La felicità sul palmo della mano.


Quando l’oscurità della sera inizia a coprire la luce del giorno e le ombre si allungano sull’asfalto, non vado a dormire come gran parte delle persone per me inizia il tempo delle riflessioni, dei ricordi, delle malinconie e della tentata cura delle tante ferite dell’esistenza che non sono mai riuscito a far rimarginare.
Non sono a casa, sono giù in città in un luogo assimilabile ad un porto di mare, ad una stazione con un gran via vai di persone, una babele di linguaggi che solo da poco tempo riesco a comprenderne il senso ed a coglierne il significato. Un piccolo luogo, che per la varietà degli incontri, fa quasi credere di essere nella realtà del futuro, del domani, quando la gran massa di persone del mondo si è mescolata ed ha smesso di avversarsi senza senso ed ha finalmente rinunciato a commettere sciocchezze che possono nuocere ad altre persone, come i pregiudizi, il razzismo e le guerre. Qui non è difficile né raro vedere un iraniano discorrere allegramente con un israelita, un indiano con un cinese, un italiano con un africano e così via. L’unica difficoltà è la comprensione della lingua altrui, ma qui con il mio piccolo net-book sono fisso sul traduttore di Google e tutto fila liscio e mi sembra di essere quasi un poliglotta, io e gli altri. Qui, tranne rare eccezioni, nemmeno la politica divide le persone, ma la convinzione che probabilmente il futuro può essere una replica del passato, quindi del nostro presente, ci fa temere di non riuscire più a recuperare quei valori tradizionali, etici, democratici e solidali che da qualche anno sono caduti per essere sostituiti da una generalizzata trasgressione comportamentale al punto da trasformare l’attuale società in una triste e sgradevole soap-opera animata da un gran numero di comparse dedite a minacce, ricatti ed a creare una continua confusione trasformando la vita di tutti in una frenetica ed ostile querelle.
L’esistenza della maggioranza delle persone è ormai colma di problemi, di preoccupazioni e di complesse emozioni, che quotidianamente devono affrontare per il lavoro, per la famiglia e per la propria salute che è sempre più minata da forti tensioni sino al più profondo stress.
Poi improvvisamente ed amaramente si è spettatori di crudeltà al limite di una condizione borderline come è accaduto ad una giovane ragazza di appena quindici anni, alla quale un folle zio ha tolto la vita e tutte le speranze di augurata felicità. Una sfortunata giovane creatura vittima di un mostro, senz’altro oltre il confine della normalità, che ingiustamente e ferocemente le ha tolto la possibilità di vivere la sua giovinezza, età delle normali esagerazioni causate da quella vitalità che un po’ tutti noi dovremmo ricordare di aver vissuto nella nostra gioventù per guardare con affetto, comprensione e tutela tutti i quindicenni che si affacciano alla vita incuranti dei possibili pericoli della giovane età.
Ecco, quando i media ci informano di siffatte ferocie, sono assalito da un impulso di vendetta per rendere dente per dente ogni possibile sofferenza al mostro assassino.
Per me è una gioia guardare ed ascoltare i giovani, volendo o nolendo mi riportano indietro nel tempo, ai giorni migliori della vita quando si cominciano a formare le speranze, i desideri ed i deboli proponimenti si irrobustiscono nella volontà.
Quanto vorrei congedarmi da questa vita con la convinzione che tutto è migliorato ed il quotidiano non sarà più vissuto con affanno, forse sto sperando ed augurando che avvenga qualcosa che non avverrà mai. . . . . . . sarei veramente fortunato se fossi un mendicante che tendendo una mano qualcuno mi posasse sul palmo un piccolo regno dove tutti hanno la loro parte di serenità, di sicurezza e di giustizia, come viene recitato in una breve poesia letta molto tempo fa, ma che della quale non ricordo più né il titolo e né l’autore.
Però mi rimane una forte speranza, che il castello donato non sia di sabbia.

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