Roma: GP F.1 “SI” e GP F.1 “NO”

ottobre 9, 2010


Per caso ieri ho letto un sunto del rapporto redatto da un partito politico sulla comunicata possibilità di organizzare e realizzare una gara di F.1 a Roma o a Vallelunga e non sono riuscito a condividere le conclusioni, tutte negative, di questo progetto.
Certo allestire un percorso e servizi accessori adatti ad una gara di F.1 in una città non è cosa semplice per un’infinità di problemi da risolvere e per l’esosità delle cifre stanziare, ma se questo progetto dovesse essere applicato in un’area dove già esiste un circuito abilitato a gare motoristiche, ebbene tutto diverrebbe meno complicato e meno costoso, Quindi l’idea di attualizzare il dimensionamento del circuito di Vallelunga per rendere appunto possibili competizioni di questi tipo e di Gp2 con la necessaria inderogabile realizzazione di tutto quanto necessiti di accessorio, come per esempio un sicuro eliporto, zone di pronto soccorso, spazio per delle gru/fisse-mobili per togliere auto eventualmente incidentate, ospilality per i piloti e per il loro staff ed eccetera, mi sembra degna di considerazione e di meno complessa fattibilità.
Quello che mi ha meravigliato del rapporto in parola è la mancanza di idee e l’arida considerazione di temere una duplicazione del già noto gran premio di Monza al quale la sessione laziale potrebbe sottrarre incassi e spettatori.
Nulla di più errato perché ogni gran premio ha le sue caratteristiche, i suoi eventi pre/post competizione e qui si constaterebbe la bravura e la buona fantasia degli organizzatori a rendere unici ed a mantenere accesi i reciproci interessi. Circuiti di questo genere non debbono servire solo per espletare la calendarizzata gara automobilistica, ma deve prestarsi per gran parte dell’anno ad altri eventi che richiamino altro pubblico in modo da non far giacere l’impianto in un inutile catalessi.
Quindi grande partecipazione del privato negli investimenti e nel redigere annualmente/periodicamente un programma delle possibili attività da realizzare in tale spazio.
Un siffatto programma incentiverebbe il lavoro con conseguente nuova occupazione e questa augurabile circostanza aiuterebbe il territorio ad uscire con meno lentezza dalla crisi che ancora congela la nostra comunità.
Con questa visione coraggiosa si realizzarebbe un valore aggiunto nella possibilità di nuovo lavoro dotando il territorio di un nuovo necessario dinamismo che andrebbe ad irrobustire l’economia di tutta la regione, altrettanto per l’altro territorio e regione.
In questo programma di rinnovamento si potrebbe veramente comporre, come accennato poc’anzi, un positivo valore aggiunto nell’economia territoriale e nella rigenerata forte coesione sociale tanto necessaria per poter riparlare a proposito di competitività e qualità della vita. Non credo sia esagerato supporre al riaffiora mento generale della condivisione di progetti e della più forte valorizzazione del lavoro umano con risvegliati ideali, passioni e fiducia civile.
Quindi trovo positivo incentivare investimenti che possano dare vitalità a strategie di ampio respiro per uscire dalla orizzontalità della crisi tarpando ogni progetto di reazione e di conseguente fiducia nel mondo imprenditoriale e nelle masse di lavoratori.
Quindi coraggio e qualcuno abbandoni paure ed egoismi di parte per partecipare ad un discorso di riscossa economica generalizzata, nazionale, coinvolgendo anche il capitale privato privilegiando un’osservazione a lungo per intercettare ogni possibile opportunità di crescita.
Quindi stop ad ogni personalismo di quartiere, qui dobbiamo essere tutti uniti per realizzare nuove occasioni per lasciarsi dietro le spalle, una volta per tutte, ogni difficoltà e se così avvenisse tutto si risolverebbe man mano nel tempo e forse, anzi quasi certamente, troveremmo più motivi di accordo che di divisione.
Qualche politico dia la possibilità al buon senso di suggerire serie, coraggiose e mirate iniziative per ritrovarci tutti fuori pericolo.

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Siamo nati entrambi in Italia

luglio 24, 2010

Dopo il tanto discusso referendum nello stabilimento Fiat di Pomigliano, c’è stato un momento in cui ho sperato tornasse il buon senso e la pacificazione fra gli operai e la classe dirigente dell’azienda, ma l’inaspettata comunicazione di voler trasferire in Serbia la realizzazione della nuova monovolume ha fatto ricadere in terra la speranza per una soluzione della vertenza. Anzi sembra più acceso e robusto l’attacco al Contratto Nazionale del Lavoro e di conseguenza allo Statuto dei Lavoratori ed ai diritti sindacali e politici dei lavoratori, persino quelli sanciti dalla Costituzione. In questa babele un significativo personaggio politico, sempre in giro per il mondo, non ci risparmia il suo punto di vista circa la possibilità di una delocalizzazione industriale dall’Italia alla Serbia e si in uno stato liberale si può far tutto, purché non danneggi il lavoro nostrano. Ma se una fabbrica chiude per trasferirsi altrove che fine faranno i suoi lavoratori se non quella di divenire cassaintegrati e quindi disoccupati? Un palese grave danno all’occupazione e quindi a molte famiglie, oltre il quale c’è la pena di morte di più grave.
Intanto nessuno del governo decide di prendere l’iniziativa per fare un piano industriale serio che si armonizzi con le nostre caratteristiche, mentre incombe l’avvio della manovra Tremonti che colpirà servizi sociali (si salvi chi può), pensionati, lavoratori della Pubblica Amministrazione, della sanità, della scuola, dell’università e della ricerca. Enplein! E pensare che qualcuno sino a qualche giorno fa affermava che la crisi era passata, si stava soffrendo per i solo effetti di coda. Ma per carità!
Comunque in questo difficile contesto nazionale, l’AD della Fiat ha voluto scrivere una lettera per ogni dipendente del Gruppo in Italia ed un operaio, che lavora da ben tredici anni in fonderia, gli risponde. Due testi molto interessanti, che sono occasione per una seria riflessione.
I testi delle lettere in parola sono state tratte dal quotidiano l’Unità del 24 luglio c.a., che ringrazio per la varietà dell’informativa offerta ai lettori.
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Sergio Marchionne
Amministratore Delegato
Torino, 9 luglio 2010

SIG.

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A tutte le persone del Gruppo Fiat in Italia

Scrivere una lettera è una di quelle cose che si fa raramente e solo con le persone alle quali si tiene veramente.
Se ho deciso di farlo è perché la cosa che mi sta più a cuore in questo momento è potervi parlare apertamente, per condividere con voi alcuni pensieri e per fare chiarezza sulle tante voci che in questi ultimi mesi hanno visto voi e la Fiat al centro dell’attenzione.
Non è la Fiat a scrivere questa lettera, non è quell’entità astratta che chiamiamo “azienda” e non è, come direbbe qualcuno, il “padrone”.
Vi sto scrivendo prima di tutto come persona, con quel bagaglio di esperienze che la vita mi ha portato a fare.
Sono nato in Italia ma, per ragioni familiari e per motivi di lavoro, ho vissuto all’estero la maggior parte dei miei anni e conosco bene la realtà che sta al di fuori del nostro Paese. Ed è questa conoscenza che sto cercando di mettere a disposizione della Fiat perché non resti isolata da quello che succede intorno.
Vi scrivo da uomo che ha creduto e crede ancora fortemente che abbiamo la possibilità di costruire insieme, in Italia, qualcosa di grande, di migliore e di duraturo.
Prendete questa lettera come il modo più diretto e più umano che conosco per dirvi come stanno realmente le cose.
Ci troviamo in una situazione molto delicata, in cui dobbiamo decidere il nostro futuro. Si tratta di un futuro che riguarda noi tutti, come lavoratori e come persone, e che riguarda il nostro Paese, per il ruolo che vuole occupare a livello internazionale.
Basta pensare a quanto è basso il livello degli investimenti stranieri in Italia, a quante imprese hanno chiuso negli ultimi anni e a quante altre hanno abbandonato il Paese per capire la gravità della situazione. Non nascondiamoci dietro il paravento della crisi.La crisi ha reso più evidente e, purtroppo, per molte famiglie, anche più drammatica la debolezza della struttura industriale italiana.
La cosa peggiore di un sistema industriale, quando non è in grado di competere, è che alla fine sono i lavoratori a pagarne direttamente – e senza colpa – le conseguenze. Quello che noi abbiamo cercato di fare, e stiamo facendo, con il progetto “Fabbrica Italia” è invertire questa tendenza.
I contenuti del piano li conoscete bene e prevedono di concentrare nel Paese grandi investimenti, di aumentare il numero di veicoli prodotti in Italia e di far crescere le esportazioni.
Ma il vero obiettivo del progetto è colmare il divario competitivo che ci separa dagli altri Paesi e portare la Fiat ad un livello di efficienza indispensabile per garantire all’Italia una grande industria dell’auto e a tutti i nostri lavoratori un futuro più sicuro.
Non ci sono alternative.
La Fiat è una multinazionale che opera sui mercati di tutto il mondo.
Se vogliamo che anche in Italia cresca, rafforzi le proprie radici e possa creare nuove opportunità di lavoro dobbiamo accettare la sfida e imparare a confrontarci con il resto del mondo.
Le regole della competizione internazionale non le abbiamo scelte noi e nessuno di noi ha la possibilità di cambiarle, anche se non ci piacciono. L’unica cosa che possiamo scegliere è se stare dentro o fuori dal gioco.Non c’è nulla di eccezionale nelle richieste che stanno alla base della realizzazione di “Fabbrica Italia”.
Abbiamo solo la necessità di garantire normali livelli di competitività ai nostri stabilimenti, creare normali condizioni operative per aumentare il loro utilizzo, avere la certezza di rispondere in tempi normali ai cambiamenti della domanda di mercato.
Non c’è niente di straordinario nel voler aggiornare il sistema di gestione, per adeguarlo a quello che succede a livello mondiale. Eccezionale semmai – per un’azienda – è la scelta di compiere questo sforzo in Italia, rinunciando ai vantaggi sicuri che altri Paesi potrebbero offrire.Anche la proposta studiata per Pomigliano non ha nulla di rivoluzionario, se non l’idea di trasferire la produzione della futura Panda dalla Polonia in Italia.
L’accordo che abbiamo raggiunto ha l’unico obiettivo di assicurare alla fabbrica di funzionare al meglio, eliminando una serie interminabile di anomalie che per anni hanno impedito una regolare attività lavorativa.
Proprio oggi abbiamo annunciato che, insieme alle organizzazioni sindacali che hanno condiviso con noi il progetto, metteremo in pratica questo accordo. Insieme ci impegneremo perché si possa applicare pienamente, assicurando le migliori condizioni di governabilità dello stabilimento.
So che la maggior parte di voi ha compreso e ha apprezzato l’impegno che abbiamo deciso di prendere.Credo, inoltre, che questo non sia il momento delle polemiche e non voglio certo alimentarle.
Ma di fronte alle accuse che sono state mosse e che hanno messo in dubbio la natura e la serietà del progetto “Fabbrica Italia”, sento il dovere di difenderlo.
Non abbiamo intenzione di toccare nessuno dei vostri diritti, non stiamo violando alcuna legge o tantomeno, come ho sentito dire, addirittura la Costituzione Italiana.Non mi sembra neppure vero di essere costretto a chiarire una cosa del genere. E’ una delle più grandi assurdità che si possa sostenere.
Quello che stiamo facendo, semmai, è compiere ogni sforzo possibile per tutelare il lavoro, proprio quel lavoro su cui è fondata la Repubblica Italiana.
L’altra cosa che mi ha lasciato incredulo è la presunta contrapposizione tra azienda e lavoratori, tra “padroni” e operai, di cui ho sentito parlare spesso in questi mesi. Chiunque si sia mai trovato a gestire un’organizzazione sa bene che la forza di quell’organizzazione non arriva da nessuna altra parte se non dalle persone che ci lavorano.
Voi lo avete dimostrato nel modo più evidente, grazie al lavoro fatto in tutti questi anni, trasformando la Fiat, che nel 2004 era sull’orlo del fallimento, in un’azienda che si è guadagnata il rispetto e la stima sui principali mercati internazionali.
Quando, come adesso, si tratta di costruire insieme il futuro che vogliamo, non può esistere nessuna logica di contrapposizione interna.  Questa è una sfida tra noi e il resto del mondo.
Ed è una sfida che o si vince tutti insieme oppure tutti insieme si perde.
Quello di cui ora c’è bisogno è un grande sforzo collettivo, una specie di patto sociale per condividere gli impegni, le responsabilità e i sacrifici in vista di un obiettivo che vada al di là della piccola visione personale.
Questo è il momento di lasciare da parte gli interessi particolari e di guardare al bene comune, al Paese che vogliamo lasciare in eredità alle prossime generazioni.
Questo è il momento di ritrovare una coesione sociale che ci permetta di dare spazio a chi ha il coraggio e la voglia di fare qualcosa di buono.
Sono convinto che anche voi, come me, vogliate per i nostri figli e per i nostri nipoti un futuro diverso e migliore.
Oggi è una di quelle occasioni che capitano una volta nella vita e che ci offre la possibilità di realizzare questa visione.
Cerchiamo di non sprecarla.
Grazie per aver letto questa lunga riflessione e grazie a tutti quelli, tra voi, che vorranno mettere le loro qualità e la loro passione per fare la differenza.
Buon lavoro a tutti.
Sergio Marchionne“

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Carmagnola, 24 luglio 2010
Caro Sergio,
Non posso nascondere l’emozione provata quando ho trovato la sua missiva, ho pensato fosse la comunicazione di un nuovo periodo di cassa integrazione e invece era la lettera del «padrone», anzi, chiedo scusa: la lettera di un collega. Ho scoperto che abbiamo anche una cosa in comune, siamo nati entrambi in Italia. Mi trova d’accordo quando dice che ci troviamo in una situazione molto delicata e che molte famiglie sentono di più il peso della crisi. Aggiungerei però che sono le famiglie degli operai, magari quelle monoreddito, a pagare lo scotto maggiore, non la sua famiglia. Io conosco la situazione più da vicino e, a differenza sua, ho molti amici che a causa dei licenziamenti, dei mancati rinnovi contrattuali o della cassa integrazione faticano ad arrivare a fine mese. Ma non sono certo che lei afferri realmente cosa voglia dire.
Quel che è certo è che lei ha centrato il nocciolo della questione: il momento è delicato. Quindi, che si fa? La sua risposta, mi spiace dirlo, non è quella che speravo. Lei sostiene che sia il caso di accettare «le regole del gioco» perché «non l’abbiamo scelte noi». Chissà come sarebbe il nostro mondo se anche Rosa Lee Parks, Martin Luther King, Dante Di Nanni, Nelson Mandela, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, Emergency, Medici senza Frontiere e tutti i guerrieri del nonostante che tutti i giorni combattono regole ingiuste e discriminanti, avessero semplicemente chinato la testa, teorizzando che il razzismo, le dittature, la mafia o le guerre fossero semplicemente inevitabili, e che anziché combatterle sarebbe stato meglio assecondarle, adattarsi. La regola che porta al profitto diminuendo i diritti dei lavoratori è una regola ingiusta e nel mio piccolo, io continuerò a crederlo e a oppormi.
Per quel che riguarda Pomigliano, le soluzioni che propone non mi convincono. Aumentare la competitività riducendo il benessere dei lavoratori è una soluzione in cui gli sforzi ricadono sugli operai. Lei saprà meglio di me come gestire un’azienda, però quando parla di «anomalie» a Pomigliano, non posso non pensare che io non conoscerò l’alta finanza, ma probabilmente lei non ha la minima idea di cosa sia realmente, mi passi l’espressione, «faticare».
Non so se lei ha mai avuto la fortuna di entrare in una fonderia. Beh, io ci lavoro da 13 anni e mentre il telegiornale ci raccomanda di non uscire nelle ore più calde, io sono a diretto contatto con l’alluminio fuso e sudo da stare male. Le posso garantire che è già tutto sufficientemente inumano. Costringere dei padri di famiglia ad accettare condizioni di lavoro ulteriormente degradanti, e quel che peggio svilenti della loro dignità di lavoratori, non è una strategia aziendale: è una scappatoia. Ma parliamo ora di cose belle. Mi sono nuovamente emozionato quando nella lettera ci ringrazia per quello che abbiamo fatto dal 2004 ad oggi, d’altronde come lei stesso dice «la forza di un’ organizzazione non arriva da nessuna altra parte se non dalle persone che ci lavorano». Spero di non sembrarle venale se le dico che a una virile stretta di mano avrei preferito il Premio di risultato in busta paga oppure migliori condizioni di lavoro. Oppure poteva concedere il rinnovo del contratto a tutti i ragazzi assunti per due giorni oppure una settimana solo per far fronte ai picchi di produzione, sfruttati con l’illusione di un rinnovo e poi rispediti a casa. Lei dice che ci siete riconoscenti. Ci sono molti modi di dimostrare riconoscenza. Perché se, come pubblicano i giornali, la Fiat ha avuto un utile di 113 milioni di euro, ci viene negato il Premio di produzione? Ma immagino che non sia il momento di chiedere. D’altronde dopo tanti anni ho imparato: quando l’azienda va male non è il momento di chiedere perché i conti vanno male e quando l’azienda guadagna non è il momento di fermarsi a chiedere, è il momento di stringere i denti per continuare a far si che le cose vadano bene.
Lei vuole insegnarci che questa «è una sfida che si vince tutti insieme o tutti insieme si perde». Immagino che comprenda le mie difficoltà a credere che lei, io, i colleghi di Pomigliano e i milioni di operai che dipendono dalle sue decisioni, rischiamo alla pari. Se si perderà noi perderemo, lei invece prenderà il suo panfilo e insieme alla sua liquidazione a svariati zeri veleggerà verso nuovi lidi. Noi tremeremo di paura pensando ai mutui e ai libri dei ragazzi, e accetteremo lavori con trattamenti ancora più più svilenti, perché quello che lei finge di non sapere, caro Sergio, è che quello che impone la Fiat, in Italia, viene poi adottato e imposto da ogni altro grande settore dell’industria.
Spero che queste righe scritte con il cuore non siano il sigillo della mia lettera di licenziamento. Solo negli ultimi tempi ho visto licenziare cinque miei colleghi perché non condividevano l’idea «dell’entità astratta, azienda». Ora chiudo, anche se scriverle è stato bello. Spererei davvero che quando mi chiede se per i miei figli e i miei nipoti vorrei un futuro migliore di questo, guardassimo tutti e due verso lo stesso futuro. Temo invece che il futuro prospettato ai nostri figli sia un futuro fatto di iniquità, di ingiustizia e connotato da una profonda mancanza di umanità. (…) Un futuro in cui si devono accettare le regole, anche se ingiuste, perché non le abbiamo scelte noi. Sappia che non è così, lei può scegliere. Insieme, lei e noi possiamo cambiarle quelle regole, cambiarle davvero, anche se temo che non sia questo il suo obbiettivo (…). A lei le cose vanno già molto bene così. Sappia che non ha il mio appoggio e che continuerò ad impegnarmi perché un altro mondo sia possibile.
Buon lavoro anche a lei.

Massimiliano Cassaro

Che accadrà ancora?


Andasse a quel paese, lui e tutti quelli che la pensano come lui. . .

luglio 23, 2010


..:..ancora c’è né di spazio nel mondo, purché non ci rompano più i. . . . .cosidetti e non abbiano più la faccia tosta di chiederci contributi pubblici, come hanno fatto sino ad ieri.
E scemi noi se dovessimo acquistare i prodotti di questi pseudo connazionali dopo che hanno delocalizzato le fabbriche, rinfoltendo forzatamente il popolo dei cassaintegrati, meglio a piedi e poi il governo dovrebbe adoperarsi per preparare e creare una nuova generazione di industriali, che sappiano si ragionare con il portafoglio, ma anche con il cuore per considerare le giuste necessità di chi gli lavora. Tanto per scriverne una, non si può chiedere a chi svolge un lavoro pesante di ingurgidare una stozza di pane ed almeno un bicchiere d’acqua a fine turno di lavoro in un tempo limitato di appena venti minuti, mentre i lor signori fra amenità di ogni specie si rigenerano in noti ristoranti o a casa loro con il maggiordomo e la fantesca, che si preoccupano di servirgli l’antipasto, il primo, il secondo, il terzo, il quarto, il quinto e così di seguito. Tanto ci sono gli altri a lavorare ed a produrre, loro, riferiscono, ci mettono solo le meningi, noi il generoso “pantalone”unitamente alla mano d’opera.
E’ si per un bel po’ di tempo si è pagato per continuare a far lavorare gli operai, quasi, forse una specie di caporalato legale. . . ah! Boccaccia mia statte zitta e tu penna fermati, perché se riporto tutto quello che penso, dati i tempi, rischio di brutto una sonora censura e quasi certamente nessuno mi difenderebbe. Ma come si fa a frenare l’impeto di rabbia difronte ad amare battute, passate per legittimi proclami, che fanno chiaramente intendere la volontà di disinvestire in Italia per approdare in quei paesi dove esistono bassi salari e dove credono di poter usufruire di importanti finanziamenti pubblici per pagare i loro progetti industriali. Però a questi capitani del low cost industriale fa difetto la memoria nel senso che hanno dimenticato quando frignavano per ottenere i nostri contributi per le loro industria, allora si che si discuteva sulla condivisione delle responsabilità fra imprenditori, sindacati e governo sulla rilevante importanza delle risorse industriali e del suo copioso indotto. A questo proposito devo convenire con il virgolettato riportato da un nostro noto quotidiano: «La Fiat in Serbia? L’ipotesi ventilata da Marchionne non sta né in cielo né in terra», dice il ministro della Semplificazione Roberto Calderoli. «Se si tratta di una battuta, magari fatta per portare a più miti consigli i sindacati, sappia che comunque non fa ridere nessuno, diversamente sappia che troveranno da parte nostra una straordinaria opposizione». «Non si può pensare di sedersi a tavola, mangiare con gli incentivi per l’auto e gli aiuti dello Stato e poi – aggiunge – alzarsi e andarsene senza nemmeno aver pagato il conto». Parole sante signor Ministro.
Questa continua indeterminatezza nelle decisioni che sembra assumere la Fiat sul futuro della produzione nei nostri stabilimenti, fa seriamente preoccupare per molti seri motivi, il primo è quello del mantenimento dei posti di lavoro, il secondo è quello di privare il nostro Paese da prodotti esportabili, il terzo è quello della probabile ritorsione che si vuole realizzare contro i sindacati e contro il Governo, quarto è quello di contenere una probabile reazione dei lavoratori di fronte a tanta arroganza e menefreghismo sulle sorti del Paese in un momento in cui si scontano gli effetti della paurosa crisi finanziaria americana, che si è abbattuta sul mondo intero senza risparmiare nessuno. Un terribile effetto domino, che ha falcidiato la serenità dei popoli.
Adesso mi aspetto che il Governo assuma delle iniziative atte a costringere questi bravi capitani dell’industria low cost a sedere ad un tavolo per affrontarne ogni aspetto, compreso quello dell’indotto e per evitarne il disimpegno dall’Italia, almeno non in maniera gratuita, al solo scapito delle famiglie dei lavoratori ed alla pretesa modernizzazione dei rapporti industriali consistente di fatto nella minor corresponsione dei salari e nel superamento di ogni regola contrattuale.
Ma la vita è una ruota, chi la fa l’aspetti. . . . ah, mi sono un po’ sfogato!


Licenziamenti Differenziati – Quando la Vita delle Persone Non conta Nulla.

dicembre 30, 2009

Di persone in questo tratto di vita né ho conosciute molte, coetanee, più giovani e più avanti della mia età. Con una parte di queste ancora esiste una frequentazione, con altre invece ci si è persi di vista e molte volte, quando ricevo delle e-mail, riconosco nel mittente qualche vecchia conoscenza. E si è difficile che la memoria vada in totale azzeramento per un default di vita, i ricordi rimangono pronti a riaffiorare, basta che vengano cercati e sollecitati alla riemersione. Così a proposito di comunicazioni web ricevute è un po’ di tempo, che ricevo delle notizie su un certo fondo pensione che da tempo ha iniziato ad alienare tutto il suo patrimonio immobiliare ad uso abitativo civile per convertirlo in immobili ad uso commerciale nell’intenzione di migliorarne il rendimento e per così riuscire ad attenuare alcuni risultati finanziari non proprio brillanti raggiunti negli ultimi esercizi, forse soffocando il percorso attuariale dei propri conti, certamente comunicati puntualmente alla Covip.Nel sommario degli immobili da vendere , sono presenti anche recenti costruzioni e questo fa pensare sulla convenienza economica dell’operazione. Ma ai giorni nostri sembra impossibile riuscire a colloquiare con gli odierni vati degli affari, loro decidono, agiscono e non li si può contraddire. In questa rumorosa operazione ci saranno delle vittime e queste saranno quei conduttori che saranno costretti ad indebitarsi con un mutuo per acquistare l’appartamento ove abitano ed i portieri, forse una quindicina, che già sentono avvicinarsi il mostro della disoccupazione, perché sarà improbabile che nel tempo i nuovi proprietari, appesantiti dal recente mutuo, possano sostenere economicamente gli oneri per un dipendente. E’ inutile raccontare con quale animo questi portieri hanno trascorso e stanno trascorrendo queste festività, quando il timore di perdere nel giro di un tempo breve il proprio lavoro e quindi il proprio stipendio e quindi la futura impossibilità di continuare a provvedere alla famiglia, l’ansia ti cannibalizza ogni possibile ottimismo e l’attuale crisi non fa presagire nulla di buono. In questa drammatica circostanza quello che stupisce è il silenzio e l’indifferenza di chi avrebbe l’opportunità di offrire un’ancora di salvezza a questi lavoratori, come l’azienda a cui si riferisce il predetto fondo, i sindacati che sono presenti nel consiglio del fondo, i sindacati che sono presenti nella Covip, la politica che è certamente al corrente di questa operazione di vendita. Sembra correre un passaparola: silenzio.
Venuta meno la vecchia, ma buona, istituzione dell’Ina-Casa, oggi la presenza dei fondi pensione garantiva l’effetto sociale per l’offerta in locazione di unità abitative a canoni giusti ed accessibili per la cittadinanza, ora imperversano i privati e gli addetti dell’intermediazione immobiliare sono ben contenti quando si verificano questi episodi che sono una golosa fonte di guadagno, mentre i soliti costruttori sanno a chi piazzare le loro cattedrali di cemento, tirate su con un pugno d’operai.
Una dinamica che alimenta sempre i più ricchi ed i loro avvinghiati collaboratori per una perfetta tempesta che travolgerà solo i più deboli ed i meno numerosi, che al momento attuale non posseggono alcuna effettiva protezione sociale.
La verità sta nel fatto che in questa società liquida non esiste più alcuna certezza che duri sufficientemente a lungo da far percepire quel senso di fiducia, di solidità sociale e di affidabilità verso chi è o si è preposto di difendere quella tanto decantata giustizia sociale per dare modo a tutti di riuscire a vivere con almeno un minimo di serenità.
Auguriamoci che qualcuno sappia mettersi la mano sulla propria coscienza e vanifichi quel vecchio detto popolare “che chi ha la pancia piena non pensa a chi c’è l’ha vuota”. Basta un atto di buona volontà e solidarietà umana e questa porta sempre del bene a chi la riconosce ed a chi la riceve.


SOS LAVORO

dicembre 29, 2009

Giro un e-mail inviatami:
Alla Vs. cortese attenzione

Portieri degli stabili Fondo BdR
Come tutti saprete il Fondo BdR sta mettendo in vendita gli stabili di proprietà, anche quello dove abito io che è del 1995.
Che fine faranno i portieri degli stabili?
Mi risulta che alcuni non sono ancora in età pensionabile, come intendono agire i nostri rappresentanti presso il Fondo, in particolare il nostro?
C’è la possibilità di farli assumere presso URE o pensiamo di abbandonarli al loro destino, dopo aver magari lavorato per il Fondo, cioè per noi, per 28 anni?
Si possono definire nostri colleghi o sono anche loro dei semplici collaboratori? (come quelli che stanno “gentilmente” accompagnando dall’avvocato).
Alla luce di quello che sta succedendo, sembra solo nella mia azienda e per lo più a Roma, non me la sento di augurare un felice 2010 a nessuno, mi sembra una presa in giro e soprattutto per chi sta perdendo il lavoro, l’ultima notizia che è arrivata è quella di due ragazzi che al 31/12/2009 non avranno più un lavoro dalla nostra grande azienda.
A questo punto siamo in molti a chiederci come mai la politica che è certamente informata di queste terribili vicende, che minano la vita di molti cittadini, non prende l’iniziativa per salvare molti onesti lavoratori, che con due soldi riescono ancora a provvedere alla loro famiglia, dal disastro annunciato a causa di maldestre e menefreghiste aziende?
Un tempo, non molti anni addietro, i fondi pensioni accesi con iniziativa dei lavoratori ed alimentati da questi stessi con la partecipazione aziendale convenuta in seguito ad accordi presi e certificati con le associazioni sindacali, rappresentavano un valore aggiunto per la società per l’offerta in locazione di appartamenti con canoni legittimi, accessibili e remunerativi ed infine per la creazione di un fondo complementare pensionistico. Oggi nulla è più considerevole ed ogni forma di solidarietà sociale vera viene soffocata e le banche hanno solo pensato ad incassare gli aiuti pubblici per attenuare gli effetti negativi della loro improvvida partecipazione nei titoli tossici. Per me è stato un errore privatizzare aziende così determinanti per lo sviluppo nazionale, così si paga il conto anche per questa non felice scelta.
Un elemento che rende ancora più amara questa drammatica circostanza è costituito dal continuo “lavarsi le mani” di talune persone che nell’azienda si sono assunte un certo tipo di rappresentanza politica e sindacale, un tempo si difendeva ogni singolo posto di lavoro, oggi, invece, alla chetichella, si affiancano i guastatori di vite e le loro micidiali tesi, che applicano solo verso semplici sconosciuti. . . .ma se si fosse trattato di loro congiunti sarebbero state trovate e concordate mille soluzioni vere di salva lavoro.
Tra l’altro, per concludere, si tratta di pochissimi COLLEGHI, forse non si arriva a 15 persone (molti dei quali diplomati). Non vedo perché non si debba sollecitare la banca ad assumerli anche come cassieri o commessi, visto che non esistono quasi più, ma quanto erano utili.
Sarei grato di un Vs. atto di solidarietà nel necessario passaparola.


Vita da cani. . . . nella crisi.

ottobre 30, 2009

mal-di-schiena-vignettaNon voglio pensare a scenari apocalittici/drammatici per il nostro futuro ed in particolare per tute quelle persone che con il loro lavoro riescono a condurre un’esistenza appena dignitosa, la crisi non ha ancora allentato la morsa e oltre ogni inutile mucchio di parole l’unica cosa certa è la diminuzione del fatturato di molte nostre aziende, determinando così un tale esubero di personale da impensierirci seriamente. Per fortuna la maggior parte dell’eccedenza di mano d’opera non è stata certificata dalle aziende medio piccole, mentre quelle di maggiori dimensioni, delle quali molte già destinatarie di pubblici aiuti, si sono già affrettate a chiedere l’intervento della cig o di altre forme di agevolazioni pubbliche come le famose rottamazioni od altre forme varie di pubblico aiuto per evitare che queste procedessero in drastici ridimensionamenti della loro forza lavoro. A dire il vero l’uomo comune, quello della strada, non conosce bene il vero stato attuale della crisi, c’è chi autorevolmente vuole lasciare intendere che il peggio è finito, e di contro c’è qualcun altro che sempre autorevolmente afferma che non è così tanto da paventare un futuro molto difficile per l’occupazione a causa dell’allungamento dei tempi di recupero delle nostre aziende. Intanto da più parti della politica si spinge per effettuare delle ampie riforme nel welfare per recuperare fondi da utilizzare nei comparti più critici. Quest’ultimo fatto preoccupa un po’ tutti perché se analizziamo, per esempio, lo statuto della pensione, questa negli anni ha già perso significatamente valore e potere d’acquisto, quindi come si può riformare questo comparto senza immaginare una futura pensione ancora più bassa nel suo attuale importo, tanto da obbligare parte dei lavoratori, almeno quella in grado di togliere una parte del proprio stipendio per pagarsi un piano di pensione complementare, con la speranza di andare in quiescenza con un reddito che gli permette di vivere.
Mentre le meningi di molti cominciano a fumare, continua il gioco al massacro su escort – trans – ricatti e quant’altro con dosi abbondanti di richiamo sulle classe dirigente che dovrebbe avere e sentire una maggiore responsabilità nel loro comportamento. Ma tutto ciò non interessa più alla gente che è presa da grandi preoccupazioni per il lavoro minacciato dalla scarsa domanda dei nostri prodotti. Poi, tanto per gradire, si viene a sapere che la massa dei derivati trattati in borsa è in assoluto aumento. . . . bene così ci avviamo verso una seconda crisi finanziaria che come la prima dilanierà l’economia reale, possibile che alle banche è ancora permesso di trattare questi “particolari titoli” che alimentano solo speculazioni. Qui la politica deve diventare seria e pragmatica in modo da studiare pacchetti di intervento per attenuare la grande sofferenza sociale. Si ha notizia che gli Usa sono tornati in attivo con un Pil al 3,50%, grazie ai suoi immensi interventi verso la popolazione e verso tutti nodi critici del loro Paese. Da noi poco se non una grande abbondanza di sorrisi, di buoni auspici con altrettanti abbondanti messaggi spot coniugati all’infinito futuro, mentre nel nostro quotidiano sembra essere tornati indietro di almeno quarant’anni. La politica deve imparare ad ascoltare la legittima protesta di chi ha perso il lavoro e di chi esasperato, pur lavorando ancora, teme per il futuro della propria famiglia. Allora si dia inizio ad una politica economica contro gli sprechi, contro gli spendaccioni e contro le note eccessive diversità di reddito ancora presenti nel nostro Paese, così reso medievale. Se è vero che la spesa pubblica in Italia ammonta a circa 812 Miliardi di euro, bisogna trovare ragionevolmente la maniera di risparmiare almeno il 10-15% di questo mare magnum e dedicare questi 80-120 Miliardi risparmiati alle famiglie, al lavoro ed alle imprese. Così si deve procedere quando c’è un’emergenza nazionale, è imperativo agire verso gli interessi di tutti i 7 milioni di cittadini e non verso qualche migliaio di persone già arricchite e ben coperte da invidiabili benefici.
Il nostro Ministro dell’economia e delle finanze fa bene a vigilare sul nostro straripante debito pubblico in modo che non aumenti, egli è come la vestale del nostro equilibrio finanziario , quindi è ovvio, che se mancano coperture finanziarie, per intervenire in un comparto o più comparti critici è necessario ricorrere allo spostamento delle risorse, dal risparmio della spesa pubblica all’occorrendo, non c’è altra soluzione possibile e veloce. Inoltre va anche compreso, che in un periodo di così coperta corta, è necessario intervenire per rendere lo Stato più snello per attuare eventuali interventi di salvataggio prima che si generi una maggiore massa di disoccupati e di perdere altre aziende che non riescono ad aumentare le loro commesse. Un intervento che forse non è altro che un placebo è la diminuzione dell’Irap, che secondo quanto si è appreso costerebbe allo Stato circa 4 miliardi di euro contro un risparmio medio pro-azienda di circa 2000/3000 euro. Questo, se il calcolo è giusto, sembra un’inezia al confronto di quello cui necessita la media impresa e cioè di stabili linee di fido, di credito bancario. Cosa che non avviene perché sembra che gli istituti di credito tendano a chiedere il rientro degli affidamenti e, se questi non avvengono, girano la posizione ad incagli e sofferenza, creando anche per loro qualche difficoltà in più. Quindi le nostre banche private sono solo tese a migliorare i loro risultati economici e non sono quindi molto interessate a sostenere le aziende, allora è d’obbligo pensare alla creazione di una banca pubblica, che tramite la cassa DD.PP. curi e conceda il credito alle nostre imprese in difficoltà, secondo le modalità stabilite dal Governo. Per questo motivo sono anche favorevole ad una banca nuova per il meridione pubblica.
Per concludere questo breve ragionamento si deve ricordare che tutti i cittadini, che pagano le tasse, pagano ben l’80% della così detta Bolletta Italia mantenendo l’esoso Carrozzone Pubblico. . . . allora ( piedi a terra e basta con inutili chiacchiere ) è necessario che chi decide per questo Paese deve mettersi una mano sulla coscienza e porre, quindi, l’altra mano in tasca a chi prende evidentemente troppo per razionalizzare i compensi, come si fa in un’azienda con contratto di solidarietà. Oltre a tutto ciò sarebbe anche opportuno sospendere inutili spese militari come quelle previste per la fornitura di 130 caccia bombardieri (a che ci servono?) , come ha fatto Obama per il suo super elicottero.
Per completare il tutto e in conseguenza di assenza di nuovi investimenti esteri nel nostro Paese, sarebbe opportuno dare il via ad una campagna promozionale al riguardo con soluzioni ed incentivi affinché questo avvenga, ma c’è ancora qualcuno che progetta dismissioni senza ancora comunicare quale responsabilità si è assunta sulla sorte lavoratori.
Interveniamo in tempo perché niente sarà più come prima.


La perdita del lavoro per i non tutelati: riflessione sull’allarme di Draghi

giugno 9, 2009

       Precari1

Precari e atipici: i disoccupati invisibili

Ma cosa ha osato dire stavolta Mario Draghi, trattato da qualche tempo dal governo come un “pericoloso eversore”?

Nell’austero salone della Banca d’Italia, con lo stile asciutto e diretto a cui ci ha abituato, ha detto quello che tutti sanno: politici dell’opposizione, economisti,

giornalisti, funzionari della CEE e soprattutto il sindacato, in particolare la CGIL che ha fatto della battaglia verso le insufficienti misure pubbliche contro la crisi il motivo dominante della sua opposizione sociale.

Ha detto che:

La Cassa integrazione, che ha raggiunto i livelli massimi del 1992, ha una copertura potenziale limitata ad un terzo dell’occupazione dipendente privata e fornisce al lavoratore un’indennità massima inferiore, in un mese, alla metà

della retribuzione lorda media nell’industria.

Due quinti delle imprese industriali e dei servizi con 20 e più addetti ridimensioneranno il personale quest’anno e la riduzione sarà probabilmente maggiore nelle imprese più piccole.

Per oltre 2 milioni di lavoratori temporanei il contratto giunge a termine nel corso di quest’anno; più del 40% è nei servizi privati, quasi il 20% nel settore pubblico; il 38% è nel Mezzogiorno.

I lavoratori in Cassa integrazione e coloro che cercano un’occupazione sono già oggi intorno all’8,5 per cento della forza lavoro, una quota che potrebbe salire oltre il 10: proseguirebbe la decurtazione del reddito disponibile delle

famiglie e dei loro consumi, nonostante la forte riduzione dell’inflazione.

Ha anche aggiunto che:

Gli interventi governativi a supporto delle famiglie meno abbienti e gli incentivi all’acquisto di beni durevoli stanno fornendo un ausilio temporaneo.

Un primo rischio per la fase ciclica che attraversiamo è una forte riduzione dei consumi interni, a cui le imprese potrebbero reagire restringendo ancora i loro acquisti di beni capitali e di input produttivi.

All’uscita tutti – industriali, banchieri e sindacalisti – sono d’accordo: ma che bella relazione! Come al solito il Governatore ha centrato l’analisi…

Solo poche ore dopo, però, il Premier attacca Draghi nel 2° parlamento, cioè a Porta a Porta di Vespa, sostenendo un’ipotesi grottesca e cioè che ai precari spetta “la cassa integrazione”. E quando di grazia? Ma nessuno ovviamente lo chiede.

Il giorno dopo dai microfoni di Radio Anch’io nuovo attacco, stavolta niente voli pindarici tra le leggi, Berlusconi dice semplicemente che le cifre non sono

vere, cioè si dà del bugiardo a Draghi e degli incompetenti ai funzionari della Banca D’Italia: “E’ un’informazione che non corrisponde alle cose che emergono dalla nostra conoscenza della realtà italiana”.

Ma via Nazionale conferma le proprie analisi. Pur tentando di tenersi fuori dal dibattito politico alla vigilia del voto, la Banca d’Italia difende i suoi calcoli e rimanda a quelle pagine delle Considerazioni Finali e della Relazione tecnica

dedicate all’occupazione, dove c’è scritto che “si stima che 1,6 milioni di persone, tutti lavoratori dipendenti e parasubordinati non abbiano diritto ad alcun sostegno in caso di licenziamento”.

Dalle tabelle elaborate da Bankitalia su dati Istat emerge che in caso di sospensione del lavoro tra quelli a restare senza copertura ci sono: 80mila lavoratori autonomi parasubordinati (diversi dai collaboratori), la grande

maggioranza dei circa 450mila collaboratori e quasi 700mila lavoratori a tempo determinato e interinali. La perdita del lavoro, segnala poi la relazione, comporta costi elevati per il singolo lavoratore anche in caso si trovi un nuovo

lavoro. Secondo i tecnici di Palazzo Koch dai dati Inps emerge che: nella transizione tra impiego perso e nuovo lavoro un lavoratore subisce in genere una netta riduzione del salario, che aumenta in base alla durata del rapporto di

lavoro interrotto.

Ma prima il Premier e subito dopo i suoi ministri, i suoi capigruppo, i “suoi giornalisti” lo negano, negano tutto: è una tecnica sperimentata: quello che dà fastidio non è vero!

Chissà cosa ne pensano gli oltre 300mila lavoratori a progetto e flessibili che hanno perso il lavoro già nel 2008, e il milione e seicentomila, che lo perderanno nel 2009? A loro, solo per una piccola parte del totale, viene riconosciuto niente meno che il 20 per cento della retribuzione come tutela sociale; si può vivere con

un’indennità di disoccupazione che per questi lavoratori significa mediamente 170 euro mensili per qualche mese?

I lavoratori parasubordinati, i non dipendenti “con partita iva” perdono semplicemente il finto appalto, la finta commessa, la finta consulenza: cioè restano senza lavoro e senza reddito; ma anche quando gli ammortizzatori

sociali ci sono, la cassa integrazione e la mobilità, la riduzione del livello di vita diventa spesso insostenibile.

Il dramma che si consuma in molte famiglie italiane, con la perdita del lavoro di precari ed atipici, con la riduzione del reddito per l’utilizzo degli ammortizzatori riguarda tutti noi.

 

Anche se il nostro posto di lavoro, per adesso, non è a rischio, sono i nostri figli, i nostri parenti, i nostri vicini, quelli che vediamo lavorare accanto a noi

ogni giorno a precipitare nella miseria.

I precari, i parasubordinati, le finte partite iva sono come invisibili: sono milioni, ma è come se non ci fossero. Per licenziarli basta lasciarli a casa, Non hanno sostegni pubblici e fanno la fame, ma sono fantasmi, illusioni secondo il Governo.