Andasse a quel paese, lui e tutti quelli che la pensano come lui. . .


..:..ancora c’è né di spazio nel mondo, purché non ci rompano più i. . . . .cosidetti e non abbiano più la faccia tosta di chiederci contributi pubblici, come hanno fatto sino ad ieri.
E scemi noi se dovessimo acquistare i prodotti di questi pseudo connazionali dopo che hanno delocalizzato le fabbriche, rinfoltendo forzatamente il popolo dei cassaintegrati, meglio a piedi e poi il governo dovrebbe adoperarsi per preparare e creare una nuova generazione di industriali, che sappiano si ragionare con il portafoglio, ma anche con il cuore per considerare le giuste necessità di chi gli lavora. Tanto per scriverne una, non si può chiedere a chi svolge un lavoro pesante di ingurgidare una stozza di pane ed almeno un bicchiere d’acqua a fine turno di lavoro in un tempo limitato di appena venti minuti, mentre i lor signori fra amenità di ogni specie si rigenerano in noti ristoranti o a casa loro con il maggiordomo e la fantesca, che si preoccupano di servirgli l’antipasto, il primo, il secondo, il terzo, il quarto, il quinto e così di seguito. Tanto ci sono gli altri a lavorare ed a produrre, loro, riferiscono, ci mettono solo le meningi, noi il generoso “pantalone”unitamente alla mano d’opera.
E’ si per un bel po’ di tempo si è pagato per continuare a far lavorare gli operai, quasi, forse una specie di caporalato legale. . . ah! Boccaccia mia statte zitta e tu penna fermati, perché se riporto tutto quello che penso, dati i tempi, rischio di brutto una sonora censura e quasi certamente nessuno mi difenderebbe. Ma come si fa a frenare l’impeto di rabbia difronte ad amare battute, passate per legittimi proclami, che fanno chiaramente intendere la volontà di disinvestire in Italia per approdare in quei paesi dove esistono bassi salari e dove credono di poter usufruire di importanti finanziamenti pubblici per pagare i loro progetti industriali. Però a questi capitani del low cost industriale fa difetto la memoria nel senso che hanno dimenticato quando frignavano per ottenere i nostri contributi per le loro industria, allora si che si discuteva sulla condivisione delle responsabilità fra imprenditori, sindacati e governo sulla rilevante importanza delle risorse industriali e del suo copioso indotto. A questo proposito devo convenire con il virgolettato riportato da un nostro noto quotidiano: «La Fiat in Serbia? L’ipotesi ventilata da Marchionne non sta né in cielo né in terra», dice il ministro della Semplificazione Roberto Calderoli. «Se si tratta di una battuta, magari fatta per portare a più miti consigli i sindacati, sappia che comunque non fa ridere nessuno, diversamente sappia che troveranno da parte nostra una straordinaria opposizione». «Non si può pensare di sedersi a tavola, mangiare con gli incentivi per l’auto e gli aiuti dello Stato e poi – aggiunge – alzarsi e andarsene senza nemmeno aver pagato il conto». Parole sante signor Ministro.
Questa continua indeterminatezza nelle decisioni che sembra assumere la Fiat sul futuro della produzione nei nostri stabilimenti, fa seriamente preoccupare per molti seri motivi, il primo è quello del mantenimento dei posti di lavoro, il secondo è quello di privare il nostro Paese da prodotti esportabili, il terzo è quello della probabile ritorsione che si vuole realizzare contro i sindacati e contro il Governo, quarto è quello di contenere una probabile reazione dei lavoratori di fronte a tanta arroganza e menefreghismo sulle sorti del Paese in un momento in cui si scontano gli effetti della paurosa crisi finanziaria americana, che si è abbattuta sul mondo intero senza risparmiare nessuno. Un terribile effetto domino, che ha falcidiato la serenità dei popoli.
Adesso mi aspetto che il Governo assuma delle iniziative atte a costringere questi bravi capitani dell’industria low cost a sedere ad un tavolo per affrontarne ogni aspetto, compreso quello dell’indotto e per evitarne il disimpegno dall’Italia, almeno non in maniera gratuita, al solo scapito delle famiglie dei lavoratori ed alla pretesa modernizzazione dei rapporti industriali consistente di fatto nella minor corresponsione dei salari e nel superamento di ogni regola contrattuale.
Ma la vita è una ruota, chi la fa l’aspetti. . . . ah, mi sono un po’ sfogato!

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