Urla ancestrali di Davide Falossi

febbraio 24, 2011


Tutte le persone, bene o male, desiderano comunicare con i propri simili usando le parole scritte o parlate e questa attività di dialogo, non sempre semplice, riesce ad esplicitare sentimenti e punti di vista. Le cose si complicano quando proviamo a dialogare con chi si esprime con un linguaggio diverso dal nostro, come, per esempio, tentare di comprendere uno straniero pur ignorando totalmente la sua lingua. Allora si ricorre alla gestualità, alla mimica del viso accompagnata da gesti delle mani nella speranza di superare il limite dell’incomprensione verbale.
E’ un fatto di estroversione, dell’irrinunciabile desiderio di riuscire a comunicare, di aumentare le proprie relazioni con nuove persone per emozionarsi ad oltrepassare il proprio orizzonte cognitivo per avere nuove idee e per arricchire i nostri pensieri e la nostra umana sensibilità.
Sin qui è tutto normale ed all’ordine del giorno, ma quando si cerca di comunicare con un animale, con un lupo selvaggio tutto diventa difficile, lontano dalla nostra razionalità espressiva per avviare la comprensione, il colloquio attraverso il linguaggio del corpo, delle pose, della mimica e di ogni gesto ed occhiata, che sostituisce ogni informazione verbale umana.
Scrivo ciò perché ho avuto il privilegio di essere uno dei primi lettori del romanzo “Urla ancestrali” scritto da Davide Falossi ed edito dal gruppo Albatros.
Ho conosciuto per caso lo scrittore in compagnia della simpatica consorte a Roma con i quali si è sviluppata una simpatica chiacchierata sul romanzo ed in genere sugli animali ai quali attribuisco la presenza dell’anima, forse diversa da quella che posseggono gli uomini e forse anche distinta fra le varie specie di animali (protozoi, insetti sino ai mammiferi).
Per riprendere il discorso sul romanzo “Urla ancestrali” debbo senz’altro affermare che leggerlo mi ha messo in pace con me stesso in un momento in cui si è immersi in una comunità ove la sua maggior parte mette tristezza per la diffusa incapacità di vera comunicazione, mentre vengono sviliti i valori centrali dell’esistenza, facendo crescere il culto della giovinezza a tutti i costi, della ricchezza e di varie inutili amenità come i riti dei tarocchi, degli oroscopi a deconto della lealtà, dell’amore per la natura, della tenacia, della vitale agilità, di un forte temperamento, della capacità di perdonare e della capacità di realizzare e stabilire un rapporto leale e fedele come il lupo Banshee realizza con Philipp nel racconto di Davide Falossi.
Una rara, ma verosimile amicizia nata fra un lupo ed uomo con il semplice casuale incrocio dei loro sguardi. Un’osservazione che non si limitò a mostrare le diverse sembianze del lupo e dell’uomo, ma disvelò un qualcosa di più profondo, di un’intesa che saliva dal cuore.
Una bella storia che mi ha fatto sorridere, mi ha appassionato e mi ha anche commosso, una rara vicenda che racconta di un’amicizia leale, di profondo affetto e rispetto con la riscoperta di un’intesa ancestrale.
Il lupo ormai fa parte della famiglia di Philipp sino al giorno in cui il richiamo della libertà e degli istinti di un animale dominate allontanano Banshee, ma quest’ultimo non scorda il suo amico uomo al punto di riapparire al suo fianco in un momento di grave tragedia, ovvero quando la piccola Sabine non fa più ritorno a casa. E’ vittima della crudeltà umana.
A questo punto non desidero aggiungere nulla alla storia per non sottrarre emozioni a chi leggerà questo particolare romanzo ricco di immagini della bella natura selvaggia dei boschi, di un’attenta descrizione dei vari stati d’animo con una sottile riflessione psicologica del nostro attuale stato ormai quasi privato di sensibilità appartenenti a radici ormai irrimediabilmente recise.

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Lo Specchio di Giuseppe Bertolini

ottobre 1, 2010

Autore: Giuseppe Bertolini
Editore: Gruppo Albatros Il Filo
Collana: Nuove voci

Come ho scritto in altre occasioni nuove vicende mi hanno obbligato a darmi “da fare” un’altra volta per fronteggiare nuove difficili situazioni e per mia fortuna mi sono ritrovato in un luogo dove si incontrano molte persone per lo più straniere come spagnoli, portoghesi, russi, argentini, cileni, francesi, americani, tedeschi e così via. Un’occasione per arricchire la mia individualità e la mia curiosità di nuove semplici esperienze collegate al comportamento delle persone stesse che si incontrano, con alcune delle quali si hanno scarni colloqui, mentre con altre si ha l’opportunità di aprire dialoghi sul succedersi di fatti della nostra vita, del nostro quotidiano. Queste narrazioni non sono un semplice snocciolare di confidenze personali, ma si instaura una relazione verbale sulla complessità del mondo attuale e sulle persone. Una breve trama sul modo di vivere e sulla condizione umana. Un piacevole conversare che non impegna mai molto tempo ma che soddisfa entrambi gli interlocutori per aver avuto la possibilità di essere nel discorso come spettatori di un vissuto diverso dal proprio.
Discorsi piacevoli mai basati sull’enfasi di fatti negativi, ma sulla sottolineatura di cose positive, così concrete nella realtà al punto da incoraggiare pensieri, progetti e da irrobustire il proprio ottimismo a volte provato e sminuito nella sua vitalità.
Così in un tardo pomeriggio ho avuto occasione di scambiare qualche parola con un ospite del luogo ove ero presente per il nuovo necessario “darmi da fare”. Una persona dall’aspetto sereno, sempre cordiale, con uno sguardo lucido ed attento che sembrava fotografare ogni cosa lo circondasse, come se stesse disegnando delle invisibili mappe di ciò che vedeva, che sentiva e che lo coinvolgeva.
Non ricordo quale fu l’occasione che ci fece iniziare a dialogare sui tanti valori, che ci appartenevano e che abbiamo quasi perduto e dimenticato nei vari passaggi della società fra la vecchia vita agricola e la vita di città, la vita delle fabbriche e degli uffici, la vita del progresso tecnologico e quella delle vecchie credenze popolari, della pace, della concordia e quella delle continue guerre, la vita del bene e del compiaciuto urlo del male. Così dopo una serie di argomenti, ci presentammo, così conobbi il dott. Giuseppe Bertolini, che oltre la passione per la sua professione di medico chirurgo, odontostomatologo ed attualmente dirigente medico presso la Asl di Rovigo possiede la passione di scrivere. E’ autore di pubblicazioni scientifiche, è stato traduttore di testi dall’inglese ed ama inoltre scivere racconti e romanzi e qui mi parla del suo ultimo lavoro “Lo Specchio”, scritto in non più di due mesi, quasi tutto d’un fiato.
E’ tutto sommato un romanzo d’amore, quelli con la “A” maiuscola, verso i propri luoghi d’origine, le proprie tradizioni, i veri valori dell’esistenza e con la scoperta della propria vera identità, del proprio indole e dei propri desideri di vita. Una romanzata introspezione che porta a far comprendere che giorno per giorno è necessario analizzare e valutare la propria vita per verificare se si procede per il giusto verso, altrimenti è necessario fermarsi e permettersi una pausa e valutare il vissuto e l’attuale evoluzione dell’esistenza. Se ciò non dovesse corrispondere a quanto desiderato è necessario fermarsi per recuperare quelle energie interiori per tornare indietro e per quindi riavviarsi nella vita nella giusta direzione, nel rispetto delle aspettative.
Oltre non desidero aggiungere per non disvelare il bel lavoro dell’autore, ma di certo è un libro da leggere e da metabolizzare con la memoria delle nostre tradizioni e con la valorizzazione di quanto è realmente importante per raggiungere quella soddisfazione esistenziale, ben lontana da quasi ognuno di noi.


Dall’euforia al panico

febbraio 5, 2010

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Etica e Laicità – Intervista a Massimo Cacciari

giugno 4, 2009

cacciariAS 03 [2009] Forum/Dialoghi © fcsf – Aggiornamenti Sociali Etica e laicità Intervista a Massimo Cacciari Aggiornamenti Sociali Proseguendo il Forum sulla laicità, pubblichiamo un’intervista al prof. Massimo Cacciari in cui si affronta il rapporto tra etica e laicità con particolare riferimento alla prassi politica.                                                                                                                                                 Esiste un’etica «laica»? In caso affermativo, quali sono i principi e i valori a cui si ispira?                                                                                                                   Paradossalmente direi che l’etica è soltanto laica. Ma bisogna intendersi bene sui termini. Se andiamo all’etimologia della parola, ethos è quell’insieme di usi e costumi che sono condizionati culturalmente e dalle circostanze. Si potrebbe dire che, di per sé, l’etica non si differenzia per i valori universali (per esempio quello di non uccidere). Non si troverà mai un’etica che dice che è bene uccidere, le differenze emergeranno piuttosto circa le condizioni in cui è bene, o è possibile, uccidere. Allo stesso modo, non si troverà mai un’etica che affermi la bontà del suicidio; si troveranno invece etiche per le quali, in alcuni casi, il suicidio è bene e perciò l’uomo virtuoso si toglie la vita. È sulle circostanze condizionate culturalmente e storicamente che le distinzioni diventano significative. Quindi, se andiamo al di là delle affermazioni assolutamente astratte, ci accorgiamo che l’ethos ha a che fare con situazioni precise, storicamente determinate, che accomunano famiglie di uomini e attorno alle quali si organizzano tradizioni, società e culture e che durano per un certo tempo, un tempo determinato. Le politiche si trasformano, le forme del fare si trasformano, anche l’ethos cambia, ma i suoi sono tempi lunghi; si muove su onde lunghe. Nella nostra vita ci sono tanti tempi che corrono insieme, ognuno con i suoi ritmi, e sono completamente diversi fra loro. È uno dei problemi che constatiamo oggi. Il ritmo della rivoluzione tecnologica corre con una velocità incomparabile rispetto alla trasformazione dell’ethos e ciò crea delle schizofrenie. Ma non bisogna meravigliarsi: questi tempi sono sempre stati diversi. Il tempo dell’ethos nell’ordine storico, sociale, mondano, secolare è il più lungo, analogo a quello della trasformazione dei linguaggi. I tempi del fare, della politica sono più rapidi e quelli legati alle tecniche lo sono ancora di più. Sono tempi sfasati l’uno dall’altro. Il tempo dell’ethos, proprio perché di lunga durata, ci accompagna più a lungo e su di esso ci fondiamo maggiormente. E quando uno dei tempi importanti della società civile corre di più rispetto a quello dell’ethos — per esempio quello economico e tecnico — è come se ci mancasse la terra sotto i piedi. La dimensione religiosa è un’altra cosa. È quella in cui c’è una dimensione valoriale, che è incontrovertibile, eterna, divina. Tutto ciò non ha niente a che fare con l’ethos. Ridurre il cristianesimo a etica è un peccato mortale. Io sono perfettamente d’accordo con Kierkegaard 1 non per ragioni esistenziali, ma per ragioni logiche. Il cristianesimo non ha nulla a che vedere con l’etica, nel senso di ethos che dicevo sopra. E quando si corre sui binari della storia, si alza lo sguardo e si hanno valori ideali, ecco scaturire il dramma cristiano: vivere cioè lo sconfinato abisso tra l’orizzonte valoriale eterno, divino, e l’ethos che, per quanto duri, eterno non è. Il cristiano vive, però, in questa città degli uomini con quella carica valoriale in cui crede fermamente. Quale sarebbe, allora, in questo vivere nella città degli uomini, il ruolo di un cristiano? Il cristiano ha un compito «pericoloso» perché mette costantemente in crisi l’ethos. In virtù della sua fede, infatti, agisce da fermento all’interno dell’ethos. Pensiamo a quanto il cristianesimo ha fatto nella storia, riuscendo a scalzare l’ethos classico: ha compiuto un’operazione di portata rivoluzionaria. Cosa che, per esempio, non ha fatto l’Islam, il quale custodisce l’ethos classico molto più del cristianesimo, anche se può non sembrare così. Ha, infatti, un aspetto di religio civilis 2 come aveva l’ethos classico; non chiede all’uomo la «sovraumanità» di rapportarsi costantemente con l’autenticità della propria interiorità, ma chiede un culto, proprio come facevano i romani. Nella Roma classica non si esigeva tanto di credere alla divinità dell’imperatore, ma di riservare a lui un culto. Forse che Plotino credeva alla divinità dell’imperatore? Nessuno più vi credeva! Avevano ragione i Padri della Chiesa quando affermavano che i romani non credevano più a nulla; erano tutti atei. I romani chiedevano culti e i cristiani furono perseguitati per motivi politici, perché si rifiutavano di riservare questi culti all’imperatore. Ancor più l’Islam, in maniera più esplicita, richiede un culto, nel senso che si richiamava sopra, cioè un’obbedienza assoluta. Ma qui il discorso si complica e non è possibile affrontare in poche pagine la questione senza cadere in semplificazioni monolitiche e in letture statiche di questa religione. La prospettiva cristiana è, invece, completamente diversa, proprio perché scombina il rapporto lineare tra etica e fede: lo sconquassa, oserei dire. Certo, se il cristianesimo non si fosse poi incarnato in culti e obbedienze non sarebbe durato come invece dura; sarebbe divenuto una gnosi, come peraltro rischiò di fare tra il primo e secondo secolo 3. Ma il suo nucleo vivificante è altro, è quello della fede, che ha fatto in modo che non si incarnasse e inaridisse mai in nessun ethos. E cosa vuole dire Sant’Agostino quando afferma che questa religione non tiene conto di costumi, di lingua, di niente, trascendendo in qualche modo tutto questo? 4. La forza del cristianesimo è questa; se lo si derubrica a etica occorre chiedersi quale etica. E se lo si «settorializza», facendolo divenire settarismo, perde la caratteristica fondamentale che è la cattolicità, cioè il suo essere universale. La cattolicità del cristianesimo sta in piedi nella misura in cui si tiene viva la distinzione tra dimensione etica e dimensione di fede. Una distinzione che non può mai essere separatezza. Questa è la difficoltà del concetto e anche dell’esperienza storica del cristiano. Riuscire a tenere unito e distinguere; più tieni unito e più distingui, e più distingui e più tieni unito, questa è la difficoltà dell’analogia 5 che il teologo Karl Barth non ha capito perché lui utilizza il mio stesso discorso circa etica e fede ma come separazione e poi lo attenua 6. È l’analogia che manca in Barth, che manca nella teologia dialettica. Il presidente francese Nicolas Sarkozy, durante l’ultimo viaggio del Papa in Francia, ha ribadito il concetto di laicità positiva 7 come invito al dialogo, alla tolleranza e al rispetto; come possibilità di scambiare opinioni, al di là delle credenze e dei riti. Cosa ne pensa? Per comprendere cosa si intende per «laicità positiva» credo basti, ancora una volta, andare all’etimologia della parola laico, da làos (popolo). Si tratta di quello spazio sano, positivo e propositivo di confronto, dialogo, ambito in cui affrontare i conflitti. La città dell’uomo è laica, governata dal popolo. L’ambito della fede è un altro. Dopotutto, chi ha detto che il suo regno non è di questo mondo? Più laico di così! E dire che è l’ambito della fede è un altro significa dire che è distinto, ma non separato. E la Chiesa dovrebbe — lei per prima — difendere questa posizione che fa parte integrante del cristianesimo stesso, ne è la sua radice più autentica. Ma credo sia sempre in agguato la grande tentazione, quella del potere terreno. Laico non è chi nega la trascendenza, ma chi ritiene trascendente il suo stesso esistere; cioè, in qualche modo, il laico non credente è colui che rende immanente la stessa trascendenza. Si può, allora, parlare di un ruolo pubblico della religione? Sì. E che le religioni avessero un ruolo pubblico ce lo dice la storia e lo riconosceva lo stesso Machiavelli. Questo, però, non vuol dire che la Chiesa debba confrontarsi sul piano politico. Se lo facesse, snaturerebbe il suo mandato: quello cioè di essere fermento, stimolo, di mostrare quali sono i confini della laicità. Si dovrebbe invece esaltare il momento in cui, sulla scena politica, nessuno è depositario del Valore 8. La grande tentazione della cattolicità è di voler dettare legge, cioè volere trasformare il Valore in legge dello Stato. Nella città degli uomini, invece, ci si confronta su valori diversi. L’ambito pubblico è complesso e in esso si decide qual è il valore relativo (non relativistico) da assumere con le procedure democratiche delle nostre società moderne. Tuttavia, è altrettanto vero che sarebbe esiziale per noi, oggi, vivere un atteggiamento di contrapposizione con la Chiesa, di contrapposizione sui valori. Occorre un atteggiamento rispettoso e attento, che richiede cioè la responsabilità di tutti. Io sono responsabile anche dei valori degli altri che non condivido, nel senso che devo fare in modo, io per primo, che il mio interlocutore abbia uno spazio e la possibilità di dialogare. Senza aggiungere, poi, che in società complesse come la nostra — in cui tentano di convivere tradizioni religiose diverse — il contributo di un cristiano, di un cattolico, è molto importante perché la sua sensibilità è maggiore su questi temi rispetto a quella di un laico non credente. Come e in che misura questo cammino verso la laicità positiva nella politica dei Paesi occidentali può beneficiare dell’elezione di Barack Obama? Spesso l’immagine che abbiamo degli Stati Uniti come terra della razionalizzazione, della secolarizzazione non corrisponde al vero 9. In realtà gli usa, e ce l’hanno insegnato i suoi grandi interpreti come Harold Bloom 10, possiedono una religio 11 molto simile alla religio civilis romana. Bush è riuscito a mobilitare, soprattutto dopo l’11 settembre, questa «religio americana», un misto tra fondamentalismo e «missionismo». Ha incarnato in sé, per un certo tempo, la visione di coloro che volevano essere rassicurati e cercavano certezze. Credo allora che l’elezione di Barack Obama sia venuta in un certo senso a rompere questa situazione idolatrica (cioè questo utilizzo della religione come strumento di potere) che si era tentato di stabilire con l’amministrazione Bush. A onor del vero bisogna sostenere, tuttavia, che la Chiesa ha resistito a questo tentativo di strumentalizzazione soprattutto con prese di posizione chiare contro la guerra. Per quella che è la sua esperienza politica, vede un difetto di laicità nel sistema politico italiano? Certamente sì, rispetto a quanto detto fino a qui. Da una parte, vuoi per un tardo positivismo, vuoi per ripetizione di un tardo illuminismo volterriano filtrato attraverso lo scientismo positivista, c’è un laicismo — chiamiamolo così per usare un termine di moda — che ritiene un relitto la dimensione religiosa e di fede nell’epoca tecnologica. Malgrado tutte le smentite della storia, è una posizione che ricorre e purtroppo la storia è fatta di corsi e ricorsi; dobbiamo prenderne atto. Dall’altra ci sono tentazioni da parte della Chiesa che tradiscono non solo la sua ispirazione originaria ma anche quel rinnovamento continuo che la mantiene viva e vitale, ed è quel volersi derubricare a etica, quel volersi fare legge del secolo. E ciò, paradossalmente, arriva a combinarsi con le tendenze laiciste, formando una sorta di fraterna inimicizia che finisce per schiacciare le posizioni che non si identificano con le loro, come quella che sto cercando di esporre. C’è poi un atteggiamento strumentale nei confronti della religione che tenta di accaparrarsela, trasformandola in religio civilis; e questo in Italia ma non solo (pensiamo agli Stati Uniti, come abbiamo detto, ma in generale è una tentazione relativa a tutto il mondo occidentale). Si tratta di un atteggiamento ipocrita, ripugnante sotto certi aspetti quando attuato da personaggi che, privi di ogni autentica esperienza religiosa, tentano di accaparrarsi le tendenze meno laiche presenti nelle Chiese o nella Chiesa, per motivi puramente contingenti. Poi, fuori da questo «mercato», si levano alcune voci forti e autorevoli — per esempio, nella Chiesa, quelle del card. Martini e del card. Tettamanzi — che interloquiscono positivamente anche sulle tematiche qui affrontate, anche se a volte si ha l’impressione che siano voci isolate, se non veri e propri clamantes in deserto . C’è una via di uscita a tutto questo? Certo che vedo una via d’uscita. È anche vero, però, che siamo in un tempo di crisi, di difficoltà. E al di là delle possibili strumentalizzazioni, si vedono molti che vanno in cerca di una fede che li rassicuri e di una politica, basata su una fede rassicurante, che possa garantire anch’essa sicurezza. Questa «fame» di sicurezza è autentica e vale poco cercare di fornire spiegazioni e argomentazioni differenti. Tale atteggiamento c’è e si impone in modo prepotente, con tutte le derive che abbiamo cercato di delineare. Come negare tutto questo? Il mondo ha subito le sue catastrofi ecologiche e tecnologiche, e vive oggi un rimescolamento di popoli e culture; pensare di governare facilmente processi di questo tipo è un po’ utopistico. Tuttavia, credo che si possa perlomeno provare a gestire tale situazione, in parte attraverso politiche sagge, in parte attraverso discorsi saggi, in parte attraverso predicazioni sagge. Quindi ognuno facendo la propria parte. In duemila anni abbiamo attraversato tante crisi di tipo epocale e in qualche modo il fermento di questa «laicità positiva» in dialogo con un’esperienza di fede autentica non è mai mancato. Non sono emersi solo il riferimento alla religio civilis e alle derive accennate. Perché, allora, non pensare che tutto questo, con la responsabilità di tutti, possa riproporsi?                                                                                                                                    Note:                                                                                                                                        Massimo Cacciari, nato a Venezia nel 1944, si è laureato a Padova in Filosofia, con una tesi sulla Critica del Giudizio di Immanuel Kant. Professore ordinario di Estetica nell’Università di Venezia dal 1985, nel 2002 fonda la Facoltà di Filosofia dell’Università «Vita-Salute San Raffaele» (Milano) di cui è preside fino al 2005. È stato cofondatore e condirettore di alcune delle riviste che hanno segnato il dibattito culturale, politico e filosofico italiano degli ultimi decenni fra cui Angelus novus (1964/1971), Laboratorio politico (1981/1985) e Paradosso (1990/2000). Tra le sue numerose monografie si segnalano, in particolare, Krisis (del 1976), Pensiero negativo e razionalizzazione (1977), Icone della legge (1985), L’angelo necessario (1986), Dell’inizio (1990), Della cosa ultima (2004). Deputato al Parlamento italiano dal 1976 al 1983 nelle file del pci, è stato sindaco di Venezia dal 1993 al 2000, carica poi nuovamente assunta nel 2005. È stato deputato al Parlamento europeo dal 1999 al 2000, quando si dimise in quanto eletto consigliere regionale del Veneto (2000).                                                                          

1 Søren Kierkegaard (1813-1855), filosofo e teologo danese. [Questa nota e le seguenti sono a cura della Redazione] 2 «Religio civilis significa che tutti i cives, dalla cui concordia la civitas trae origine e su cui si fonda, debbono riconoscersi appunto come membri di tale comunità, appartenere al suo destino, affermare la potenza di Roma come il proprio bene supremo; ma in nessun modo è possibile equipararla a una “religione di Stato”»: Cacciari M., «Digressioni su Impero e tre Rome», in Micromega, 5 (2001) 49. 3 La gnosi non si pone né nel campo della filosofia, né in quello della fede. Intende appagare il bisogno religioso dell’uomo senza un vero cammino di conversione che faccia i conti con la realtà della creazione e della storia. I Padri della Chiesa hanno combattuto lo gnosticismo considerandolo una vera e propria eresia cristiana. Cfr Cattaneo E. – Dell’osso C. et al., Patres Ecclesiae. Un’introduzione alla teologia dei Padri della Chiesa, il Pozzo di Giacobbe, Trapani 2008. 4 Sant’Agostino, La città di Dio, XIX,17: «Dunque questa città del cielo, mentre è esule in cammino sulla terra, accoglie cittadini da tutti i popoli e aduna una società in cammino da tutte le lingue. Difatti non prende in considerazione ciò che è diverso nei costumi (moribus), leggi e istituzioni, con cui la pace terrena si ottiene o si mantiene, non invalida e non annulla alcuna loro parte, anzi conserva e rispetta ogni contenuto che, sebbene diverso nelle varie nazioni, è diretto tuttavia al solo e medesimo fine della pace terrena se non ostacola la religione, nella quale s’insegna che si deve adorare un solo sommo e vero Dio», in . 5 Non è possibile qui affrontare il difficile concetto dell’analogia che tanto spazio ha avuto nel dibattito filosofico e teologico. Rimandiamo, tuttavia, a un breve articolo che aiuta a problematizzare la questione: Cacciari M., «Il destino dell’analogia», in Humanitas, 3 (1999) 350 ss. 6 Rimandiamo qui alla riflessione del teologo riformato svizzero circa l’analogia entis e l’analogia fidei. 7 Cfr Benedetto XVI – Sarkozy N., «Viaggio apostolico del Papa in Francia», in Aggiornamenti Sociali, 11 (2008) 690-702. 8 Valore con la «V» maiuscola non si riferisce a un particolare valore, ma alla sua assolutizzazione, prescindendo dalla necessità, sul piano politico, di un confronto sulla pluralità dei valori. 9 Cfr Birnbaum N.,«Si possono redimere gli Stati Uniti?», in Aggiornamenti Sociali, 9-10 (2002) 653-664. Secondo l’autore le categorie portanti dell’autocoscienza politica degli Stati Uniti possono essere interpretate come una «religione secolarizzata», non priva di conflitti e «scismi» interni. 10 Cfr Bloom H., La religione Americana. L’avvento della nazione post-cristiana, Garzanti, Milano 1994 (ed. or. 1992). 11 Cfr Piana G., «Cristianesimo come “religione civile”?», in Aggiornamenti Sociali, 3 (2006) 223-234. Qui l’autore analizza, tra le altre cose, il fenomeno della religione civile in ambito americano.


”L’immoralita’ e’ insita nel nostro Paese” – Intervista a Bruno Tinti

maggio 13, 2009

librodi Aaron Pettinari – 3 maggio 2009
Intervista a Bruno Tinti (http://www.antimafiaduemila.it/)
Dallo scorso dicembre si autodefinisce un “cantastorie”. Lasciare il proprio lavoro di magistrato dopo oltre 41 anni trascorsi ad occuparsi di diritto penale dell’economia, di falsi in bilancio, di frodi fiscali e reati finanziari sicuramente non è stata una decisione facile.
Non lo è mai quando si ha tanta passione.
“Lascio perché è sempre più difficile fare il magistrato. Sono allo studio riforme legislative che ridurranno i pm a puri dipendenti del ministero di Grazia e Giustizia. Ho sempre fatto il pubblico ministero in modo del tutto autonomo perché, a mio parere, non c’ è differenza tra pm e giudice. Come pm ho sempre fatto un lavoro imparziale. Il pm chiede la condanna di un colpevole, non di un imputato. Non credo che possa essere identificato esclusivamente con l’ accusa, preferisco definirlo come la parte pubblica che conduce l’ indagine cercando di appurare la verità. Questo però presto diventerà impossibile. E quindi io non voglio trovarmi in una magistratura che non è più quella che conosco…”.
Così aveva spiegato la propria decisione lo scorso novembre.
Noi lo abbiamo raggiunto alla presentazione del suo nuovo libro: “La questione immorale”, tenutasi a Porto Sant’Elpidio, in provincia di Ascoli Piceno.
Dottor Tinti, quando si può parlare di “questione immorale”? La classe politica spesso usa questi termini ma poi si perde nel significato della parola stessa con atteggiamenti tutt’altro che morali…
“Io non farei esempi di moralità o immoralità della nostra classe dirigente. Il discorso è molto più ampio. Basta guardare la nostra situazione e la nostra storia. La rappresentanza politica che è presente in Parlamento non è certo nata oggi. Se il Paese, da anni ormai, esprime la propria preferenza per questa classe dirigente evidentemente questo significa che noi cittadini vogliamo essere rappresentati da A4TUZF9CALIBJ7WCAETC5JBCAN2C3GYCA6D8MJRCAE0CNR5CAOB5Z49CAXG490SCA7YZTLSCANC8P4ICAE5EU3NCAZD8ODKCACZM8E4CAFD5FNDCAHYEF3WCAUHZV1TCAIPJPNTCA9AF447CA8NQGJRcerti soggetti, perché ci identifichiamo negli stessi. Poi va considerato che siamo in presenza di un circolo vizioso perché i cittadini non sono informati a causa di un tipo di informazione proprietaria che effettua un certo tipo di propaganda. Se il cittadino non viene informato, e non supera questo handicap tentando egli stesso di reperire informazioni tramite internet o quotidiani, ecco che i cittadini restano sudditi, continuando anche in futuro ad esprimere preferenze per leader che approfittano della situazione per proprio vantaggio. Ma la cosa ancora più preoccupante è che la nostra è una classe dirigente inquinata dal malaffare perché ad essere inquinato è il popolo italiano. E per dimostrare questo non serve fare grandi esempi, basta guardare alle piccole cose. Dalle auto parcheggiate in doppia fila, fino ai limiti di velocità mai rispettati. O ancora le leggi sulla parità di diritto tra uomini e donne sul lavoro o tra italiani e stranieri. Queste sono leggi che esistono ma che nel nostro Paese vengono raramente rispettate. E se si è così nel piccolo provate ad immaginare quando si ha tra le mani la gestione del potere”.
Come valuta il problema dell’informazione in Italia? Spesso si assiste alla scomparsa delle notizie. Per esempio in questi giorni Luigi De Magistris, dopo essere stato attaccato a reti unificate, è stato prosciolto da tutte le accuse che gli avevano addebitato. Sui giornali e in tv però nessuno o pochissimo risalto è stato dato a questa notizia, invece, importantissima.
Se ai tempi del terzo Reich, Goebbels avesse avuto un ministero della propaganda come quello che abbiamo noi oggi staremmo ancora con il braccio alzato: efficientissimo. Si è assistito e stiamo tutt’ora assistendo a una delegittimazione della magistratura anche a livello subliminale. Persino nelle fiction ad apparire come eroi sono i poliziotti e i carabinieri. Il giudice è quello che “rompe”, un imbecille che non lavora o arriva sempre in ritardo. Anche tramite questi mezzi si fa passare il messaggio che la magistratura è qualcosa che frena il Paese così come dice il nostro ineffabile presidente del consiglio. Quindi appare ovvio che l’informazione, al momento di dare notizie che contrastano tale progetto, preferisce tacere. Mi stupisco dei giornali indipendenti. Avrebbero dovuto dare la notizia.
Restando in tema di delegittimazione una vera e propria strategia è stata ordita ai danni del “consulente” Gioacchino Genchi. La sua opinione a riguardo?
Questo fa parte dell’attacco contro le intercettazioni e della delegittimazione della magistratura e dei suoi funzionari. Hanno fatto credere che esistesse un grande archivio di telefonate registrate facendo intendere ai cittadini che siamo tutti spiati. Un allarme assurdo che l’informazione proprietaria ha reso credibile dando spazio ad opinioni di politici che per cognizione di causa o per non conoscenza, hanno strumentalizzato tutto questo per raggiungere il loro principale obiettivo che è quello di eliminare la possibilità di essere intercettati. Per quanto riguarda l’archivio del dottor Genchi voglio precisare una cosa. Il consulente, per definizione, ha con se la documentazione processuale. La possiede legittimamente perché è il pm a dargliela. Se si vuole effettuare un incrocio sui tabulati telefonici è chiaro che questi finiranno nelle mani del consulente. Un soggetto che dovrà essere sentito poi anche nell’eventuale processo. E se dovrà essere sentito riguardo ad un’indagine da lui compiuta perché non dovrebbe avere copia dei documenti su cui ha lavorato? Come potrebbe rispondere correttamente se no?
Per quanto riguarda le intercettazioni le principali imprese specializzate nell’eseguirle hanno minacciato il governo sia di non accettare futuri incarichi che di interrompere quelli già avviati se non verrà saldato il debito. Quale sarebbe il danno se ciò accadesse?
Secondo me il governo sarà contentissimo di questa cosa. Da tempo sta cercando di bloccare le intercettazioni, e se vi riuscirà senza fare leggi vergogna, prenderà due piccioni con una fava, risparmiando anche un sacco di soldi. Il danno per la giustizia sarebbe incalcolabile perché senza intercettazioni non si potranno più garantire se non quei processi più semplici come omicidi o quegli atti criminali commessi in flagranza di reato. Alcuni reati si scoprono solo tramite indagini complesse, lunghe e le intercettazioni sono fondamentali proprio in questi casi. Che così scomparirebbero dall’ordine dei processi.
Oggi si parla molto di necessità di maggior “controllo della magistratura”. C’è chi vorrebbe che quella italiana si uniformasse a quella straniera, sul modello degli Stati Uniti o della Svizzera.
Si può spiegare in due parole perché in Italia non può funzionare un sistema come questi. Negli Usa giudici ed i procuratori vengono eletti e sono direttamente appoggiati ad un partito. Questo implica una serie di aspetti. E’ ovvio che alla fine del suo mandato il procuratore dovrà rendere conto al proprio elettorato. Dal suo agire può dipendere una rielezione o addirittura un avanzamento di carriera a sindaco o governatore. La domanda che subito sorge spontanea è “se può subire pressioni come può svolgere serenamente il proprio lavoro?”. Posso raccontare un episodio che ha coinvolto un collega svizzero. Svolgendo delle indagini su una banca questi era arrivato a scoprire delle movimentazioni con il ministero della giustizia, occupato da uno dei membri del partito che lo aveva eletto procuratore. Alle pressioni che arrivarono rispose con tono minacciando un coinvolgimento della stampa nel caso in cui non avesse più potuto porre a compimento l’indagine. Ecco perché in Italia questo sistema non potrebbe funzionare. Perché la stampa è fortemente intrecciata con la politica mentre all’estero no. A prescindere da questo poi credo che il sistema italiano sia migliore per un semplice motivo. Il giudice è un impiegato dello Stato. Non ci sono elezioni ma dei concorsi e la carriera è dettata dal merito. Ogni mese percepisce uno stipendio a prescindere da quello che sarà il suo giudizio ad un processo. Per questo potrà svolgere il lavoro con assoluta serenità. Certo è vero che può esserci il pm o il giudice corrotto con suoi progetti ed il suo santo protettore politico ma questi sono da considerare come una patologia, una malattia, e non rappresentano l’intera categoria.Vista la situazione generale quali possono essere gli anticorpi per far fronte al grave stato che ci ha descritto?
“Per prima cosa devo fare una considerazione. Io ho fatto l’impiegato tutta la vita. Io sono un tecnico, quando parlo di giustizia e di diritto; non mi sottraggo a queste domande anche se il mio giudizio vale come quello di qualunque altro. Detto ciò io ripeto ancora una volta che non posso pensare ad una Paese che esprime una classe dirigente diversa da ciò che il Paese stesso è. In un Paese sano non emerge una classe dirigente classe dirigente fondata sul malaffare. E’ impossibile. Magari ci sarà una quota fisiologica di politici disonesti ma nel complesso la classe dirigente è sana ed efficiente. In un paese in cui i cittadini per primi non rispettano le regole è ovvio che emerga una classe dirigente di questo tipo. Se questo è vero, e non ho l’autorità per dire se è così o no, allora è dura uscirne perché bisogna aspettare una generazione di cittadini diversa da quella attuale. E quando arriverà chi la educherà? Come? Quindi, purtroppo, c’è da essere pessimisti”.

 

 

 

 

 

 

 


ER BON GOVERNO

luglio 30, 2008

ER BON GOVERNO

Un bon governo, fijji, nun è cquello
Che vv’abbotta l’orecchie in zempiterno
De visscere pietose e ccor paterno:
Puro er lupo s’ammaschera da aggnello.

Nun ve fate confonne: un bon governo
Se sta zzitto e ssoccorre er poverello.
Er restante, fijjoli, è ttutt’orpello
Pe accecà ll’occhi e ccomparì a l’isterno.

Er vino a bbommercato, er pane grosso,
Li pesi ggiusti, le piggione bbasse,
Bbona la robba che pportàmo addosso…

Ecco cos’ha da fà un governo bbono;
E nnò ppiàggneve er morto, eppoi maggnasse
Quant’avete, e llassavve in abbandono.

25 settembre 1836

by Gioachino Belli


“Adesso viene la notte”.

febbraio 20, 2008

                                              9788804577904g.jpg                                    Non dico sempre, ma a volte prima di acquistare il quotidiano, che decido di leggere a casa in santa pace, dò una rapida scorsa alla prima pagina di molte testate, quindi, incuriosito da un ariticolo, decido e acquisto quel quotidiano. Nell’edicola-tabaccheria dove di solito mi reco di buon mattino, mi debbo limitare al solo acquisto delle sigarette (…purtroppo non riesco a togliermi questa insana abitudine..) perchè espongono solo pochi quotidiani, giusto quelli che di solito e quotidianamente riescono a vendere e nulla più. Così sono costretto a tirare dritto verso un’altra grande rivendita di giornali, in un altro comune, un pò più grande di quello in cui risiedo, distante circa cinque/sei chilometri, un’occasione per una buona e salutare passeggiata. Così qualche giorno fà, curiosando fra i titoli di molti quotidiani, sono stato catturato nell’attenzione da un articolo dell’Avvenire scritto da Alessandro Zaccuri e così titolato ” I 40 giorni di papa Montini”.

Il papa me lo ricordavo bene era Paolo VI ed era una figura simpatica, con lo sguardo intelligente, dai modi riservati e da un comportamento misurato conforme al ruolo di pontefice. Un papa apparentemente distaccato e con un fare da non permettere troppa vicinanza, mentre in effetti, nella mia giovanile osservazione, dal suo vivo sguardo, al quale sembrava che nessuno sfuggisse, captavo o meglio credevo di intravedere una voglia di dialogo non comune, ma inespresso nella realtà. Dalla sua figura, ricordo come se fosse ieri, traspariva una lucida e senz’altro profonda religiosità, della quale tutti ci beavamo durante le sue domenicali esposizioni sulla mastodontica sedia gestatoria. Una bella e delicata persona quasi sempre abbigliata con paramenti bianchi.

Quando, dalla finestra dei suoi appartamenti, recitava l’Angelus e qualche altra omelia alla folla sottostante, la sua voce la si percepiva calma e chiara, ogni parola era comprensibile così si riusciva a partecipare sincroni alla preghiera.

Ecco, forse, il perchè di quella mia curiosità verso quell’articolo così particolarmente congeniato e scritto, tanto da indurmi ad acquistare, qualche giorno seguente, il libro di cui il giornalista dell’Avvenire proponeva la recensione. “Viene la notte” questo è il titolo del testo in questione, ed è un racconto particolare nelle cui pagine si descrivono aspetti e riflessioni non conosciuti di papa Montini ed a questo proposito non desidero anticiparvi nulla, il libro è interessante e vi riporto l’intero articolo dell’Avvenire del 13 febbraio u.s. al fine di incrementare senz’altro la vostra curiosità.

<<I 40 giorni di Papa Montini

DI ALESSANDRO ZACCURI
N el Vangelo secondo Giovanni, poco prima di donare la vista al cieco nato, Gesù pronuncia una sentenza indecifrabile e allusiva.
Le opere del Padre, afferma, devono compiersi alla luce del giorno perché poi venit nox, viene la notte , e al sopraggiungere delle tenebre nessuno può più operare, neppure colui che pure si proclama «luce del mondo». Il Paolo VI che Ferruccio Parazzoli elegge a protagonista del suo
Adesso viene la notte (Mondadori, pagine 128, euro 13,00) è, al contrario, un Papa notturno, impegnato in lunghe veglie di preghiera, lettura, meditazione e lotta contro il Demonio. La prima scena del libro – che conserva ben riconoscibile l’impronta dell’originario e mancato progetto teatrale – descrive infatti l’appartamento privato del Pontefice a poche settimane dalla sua morte, con gli operai ancora indaffarati a rimuovere le tracce delle ripetute battaglie fra il Vicario di Cristo e l’Avversario del genere umano: pareti scurite dallo zolfo, pentacoli, sedie dalle gambe spezzate e, sotto il letto, un deposito innominabile di insetti soffocati. Lontanissimo dallo stereotipo dubbioso di «Amleto in Vaticano», il Paolo VI di Parazzoli è un santo dalle fede incrollabile, capace di sostenere senza tentennamenti le continue provocazioni del Tentatore. I due ormai si conoscono fin troppo bene. Il Papa sa già che Satana farà scendere un acquazzone sulla Via Crucis del Venerdì Santo, così come Satana è consapevole del fatto che il Papa non parla affatto per metafore quando denuncia l’ingresso del fumo diabolico nel tempio di Dio o quando, in modo ancora più esplicito, mette in guardia i fedeli sull’autentica natura del male: non soltanto un’agostiniana ‘deficienza’, ma anche e specialmente «un’efficienza, un essere vivo, spirituale, pervertito e pervertitore». Sono gli anni Settanta, si avvicina il momento di alzare il livello dello scontro e in questo Satana è maestro. Come ai tempi di Giobbe, si presenta al cospetto di Dio e gli propone la solita scommessa: lasciami mettere alla prova il tuo servo, vedrai come ti benedirà… Questa volta, però, il prologo non si svolge in cielo, come nel Faust di Goethe, ma sulla terra, per le strade e nei giardini della Roma pontificia, dove il Diavolo assume le fattezze di un teologo puntuto e il Padreterno sembra accontentarsi di vestire i panni di un prete qualunque, neanche troppo versato nelle raffinatezze dell’oratoria sacra. Paolo VI, il Papa, il Giusto per eccellenza, non verrà però toccato nella propria persona: a patire sarà invece, un amico personale del cardinal Montini, l’onorevole Aldo Moro, al quale è riservato lo strazio della strage, del rapimento, della solitudine e infine del martirio non invocato. I giorni della prigionia di Moro sono, per il Pontefice, costellati da apparizioni sempre più inquietanti e ravvicinate, in una ‘Rappresentazione’ continua e tutt’altro che sacra, di cui è regista lo stesso Demonio. All’apice della persecuzione, Paolo VI compone la celebre lettera agli uomini delle Brigate Rosse. Nel momento della Qui sopra Paolo VI affacciato su piazza San Pietro nei giorni del sequestro Moro. In alto: a sinistra il leader democristiano Aldo Moro prigioniero delle Brigate rosse; a destra Ferruccio Parazzoli.
sconfitta, dettando l’orazione funebre per lo statista assassinato, il Papa non esita a interrogarsi a voce alta sullo scandalo del silenzio di Dio: «Tu non hai esaudito la nostra supplica», ammette. Ma non per questo Satana può vantarsi di aver vinto la partita. Montini muore pochi mesi dopo, mormorando una frase misteriosamente simile a quella pronunciata da Gesù ai bordi della piscina di Siloe: «Adesso viene la notte », appunto.
Il tempo dell’attesa, non della sconfitta.
Compatto, innervato di continui riferimenti agli ultimi trent’anni di vita italiana, indefinibile nella sua struttura (non è un romanzo né un dramma, quanto piuttosto un récit che dal dramma e dal romanzo mutua ciò che gli occorre), Adesso viene la notte è un testo in cui Parazzoli mette allo scoperto le proprie inquietudini di credente, restituendo a Paolo VI una statura che va al di là della storia, perché punta a interpretare la storia umana alla luce di una diversa e superiore intelligenza spirituale. Tutto è in evidenza, come la copia dei
Fratelli Karamazov che, sulla scrivania del Papa, rimane spalancata al capitolo in cui Ivan viene visitato in sogno dal Diavolo. Ancora oggi, per il cristiano, la realtà è un libro aperto, non importa quanto sgradevole o insanguinato. L’importante è lasciarsi aprire gli occhi e trovare il coraggio per leggere.
Le insidie del maligno, e il momento in cui «viene la notte ». Un po’ dramma, un po’ romanzo: sullo sfondo le tragiche vicende della nostra storia recente.
Nello strano deserto di una società ferita dal terrorismo l’angoscia di un uomo santo cui l’uccisione dello statista Dc, suo amico, infligge l’ultima stazione di una particolare e profetica via crucis. >>