di concentrare nel Paese grandi investimenti, di aumentare il numero di veicoli prodotti in Italia e di far crescere le esportazioni.
Ma il vero obiettivo del progetto è colmare il divario competitivo che ci separa dagli altri Paesi e portare la Fiat ad un livello di efficienza indispensabile per garantire all’Italia una grande industria dell’auto e a tutti i nostri lavoratori un futuro più sicuro.
Non ci sono alternative.
La Fiat è una multinazionale che opera sui mercati di tutto il mondo.
Se vogliamo che anche in Italia cresca, rafforzi le proprie radici e possa creare nuove opportunità di lavoro dobbiamo accettare la sfida e imparare a confrontarci con il resto del mondo.
Le regole della competizione internazionale non le abbiamo scelte noi e nessuno di noi ha la possibilità di cambiarle, anche se non ci piacciono. L’unica cosa che possiamo scegliere è se stare dentro o fuori dal gioco.Non c’è nulla di eccezionale nelle richieste che stanno alla base della realizzazione di “Fabbrica Italia”.
Abbiamo solo la necessità di garantire normali livelli di competitività ai nostri stabilimenti, creare normali condizioni operative per aumentare il loro utilizzo, avere la certezza di rispondere in tempi normali ai cambiamenti della domanda di mercato.
Non c’è niente di straordinario nel voler aggiornare il sistema di gestione, per adeguarlo a quello che succede a livello mondiale. Eccezionale semmai – per un’azienda – è la scelta di compiere questo sforzo in Italia, rinunciando ai vantaggi sicuri che altri Paesi potrebbero offrire.Anche la proposta studiata per Pomigliano non ha nulla di rivoluzionario, se non l’idea di trasferire la produzione della futura Panda dalla Polonia in Italia.
L’accordo che abbiamo raggiunto ha l’unico obiettivo di assicurare alla fabbrica di funzionare al meglio, eliminando una serie interminabile di anomalie che per anni hanno impedito una regolare attività lavorativa.
Proprio oggi abbiamo annunciato che, insieme alle organizzazioni sindacali che hanno condiviso con noi il progetto, metteremo in pratica questo accordo. Insieme ci impegneremo perché si possa applicare pienamente, assicurando le migliori condizioni di governabilità dello stabilimento.
So che la maggior parte di voi ha compreso e ha apprezzato l’impegno che abbiamo deciso di prendere.Credo, inoltre, che questo non sia il momento delle polemiche e non voglio certo alimentarle.
Ma di fronte alle accuse che sono state mosse e che hanno messo in dubbio la natura e la serietà del progetto “Fabbrica Italia”, sento il dovere di difenderlo.
Non abbiamo intenzione di toccare nessuno dei vostri diritti, non stiamo violando alcuna legge o tantomeno, come ho sentito dire, addirittura la Costituzione Italiana.Non mi sembra neppure vero di essere costretto a chiarire una cosa del genere. E’ una delle più grandi assurdità che si possa sostenere.
Quello che stiamo facendo, semmai, è compiere ogni sforzo possibile per tutelare il lavoro, proprio quel lavoro su cui è fondata la Repubblica Italiana.
L’altra cosa che mi ha lasciato incredulo è la presunta contrapposizione tra azienda e lavoratori, tra “padroni” e operai, di cui ho sentito parlare spesso in questi mesi. Chiunque si sia mai trovato a gestire un’organizzazione sa bene che la forza di quell’organizzazione non arriva da nessuna altra parte se non dalle persone che ci lavorano.
Voi lo avete dimostrato nel modo più evidente, grazie al lavoro fatto in tutti questi anni, trasformando la Fiat, che nel 2004 era sull’orlo del fallimento, in un’azienda che si è guadagnata il rispetto e la stima sui principali mercati internazionali.
Quando, come adesso, si tratta di costruire insieme il futuro che vogliamo, non può esistere nessuna logica di contrapposizione interna.  Questa è una sfida tra noi e il resto del mondo.
Ed è una sfida che o si vince tutti insieme oppure tutti insieme si perde.
Quello di cui ora c’è bisogno è un grande sforzo collettivo, una specie di patto sociale per condividere gli impegni, le responsabilità e i sacrifici in vista di un obiettivo che vada al di là della piccola visione personale.
Questo è il momento di lasciare da parte gli interessi particolari e di guardare al bene comune, al Paese che vogliamo lasciare in eredità alle prossime generazioni.
Questo è il momento di ritrovare una coesione sociale che ci permetta di dare spazio a chi ha il coraggio e la voglia di fare qualcosa di buono.
Sono convinto che anche voi, come me, vogliate per i nostri figli e per i nostri nipoti un futuro diverso e migliore.
Oggi è una di quelle occasioni che capitano una volta nella vita e che ci offre la possibilità di realizzare questa visione.
Cerchiamo di non sprecarla.
Grazie per aver letto questa lunga riflessione e grazie a tutti quelli, tra voi, che vorranno mettere le loro qualità e la loro passione per fare la differenza.
Buon lavoro a tutti.
Sergio Marchionne“

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Carmagnola, 24 luglio 2010
Caro Sergio,
Non posso nascondere l’emozione provata quando ho trovato la sua missiva, ho pensato fosse la comunicazione di un nuovo periodo di cassa integrazione e invece era la lettera del «padrone», anzi, chiedo scusa: la lettera di un collega. Ho scoperto che abbiamo anche una cosa in comune, siamo nati entrambi in Italia. Mi trova d’accordo quando dice che ci troviamo in una situazione molto delicata e che molte famiglie sentono di più il peso della crisi. Aggiungerei però che sono le famiglie degli operai, magari quelle monoreddito, a pagare lo scotto maggiore, non la sua famiglia. Io conosco la situazione più da vicino e, a differenza sua, ho molti amici che a causa dei licenziamenti, dei mancati rinnovi contrattuali o della cassa integrazione faticano ad arrivare a fine mese. Ma non sono certo che lei afferri realmente cosa voglia dire.
Quel che è certo è che lei ha centrato il nocciolo della questione: il momento è delicato. Quindi, che si fa? La sua risposta, mi spiace dirlo, non è quella che speravo. Lei sostiene che sia il caso di accettare «le regole del gioco» perché «non l’abbiamo scelte noi». Chissà come sarebbe il nostro mondo se anche Rosa Lee Parks, Martin Luther King, Dante Di Nanni, Nelson Mandela, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, Emergency, Medici senza Frontiere e tutti i guerrieri del nonostante che tutti i giorni combattono regole ingiuste e discriminanti, avessero semplicemente chinato la testa, teorizzando che il razzismo, le dittature, la mafia o le guerre fossero semplicemente inevitabili, e che anziché combatterle sarebbe stato meglio assecondarle, adattarsi. La regola che porta al profitto diminuendo i diritti dei lavoratori è una regola ingiusta e nel mio piccolo, io continuerò a crederlo e a oppormi.
Per quel che riguarda Pomigliano, le soluzioni che propone non mi convincono. Aumentare la competitività riducendo il benessere dei lavoratori è una soluzione in cui gli sforzi ricadono sugli operai. Lei saprà meglio di me come gestire un’azienda, però quando parla di «anomalie» a Pomigliano, non posso non pensare che io non conoscerò l’alta finanza, ma probabilmente lei non ha la minima idea di cosa sia realmente, mi passi l’espressione, «faticare».
Non so se lei ha mai avuto la fortuna di entrare in una fonderia. Beh, io ci lavoro da 13 anni e mentre il telegiornale ci raccomanda di non uscire nelle ore più calde, io sono a diretto contatto con l’alluminio fuso e sudo da stare male. Le posso garantire che è già tutto sufficientemente inumano. Costringere dei padri di famiglia ad accettare condizioni di lavoro ulteriormente degradanti, e quel che peggio svilenti della loro dignità di lavoratori, non è una strategia aziendale: è una scappatoia. Ma parliamo ora di cose belle. Mi sono nuovamente emozionato quando nella lettera ci ringrazia per quello che abbiamo fatto dal 2004 ad oggi, d’altronde come lei stesso dice «la forza di un’ organizzazione non arriva da nessuna altra parte se non dalle persone che ci lavorano». Spero di non sembrarle venale se le dico che a una virile stretta di mano avrei preferito il Premio di risultato in busta paga oppure migliori condizioni di lavoro. Oppure poteva concedere il rinnovo del contratto a tutti i ragazzi assunti per due giorni oppure una settimana solo per far fronte ai picchi di produzione, sfruttati con l’illusione di un rinnovo e poi rispediti a casa. Lei dice che ci siete riconoscenti. Ci sono molti modi di dimostrare riconoscenza. Perché se, come pubblicano i giornali, la Fiat ha avuto un utile di 113 milioni di euro, ci viene negato il Premio di produzione? Ma immagino che non sia il momento di chiedere. D’altronde dopo tanti anni ho imparato: quando l’azienda va male non è il momento di chiedere perché i conti vanno male e quando l’azienda guadagna non è il momento di fermarsi a chiedere, è il momento di stringere i denti per continuare a far si che le cose vadano bene.
Lei vuole insegnarci che questa «è una sfida che si vince tutti insieme o tutti insieme si perde». Immagino che comprenda le mie difficoltà a credere che lei, io, i colleghi di Pomigliano e i milioni di operai che dipendono dalle sue decisioni, rischiamo alla pari. Se si perderà noi perderemo, lei invece prenderà il suo panfilo e insieme alla sua liquidazione a svariati zeri veleggerà verso nuovi lidi. Noi tremeremo di paura pensando ai mutui e ai libri dei ragazzi, e accetteremo lavori con trattamenti ancora più più svilenti, perché quello che lei finge di non sapere, caro Sergio, è che quello che impone la Fiat, in Italia, viene poi adottato e imposto da ogni altro grande settore dell’industria.
Spero che queste righe scritte con il cuore non siano il sigillo della mia lettera di licenziamento. Solo negli ultimi tempi ho visto licenziare cinque miei colleghi perché non condividevano l’idea «dell’entità astratta, azienda». Ora chiudo, anche se scriverle è stato bello. Spererei davvero che quando mi chiede se per i miei figli e i miei nipoti vorrei un futuro migliore di questo, guardassimo tutti e due verso lo stesso futuro. Temo invece che il futuro prospettato ai nostri figli sia un futuro fatto di iniquità, di ingiustizia e connotato da una profonda mancanza di umanità. (…) Un futuro in cui si devono accettare le regole, anche se ingiuste, perché non le abbiamo scelte noi. Sappia che non è così, lei può scegliere. Insieme, lei e noi possiamo cambiarle quelle regole, cambiarle davvero, anche se temo che non sia questo il suo obbiettivo (…). A lei le cose vanno già molto bene così. Sappia che non ha il mio appoggio e che continuerò ad impegnarmi perché un altro mondo sia possibile.
Buon lavoro anche a lei.

Massimiliano Cassaro

Che accadrà ancora?

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Andasse a quel paese, lui e tutti quelli che la pensano come lui. . .

luglio 23, 2010


..:..ancora c’è né di spazio nel mondo, purché non ci rompano più i. . . . .cosidetti e non abbiano più la faccia tosta di chiederci contributi pubblici, come hanno fatto sino ad ieri.
E scemi noi se dovessimo acquistare i prodotti di questi pseudo connazionali dopo che hanno delocalizzato le fabbriche, rinfoltendo forzatamente il popolo dei cassaintegrati, meglio a piedi e poi il governo dovrebbe adoperarsi per preparare e creare una nuova generazione di industriali, che sappiano si ragionare con il portafoglio, ma anche con il cuore per considerare le giuste necessità di chi gli lavora. Tanto per scriverne una, non si può chiedere a chi svolge un lavoro pesante di ingurgidare una stozza di pane ed almeno un bicchiere d’acqua a fine turno di lavoro in un tempo limitato di appena venti minuti, mentre i lor signori fra amenità di ogni specie si rigenerano in noti ristoranti o a casa loro con il maggiordomo e la fantesca, che si preoccupano di servirgli l’antipasto, il primo, il secondo, il terzo, il quarto, il quinto e così di seguito. Tanto ci sono gli altri a lavorare ed a produrre, loro, riferiscono, ci mettono solo le meningi, noi il generoso “pantalone”unitamente alla mano d’opera.
E’ si per un bel po’ di tempo si è pagato per continuare a far lavorare gli operai, quasi, forse una specie di caporalato legale. . . ah! Boccaccia mia statte zitta e tu penna fermati, perché se riporto tutto quello che penso, dati i tempi, rischio di brutto una sonora censura e quasi certamente nessuno mi difenderebbe. Ma come si fa a frenare l’impeto di rabbia difronte ad amare battute, passate per legittimi proclami, che fanno chiaramente intendere la volontà di disinvestire in Italia per approdare in quei paesi dove esistono bassi salari e dove credono di poter usufruire di importanti finanziamenti pubblici per pagare i loro progetti industriali. Però a questi capitani del low cost industriale fa difetto la memoria nel senso che hanno dimenticato quando frignavano per ottenere i nostri contributi per le loro industria, allora si che si discuteva sulla condivisione delle responsabilità fra imprenditori, sindacati e governo sulla rilevante importanza delle risorse industriali e del suo copioso indotto. A questo proposito devo convenire con il virgolettato riportato da un nostro noto quotidiano: «La Fiat in Serbia? L’ipotesi ventilata da Marchionne non sta né in cielo né in terra», dice il ministro della Semplificazione Roberto Calderoli. «Se si tratta di una battuta, magari fatta per portare a più miti consigli i sindacati, sappia che comunque non fa ridere nessuno, diversamente sappia che troveranno da parte nostra una straordinaria opposizione». «Non si può pensare di sedersi a tavola, mangiare con gli incentivi per l’auto e gli aiuti dello Stato e poi – aggiunge – alzarsi e andarsene senza nemmeno aver pagato il conto». Parole sante signor Ministro.
Questa continua indeterminatezza nelle decisioni che sembra assumere la Fiat sul futuro della produzione nei nostri stabilimenti, fa seriamente preoccupare per molti seri motivi, il primo è quello del mantenimento dei posti di lavoro, il secondo è quello di privare il nostro Paese da prodotti esportabili, il terzo è quello della probabile ritorsione che si vuole realizzare contro i sindacati e contro il Governo, quarto è quello di contenere una probabile reazione dei lavoratori di fronte a tanta arroganza e menefreghismo sulle sorti del Paese in un momento in cui si scontano gli effetti della paurosa crisi finanziaria americana, che si è abbattuta sul mondo intero senza risparmiare nessuno. Un terribile effetto domino, che ha falcidiato la serenità dei popoli.
Adesso mi aspetto che il Governo assuma delle iniziative atte a costringere questi bravi capitani dell’industria low cost a sedere ad un tavolo per affrontarne ogni aspetto, compreso quello dell’indotto e per evitarne il disimpegno dall’Italia, almeno non in maniera gratuita, al solo scapito delle famiglie dei lavoratori ed alla pretesa modernizzazione dei rapporti industriali consistente di fatto nella minor corresponsione dei salari e nel superamento di ogni regola contrattuale.
Ma la vita è una ruota, chi la fa l’aspetti. . . . ah, mi sono un po’ sfogato!


“Ghe pensi mi”

luglio 4, 2010

Ormai la televisione ci ha abituato a vedere e ad ascoltare strani programmi, strani personaggi, strane parole in una esposizione non sempre ben chiara, a volte difficile da valutare un aspetto della globalizzazione della presunzione di un immaginario super uomo dovuta alla televisione.
“Ghe pensi mi” un’affermazione impegnativa, non consueta nello spirito democratico del nostro Paese, che suona strana quasi come un avvertimento, una scarsa considerazione verso gli altri ritenuti incapaci a portare avanti e completare i ddl del suo programma politico, un monito rivolto a qualcuno, ad un nemico immaginario che sembra complottare per destabilizzare l’apparente infrangibilità del suo mondo, della sua lobby, una situazione che sente potrebbe sfuggirgli di mano per tutti quei dissidi che si stanno disvelando, per l’abbandono dal preteso pensiero unico; alla faccia del partito dell’Amore al punto tale che qualcuno già immagina una possibile futura separazione consensuale fra ostruzionisti dissidenti e l’ortodossia pretesa.
Intanto la situazione generale non sembra più tanto tranquilla a causa della vasta disoccupazione, per il crescente peso fiscale, per il continuo aumento dei prezzi dei servizi e dei generi alimentari, per l’imminente pesante mannaia della manovra della finanziaria, per la continua nomina di inutili ministri , per l’annunciata riforma della giustizia e sulle intercettazioni, per le troppe leggi e leggine ad personam. Una immaginaria sindrome d’assedio che sta facendo rischiare la rottura di un “giocattolo politico” che ha goduto di una strabiliante maggioranza parlamentare, mai realizzata da nessun altro governo precedente.
Da qui forse il “ci penso io” preannuncia una tolleranza zero verso ogni dissidente, dando vita ad una guerra contro il resto del mondo democratico per forse operare in modo autoritario e sparando a alzo zero contro tutto e tutti, istituzioni, opposizione e contro personaggi della stessa maggioranza, ritenuti traditori per il solo fatto di voler attivare quella intelligenza collettiva atta a contribuire alla soluzione della crisi che sta affondando il Paese. Mentre sembra essere riservato grande plauso verso quei personaggi rapaci e aggressivi, che carenti di maturità democratica arrivano a sproloquiare contro la massima carica istituzionale. Una situazione di grande imbarazzo mai accaduta sin’ora.
Comunque fra non molto vedremo cosa accadrà, ormai il “trentacinquenne” guascone è rientrato e non tarderà a reclamare da ognuno la silenziosa obbedienza, pena pubblica anatema con probabile espulsione, per concludere la sua fatwa politica. Il tutto mentre il Paese è stretto da una profonda crisi economica, sociale, morale senza precedenti.
Verso quale futuro prossimo politico approderemo, quello della conflittualità e dello scontro continuo, della pace per assoggettamento dei dissidenti, del ricorso a prossime elezioni. . . . .è difficile fare una previsione. . . certo ci sarebbe un’altra strada e cioè quella del ricorso al buon senso, alla riattivazione delle camere ed al dibattito politico. . . mah! Vedremo, auguriamoci però che ciò che ci si augurava di bene per il nostro futuro non sia una speranza già passata.


Una lettera da L’Aquila.

luglio 2, 2010


Una e-mail che mi ha commosso, che desidero condividere
con voi.

—-Messaggio originale—-
Da: le12424@iperbole.bologna.it
Data: 24/06/2010 15.05
A: “amici”
Ogg: Lettera da L’Aquila

Una mia amica dell’Aquila mi ha inviato questa.

“Ieri mi ha telefonato l’impiegata di una società di recupero crediti, per conto di Sky. Mi dice che risulto morosa dal mese di settembre del 2009. Mi chiede come mai. Le dico che dal 4 aprile dello scorso anno ho lasciato la mia casa e non vi ho più fatto ritorno. Causa terremoto. Il decoder sky giace schiacciato sotto il peso di una parete crollata. Ammutolisce. Quindi si scusa e mi dice che farà presente quanto le ho detto a chi di dovere. Poi, premurosa, mi chiede se ora, dopo un anno, è tutto a posto. Mi dice di amare la mia città, ha avuto la fortuna di visitarla un paio di anni fa. Ne è rimasta affascinata. Ricorda in particolare una scalinata in selci che scendeva dal Duomo verso la basilica di Collemaggio. E mi sale il groppo alla gola. Le dico che abitavo proprio lì. Lei ammutolisce di nuovo. Poi mi invita a raccontarle cosa è la mia città oggi. Ed io lo faccio. Le racconto del centro militarizzato. Le racconto che non posso andare a casa mia quando voglio. Le racconto che, però, i ladri ci vanno indisturbati. Le racconto dei palazzi lasciati lì a morire. Le racconto dei soldi che non ci sono, per ricostruire. E che non ci sono neanche per aiutare noi a sopravvivere. Le racconto che, dal primo luglio, torneremo a pagare le tasse ed i contributi, anche se non lavoriamo. Le racconto che pagheremo l’i.c.i. ed i mutui sulle case distrutte. E ripartiranno regolarmente i pagamenti dei prestiti. Anche per chi non ha più nulla. Che, a luglio, un terremotato con uno stipendio lordo di 2.000 euro vedrà in busta paga 734 euro di retribuzione netta. Che non solo torneremo a pagare le tasse, ma restituiremo subito tutte quelle non pagate dal 6 aprile. Che lo stato non versa ai cittadini senza casa che si gestiscono da soli, ben ventisettemila, neanche quel piccolo contributo di 200 euro mensili che dovrebbe aiutarli a pagare un affitto. Che i prezzi degli affitti sono triplicati. Senza nessun controllo.Che io pago ,in un paesino di cinquecento anime, quanto Bertolaso pagava per un’appartamento in via Giulia, a Roma. La sento respirare pesantemente. Le parlo dei nuovi quartieri costruiti a prezzi di residenze di lusso. Le racconto la vita delle persone che abitano lì. Come in alveari senz’anima. Senza neanche un giornalaio. O un bar. Le racconto degli anziani che sono stati sradicati dalla loro terra. Lontani chilometri e chilometri. Le racconto dei professionisti che sono andati via. Delle iscrizioni alle scuole superiori in netto calo. Le racconto di una città che muore. E lei mi risponde, con la voce che le trema. ” Non è possibile che non si sappia niente di tutto questo. Non potete restare così. Chiamate i giornalisti televisivi. Dovete dirglielo. Chiamate la stampa. Devono scriverlo.”

Loro non scrivono noi facciamo girare…


On to the Senate

luglio 2, 2010

Friend –
Last night, just before 7 p.m. Eastern Time, the House passed Wall Street reform by a vote of 237 to 192. This is a huge victory for our movement — and all American consumers.
Now, there’s just one hurdle left before this historic bill can be signed into law. It must be passed by the Senate — a vote likely to come right after the July 4th congressional recess.
Protecting consumers and holding the big banks accountable is a key piece of the change that all of us fought for in 2008. It’s up to us to bring it across the finish line — making sure every champion in the Senate knows that we’re standing with them, and that those in opposition know that Americans are demanding reform.

Can you take a moment now to write to your senators?

http://my.barackobama.com/WSRSenateVote

Thanks for making it possible,

Mitch

Mitch Stewart
Director
Organizing for America

P.S. — A lot of OFA supporters have been passing around this clip from Rachel Maddow’s show about the incredible changes made during the Obama administration. Take a look:

http://my.barackobama.com/MaddowClip

Amico –
Ieri sera, poco prima 7:00 Eastern Time, la Camera ha passato Wall Street riforma con un voto di 237-192. Questa è una vittoria enorme per il nostro movimento – e tutti i consumatori americani.

Ora, c’è solo un ostacolo a sinistra prima di questo disegno di legge storico può essere firmato in legge. Deve essere approvato dal Senato – un voto che possono entrare a destra dopo il 4 luglio recesso del Congresso.

Proteggere i consumatori e tenendo conto delle grandi banche è un pezzo chiave del cambiamento che tutti noi combattuto nel 2008. Tocca a noi per portarlo al traguardo – fare in modo che ogni campione del Senato lo sa che siamo con loro, e che l’opposizione sa che gli americani chiedono la riforma.

Potete prendere un momento ora di scrivere al vostro senatori?

http://my.barackobama.com/WSRSenateVote

Grazie per aver reso possibile,

Mitch

Mitch Stewart
Direttore
Organizzatore per l’America

Post scriptum – Un sacco di tifosi OFA tramandano intorno a questo clip show da Rachel Maddow circa i cambiamenti incredibili durante l’amministrazione Obama. Date un’occhiata:

http://my.barackobama.com/MaddowClip