Qualche ricordo in libertà.

marzo 3, 2010

C’era un tempo in cui trascorrevo molte ore in biblioteca per leggere qualche libro di storia o qualche vecchia edizione di quotidiani, allora più grandi quasi tre o quattro volte di quelli odierni, tanto è vero che trovavo molte difficoltà a maneggiarli, a sfogliare le grandi pagine, ma che soddisfazione si provava a toccare ed a leggere quelle pagine per poi ritrovarsi tutte le mani nere di stampa come se quell’inchiostro non seccasse mai. Erano gli anni della mia infanzia, della mia innocente curiosità, della comune povertà, dei giochi vissuti in mezzo alla strada, degli impermeabili di plastica, delle scarpe finta pelle e dei genitori che ti chiamavano dalla finestra, per studiare, per lavorare ed anche per mangiare (Sob!). Un’età che non si può dimenticare non per una presunta bellezza perché di bello c’era ben poco, ma per quanti sogni attraversavano la mente, tutti desideri a buon mercato che aiutavano a crescere ed a scegliere in un’esistenza così povera che accresceva la voglia di raggiungere l’indipendenza nel più breve tempo possibile. Un periodo pieno di artigiani, di calzolai, di idraulici, di elettricisti, di meccanici, di venditori ambulanti di ogni mercanzia, di commercianti, di piccole e grandi officine, di cascherini, di forni, di cinema dei preti, di oratori, di piccoli teatri e di tante cantine simili a grotte, che erano servite come riparo dalle bombe nel periodo disgraziato della guerra. Insomma il tempo della generazione del dopo guerra, della scarsità del ferro, della presenza dei padri e delle affettuosità, non tutti uguali ma la condizione media era questa. Molti si sono scordati che la mattina non era necessaria la sveglia per alzarsi, perché fra le cinque e le sei si era forzatamente svegliati dai numerosi “monnezzari” che si facevano a piedi tutti i palazzi per ritirare la spazzatura, porta a porta e piano per piano, vuotando i secchi nel loro grande sacco di iuta che trasportavano sulle spalle, che poi vuotavano nel cassone del camion che li aspettava giù in strada. E così palazzo dietro palazzo.
In quegli anni le feste di quartiere erano gli avvenimenti che un po’ tutti aspettavamo per divertirci, per divagarci, per ritrovarci in strada fra ampie luminarie a chiacchierare con i vicini di casa, con i compagni di scuola e per riuscire a bere una bottiglietta di coca-cola, d’aranciata o di chinotto, magari accompagnato da un laccio di liquirizia o da un paio di mostaccioli. Eravamo piccoli, ma già ci si guardava fra maschi e femmine e diciamo la verità che le poche occasioni per dirsi un pur semplice ciao le creavano furbescamente solo queste ultime; così nascevano delle storie infinite di sussurri e bacetti per lo più inventati, ma poco male perché tale era la foga del racconto da far credere allo stesso narratore che il fatto era realmente avvenuto.
Durante la settimana si andava a scuola, si studiava e a qualcuno di noi toccava anche andare a lavorare chi a fare le consegne a domicilio, chi in qualche garage a mettere in ordine le macchine, chi dal lattaio, chi dal carrozziere o dal meccanico, a me toccava andare a lavare con la soda un cumulo di bottiglie di vetro ritirate in qualche negozio e quindi da pulire per riutilizzarle. La domenica, invece, ci si doveva alzare presto per non arrivare tardi in parrocchia per indossare le vesti da chierichetto per accompagnare a turno il sacerdote nelle messe e a quel tempo le chiese erano gremite di fedeli e non ci si lambiccava il cervello con le vuote dispute di crocifisso si, crocifisso no nelle scuole e negli edifici pubblici.
Noi giovani ci appassionavamo a molti sport e riuscivamo a partecipare a gare di corsa campestre e a qualche piccolo campionato di calcio organizzato dall’oratorio della parrocchia. Vivevamo un po’ tutti lo sport con spirito di quartiere, di città e da elemento che cementificava l’appartenenza identitaria nazionale. Così come aumentava naturalmente la nostra età, così cresceva e si realizzava il futuro dentro di noi, nella varietà delle realizzazioni possibili per sostituire con il nostro lavoro, nel rispetto della cultura del nostro popolo, le generazioni che ci hanno preceduto, verso un progresso personale e collettivo in una società ancora vivace, seppur modesta, ma di gran lunga migliore di quella odierna paragonabile ad un deserto per quanta energia ed identità è stata smarrita.

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Neforgesumino, la ubo feliĉo (3a parte – 3/3)

gennaio 6, 2010

(2aparte Qui)(1a parte Qui)

Ero senza parole, non sapevo che dire, non credo ai sogni, quindi deglutii per prendere qualche secondo di tempo, ma poi ho dovuto ammettergli di non credere appunto ai sogni, ma mi sarei veramente augurato di vivere in una comunità uguale a quella che ha animato il suo sonno. Il mio compagno convenne e così raggiungemmo il cancello dell’uscita mentre stavamo ragionando di politica, di società, di religione e le nostre considerazioni finivano per collimare, come mai era avvenuto sino a quel momento.
Un fatto era certo, eravamo appassionati a commentare il sogno.
Le nostre considerazioni azzardarono delle conclusioni, che scivolavano verso dei luoghi comuni, verso dei contenuti che erano senz’altro presenti nelle convinzioni di tutti, ma nessuno ha mai preso un’iniziativa per ricalibrare l’organizzazione della nostra società, così abbruttita dall’arroganza di pochi e dal miope spirito gregario di molti. Basta poco per rendersi conto da quanta demagogia e da quanto colpevole disinteresse a risolvere urgenti situazioni di grave contingenza è in possesso globalmente un paio fra le tante caste, che imperversano nel nostro Paese e tanto per indicarne l’ultima, che secondo quanto è dichiarato in un sito di un partito politico, basta leggere il calendario degli impegni politici per i primo giorni di questo nuovo anno. Da una veloce e sintetica informativa sulle notizie rese pubbliche si apprende che probabilmente talune persone hanno deciso di attenzionarsi sulla legge del libero impedimento (un noto contestato lodo in versione costituzionale), la norma sul processo breve ed in ultimo si sta verificando come commemorare un connazionale purtroppo deceduto, in uno stato estero. Capisci, incalzò il mio compagno di passeggiata, invece di occuparsi per provvedere velocemente sulle misure economiche da attuare per tamponare o , per magari, risolvere i problemi di sopravvivenza di molte persone, che incalzate dalla crisi e dalla disoccupazione già subita od imminente, non sono riuscite a festeggiare questo Natale per una sorta di serie preoccupazioni, che le hanno gettate nella più nera disperazione. Nessuno di fatto ascolta le sagge raccomandazioni della Santa Sede, così si ha l’impressione che certi attuatori della progettazione sociale preferiscano prima occuparsi di circostanze solo a loro utili. Di questo passo il nostro paese rimane immobile e bloccato sui diritti costituzionalmente acquisiti e questo stato di cose spaventa un po’ tutti, perché ogni novità viene recepita come un azzardo sociale, intanto la politica non va oltre il si – forse e ma. Intanto le difficoltà stanno minando le famiglie, tanto è vero che, a volte, siamo tristi spettatori dello sgretolamento delle giovani unioni, meno reattive e robuste per fronteggiare l’insorgente incomprensione dovuta, appunto, anche agli effetti di questa crisi o dalla nascita di un figlio che non si sa a chi affidare, per non perdere il lavoro.
Certo anche da noi ci sono cose che vanno bene e che qualcosa di necessario è stato fatto, ma non nella misura giusta da permetterci di fare quel famoso passo avanti per sentirci veramente membri di una comunità evoluta e non complicata.
Tutti abbiamo risposto all’invito di essere più buoni, in questo appena trascorso Natale, ma il costante periodico messaggio di queste festività non si esaurisce con gli addobbi della festa e con le intermittenze luminose predisposte lungo le principali strade. E’ necessario un nuova sincera comunicazione, che sia preludio al tanto agognato accordo sociale in modo da energizzare nuovamente la volontà per riuscire a mantenere forte l’obbligo morale per compiere finalmente quel passo avanti, per cancellare quel che è stato di non buono nel lontano e nel recente passato per finalmente avere la forza di ricominciare ad attrezzare la volontà di costruire una comunità ove vengano comprese ed apprezzate tutte quelle componenti che ci uniscono, che senz’altro risulteranno maggiori di ciò che tenta di dividerci. A questo riguardo abbiamo tutti, nessuno escluso, di crederci per impegnarci, diversamente dovremmo rassegnarci ad una vita da eterni rassegnati al peggio.
Arrivati nel punto in cui ci saremmo dovuti salutare per recarci ognuno nella propria casa, Oliviero convenne che nella comunità bisogna essere sempre attivi e partecipativi e mai nessuna diversa opinione può bloccare il dialogo fra le persone, basta volerlo ed essere consapevoli che il futuro dipende da esclusivamente noi.
Per uscire dalle difficoltà dobbiamo credere nella fiducia di poter sempre ricominciare, così nelle famiglie, così nei rapporti interpersonali e così nella vita pubblica. Con la passività , tacendo le proprie istanze, evitando di guardare negli occhi chi osteggia il miglioramento generale, ignorando i suggerimenti di fede e morali del Santo Padre, non si arriva a nulla anzi si compie un ampio passo indietro.
Dopo queste ultime considerazioni Oliviero ed io ci siamo definitivamente salutati con un arrivederci, per forse discutere di un suo nuovo e misterioso sogno.

(Fine)
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Neforgesumino, la ubo feliĉo (2a parte – 2/3)

gennaio 4, 2010

(1a parte – QUI)

Che storia dissi al mio amico, ma veramente hai sognato tutto questo, e poi cosa t’è accaduto? – Si amico mio, ho sognato tutto questo e quello che sto ancora per raccontare. – riprese Olivu richiamando a se Loo – Il nome della città dove fui portato era Neforgesumino, che nel nostro linguaggio si potrebbe tradurre Occhio della Madonna. A questo luogo fu dato questo nome per la presenza in basilica una meravigliosa statua con le sembianze della Madonna alla quale sono stati realizzati due meravigliosi occhi, a cui si attribuiscono molti fatti miracolosi, perché si racconta che con il suo solo sguardo sa capire cosa necessita ai fedeli e così, grazie alle sue capacità trascendenti, riesce a realizzare quanto richiestole con fede e sofferenza. Così vivamente incuriosito, mi sono fatto accompagnare alla basilica per ammirare con spirito mistico questa miracolosa statua che effigiava la Madonna. Giunti di fronte al luogo sacro, rimasi attonito nel vederne la forma, assomigliava ad un grande ingranaggio, se vista dall’alto, la parte centrale e la parte interna di un grande dente di questo ingranaggio era l’area riservata al culto cattolico, all’interno degli altri denti erano creati i luoghi di culto di tutti gli altri credo, delle grandi porte di legno né garantivano la riservatezza. Una soluzione incredibile che riuniva e conciliava ogni religione, non c’era antagonismo come era assente ogni intolleranza. Una pacifica, rispettosa e civile convivenza fra devoti di religioni diverse, cosa inimmaginabile qui sulla Terra. Mi si stava manifestando un quasi paradiso terrestre, tutte le persone che stavo incontrando sfoggiavano un’invidiabile serenità nelle loro espressioni, grandi e piccoli davano l’impressione di essere piacevolmente impegnati nel loro quotidiano. Mentre i pensieri per questa beata convivenza continuavano ad impegnare la mia mente, mi avvicinai alla famosa statua della Madonna. Era stata realizzata completamente in legno, con una tale bravura che sembrava viva, i suoi occhi realizzati in vetro di un azzurro così intenso da rimanerne ammirati. La sua altezza era quella di una persona e il suo ampio, ma raccolto, manto azzurro con cappuccio era di pesante panno azzurro, con il quale lo scultore aveva parzialmente coperto il Bambino Gesù, amorevolmente sorretto ed abbracciato dalla Madonna. La statua era fortemente illuminata da una lampada e tale era il contrasto fra la zona illuminata ed il resto dell’ampia area che la statua sembrava essere sotto una campana di brillante cristallo. Rimasi estasiato, mi commossi e sommessamente recitai l’Ave Maria. Terminata la visita in basilica, uscì in strada accompagnato da una decina di persone, così ebbi il tempo di guardare com’era fatta quella città. Le persone erano come me e le case davanti ai miei occhi assomigliavano alle case che abbiamo qui sulla Terra, con la sola differenza di essere tutte edificate in cinque piani di altezza, con un giardino davanti al loro maestoso portone in legno o in metallo. La parte a livello strada di questi edifici era occupata da negozi d’ogni genere, dal calzolaio al negozio di alimentari. Artigiani e commercianti in attività spalla a spalla. Osservando questa comunità si veniva contagiati dalla loro serenità, dalla tranquillità dei loro rapporti interpersonali, apparivano tutti senza preoccupazioni ed in buona salute. Non c’era nulla che poteva indurre al timore o all’incertezza. La persona che per prima mi si avvicinò, appena giunto in questa specie di paradiso civile, mi prese sotto braccio e mi condusse, con il resto della numerosa compagnia, in un ristorante, ci accomodammo in una sala dove era già stata preparata la nostra tavola. Qui mi viene svelato il segreto di questa città, che non riesco ha capire dove sia collocata geograficamente. Insomma questo era un popolo con radici molto antiche, che, nel tempo, avevano compreso che la corsa alla ricchezza, alla conquista egoistica e violenta delle risorse energetiche, alla sconsideratezza verso l’ambiente ed al coordinamento smodato dei popoli, porta solo ad una continua conflittualità sociale grave se non addirittura bellica. La ricchezza della comunità è equamente distribuita e riparametrata, qui tutti hanno un lavoro e ad ognuno è consentito vivere con sicurezza e dignità. Non esiste alcuna forma di dannosa speculazione e le scienze economiche si interessano oltre che di finanza, anche della soddisfazione di ogni singolo componente della comunità stessa. Il vostro Pil da noi è superato, noi abbiamo realizzato un indice, il Ispc, che analizza con pari importanza la soddisfazione del popolo e la crescita generale. I nostri amministratori, da voi si chiamano politici ed affini, operano nell’assoluto interesse di tutta la comunità, sono ben remunerati, ma non sono faraonicamente retribuiti come da voi ed inoltre per tutto il resto, pensione e tutto quel che segue, valgono gli stessi principi e leggi a cui tutti sono soggetti. Nessuno gode di benefici particolari, esiste una ben bilanciata giustizia sociale e giurisprudenziale. Insomma qui si vive nella migliore giustizia e si è ben consapevoli, che si vuole un futuro questo dipende solo da noi membri della comunità e per difendere tutto questo nessuno di noi è disposto a non collaborare e né tanto meno a stare zitto se nota un’importante anomalia, che può sbilanciare questo prezioso equilibrio. Voi siete ancora sottoposti all’arroganza e all’egoismo di molte persone, quindi è necessario che voi tutti scegliate le persone giuste per ricalibrare la vostra comunità verso un’organizzazione sociale giusta, che realmente non lasci nessuno indietro. Il mondo e la vita è di tutti e tutti devono impegnarsi per il conseguimento benessere generale, diversamente continuerà la fame nel vostro mondo, le guerre e quel senso di costante e progressivo sfinimento civile. Potrei dirti tante altre cose al riguardo, ma il tuo tempo presso di noi sta per scadere, pensaci e parlane con chi stimi. – qui Oliviero si fermò, mi guardò ed aggiunse – Un attimo dopo fui di nuovo strattonato e trascinato nel letto dove ero stato prelevato, mi credi che a tutt’oggi non riesco a rendermi conto se ho fatto solo un sogno complicato o se veramente mi è accaduto quanto ti ho raccontato. Che né pensi? -.

(segue)


Neforgesumino, la ubo feliĉo (1a parte – 1/3)

gennaio 3, 2010

Dovevano essere trascorse almeno tre ore che Olivu (Oliviero) stava seduto su quel vecchio alto gradino di pietra, seminascosto da quel che rimaneva di un altrettanto vecchio muro a secco. Oliviero è un anziano infermiere ormai in pensione, che se non li incontra a passeggio con il suo piccolo bianco west highland white terrier, di certo lo si trova nel parco ed io quella mattina avevo deciso di fare due passi proprio in mezzo a quella meraviglia della natura, dove l’olfatto torna ad essere sollecitato dall’odore della terra umida, del legno, delle foglie ormai gialle ed in terra. Di questi tempi, in inverno, il bosco cambia odori, spariscono quelli dei fiori e di alcune piante, l’aria trasporta un odore che sembra simile a quello di qualche cantina traboccante di vecchie cianfrusaglie. A me piace questo odore, come mi piacciono i colori invernali, non più accesi dalle tinte dei fiori, ma ricchi di ogni tonalità di marrone, del verde
scuro delle piante sempre verdi arricchite da una modesta sfumatura di arancione, un povero arcobaleno, ma dolce e misterioso. Sono giorni che piove quasi ininterrottamente, così avanzo nel molle terreno protetto da un paio di pesanti stivali di gomma verde scuro, che uso di solito quando vado a pesca, ma per questa passeggiata sono essenziali se non si vuole tornare a casa con i piedi bagnati, mentre contro il freddo calzo un pesante spesso paio di calzettoni.
E’ rilassante e piacevolmente riservato aggirarsi nel bosco, si smaltiscono pensieri e si attenua il dolore delle numerose cicatrici, che portiamo un po’ tutti per l’insensibilità di terzi, qui la natura ci sorprende con la sua accoglienza, tanto che sembra di essere all’interno di un grande nido, dove si è liberi di immaginare la realizzazione di ogni desiderio.
Così passo dietro passo sul pastoso sentiero, mi avvicinai ad Oliviero, non potevo evitarlo, gli allungai un fischio, che lo sorprese e lo costrinse ad un piccolo scatto per trattenere Loo, il suo piccolo cane già in festosa fribrillazione per il mio avvicinamento.
Si alzò dal suo scomodo sedile, allungò il guinzaglio e mi si affiancò per percorrere insieme il lungo fangoso sentiero per raggiungere l’uscita del parco. Strada facendo mi raccontò delle sue ultime apparizioni in televisione fra il pubblico di un paio di trasmissioni, si lamentò per lo scarso compenso, quindi mi confidò che se un certo qualcosa fosse andata in porto avrebbe potuto fare la comparsa in qualche film in lavorazione. E si il mio conoscente arrotondava la sua pensione con questo tipo di occupazione, aveva iniziato quasi per caso leggendo un’inserzione su un quotidiano di annunci di offerte di lavoro, trovandosi bene aveva continuato con un’agenzia specializzata, tutto bene al di fuori del compenso, mai costante.
L’argomento si concluse con brevi considerazioni, quando Oliviero si mise la mano in tasca estraendone tre biscotti, uno per lui, uno per me e l’ultimo per il suo canino, dopo di ché mi guardò serio e come non aveva mai fatto mi chiese se poteva raccontarmi un fatto, senza che io lo riproponessi ad alcuno, era una sciocchezza, di sicuro, però erano giorni che ci ragionava su. Non è mia abitudine, ma la sua serietà mi convinse a garantirgli il futuro silenzio, non avrei mai riferito ad alcuno quanto mi stava per raccontare.
– Giorni fa ho fatto un sogno – iniziò come se si stesse liberando da chissà quale angoscioso segreto. – Tu conosci le mie difficoltà ed anche quanto mi dò da fare per risolverle, ma non riesco mai a raggiungere quella serenità economica per provvedere alla mia famiglia, così una sera, sicuramente più preoccupato del solito, mi sono coricato e l’ansia m’ha fatto addormentare subito come un sasso -.
Raccontava serio, lanciandomi qualche occhiata forse per scrutare ogni mia reazione, non indugia e lo invitai a proseguire.
– Ricordo che m’assalì una grande confusione ed una forte e profonda voce mi stava parlando da una grande plumbea nuvola. Lo spaventò fu grande mentre d’istinto presi a guardarmi intorno, ma non riuscivo a vedere nessuno e d’improvviso gli incomprensibili suoni divennero chiare parole. Qualcuno m’afferrò, strattonandomi così forte, che volai via dal letto per seguirlo. La voce, durante il volo, prese a rassicurarmi, stavo per essere condotto in una città dove non avrei più avuto motivo di preoccupazione, perché sarei giunto nell’unico luogo dove ci si preoccupava per la felicità della gente. –
Ammetto che mentre Oliviero mi disvelava il suo sogno, non credevo alle mie orecchie per quanto stavo ascoltando, possibile che una persona adulta possa perdersi per un sogno, al punto di sentire la necessità di parlarne, un episodio così inaspettato che non è riuscito a risolverlo interiormente. Comunque un sogno è un sogno, quindi nulla, un viaggio fantastico, niente di più. Comunque mi rimisi all’ascolto.
– Il volo – continuò Olindo – non durò molto, anzi non sono in grado di valutarne la durata, ma ricordo che improvvisamente, la mano che mi strappò dal letto, mi posò dolcemente in una strada di una città che non conoscevo e che non riuscivo a comprendere la lingua parlata delle persone. Ero circondato da una discreta folla, mi guardavano ed io guardavo loro, fino a quando un signore mi si avvicinò e mi rassicurò parlando la mia stessa lingua. In quella città tutti parlavano l’esperanto, ma non dovevo preoccuparmi perché tutti sapevano esprimersi anche nel mio idioma. –

(continua)


L’Ottava Nota.

novembre 6, 2009

felicitaTutto nacque quando per caso questa estate decidemmo di andare a piedi verso un vicino comune, dove stavano preparando l’allestimento floreale in una strada in concomitanza del Corpus Domini, se non ricordo male. E’ vero che avevamo fatto un’abbondante colazione con dei pasticcioni molto sfiziosi, che prepara solo personalmente la brava pasticciera della piazza, ormai quasi tappa fissa settimanale, quando decido di farmi del male alla faccia di quel subdolo diabete, che vorrebbe privarmi di tali dolci golosità, ma il pensiero di dover percorre quasi quattro chilometri, sotto un lungo filare di alti pini, ci aveva messo addosso una strana allegria perché avevamo iniziato a fare un toto resistenza azzardando scherzosamente il nostro ordine di arrivo a fine passeggiata. Incrociammo veramente tante altre persone ed altrettante le vedevamo avanzare per la stessa nostra direzione, ma sull’opposto marciapiede, anch’esso ombreggiato da una sequela di alti pini. Un bella e salutare passeggiata interrotta davanti al bancone del bar, che all’incirca divideva a metà la lunghezza della strada da percorrere, per prenderci il secondo caffè del giorno e per fare quattro chiacchiere con il proprietario, una simpatica persona con una storia di emigrante in Svizzera, quindi rientrato dopo la drastica riduzione di personale praticata dall’azienda nella quale lavorava da oltre quindici anni. Ripreso il passo costeggiammo lentamente le reti dei campi da tennis, dove non mancano mai coraggiosi quanto poco pratici giocatori di quello bello sport, che faticano non poco a rimpallarsi la palla impugnando delle pregiatissime racchette degne di un Roland Garros. Giunti quasi in prossimità del Comune meta della breve trasferta, ci siamo inoltrati in una stretta viuzza che ci avrebbe fatto risparmiare un paio di cento metri di strada e ci avrebbe fatto arrivare a circa metà della via in allestimento. In quei piccoli marciapiedi si affacciavano una gran numero di piccole botteghe che vendevano di tutto e se i generi commercializzati erano alimentari si era spesso invitati all’assaggio. Avanzavamo quasi in fila indiana e contemporaneamente avevamo un bel da fare per non deludere i commercianti di vini e di dolciumi con il nostro proposito di evitare quegli inaspettati e gratuiti spuntini.
Improvvisamente, dopo aver percorso qualche passo fra variopinti caseggiati, sbucammo nella famosa strada, un carnevale di colori, tutti accesi e questi erano creati da un incalcolabile numero di fiori posati in terra da formare un’enorme tappeto floreale così bello da rimanerne incantati e quasi increduli. Percorremmo un buon tratto della stretta striscia per ammirare una maggiore estensione di quell’opera d’arte, parlammo con alcune persone che ci ragguagliarono sulla prossima festività e sulla bella processione serale organizzata dalla Chiesa in quella santa occasione, organizzata con un forte richiamo al vecchio noto e pomposo stile barocco. Una bella sorpresa, non avevo mai visto niente di simile.
Soddisfatti ed anche un po’ stanchi per la passeggiata svolta su un profilo stradale non proprio pianeggiante, ci siamo avviati, dopo aver attraversato una grande piazza, verso uno stretto dedalo di viuzze della parte più vecchia di quel comune per raggiungere lo studio di una disegnatrice che aveva riprodotto le immagini di una vecchia fotografia, di un nostro compagno di passeggiata, con colori ad olio su una superficie di compensato. Il nostro amico fece appena in tempo a ritrarre il dito dal campanello che la signora, l’artista, aprì un’anta della sua bassa porta di legno, tutta graffiata e con crepe così ampie e profonde da ingoiare ott
l’intero contenuto di un barattolo di stucco. Scivolammo silenziosamente all’interno di quella casa e fummo introdotti in un ampia camera stracolma di cartoncini, tavole e quadri tutti disegnati, vicino alla finestra c’erano due grandi cavalletti anch’essi sormontati da tele dipinte ma non ultimate. Quella con il disegno più interpretabile mostrava un paesaggio marino, con dei gozzi arenati sul bagnasciuga, con delle reti arrampicate e stese su corti pali e poco distante, nella bella prospettiva di quel paesaggio, delle semplici case vivacemente colorate. Il cielo era invaso da una palla di fuoco, il sole che nel suo tramonto riverberava il bel paesaggio con inconsueti e suggestivi colori. Una profonda sensazione di pace, di semplice felicità, di spiritualità e le ombre sfumate di poche persone toglievano a quell’ambiente quel non so che di immacolato, di intonso e di quasi sacro. Ci persi gli occhi in quell’incompiuto disegno, la signora se ne accorse e dopo aver consegnato la piccola tavola di compensato al mio conoscente, mi si avvicinò e disse “sto disegnando l’amore, quello vero, quello che dura più della vita. L’amore è un sentimento superiore a qualsiasi cosa e non ha confronto con nessun’ altra facoltà è così grande che nasce nello spirito e poi riesce ad unire due persone nella vita, liberando emozioni, istinti e passionalità che certamente muteranno nel tempo, ma rimarranno sempre forti. Il vero amore fa vivere bene se vissuto con pazienza, senza superbia, senza inutili nervosismi e risentimenti, con giustizia, con verità e con sopportazione reciproca”. Vede, aggiunse indicandomi il paesaggio marino, qui ho descritto l’amore, ho messo tutti gli ingredienti della vita, il mare e la terra come fonte di cibo, le barche come strumenti di speranza per rendere fruttuoso il lavoro, la pesca, le persone come soggetti dell’amore con le loro semplici case ed il cielo fonte di calore, di luce e luogo dove riporre i nostri pensieri, le nostre ansie. Ero sinceramente incantato ed insieme a me gli altri, nessuno fino ad allora aveva saputo descrivere un così semplice paesaggio in una semplice analogia della vita umana. Dopo qualche attimo di silenzio il mio amico saldò la sua commessa e già ci stavamo accingendo a salutare la nostra ospite, quando questa ci mostrò il palmo della mano come per dire aspettate un momento e spostando nel mentre una lunga tenda rossa, tra il bordeaux ed il vinaccio, scoprendo un vecchio pianoforte verticale, sollevò il copri tasti, estrasse uno sgabello rotonda e ci si sedette, si volse verso noi e ci comunicò “adesso vi faccio ascoltare due belle canzoni, che accompagnano molti miei ricordi”. La prima che intonò è stata “amor amor amor”, la seconda “tu mirada”. Due belle melodie così romantiche e strappa lacrime, che per un miracolo riuscì a trattenere un moto di commozione e poi così cantata in messicano, in spagnolo non so, comunque quella lingua aggiungeva un qualcosa in più di commuovente. Fra lo stordimento e la commozione l’applaudimmo compostamente, lei ringraziò e ci disse di non meravigliarci per la sua passione per la musica, perché lei la considerava elemento basilare per la vita di ognuno di noi e l’amore è l’elemento più importante per la vita di tutti, tanto è forte questa convinzione, continuava la signora, che quando suono per me l’amore è come se fosse l’ottava nota presente nel pentagramma. La buona musica la si produce quando c’è sentimento, quando si ha amore e così nella vita, questa è più bella e vissuta più felicemente se c’è amore, quello vero, quello sentito dal proprio cuore.
Certo avevamo conosciuto una persona un po’ particolare, ma tutto sommato aveva ragione a sostenere l’amore e a considerarlo come l’ottava nota nella musica, come nello sconclusionato strimpellamento della vita di qualcuno di noi.


La legge del tempo.

novembre 6, 2009

IimagesCA3AI5I6eri sera ho approfittato di un piccola tregua della pioggia per andare a trovare un vecchio conoscente, che non incontro più da molti giorni. E’ bello dialogare con questa persona, ti sorprende sempre con argomenti che non ti aspetteresti mai di affrontare, è un tipo riflessivo e socievole, ci si passa bene il tempo insieme. Così dopo aver superato un paio di scoscesi viottoli con tutti i sampietrini sconnessi, sono arrivato alla piccola fraschetta dove in genere si sofferma l’amico. Dopo aver sospinto la pesante porta di legno, appena illuminata da una piccola e nuda lampada ad incandescenza, ho superato la soglia ed eccolo lì seduto al suo solito posto, con le spalle appoggiate al muro grezzo, a consumare la cena che la signora della fraschetta è solita preparargli. Questa sera il piatto era ben ricolmo di polenta al sugo con pezzi di carne e gli doveva piacere molto, visto l’impegno con il quale inforcava la forchetta.
Qualche breve convenievole a mo’ di saluto e mi sedetti di fronte, Questa sera non era molto in vena, ma iniziò a parlare del tempo, degli anni che scorrevano veloci:

Non sono mai stato in guerra con il tempo, con la mia età, però adesso nella mia condizione di prossimo over-di un’abbondante età accuso una certa involuzione di alcune mie capacità. Nulla di strano e tanto meno di anormale, sto solamente invecchiando e questa circostanza non mi intristisce e né mi spaventa, però mi infastidisce quella sensazione di avere una non più ferma memoria di recenti elementi. Un tempo scrivevo veloce e le mie idee venivano altrettanto velocemente fermate dalle parole su foglio bianco, ora invece non ritrovo più quella scorrevolezza nel riportare i pensieri su un qualsiasi supporto, a volte mi sfuggono vocaboli che un’attimo prima mi accingevo a scrivere, così sono costretto a fermarmi per ripercorrere mnemonicamente il pensiero che mi apprestavo a scrivere e questo non mi facilita il mio migliore passatempo, quello, appunto di scrivere, di comunicare di assecondare la mia particolare estroversione. Un bel pensiero, ma una sicura occasione per riflettere su sé stessi, sul tempo vissuto, sul presente e sulla probabile durata del rimanente futuro. Un’odissea, per certi versi così movimentata e piena di belle e meno belle sorprese, come quella di Ulisse, ma con la differenza che per vivere quel marasma di avventure non è servito girare mezzo mondo a bordo di una vecchia imbarcazione di legno, fra ogni tipo di pericolo e di scampato agguato e non c’è ciclope Polifemo e né maga Circe con tutte le sirene a rendere la vita così difficile come i propri parenti, quelli stretti come alcune scarpe.
In questo pazzo e stupido mondo quello che conta veramente è la lealtà, l’amicizia e l’amore, ma spesso i numerosi seguaci del noto Giuda vanificano ogni benefico effetto di questa affettuosa compagnia.
Comunque per tornare agli effetti della terza età sulla memoria, bisogna ammettere che è una bella lotta combattuta con il carattere, l’allenamento all’osservazione, la lettura, la volontà al dialogo e la voluta smemoratezza circa i torti subiti per non appesantire l’umore di inutili e dannose delusioni, come scrivere di operare una personale amnistia. Un modo come un altro per dare quel minimo vigore al senso che io ho della famiglia, d’altronde per essere almeno un po’ felici bisogna credere in qualcosa, alla famiglia per esempio come una piccola fede. Poi per quanto riguarda il resto è opportuno accettare serenamente tutti i segni dell’invecchiamento, compreso l’inevitabile deterioramento mentale e del difetto della memoria nei riguardi di fatti recenti. Il ricordo del vissuto è più forte e difficilmente scalfibile dall’invecchiamento biologico e psichico, almeno conserverò il ricordo delle varie trascorse tappe della mia esistenza passata. Non che ci siano momenti epici, ma almeno avrò la possibilità di rivisitare qualche breve parentesi di serenità che mi sono trovato a vivere fortunosamente.
In tutti questi anni i miei circuiti neuronali hanno trasferito molti episodi nella mia memoria e per me questa è il mio vero residuo tesoro e questo si perderà in concomitanza con l’indifferibile termine del tempo concessomi, dopo di che, se alcune aspettative corrisponderanno al vero, mi dedicherò a ciò che ho sempre fatto, ma che nessuno è riuscito a capire per propria incapacità cognitiva.


Prede e predatori, crudele simbiosi.

novembre 4, 2009

chagallNon ho alcuna intenzione di motivare il titolo di questo post con facili parallelismi o con immaginabili accostamenti a fatti recensiti dalla cronaca o da qualsiasi media, ma il mio unico scopo è quello di avere avuto purtroppo ancora conferma dell’esistenza di una razza di vampiri, che ancora non si fanno scrupolo di sfruttare alcune debolezze e criticità esistenziali di indigenti sfortunate persone succhiandone energie, anestetizzandone valori, forza morale e personali desideri di realizzare normali desideri di vivere un’esistenza meno sofferta dalle privazioni che impongono crudelmente l’assenza di lavoro e di un pur modesto reddito.
Il programma che avevo scalettato per la giornata di ieri era quello di scendere in prima ora in città per recarmi nella sede di un ente per consegnare un documento riferito alla mia persona e per principalmente riuscire a parlare con qualcuno presente nell’organigramma di vertice e nella responsabilità della sua gestione. Proprio per realizzare quest’ultimo importante proposito, avevo convenuto l’incontro in sede con un consigliere, ma questo, per motivi di salute, disertò l’appuntamento, ma questa improvvisa assenza non mi fece recedere dal programma, e poi dopo tutta quell’acqua che mi ero preso nei tratti percorsi a piedi non potevo certo rinunciare a quell’importante colloquio che mi ero prefisso di affrontare per capire il vero stato di salute dell’ente in parola. Così appena consegnato il mio documento, mi avventurai per il lungo e sinuoso corridoio del maestoso palazzo del ‘500 alla ricerca di un ufficio occupato, appunto, da un primario responsabile di quell’ente. Dopo qualche passo giunsi davanti all’ufficio del presidente, ma questi era assente, così mi rivolsi alla sua segretaria per convenirne un appuntamento. Dopo qualche tentativo di vanificare la mia priorità, riuscì a far ben comprendere a quella impiegata che ero ben determinato a voler colloquiare con il presidente e così rimasi d’accordo che appena fosse stata stabilita la disponibilità del mio futuro interlocutore sarei stato avvisato preventivamente per telefono. Mi allontanai da quell’ufficio con l’animo molto contrariato, comprendevo che si voleva evitare qualsiasi colloquio con qualsiasi socio ordinario a causa della pessima condizione di quell’ente. Nervosamente avevo iniziato a rigirarmi nella tasca il badge d’accesso, quando intravidi alla sinistra di quell’ampio e lungo passaggio la fisionomia del direttore. Allungai il passo di quel tanto per non dare troppo all’occhio circa la nuova direzione intrapresa, così giunsi in un minuto davanti al funzionario con il quale optai di parlare. Lo colsi in maniche di camicia sulla soglia del suo ufficio, mi presentai e chiesi qualche minuto di disponibilità, mi fu gentilmente accordata ed io, dopo qualche inutile amenità, entrai immediatamente nell’argomento che mi stava tanto a cuore e che mi preoccupava da non poco tempo. Purtroppo i miei timori risultarono tutti fondati, al che lo invitai a cercare qualche plausibile soluzione per evitare che venissero sacrificati altri posti di lavoro ed a questo proposito fui chiaro e diretto nel suggerire la soluzione di fare assumere le sfortunate future vittime nella grande azienda della quale bene o male questo ente dipendeva. Ci salutammo dopo aver ricevuto un impegno a tentare di realizzare il mio suggerimento, così usci da quell’enorme monumento reso cupo per la presenza di quell’insensibile organigramma, ancora troppo preso
dal diktat apparentemente non negoziabile di una grande azienda del terziario, che quasi certamente ha solamente brillato per una non sempre condivisibile gestione, così come le parti sociali non sembrano aver seriamente ostacolato alcune impopolari iniziative aziendali.
Comunque sono intenzionato a percorrere anche scelte difficili per avere ragione di quanto sarebbe giusto aspettarsi da un’azienda già largamente gratificata dai pubblici aiuti, dalla serietà ed impegno dei propri dipendenti, le cui fila sono state già pesantemente falcidiate da una sequela di operazioni che hanno creato molte migliaia di esuberi e forse né sta ancora programmando.
Comunque abbandonai con passo lungo quella fabbrica di malumore, l’orologio mi rivelò che s’era fatto più tardi del previsto, così con una nuvola di non buoni proponimenti mi avviai verso una birreria, un pab per mangiare qualcosa e per dar tempo al mio umore di tornare razionale per così riprendere a ragionare su quello che mi sarebbe utile decidere in un prossimo futuro. Entrai in una storica antica birerria, nota come frequente ritrovo di turisti, di cittadini, di giovani e di persone che volevano rilassarsi, ridere, bere e ben mangiare in un ambiente che dipana gli affanni e che sostiene gli sguardi fra i disegni rimasti sempre uguali nel corso di quasi un secolo. Un posto ben indicato per rivisitare i ricordi di un tempo ormai trascorso ed avere la possibilità di rivolgere l’attenzione su ciò che oggi è presente, come i sempre numerosi avventori, seduti davanti al gran numero di tavoli di colore marrone, mentre un gran numero di camerieri e cameriere sfrecciano sostenendo enormi boccali di birra e piatti con una varietà di saporite vivande. A colpo d’occhio non mi sembrava ci fosse posto anche per me, per questo feci lentamente la spola nelle tre sale e non scorsi alcun tavolino libero, stavo dirigendomi all’uscita per aspettare o per andarmene di nuovo verso casa, quando scorsi un braccio agitarsi come se qualcuno volesse farsi notare, girai lo sguardo verso una giovane donna, che, con il solo movimento della mano, mi invitava ad avvicinarmi. Cosa che feci e con sorpresa fui invitato a prendere posto nel suo stesso tavolo, intanto era sola e di spazio ce n’era. Il suo sguardo simpatico mi convinse di accettare, così mi accomodai proprio di fronte a lei allungando contemporaneamente il mio braccio per stringerle la mano come ringraziamento per la cortesia e per presentarci, il suo nome era Maria, avrà avuto una trentina d’anni con un fisico snello e ben proporzionato con un viso appena truccato e ben incorniciato da lucenti capelli di colore biondo un po’ mesciato e con l’espressione accesa da due meravigliosi occhi chiari,venati di verde, ma di questo non né sono certo in quanto mi era impossibile avvicinarmi di più e poi non mi sarei azzardato a tanto. Le nostre prime comunicazioni presero la via della simpatia e della spontaneità, fermammo al volo una gentile cameriera per ordinare due arrosti misti, come per dire un’insieme di salciccie – wurstel – pancetta – patate fritte – olive ascolane e crauti, da bere due birre chiare medie. . . . roba da svenire per il colesterolo e per la pressione. Ma iniziavo a rilassarmi e quella inaspettata compagnia mi stava facendo dimenticare tutti i neri pensieri di quella mattinata. Parlammo del più e del meno, le raccontai qualcosa di me e lei con un’inaspettabile spontaneità iniziò a parlarmi di sé, ma il tono con cui iniziò le sue confidenze mi rivoluzionò l’umore ed una punta di tristezza stava montando dentro di me, ma non gli permisi di straripare oltre i miei occhi.
Maria era originaria di un piccolo comune della Basilicata. Con la sua famiglia abitava in un piccolo casolare, poco distante dalla zona più abitata, il padre aveva delle pecore e si arrangiava anche a vendere rottami di ferro, la madre era la classica lucana che si occupava della casa e dava una mano con le bestie. Il fratello, più grande di lei di appena due anni, dopo le scuole elementari imparò a fare lo “scarparo” in una bottega del vicino comune, mentre lei riuscì a frequentare sino alla terza media dopo di che riuscì a farsi prendere in una azienda di abbigliamento ed insieme agli altri “sartori” imparò a cucire ed a rifinire i tessuti prodotti.
Avrebbe di certo voluto frequentare le magistrali per terminare il corso scolastico, ma la famiglia non le permise di recarsi in città dove c’erano appunto le magistrali. Verso i 16/17 anni arrivò in questa città, la ospitava una zia per darle modo di migliorare le sue condizioni. Così, con un pizzico di fortuna, riusci ad essere assunta come aiutante sarta in un atelier, in una di allora nota casa di moda. Le parve subito di essere entrata in un mondo magico, un meraviglioso continuo scenario di toni caldi, accesi e dorati, un’atmosfera fuori dall’ordinario pieno di lusso vero, ma qualche volta fittizio, come scoprì molto tempo dopo. Trovò il tempo e la costanza per diplomarsi in una scuola serale, poco distante dalla sartoria. Tutto sembrava che procedesse verso un roseo avvenire, almeno verso un futuro senza grandi preoccupazioni.
Purtroppo le cose non andarono sempre così bene, infatti dopo qualche anno la sartoria dove lavorava cessò l’attività e nel contempo sua zia si ammalò gravemente, a tal punto da lasciarla sola dopo appena sei mesi di malattia. Riuscì a mala pena a mantenersi la piccola casa in affitto con un nuovo contratto a suo nome e ricostituendo il deposito di garanzia con gli ultimi risparmi. In due anni cambiò molti lavori, da commessa a fioraia, da riparatrice di abiti a donna di pulizie, da venditrice di articoli da cucina a barista. Per quanto girasse non riusciva più a trovare un lavoro fisso regolare, non aveva raccomandazioni così si occupò sempre a nero sin quando fece amicizia con una ragazza quasi sua coetanea, durante una festa a cui era stata invitata da comuni conoscenze.
A questo punto del racconto di Maria, iniziai ad immaginarne la parte finale, rimasi impassibile, ma dentro di me certo si affacciava l’amarezza per qualcuno che sospettavo non c’è l’aveva fatta e per questo s’era dovuta ripiegare su se stessa e su quanto forse credeva fermamente. Intanto avevamo entrambi finito di mangiare e così per rubare un altro po’ di tempo alla compagnia ordinammo due amari e lei riprese a raccontare, ma con meno vivacità.
La festa si svolgeva in una bella grande villa a tre piani, nel sotto livello la sala giochi con annesso tinello, al livello un grande salone con un enorme camino in pietra e tanto lussuoso arredo al cui centro ‘era un ampio divano circolare in pelle, al piano superiore le stanze da notte. A Maria la festa sembrò subito un po’ fuori dal comune per il fatto che loro ragazze erano tutte giovani, mentre gli uomini erano certamente di mezz’età, ma non diede importanza a questa particolarità perché aveva voglia di svagarsi e di allontanare per qualche ora le sue preoccupazioni pratiche. La festa era magnifica, la gente apparentemente tutta simpatica ed alla mano e sprizzavano gentilezza. Sia al bordo piscina che dentro casa tutti stavano consumando tartine e mignon bevendo colmi flute di spumante. Da un enorme e complicato apparecchio veniva diffusa una gradevole musica di sottofondo, mentre gli attempati ed eleganti cavalieri iniziarono ad invitare qualche ragazza a ballare, cingendole alla vita con determinazione, come a provare un discreto desiderio maschile. Ma Maria a questo non ci pensò molto, considerò di aver avuto un attimo di smarrimento e di facile fantasie.
L’intrattenimento continuò con la una particolare cena servita a mò di buffet a base di cozze, caviale, crostacei, contorni vari ed il tutto innaffiato da abbondante altro spumante.
Insomma Maria mi fece chiaramente capire che a furia di bere spumante lei arrivò ad essere molto su di giri e l’aria calda dell’interno le faceva girare un pò la testa. A quel punto molte persone si dispersero per la villa e Maria rimase in compagnia di un signore molto elegante, sempre sulla cinquantina di anni, che durante tutto il pomeriggio l’aveva corteggiata con delicata fermezza. Fu invitata a sedersi accanto a lui sul grande divano circolare, accettò e tranquillamente gli si accomodò vicino. Le fu domandata l’età e qui Maria rispose con sincerità e, presa da un improvvisa voglia di affetto e comprensione, iniziò a raccontare le sue ultime disavventure e l’impellente necessità di trovare un vero lavoro e poi chissà, forse la fortuna si sarebbe accorta anche di lei. A questo punto il suo compagno di divano le mostrò comprensione e si sincerò che era proprio sola in questa città, così iniziò ad aggirarla psicologicamente con affettuosi suggerimenti del tipo – non puoi stare sempre sola, dovresti trovare un uomo maturo che ti sappia proteggere -. Ha ragione, rispose Maria, ma oggi non è facile e così parlando seguitava a bere lo spumante che le veniva offerto, mentre il cinquantenne iniziò a carezzarle i capelli e questo a lei piacque, finalmente una carezza, pensò.
Sai Maria, proseguì l’attempato signore, io conosco tanta gente e fra queste persone riuscirò a trovarti un buon lavoro con un congruo stipendio, non ti preoccupare e a questo punto alle carezze si aggiunsero dei teneri bacetti sulla testa e sulle guance, ormai tutte rosse e brucianti per la situazione che si stava annunciando ed un po’ per la grande quantità di spumante bevuto. Riuscì a balbettare un “grazie”, ma non riuscì ad aggiungere altro perché quel signore di mezz’età la sollevò e si diresse al pino superiore.
Così Maria, terminando la sua lunga confidenza, mi confermò che da quel momento il suo lavoro fu quello di essere sempre accondiscendente con le persone che le venivano presentate dal suo orco. Tentò di ribellarsi per tornare alla sua normalità ma non ci riuscì mai ed oggi effettivamente si ritrovava economicamente tranquilla e piena di importanti conoscenze, tanto da trovare ormai difficoltà nel voler cambiare tutto radicalmente. Quello che mi manca e che non sono mai riuscita ad avere, aggiunse, è un amore sincero, personale, una famiglia e dei figli amati dai nonni, ma anche questi ultimi non ci sono più ed io rimarrò sempre così costretta alla solitudine affettiva.
Dopo aver terminato l’amaro, ci salutammo sulla porta della birreria. . . forse ci incontreremo di nuovo quando tornerai in città. Con un largo gesto del il braccio, mi salutò e si allontanò.
Forse sono ancora dalla compassione facile, ma ho creduto di aver salutato una persona in difficoltà, che mi ha offerto un posto al suo tavolo per mangiare, solo per riuscire a parlare con una persona, che data la mia età, poteva forse assomigliare a suo padre.